Il patto Draghi-Macron è il trionfo del segreto

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 27 novembre 2021

Si è parlato più volte, nella scorsa settimana, del Trattato italo-francese di cooperazione – il cosiddetto Trattato del Quirinale – che Emmanuel Macron e Mario Draghi hanno firmato ieri al Quirinale. Ma se ne è parlato per giorni come se si trattasse di un tesoro nascosto, da custodire in stanze chiuse, impenetrabili. Il testo non era disponibile a chi volesse esaminarlo o magari criticarlo, anche perché nessuno dichiarava di volerlo. Il Trattato veniva ripetutamente definito segreto, come fossimo alla vigilia di qualche terribile guerra e occorresse osservare la consegna del silenzio al massimo grado, per evitare che il nemico ascoltasse. Chissà cosa poteva succedere nelle avanguardie o nelle retroguardie, se qualche bozza fosse trapelata e un giornale l’avesse intempestivamente pubblicata.

Sono in gioco interessi potenti – geopolitici, finanziari, economici, legati ai rispettivi complessi militari-industriali – e questo spiega il recinto oligarchico che fino a ieri ha avvolto l’illustre evento. La cosa stupefacente non è il recinto e non è l’oligarchia: siamo abituati ai recinti, alla non trasparenza e alle democrazie oligarchiche. Stupefacente è la naturalezza con cui giornalisti, diplomatici ed esperti danno per scontate e accettano benevolmente, fino al giorno della firma di un Trattato, la segretezza e la non trasparenza dei negoziati che l’hanno prodotto.

Eppure non erano mancate alcune vigili messe in guardia. Quella di Romano Prodi ad esempio, che confida a «La Stampa» i suoi timori per una Francia sempre più tentata dal sovranismo alla vigilia delle Presidenziali del 2022 (inseguendo Eric Zemmour e Marine Le Pen, tutto il centrodestra imbocca la via polacca e rivendica il primato del diritto francese su quello europeo, specialmente sulle migrazioni: questo è oggi il sovranismo francese). O la messa in guardia dell’economista Carlo Pelanda, che agli inizi di novembre esamina in un’intervista a Sussidiario.net alcuni “leak messi in circolazione da qualcuno che lavora alla Farnesina” e si domanda: “Che senso ha oggi firmare un trattato bilaterale a 360 gradi con la Francia in un’Europa dove l’Italia e le altre nazioni avrebbero semmai l’interesse opposto, quello di depotenziare il trattato franco-tedesco dell’Eliseo che guida l’Europa dal 1963?”. A cosa serve la frantumazione dell’Unione europea in aree potenzialmente separate, dai Nordici ai Paesi del gruppo Visegrad a Est?

Un Trattato simile, che impegna i contraenti a cicliche pre-consultazioni bilaterali ogniqualvolta vengono prese decisioni dai rispettivi governi e viene convocato un vertice europeo, non dovrebbe essere segreto, almeno in tempi di pace. Le bozze del Trattato dovrebbero essere discusse, eventualmente emendate, nelle Camere e anche sulla stampa, non al momento della ratifica parlamentare, ma prima. Non si dovrebbe fare esclusivamente ricorso ai leak messi in circolazione da qualcuno che lavora alla Farnesina. Soprattutto se le parti non prendono alcun impegno comune sulle questioni migratorie, dunque sull’accoglienza, la redistribuzione e l’integrazione dei richiedenti asilo che approdano in Italia, ma ci si limita a preconizzare pseudosoluzioni come il “contrasto dello sfruttamento della migrazione irregolare” (articolo 1 del Trattato). Soprattutto se c’è il sospetto di un trattato asimmetrico, e addirittura, come scrive ancora Pelanda sconsigliando la firma, di “un’autoannessione alla Francia, industriale e strategica. Edulcorata ma sostanziale” (“All’occhio attento non sfugge che i tecnici francesi mostrano di sapere benissimo cosa vogliono, mentre quelli italiani sono spaesati, cercano di fare controproposte che sono deboli perché prive di prospettiva. C’è un’asimmetria palpabile e imbarazzante”).

La naturalezza con cui si accetta tale opacità è la stessa con cui, ormai automaticamente e sistematicamente, e ben più che in altri Paesi dell’Unione, si va dicendo che ogni sorta di riforma italiana legata al Pnrr, o di decisione politica, s’impone “perché l’Europa lo chiede, lo vuole”.

Perché l’Europa “ci sottrarrà i soldi del Recovery Plan” in caso di non adempienza. Significativo ci pare quel che Chiara Saraceno afferma nell’intervista rilasciata a Carlo Di Foggia, venerdì, su questo giornale: tutti i suggerimenti sul Reddito di cittadinanza presentati dal Comitato di esperti da lei presieduto “sono stati ignorati dall’esecutivo”, compresa la proposta di ridurre la durata di permanenza in Italia di migranti che desiderano ricorrere al Reddito: per quanto riguarda “la proposta sugli stranieri ci è stato perfino detto che era ‘improponibile’ per motivi politici e che si preferisce aspettare che sia l’Unione europea a risolvere il problema sanzionandoci”.

