La Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni vota a favore del rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo

Il 16 marzo, la Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) del Parlamento Europeo riunita a Bruxelles ha adottato la relazione d’iniziativa sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione. La risoluzione sarà ridiscussa e votata dal Parlamento Europeo durante la seduta plenaria di aprile.

Co-relatrici: Cécile Kyenge (Partito Socialista) e Roberta Metsola (Partito Popolare Europeo)

Relatore ombra per il gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli

 Dopo il voto, Barbara Spinelli ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Oggi la Commissione LIBE ha adottato la relazione sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione.

Il rapporto presenta notevoli punti positivi, soprattutto per quanto riguarda la necessità di riconoscere vie legali e sicure di accesso al territorio dell’Unione e la creazione di un sistema europeo di ricerca e salvataggio in mare.

Deploro, ciononostante, il processo decisionale che ha portato al voto di questo rapporto. Il rapporto è stato assegnato più di un anno fa a due relatrici – Cécile Kyenge (Partito Socialista) e Roberta Metsola (Partito Popolare Europeo) – e tale procedura, che affida la guida dei rapporti parlamentari ai due maggiori gruppi del Parlamento, non è mai di buon auspicio. L’esperienza insegna che, poiché i due gruppi politici formano da soli una maggioranza solida in Parlamento, l’opinione degli altri gruppi è messa in disparte e il pluralismo viene aggirato. Nel caso in specie e per volontà congiunta dei Socialisti e dei Popolari, i nostri 168 emendamenti, scritti con l’appoggio di numerosi accademici, associazioni della società civile e ONG, non sono stati sottoposti al voto. È il motivo per cui solo alcuni di essi sono stati incorporati negli emendamenti di compromesso votati oggi. Quel che deploro, è che l’insieme delle nostre controproposte non abbia trovato spazio né visibilità nei testi di compromesso.

Se alla fine una parte dei nostri emendamenti è stata inclusa, dopo difficili e lunghi negoziati, lo si deve alla tenacia con cui il Gue, i Verdi, l’Alde, i Cinque Stelle si sono battuti per incorporare alcuni punti importanti negli emendamenti di compromesso come:

– la necessità di prevedere misure di accoglienza, sostegno e opportunità di integrazione a migranti, richiedenti asilo e rifugiati;

– l’esortazione agli Stati membri a introdurre specifiche procedure per la determinazione dell’apolidia e a condividere pratiche di eccellenza (best practices);

– il richiamo al fatto che sia il diritto internazionale sia la Carta dei diritti fondamentali dell’UE impongono agli Stati membri di esaminare opzioni alternative alla detenzione;

– la critica forte del sistema di Dublino, e la richiesta, fatta alla Commissione e agli Stati membri, di superarne le rigidità e di diminuire il peso che grava sugli Stati di prima accoglienza (essenzialmente Grecia e Italia);

– la menzione delle cause profonde della fuga dei migranti: guerre, povertà, corruzione, fame, pulizie etniche, disastri naturali e cambiamento climatico;

Il rapporto presenta tuttavia alcune debolezze a mio parere gravi. Sono passate malgrado il voto negativo del mio gruppo paragrafi a favore del piano d’azione comune UE-Turchia, da me radicalmente criticato; disposizioni a favore di rimpatri e accordi di riammissione con Stati Terzi (processo di Khartoum); e una serie di capitoli sul rafforzamento dei controlli delle frontiere esterne di Schengen (criticabile è il nesso stretto stabilito con le frontiere interne), sulla proposta di una lista europea di Stati di origine sicuri e sulla creazione di una Guardia Costiera europea.

Le sezioni riguardanti il ricongiungimento familiare potevano e avrebbero dovuto essere ulteriormente rafforzate, favorendo il ricongiungimento di membri di famiglie allargate ed eliminando le restrizioni (burocratiche, pecuniarie) che intralciano il ricongiungimento intra e extra-europeo di moltissime famiglie. Infine, ed è una mancanza a mio parere cruciale, il rapporto non riconosce il ruolo svolto dagli interventi militari occidentali nella grave destabilizzazione degli Stati di origine o di transito di tanti rifugiati che arrivano in Europa.

Altra nostra domanda che non è stata accolta: la definizione di uno statuto giuridico – tuttora assente nel diritto internazionale – per i rifugiati ambientali.

Esaminando i punti positivi e quelli negativi del testo, ho tuttavia consigliato ai miei colleghi, nel mio ruolo di relatore ombra per il gruppo GUE/NGL,  di dare all’insieme del rapporto un voto positivo, pur raccomandando il voto negativo su una ventina di paragrafi di compromesso».