Ecco come stiamo messi in Europa, nei rapporti con i singoli Paesi alleati, e di certo anche nella Nato: siamo lì in attesa di “annessioni”, di ordini, sperando in sanzioni il giorno in cui si constaterà che abbiamo sbagliato o i conti o le leggi.

Perfino la data delle elezioni viene fatta entrare nelle chiuse stanze dell’opacità che decidono, in segreto e chissà in quale sede, dei nostri destini.

In questi mesi che precedono la scelta del successore di Mattarella non si parla d’altro: delle elezioni, anticipate o no. Se ne parla nei giornali, nei talk show. Ma aggiungendo ogni volta, sotto forma di monito o di leak, che “l’Europa le elezioni proprio non le gradirebbe”. Perché? In vista di quale guerra incombente, che impone di ignorare le procedure costituzionali e di tener cucite le bocche e le urne?

© 2021 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Germania, cercasi mamma perduta

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 25 settembre 2021

Più che una competizione politica, la campagna elettorale tedesca è stata una lunga, stremata cerimonia degli addii.

Addio ai 16 anni di Angela Merkel, eulogia sterminata delle sue ineguagliabili doti, necrologio che da mesi si sovrappone malinconicamente alle analisi su passato, presente e futuro. Non pianto, ma rimpianto che inonda ogni pensiero, paralizzando in anticipo chiunque sia chiamato a succederle alla cancelleria: forse il socialdemocratico Olaf Scholz, forse il democristiano Armin Laschet, in fondo non sembra importare molto. Forse di nuovo alleati, forse invece coalizzati ciascuno con altri partiti: Verdi o Liberali. Con la sinistra – la Linke – le coalizioni restano improbabili: il “nemico rosso” già governa in regioni e città, ma critica troppo la Nato. La logica dell’obituario esige che tutto resti così com’è. Come se ancora ci fosse lei: Mutti come la chiamano i tedeschi – Mamma. Di Mamma ce n’è una sola.

Scialbi tutti e due, Scholz e Laschet, non perché la natura li abbia fatti così, ma perché questa è la legge del necrologio cui si attengono quasi tutti i commentatori, soprattutto fuori dalla Germania. È commisurando le caratteristiche dei candidati al mirabile profilo della Merkel che il commentatore giudica, azzarda ipotesi di coalizioni, di politiche. L’occhio sgranato dei celebranti non vede quel che guarda. Vede solo quello di cui ha fin d’ora nostalgia, l’attimo che vorrebbe fermare perché così bello.

L’attimo di Angela Merkel non è stato eroico. Non è stato nemmeno carismatico, come ricorda lo storico Heinrich August Winkler. Gli attributi che sintetizzano i 16 anni di governo, e che si ripetono con impressionante monotonia, sono: pragmatismo in primis, e uso parsimonioso della parola, senso dell’utile, del management, della modestia.

Questo si cerca oggi di trovare, nei successori e anche ai vertici degli Stati europei: un sosia della Merkel.

Scholz e Laschet vanno bene se la imiteranno, se continueranno a disarmare l’immaginazione, se non saranno lì per risolvere le grandi crisi, ma per arrangiarsi e cavarsela nel breve termine (durchwursteln è l’ottimo verbo tedesco).

Sono anni che Angela Merkel è descritta come egemone in Europa, e oggi più che mai. La modestia pratica elude le ideologie, le visioni di lungo periodo, le scelte trasformatrici che durano nel tempo. Angela era così anche quando viveva nella Repubblica Democratica Tedesca: silenziosa e ligia. Quando i tedeschi dell’Est sfilavano nelle piazze lei non c’era. Fece capolino ben dopo la caduta del Muro di Berlino, quando Kohl la scelse come pupilla.

Il management delle crisi è la dote merkeliana cui oggi si anela, ovunque. Anche quando si espresse con ferocia, e Berlino impartì le direttive alla trojka che piegarono e umiliarono la Grecia, riducendola quasi alla fame con l’assistenza della Banca centrale europea e della Commissione europea.

A volte la monotonia pragmatica s’interruppe, e Mutti improvvisò condotte inedite. Accadde quando annunciò l’uscita dal nucleare, dopo il disastro di Fukushima, ma accrescendo poi la dipendenza da carbone e gas. E accadde soprattutto nel 2015, durante quella che viene chiamata crisi migratoria e fu invece crisi europea sulle migrazioni. La Merkel d’un colpo spalancò le porte ai migranti, soprattutto siriani. Furono circa 1 milione a entrare. Ma durò poco, tanto quanto bastava per ringiovanire un Paese sempre più vecchio. Le porte si richiusero, e Berlino fu la prima nell’Unione a imporre un accordo con la Turchia cui si chiese di non far partire i rifugiati in cambio di 6 miliardi di euro.

Un’altra interruzione dell’utilitarismo pragmatico fu la messa in comune del debito europeo, al culmine della pandemia Covid: una soluzione sempre osteggiata dal dissimulato nazionalismo tedesco. Nato in Germania, l’ordoliberismo esigeva che ogni Paese membro “facesse i compiti in casa” prima di ricevere assistenza dall’Unione ed ecco che d’un tratto Merkel sconfessava gli ordoliberisti, accettava la lettera che Giuseppe Conte aveva scritto assieme ad altri otto leader dell’Unione in favore di una nuova solidarietà europea. Ne nacque il Recovery Plan, particolarmente generoso verso Italia e Spagna.

Ma Mutti non disse mai che la soluzione sarebbe stata strutturale, permanente, e tale da abolire i rigidi parametri fissati a Maastricht e inseriti nei Trattati dell’Unione. Fu un’iniziativa necessaria ma di eccezione, fece capire. E così dicono i successori: da Laschet il democristiano agli aspiranti Tesorieri nei futuri governi di coalizione (tra gli altri: il democristiano Friedrich Merz o il liberale Christian Lindner). Lo stesso Scholz, che forse favorirebbe il superamento di parametri che risalgono agli anni Novanta, non ha mai preconizzato a chiare lettere la loro riscrittura. Lo spettro dell’Unione delle Elargizioni (“Transfer Union”), di cui profitterebbero gli “sperperatori intrappolati nel debito” del Sud Europa, continua a ossessionare le élite tedesche, dalla Banca centrale nazionale all’Unione industriali: una paura cavalcata per anni dalla nuova destra impersonata da Alternativa per la Germania (Afd), nata nel 2013 durante la crisi greca.

Si è anche molto parlato dell’asse fra Macron e Merkel. Ma Berlino in realtà fa da sé, sia nei rapporti con Mosca (di volta in volta freddi e caldi) sia in quelli con la Cina.

La Cancelliera non ha sprecato molte parole neppure quando Emmanuel Macron ha ricevuto da Joe Biden la formidabile sberla che è consistita nell’accordo Usa-Australia-Regno Unito per la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare, che ha affossato l’accordo franco-australiano con una mossa imperiale che smentisce ogni ipotesi sul declino Usa dopo il ritiro dall’Afghanistan. Troppo presto è stato scritto che lo schiaffo colpisce l’intera Unione, proprio mentre quest’ultima discute di comune difesa e perfino di autonomia strategica da Washington.

Non ci sarà mai accordo su simile autonomia, fino a quando Parigi non “europeizzerà” la propria atomica e fino a quando gli avamposti orientali dell’Unione (Polonia, Baltici) preferiranno la protezione militare statunitense garantita dalla Nato.

Berlino stessa, di fronte a una scelta radicale, non si farà trascinare in prove autentiche di indipendenza. Adenauer fu messo davanti a questa scelta da De Gaulle, alla fine degli anni Cinquanta, e rispose con un secco No.

Forse verrà il giorno in cui Berlino guiderà la trasformazione dell’Unione. Ma l’Eliseo dovrà cambiare rotta, e per smuoverlo non basterà di certo il pragmatismo tedesco.

© 2021 Editoriale Il Fatto S.p.A.

La guerra oscena dei soldi mischiati a valori e sangue

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 20 agosto 2021

Al pari di altri leader europei, Draghi ha speso poche parole sul ritiro di Washington e della Nato dall’Afghanistan. Si è limitato a dire che il rientro degli italiani e dei cooperanti afghani avverrà nel rispetto dei diritti umani, e che una cooperazione mondiale dovrà avere come sede il G20. Ha poi invitato a “riflettere sull’esperienza” passata, ma non ha azzardato alcun tipo di riflessione visto che “non è questa la cosa più importante”.

È la più importante, invece. Sapere perché la guerra d’invasione sia stata inutile oltre che nefasta, e come abbia potuto durare 20 anni, mietere tanti morti, non produrre alla fine altro che caos: rispondere a tali domande è cruciale, altrimenti non proveremo che smarrimento di fronte a un conflitto che finisce in modo così catastrofico: ben più catastrofico di quanto avvenne dopo la guerra di 9 anni condotta dall’Urss. Il governo pro-sovietico sopravvisse qualche anno dopo il ritiro del 1989; il governo di Ashraf Ghani protetto da Washington si è dato alla fuga immediatamente.

Quanto al G20, Draghi e molti suoi colleghi ignorano la necessità di trattare non solo con Russia, Cina e Turchia ma anche e soprattutto con i due Paesi che pesano maggiormente sulle sorti afghane e che tuttavia non sono nel Gruppo dei Venti: l’Iran che ha un lungo confine con l’Afghanistan (4 milioni di Hazara sciiti vivono nel timore), e il Pakistan che è il primo interlocutore-garante dei talebani. Senza di loro la guerra civile afghana è assicurata.