Allegati:

Gli emendamenti presentati da Barbara Spinelli al rapporto (file .pdf)

La bozza del rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo (file .doc)

Enhancing the democratic dimension of the European elections and reinforcing Union Citizenship

di mercoledì, marzo 16, 2016 0 No tags Permalink

Bruxelles, 15 marzo 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso dell’Audizione pubblica organizzata congiuntamente dalla Commissione europea (DG Giustizia e Consumatori) e dal Parlamento europeo (Commissioni Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), Petizioni (PETI), Affari Costituzionali (AFCO), Giuridica(JURI)) “Union Citizenship in Practice – Our common values, rights and democratic participation”. 

Part II: Fostering democratic participation and Union citizenship

Panel 3: Enhancing the democratic dimension of the European elections and reinforcing Union Citizenship

Moderatore:

  • Danuta Hübner, Presidente della Commissione Affari Costituzionali

Oratori:

  • Jo Leinen, MEP (S&D – Germania)
  • Ramon Jauregui Atondo, MEP (S&D – Spagna)
  • Gyorgy Schöpflin, MEP (PPE – Ungheria)
  • Paul Nemitz, Direttore della Direzione per i Diritti Fondamentali e la Cittadinanza dell’Unione, DG Giustizia e Consumatori, Commissione europea
  • Andrew Duff , Visiting Fellow, European Policy Centre
  • Yves Bertoncini, Direttore del Jacques Delors Institute
  • Carmen Preising, Capo Unità, Programma di lavoro e consultazione delle parti interessate, Segretariato Generale, Commissione europea
  • Ida Birkvad Sorensen, Membro del Consiglio, European Youth Forum
  • Adrijana Kos, autrice di petizione al Parlamento europeo

Vorrei riagganciarmi al tema della crisi della democrazia di cui si è parlato nel corso di questo panel. A mio avviso, vale la pena riflettere sul significato che possiamo trarre dall’avanzata, in questo momento, di movimenti critici dell’Europa, compresi i movimenti caratterizzati da un forte nazionalismo, spesso molto xenofobi. Questi movimenti ci dicono innanzitutto che la forma partito è superata, che si stanno formando nuove forme di partecipazione. Ci dicono, inoltre, che la loro presenza riduce notevolmente l’astensionismo – come si è visto in Germania nell’elezione dei Länder dello scorso weekend – e che siamo di fronte a una ripoliticizzazione della società. Si tratta di un fenomeno molto interessante.

Non sono d’accordo con l’idea, espressa dal Dott. Bertoncini, che l’astensionismo alle elezioni europee non sia un problema di cui ci si debba preoccupare. Kratos e partecipazione elettorale alta non devono finire col rappresentare due concetti ineluttabilmente e forse provvidenzialmente separati: altrimenti avremmo solo il kratos e non il dèmos. E sappiamo che è proprio lì dove c’è solo kratos che emerge la crisi della democrazia.

La conseguenza che traggo da tutto ciò è che forme transnazionali di partecipazione, come quelle proposte dal Dott. Duff, sono importanti. È soprattutto importante stabilire quali possano essere i grandi temi su cui modellare una formazione politica transnazionale. Non credo sia sufficiente dare più sovvenzioni pubbliche ai partiti esistenti o limitarsi a candidare qualche rappresentante transnazionale in liste nazionali; la crisi è troppo profonda per essere risolta con marginali espedienti tecnici.

 

E-Democracy in the European Union: potential and challenges

di martedì, marzo 15, 2016 0 No tags Permalink

Bruxelles, 14 marzo 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso dell’Audizione pubblica organizzata dalla Commissione Affari Costituzionali (AFCO) su “E-Democracy in the European Union: potential and challenges”. 

Presentazione dell’Audizione:

  • Danuta Hübner, Presidente della Commissione Affari Costituzionali

Oratori:

  • Roberto Viola, Direttore Generale, DG CNECT, Commissione europea
  • Ramón Jáuregui Atondo (S&D – Spagna), Relatore per il Parlamento europeo della Relazione su “e-Democracy in the European Union: potential and challenges”
  • Rafał Trzaskowski, Ex Ministro polacco per l’Amministrazione e la Digitalizzazione, Ex parlamentare europeo
  • Elena García Guitián, Professoressa di scienze politiche e amministrazione all’Università autonoma di Madrid
  • Stefano Rodotà, Professore Emerito di Diritto all’Univerità di Roma “La Sapienza” ed Ex Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (Assente)
  • Alexander Trechsel, Professore di scienze politiche e Presidente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’European University Institute (Presentazione dello studio provvisorio “Potential and challenges of e-Voting in the European Union”)
  • Elisa Lironi, Coordinatrice Digital Democracy, European Citizen Action Service (ECAS) (Presentazione dello studio provvisorio “Potential and challenges of e-Participation in the European Union”)
  • Jo Shaw, Senior Expert di Milieu Limited (Presentazione dello studio provvisorio “The legal and political context for setting up a European Identity Document”)

Nel corso dell’Audizione Barbara Spinelli ha letto un estratto della presentazione inviata dal Prof. Stefano Rodotà, non presente all’incontro. 