Nessun dirigente europeo ha mostrato di voler imparare dalla disfatta, e infatti la parola sconfitta è assente. Fa eccezione Angela Merkel, che ha ammesso errori ma non ha specificato quali, né quando e perché furono commessi: dunque le sue parole restano vacue. In Europa ci si preoccupa giustamente degli afghani traditi, che fuggiranno dal proprio paese. O del peso esercitato dai talebani sul narcotraffico (Roberto Saviano). O delle donne che potrebbero patire persecuzioni. Ma il vero dramma è occultato: la fine di un’Alleanza Atlantica creata per fronteggiare l’Urss ma che nel dopo Guerra fredda non ha saputo far altro che provocare o indirettamente favorire ulteriori guerre, tutte fallimentari: in Afghanistan, Siria, Iraq, Somalia, Libia, Sahel. L’appoggio sistematico agli integralisti più radicali: contro l’Urss in Afghanistan, contro Assad in Siria. L’incapacità di costruire un sistema di sicurezza internazionale che oltrepassi il multilateralismo – la forma gentile dell’atlantismo – e diventi infine multipolare, composto di potenze non omologabili alle idee di civiltà di volta in volta dominanti in occidente.

I difensori dei diritti delle donne conducono giuste battaglie ma non sempre in buona fede. Non solo perché la politica dei talebani è ancora incerta, ma perché i diritti sono stati in questo ventennio una conquista nelle grandi città, non nei villaggi. Perché sono migliaia le donne e i bambini morti sotto le bombe Usa. Perché l’Afghanistan, come del resto l’Iraq, non ha mai sopportato le aggressioni, anche liberatrici, dei forestieri. E chissà, forse i talebani, o una parte di essi, hanno imparato dalle ultime guerre più cose di noi. Forse daranno vita a governi più inclusivi delle varie etnie, e a forme di pacificazione con i Paesi limitrofi che scongiurino devastanti guerre civili.

La confusione delle nostre menti è rafforzata da ventennali menzogne. Ed è una confusione che persiste perché buona parte delle sinistre e dei commentatori sono figli più o meno consapevoli del pensiero neo-conservatore, del suo falso umanitarismo, delle teorie sullo scontro fatale tra culture. Tessono le lodi di Gino Strada, ma in cuor loro sperano che alle guerre infinite facciano seguito guerre civili altrettanto infinite, che diano diritti alle donne bombardandole.

Riflettere sull’esperienza passata vuol dire fare il punto sulle origini di una guerra che apparentemente fu una risposta all’attentato dell’11 settembre 2001. Fu la prima finzione, subito seguita dalle menzogne sulle armi di distruzione di massa detenute da Saddam in Iraq. Gli attentatori dell’11 settembre trovarono rifugio in Afghanistan ma erano legati all’Arabia Saudita, alleata di Washington.

Un’altra bugia riguarda il denaro “speso in Afghanistan”: oltre 3000 miliardi di dollari. Non sono stati spesi “in Afghanistan”. Hanno arricchito rappresentanti dei governi fantoccio, e in primo luogo le industrie delle armi in Usa ed Europa. Andrew Cockburn spiega bene come il complesso militare-industriale esca non perdente ma vincente dal conflitto, avendo accumulato profitti enormi dalla vendita di armi spesso inutilizzabili («The Spectator», agosto 2021). Il caso più spettacolare: la vendita degli aerei da trasporto italiani G-222, comprati dagli Usa per questa guerra (500 milioni di dollari). John Sopko, l’Ispettore Generale per la Ricostruzione Afghana nominato nel 2012 dal Congresso Usa ha rivelato: “I G-222 erano aerei del tutto inadeguati, inadatti alle altitudini e al clima”. I loro relitti giacciono oggi nei pressi dell’aeroporto di Kabul. La sentenza di Sopko: “La ricostruzione afghana è un villaggio Potemkin”. Una finzione.

Biden ha mantenuto la promessa del ritiro, anche se la gestisce male, ma quel che dice sulla colpa del governo e dell’esercito di Kabul è in minima parte verosimile (“Le truppe americane non dovrebbero combattere e morire in una guerra che le forze afghane non sono disposte a combattere per conto proprio”). Se gli afghani non erano “disposti” è colpa di quattro amministrazioni Usa che li hanno male attrezzati e infine abbandonati.

Dopo aver fatto il guaio, i belligeranti temono ora i suoi effetti inevitabili: l’arrivo dei profughi. Macron chiede di “irrobustire” i confini contro i “flussi migratori irregolari”, come se i profughi avessero il tempo di verificare la “regolarità” della loro fuga. La speranza è di mantenere, come se nulla fosse, gli accordi sui respingimenti negoziati fra Ue e Kabul nell’ottobre 2016 (Joint Way Forward on migration issues).

La parola d’ordine è dunque: guardare avanti, non attardarsi in autocritiche. Non imparare dagli errori, ma commetterne di nuovi preservando strutture fallimentari come la Nato, proteggendo le lobby militari che mischiano oscenamente “valori” e guerre, tuonando contro la Cina che minaccia Taiwan. Il vuoto di riflessioni non promette niente di buono. La spedizione in Afghanistan finisce ma già gli apparati militari-industriali d’occidente si preparano a future guerre, dirette o per procura.

© 2021 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Russia e Cina, i nemici ritrovati

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 giugno 2021

Quando illustrò in Parlamento il suo programma di governo, a febbraio, Mario Draghi non disse nulla su politica estera e difesa, ma si limitò a proclamarsi “convintamente europeista e atlantista”. Era un po’ di tempo che i due aggettivi non s’accoppiavano con tanta disinvoltura, e d’un tratto ecco che l’equivalenza veniva ribadita quasi fosse legge di natura.

Essere europei significa automaticamente essere più attivi nella Nato, e viceversa. Nessun bisogno di spiegare il perché di quest’apodittica certezza. Basta dire che Trump è finito e che Biden ha iniziato la felice retromarcia.

In realtà Biden non ha cambiato marcia nei rapporti con Putin, ma incontrando quest’ultimo a Ginevra ha solo evitato il surriscaldamento delle tensioni. Nei giorni precedenti in Cornovaglia i governi Nato avevano in effetti chiarito quel che nel discorso di Draghi restava velato: la guerra fredda ricomincia, e la Nato ha di nuovo i nemici che le servono per vivere e operare. Ne ha addirittura due: Cina e Russia. Ambedue sono dichiarati “minacce per la sicurezza dell’Occidente”. Ambedue svolgono il ruolo, prezioso per le industrie militari-industriali, di “nemici esistenziali” o “sistemici”.

L’euforia è di rigore, non solo nei governi ma anche – in Italia – nei giornali che applaudono l’armonia atlantica ritrovata (eufemismo per egemonia statunitense). Rilanciare la Nato vuol dire riaccendere gli animi, giustificare guerre che hanno ucciso civili, non imparare alcunché dai fallimenti in Afghanistan, Iraq, Somalia, Siria, Libia, e per quanto riguarda Parigi nel Sahel e nel Sahara. All’inizio di giugno l’operazione francese Barkhane, cui si erano associati nel 2018 alcuni Paesi Ue, è stata sospesa.

Restano da indagare gli impegni di riarmo assunti nell’epoca Conte, ma di certo il successore ha impresso una svolta nella politica estera italiana. Si moltiplicano le critiche di Palazzo Chigi alla strategia cinese dei governi Conte: nel mirino l’adesione alla Via della Seta, invisa negli ambienti Nato. I tecnici più fedeli a Draghi incitano a un indurimento dei rapporti con Mosca, anche quando non hanno alcuna esperienza diplomatica (è il caso del banchiere Franco Bernabè, intervistato a Otto e Mezzo). Completano l’opera la promessa di ulteriori aiuti alle guardie costiere libiche, e l’appoggio incondizionato a quella che Biden chiama la “sacra obbligazione” dell’Alleanza atlantica (alleanza che “consente agli Stati Uniti di avere un posto a tavola anche quando si tratta di affari europei”, scrive opportunamente Sergio Romano sul «Corriere»).

Per la verità è da tempo che i governi dell’Unione europea partecipano alla resurrezione dell’Alleanza, del tutto anomala se si considera che la Nato nacque per contenere l’Urss e che quest’ultima s’è dissolta nel 1991 assieme al Patto di Varsavia. Nei Trattati è scritto che l’Ue “promuove la pace” (articolo 3), ma il rappresentante della sua politica estera Josep Borrell ha detto nel 2020 che “per silenziare i fucili abbiamo sfortunatamente bisogno di fucili […] La sicurezza dei nostri amici africani è la nostra sicurezza”.

Biden ha riscoperto la centralità strategico-militare dell’Europa e quel che le chiede è chiaro: resistenza all’espansione commerciale o militare di Cina e Russia; allineamento incondizionato a future iniziative statunitensi di regime change a Est dell’Unione (Ucraina, Bielorussia, Georgia); partecipazione a missioni antiterrorismo dopo il ritiro dall’Afghanistan. Draghi sembra deciso ad assecondare la nuova guerra fredda, dopo aver appeso nel vuoto i suoi due “pilastri”: europeismo e atlantismo.

Lo strumento cui l’Ue ricorrerà per contribuire a queste strategie di allineamento si chiama European Peace Facility (EPF), adottato il 22 marzo dal Consiglio europeo. L’investimento iniziale ammonta a 5 miliardi di euro. Si tratta, scrive Michael Peel sul «Financial Times», dell’“espansione più significativa sin qui operata negli sforzi europei di proiettare hard power e influenzare i conflitti alle frontiere dell’Est e in Africa”.

I giornali e i notiziari tv non possiedono neanche un grammo di memoria e di prudenza politica, dunque esultano davanti alla doppia resurrezione: quella della Nato, data per “cerebralmente morta” da Macron nel 2019, e quella dei nemici “sistemici” di cui la Nato ha bisogno per continuare a esistere, cioè Russia e Cina. Per adattarsi a quest’ennesima restaurazione il Movimento 5 Stelle che in passato aveva criticato la Nato si ravvede, e quasi quotidianamente si proclama europeista e atlantista.

Eppure non era sempre questo il clima, quando finì la prima guerra fredda. Nel 1998, 10 senatori Democratici e 9 Repubblicani americani si opposero ai primi allargamenti della Nato a est dell’Europa. Washington e Berlino avevano promesso a Gorbaciov di non estendere l’Alleanza, in cambio della pacifica riunificazione tedesca, ma i patti furono presto violati. Fu la prima goccia di veleno iniettata nei nostri rapporti con il Cremlino. Un veleno che oggi non serve ad altro che a rafforzare l’alleanza Mosca-Pechino.