Vorrei porre una domanda partendo dalle considerazioni avanzate dal Prof. Rodotà. Se l’analisi sull’e-Democracy si attesta solamente sul “punto terminale del processo democratico”, cioè sul momento decisionale (voto o referendum che sia), si rischia di non scorgerne tutte le potenzialità e di avallare – di fatto – gli attuali squilibri di potere.

Taluni dei presenti in sala hanno messo in evidenza il potenziale rischio di “cattura” dei rappresentanti da parte dei rappresentati alla luce di un dialogo più diretto tra elettori ed eletti, soprattutto da parte di gruppi più attivi sui nuovi strumenti di comunicazione. Personalmente non vedo in questo un particolare pericolo; non ho nulla in contrario a essere un po’ “catturata” da parte dei rappresentati, alla luce della crisi della rappresentanza che caratterizza le democrazie odierne. È una scossa di cui queste ultime hanno oggi bisogno.

Piuttosto, il rischio reale è quello di circoscrivere l’esame della e-Democracy al solo anello finale della catena decisionale, rendendola di fatto meno trasformativa di quanto vorremmo.  Se i cittadini vengono semplicemente chiamati ad avvallare, attraverso un voto in rete, quesiti o proposte provenienti dall’alto, nulla cambia rispetto alla situazione precedente. Si tratta sempre e comunque di una forma di democrazia top-down in cui il “nuovo formato” e-Democracy non fa altro che perpetuare e rafforzare una governance di tipo oligarchico.

Sono questi i dubbi sui quali mi piacerebbe avere un parere non solo dagli oratori ma anche da parte dei rappresentanti, presenti in questa Commissione, di un gruppo che lavora in maniera costante con queste nuove tecnologie, ovvero il Movimento 5 Stelle.

Risoluzione Comune sull’Egitto, in particolare il caso di Giulio Regeni

di venerdì, marzo 11, 2016 0 , , Permalink

COMUNICATO STAMPA

La maggioranza dei parlamentari europei chiede verità e giustizia su Giulio Regeni

Il 10 marzo il Parlamento europeo riunito a Strasburgo in seduta plenaria ha votato a grande maggioranza (588 a favore, 10 contrari, 59 astenuti) la “Risoluzione Comune sull’Egitto, in particolare il caso di Giulio Regeni” (2016/2608(RSP)).

Relatori per la Risoluzione GUE/NGL: Barbara Spinelli – Eleonora Forenza

Dopo il voto, Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Oggi il Parlamento europeo ha votato a grande maggioranza una Risoluzione Comune sulla situazione in Egitto che fa seguito al brutale omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni. Si è trattato senza dubbio di un compromesso al ribasso, figlio dell’intransigente riluttanza di alcuni gruppi politici – nello specifico PPE ed ECR – a prendere in considerazione le tante criticità del regime, che pure avevamo rilevato nella Risoluzione del GUE/NGL di cui sono stata co-relatore.

PPE ed ECR hanno tentato di dare il primato alla cooperazione strategica con l’Egitto. Per questo si sono opposti a nostri specifici paragrafi che criticavano gli interventi militari in Libia favoriti dal Cairo, la politica migratoria e di asilo concordata tra Unione ed Egitto, il ruolo strategico assegnato all’Egitto nella lotta antiterrorismo contro l’ISIS, la sorte infine del cittadino irlandese Ibrahim Halawa, la cui condanna a morte è continuamente rinviata ma non revocata.

Tuttavia la tenacia di altri gruppi politici – GUE/NGL e Verdi in primis – ci ha permesso di preservare e sollevare alcuni punti importanti. La Risoluzione evidenzia il clima di intimidazione e violenza generalizzata che contraddistingue il Paese, le sparizioni forzate, l’impunità di cui gode in genere la violenza. Questo il contesto in cui è avvenuto l’assassinio di Regeni.

Al suo caso si aggiungono le minacce e intimidazioni nei confronti dei difensori dei diritti umani, tra cui la Commissione Egiziana per i Diritti e le Libertà, espressamente nominata grazie al GUE-NGL. Nei confronti di questi ultimi chiediamo un’azione concreta di protezione da parte dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e della Delegazione UE al Cairo, oltre che una definitiva cancellazione dei divieti di viaggio imposti ad alcuni di essi da parte del Governo egiziano. Come sottolineato nella Risoluzione, il diritto e la tutela dei diritti fondamentali devono rappresentare il fondamento delle relazioni tra l’UE e l’Egitto. Questo è esplicitamente sancito – prosegue la Risoluzione – nell’articolo 2 dell’Accordo di Associazione UE-Egitto e nella nuova Costituzione egiziana. Anche qui, su nostra iniziativa sono espressamente richiamati 3 articoli della Costituzione: 52 (proibizione della tortura), 73 (libertà di riunione) e 93 (carattere vincolante del diritto internazionale dei diritti umani).