Russia e Cina sono osteggiate per diversi motivi: la Cina è la seconda potenza economico-finanziaria del pianeta, la Russia ha perfezionato i propri armamenti dopo l’espulsione dal G-8 e l’interventismo occidentale ai propri confini, in Georgia e Ucraina. A ciò si aggiunga la selettiva offensiva Nato sui diritti umani (la persecuzione dei musulmani Uiguri in Cina è un crimine, ma non lo è quella dei musulmani nel Kashmir indiano). Russia e Cina sono inoltre accusate di interferire nei processi democratici – elezioni Usa, Brexit – come se la vittoria di Trump e dei Brexiteers fosse colpa di hacker russi e cinesi e non frutto inevitabile del declino delle democrazie e di precisi fallimenti dell’Ue.

I nemici esistenziali servono a molte cose, anche se promettono più insicurezza per tutti. Tra il 1989 e il 1990, Georgij Arbatov, consigliere diplomatico di molti governi sovietici, ci minacciò: “Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Aveva visto giusto. Il complesso militare-industriale in Europa e Stati Uniti boccheggiò, disperò. Alcuni governi – tra cui il Conte-2 – trovarono il coraggio di smettere l’invio di armi all’Arabia Saudita, per frenare la guerra in Yemen. Ma la parentesi di “morte cerebrale” non era tollerabile per la Nato e per Washington. I popoli ovviamente non vengono consultati, visto che i cosiddetti populisti sono per ora neutralizzati, almeno in Italia.

© 2021 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Così Bruxelles ha fatto un regalo alle forze illiberali

Intervista di Stefano Galieni, «LEFT»,  4 ottobre 2019

La risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (2019/2819(RSP) è un attacco alla storia e alla memoria imposto al Parlamento dai polacchi del PiS e da Orban. «Vogliono far scoppiare una nuova guerra fredda ed equiparare l’Unione e la Nato», dice l’ex deputata europea Barbara Spinelli

Al di là del giudizio sul testo, che denota scarse conoscenze storiche, è possibile in nome degli equilibri europei rimuovere la memoria che definiva una comune identità?

«Preferisco parlare di ignoranza “militante” più che di scarsa conoscenza. Un Parlamento che fa risalire la seconda guerra mondiale al patto Ribbentrop-Stalin e omette eventi ben più determinanti come il Trattato di Versailles e l’umiliazione della Germania dopo il ‘14-‘18, la guerra di Spagna, le guerre italiane in Libia ed Etiopia, il Patto di Monaco, si scredita definitivamente e smentisce tutti coloro che dopo le elezioni di maggio avevano celebrato la sconfitta delle forze illiberali. La risoluzione sulla memoria è stata imposta dal governo polacco del PiS e dal Fidesz ungherese di Orbán: la storia europea viene strumentalizzata a fini geopolitici per riaccendere la seconda guerra fredda ed equiparare l’Unione e la Nato. Quel che colpisce è la rozzezza del testo, oltre che le menzogne e omissioni. Nella scorsa legislatura mi sono occupata della legge sull’olocausto in Polonia, che penalizza tutti gli storici polacchi che indagano sull’antisemitismo nazionale (dal massacro a Yedwabne del 1941 al pogrom a Kielce nel dopoguerra). La Polonia deve apparire come nazione assolutamente innocente. Una falsificazione che permea l’intera risoluzione.

Personalmente considero grave l’assenza di un dibattito a sinistra sui crimini perpetrati dai regimi comunisti, e sul fatto che l’89 è stato per quei popoli un’autentica liberazione. Ma liberazione per andare dove? Lo “sviluppo socioeonomico” post-89 vantato dalla risoluzione ha creato quasi ovunque lacerazioni e risentimenti, che spiegano l’ascesa delle destre estreme nell’ex Germania comunista, o in Polonia e Ungheria».

Il testo richiama ad un uso strumentale della Storia a fini geopolitici. A tuo avviso quale Europa si intende così disegnare? 

«Un’Europa che tace sul contributo della Russia comunista alla liberazione dal nazifascismo (25 milioni di morti) oltre che alla liberazione di Auschwitz. Che deliberatamente ignora il contributo dei comunisti all’antifascismo e alla ricostruzione democratica in Europa occidentale. Che umilia la Russia invece di avviare con essa un rapporto serio, indipendente dalla Nato. Che viola la promessa di non espandere la Nato a Est, fatta a Gorbačëv nel 1990. La guerra fredda con la Russia che si vuole riesumare non è nel nostro interesse, se vogliamo imparare qualcosa dalla storia.

È giusto collegare la risoluzione ad un fatto come la designazione di un Commissario per la “tutela dello stile di vita europeo” che si occuperà di immigrazione? Si tratta di un ripiegamento su se stessa dell’UE?

«È un’offensiva contro le lezioni della storia, più grave di un ripiegamento. Diciamo “mai più Lager”, e ignorando quel che l’Onu ci dice dal dicembre 2016 consegniamo ai Lager libici o sudanesi i migranti in fuga. Che differenza rispetto agli anni ‘30, quando la Lega delle Nazioni condannò l’Italia per l’invasione dell’Etiopia, rimanendo inascoltata?

La tutela dello “stile di vita europeo” mette sullo stesso piano migranti e terroristi. Rimanda agli slogan neo-con, alle guerre anti-terrorismo, alle radici cristiane d’Europa. Difficile non fare un legame fra la risoluzione del Parlamento europeo e le parole dette dal Presidente polacco Duda nel dicembre 2017: “Lo spirito nazionale può essere facilmente avvelenato da false ideologie: comunismo, nazismo, cosmopolitismo, negazione nichilista dei sistemi di valore cristiani”. Come un ubriaco, il Parlamento pretende di stare dalla parte “buona” della Storia accodandosi».

Verbatim della risoluzione

Votazione per appello nominale

I pericoli di una difesa dipendente dalla NATO

di martedì, luglio 12, 2016 0 , , , , Permalink

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 11 luglio 2016.

Punto in agenda:

Unione europea della difesa (Relatore per parere David McAllister – PPE, Germania)

  • Esame del progetto di parere
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Ringrazio il relatore per la presentazione di questo Parere. Avrei giusto due domande da porre.

La prima riguarda la cooperazione con la NATO. Mi domando se, specie nei rapporti con la Russia, non sia necessario stabilire una certa autonomia europea dalla NATO e dagli Stati Uniti, e dalle politiche di forte riarmo da essi promosse lungo il confine orientale dell’Unione. Sono cosciente del fatto che si tratta di un’opinione non condivisa dalla maggioranza degli europarlamentari, ma sicuramente è un’esigenza sentita da un certo numero di Stati Membri.

La seconda domanda concerne, più in generale, le prospettive della difesa comune. Si parla della possibilità di una “cooperazione rafforzata” tra gli Stati che la vogliono, ma ritengo difficile immaginare una difesa comune – anche in termini di cooperazione rafforzata – che non contempli la Francia, destinata a rimanere ormai l’unica potenza nucleare dell’Unione europea nel caso la Brexit andasse in porto. Il Presidente Hollande, nel corso del vertice NATO di Varsavia dei giorni scorsi, ha dichiarato in modo chiarissimo che il governo francese resta nettamente contrario a una difesa comune europea e favorevole, invece, alla preservazione di politiche nazionali, nel campo della difesa, molto ben definite. Chiedo se tali dichiarazioni troveranno un riscontro nel Parere in esame.

Occorre ricostituire il G8 e ridiscutere le politiche di Washington

di mercoledì, maggio 25, 2016 0 , , , Permalink

Bruxelles 25 maggio 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della discussione in sessione plenaria sulla preparazione del vertice del G7. Presenti in aula Frans Timmermans, Vice Presidente della Commissione europea, e Bert Koenders, ministro degli esteri dei Paesi Bassi.

Vorrei concentrarmi sulla ricostituzione del G8, e sulla riapertura – economica, politica – alla Russia. Ritengo urgente rivedere i rapporti con gli Stati Uniti, alla vigilia del referendum inglese e delle presidenziali Usa. Meglio prepararsi prima, che dopo. Meglio prevedere le nostre disgregazioni sia col Brexit, sia col non-Brexit.

Quanto a Mosca, mi chiedo se l’Europa abbia interesse a una presenza militare quadruplicata di Usa e Nato, lungo i nostri confini dell’Est, che estranierà più che mai la Russia.

Washington s’allontanerà dall’Europa, con Trump. O l’userà – se vince Hillary Clinton – come passivo strumento di politiche fallite in Medio Oriente, Siria, Libia, Afghanistan. Prepararsi vuol dire ridiscutere tali politiche, averne una propria. Da quelle politiche sono nati l’Isis, le guerre, e quella che chiamiamo questione rifugiati quando è nostra questione e nostra débacle.

Withdraw parliamentarians from blacklists, normalise political relations with Russia

COMUNICATO STAMPA GUE/NGL

Brussels, 26 October 2015

Following the visit of a delegation of five GUE/NGL MEPs to Moscow last week, GUE/NGL is calling for all European and Russian parliamentarians to be removed from the blacklists that were established on both sides earlier this year, and for direct dialogue to be resumed between the EU and Russia.

In Moscow, the GUE/NGL delegation met with representatives of the State Duma, the Federation Council, the Eurasian Economic Commission, the Federation of Independent Trade Unions and civil society activists.

GUE/NGL President, Gabi Zimmer, stated: “For several months now, the official contact between the European Parliament, the State Duma and the Russian Federation Council have been frozen. In view of the dramatic developments in many regions of the world which can only be solved through coordinated policies of the global community, we as the left group in the European Parliament took initiative to contribute to restoring dialogue between the EU and Russia.”

“Parliaments should play a key role in this situation of tense relations between the EU and Moscow. The delegations of the European Parliament and the State Duma must urgently resume their direct dialogue. Therefore, as a first step, we call for the immediate withdrawal of all parliamentarians from the blacklists of the EU and the Russian Federation,” Ms Zimmer continued.

GUE/NGL Vice-President, Neoklis Sylikiotis, commented: “The sanctions that were imposed on Russia by the EU have negative consequences on the people. It is highly important to find a peaceful solution and the parliaments have a very important role to play in this situation. Unfortunately, the sanctions that were imposed on the members of the State Duma exclude any possibility of resuming the direct dialogue with the EU. Therefore, we urge the EU to withdraw the parliamentarians from the blacklist and normalise political relations with Russia.

Italian MEP, Barbara Spinelli, also commented: “The situation we witnessed in Moscow is cause for profound concern. Each initiative of the Russian government – the reaction to NATO expansion at the EU’s Eastern borders in the Ukraine, the Eurasian Economic Community, the Russian military intervention in Syria – is interpreted in Europe as a provocation or a disturbing factor, and this misconception contributes to deep resentment among the Russian elite.”

Ms Spinelli continued: “The Cold War is back, but without the codes of conduct and the deconflicting elements which distinguished it. Instead of a sober evaluation of Russia’s interests, EU member states tend to passively fall in line with the US administration. The post-war ‘roll-back’ doctrine is being revived, rather than Cold War or containment policies. This is perhaps in the interest of the US administration, whose aim is either the preservation of the unipolar world disorder established after the end of the Cold War or improvised bilateral arrangements with Moscow behind Europe’s back. In any case, it’s not in the interest of the European Union”.

Vice–Chair of the EU-Russia Delegation and GUE/NGL MEP, Jiří Maštálka, added: “Apart from high-level political diplomacy we have to support and reinforce popular diplomacy. For example, in the field of culture and science in which there is a long tradition of mutually beneficial relations between the EU and Russia. These include the cooperation with RUDEN (People’s Friendship University of Russia), the student exchange programme with the Volgograd State University, the Erasmus Plus programme, and the common activities of the sister cities of Volgograd, Russia and Ostrava, Czech Republic. Students, young artists and talented scientists must not be taken as hostages of the difficult current political situation”.

German MEP, Helmut Scholz, also participated in the mission to Moscow.

Gli strabismi sulla guerra in Ucraina

Lettera al direttore de «La Stampa», 15 settembre 2014

Caro direttore,

fin dal marzo scorso, Helmut Schmidt mise in guardia i governi europei e Washington, su Ucraina e Russia: troppo grande era l’«agitazione» occidentale. Troppo pericoloso mimare la riedizione della guerra fredda con Putin, troppo vasta l’ignoranza della storia e di quel che essa dovrebbe insegnare. Ci insegna che si entrò così nella Prima guerra mondiale: barcollando come ubriachi che non vogliono quel che fanno, ma lo fanno lo stesso. E si precipitò nella catastrofe anche quando le guerre furono volute, pianificate: quando Napoleone invase la Russia nel 1811-12, quando Hitler ripeté la spedizione nel 1941.

La terza guerra mondiale che oggi stiamo rischiando nasce dagli stessi vizi: incompetenza, forme di ignoranza militante, scarsa prudenza, infine sterile agitazione. Lo stato di concitazione cui allude l’ex Cancelliere ha come principale conseguenza la disinformazione su quel che veramente accade sul terreno, e responsabili sono quindi non solo i governi ma, forse in prima linea, la stampa. Mancano autentici reportage sull’Est ucraino (sul Donbass essenzialmente, regione industrial-mineraria a prevalenza russofona; sul pogrom antirusso a Odessa del 2 maggio; sull’aereo abbattuto della Malaysia Airlines); come mancano sul governo di Kiev e come è nato: non da moti di piazza filoeuropei (il famoso Euromaidan fu presto catturato da nazionalisti russofobi). Lo sguardo di giornali e governi è affetto da grave strabismo, mettendosi di fatto al servizio di chi vuole disseppellire la guerra fredda. «Fuck the EU!», disse a febbraio il vice segretario di Stato Victoria Nuland, e i dirigenti europei hanno eseguito, accettando di negoziare il futuro di Kiev con Mosca e anche con Washington, che con l’Ucraina ha poco a che vedere. C’è un tono, nella stampa mainstream, che ricorda l’euforica depravazione semplificatrice che Karl Kraus mette in bocca ai giornalisti, descrivendo la Prima guerra mondiale negli Ultimi giorni dell’umanità.

Continua a leggere

Ucraina: la verità vittima della guerra.
L’Europa ha qualcosa da dire?

di giovedì, maggio 8, 2014 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, Eleonora Forenza, Fabio Amato, Guido Viale

Come in tutte le guerre, la verità e l’informazione sono vittime designate. Il caso ucraino non fa eccezione. Si omette deliberatamente di dare notizia sull’uso di paramilitari nazisti al servizio del governo di Kiev, così come dei tragici eventi accaduti ad Odessa (46 persone disarmate uccise in un vero e proprio pogrom antirusso, imputabile alle milizie filogovernative di Pravyi Sektor, Settore di Destra). Criminale è l’aver fomentato, soprattutto da parte degli USA, una guerra civile e aver sdoganato in Europa forze naziste, che speravamo di aver cancellato definitivamente dal futuro dell’Europa.

Continua a leggere