Nonostante tutte le sue debolezze e la mancanza di una chiara condanna delle alleanze strategiche tra UE ed Egitto, soprattutto per quanto riguarda la Libia, e della condotta repressiva evidente verso Halawa e i seguaci del partito di Morsi, ho deciso di co-firmare e sostenere questa Risoluzione, soprattutto per il paragrafo in cui si chiede un’inchiesta congiunta “rapida, trasparente e imparziale” sulla tortura e l’omicidio di Giulio Regeni. Malgrado tutto ritengo che la risoluzione rappresenti un segnale rivolto alle autorità egiziane, nella speranza che la voce del Parlamento europeo possa costituire un  impulso verso la ricerca della verità. La famiglia di Giulio Regeni, cui vanno la mia amicizia e solidarietà, meritava questo tentativo da parte nostra».

Allegati:

1) Risoluzione comune

2) Proposta di Risoluzione GUE-NGL di Barbara Spinelli e Eleonora Forenza, confluita nella Risoluzione comune


Si veda anche

Omicidio Regeni: Pe chiede a Egitto di cooperare con Italia

A Erdogan date tutto, e cosa otterrete?

Strasburgo, 9 marzo 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola nella sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata alla Preparazione della riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016 ed esito del vertice UE-Turchia, intervenendo dopo le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione.

Punto in agenda:

Preparazione della riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016 ed esito del vertice UE-Turchia

  • In rappresentanza della Presidenza del Consiglio: Jeanine Hennis-Plasschaert, ministro della difesa olandese
  • In rappresentanza della Commissione europea: Valdis Dombrovskis, Vice-Presidente e Commissario per l’euro e il dialogo sociale

Intervento di Barbara Spinelli:

Vorrei ricordare alcune parole dette recentemente dal Presidente Tusk. Ai fuggiaschi ha detto, il 3 marzo: “Non venite in Europa! It’s all for nothing”. Come se avessero scelta quando scappano. E ieri ha detto: “Son finiti i giorni della migrazione irregolare in Europa!”.
È falso, e Tusk lo sa. Il 91 per cento degli arrivi in Grecia fugge da guerre, e voi li respingete tutti in Turchia chiamandoli migranti irregolari.
Siete accusati di illegalità e refoulement dall’Alto Commissariato Onu, dal Consiglio d’Europa, da Amnesty.
A Erdogan date tutto: il doppio del promesso, 6 miliardi; il silenzio sui massacri in Kurdistan e sull’attacco ai media; e anche una zona protetta in Siria, che Erdogan userà per colpire i curdi salvando al-Nusra.
E cosa otterrete? I fuggitivi prenderanno strade più letali, e a voi resterà il disonore. Io chiamo questo: appeasement.

Accogliere i rifugiati, o è barbarie

Noi, cittadini dei paesi membri dell’Unione europea, della zona Schengen, dei Balcani e del Mediterraneo, del Medioriente e di altre regioni del mondo che condividono le nostre preoccupazioni, lanciamo un appello d’emergenza ai nostri concittadini, ai governi, ai rappresentanti nei parlamenti nazionali e al Parlamento europeo, oltre che alla Corte europea dei diritti dell’uomo e all’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati:

Bisogna salvare e accogliere i rifugiati dal Medioriente
Da anni, i migranti del sud del Mediterraneo che fuggono dalla miseria, dalla guerra e dalla repressione annegano o si scontrano contro le barriere. Quando riescono ad attraversare, dopo essere stati vittime delle filiere di trafficanti, vengono respinti, messi in carcere o obbligati a vivere nella clandestinità da stati che li designano come dei «pericoli» e come dei «nemici». Tuttavia, coraggiosamente, si ostinano e si aiutano a vicenda per salvare le loro vite e ritrovate un avvenire.
Ma dopo che le guerre in Medioriente e soprattutto in Siria si sono trasformate in massacro di massa senza una prevedibile fine, la situazione ha cambiato dimensione. Popolazioni intere, prese in ostaggio tra i belligeranti, bombardate, affamate, terrorizzate, sono gettate in un esodo pericoloso che, a costo di migliaia di morti supplementari, precipita uomini, donne e bambini verso i paesi vicini e bussa alle porte dell’Europa.

Siamo di fronte a una grande catastrofe umanitaria. Ci mette di fronte a una responsabilità storica da cui non possiamo sfuggire.
L’incapacità dei governi di tutti i paesi a mettere fine alle cause dell’esodo (quando non contribuiscono ad aggravarlo) non li esonera dal dovere di soccorrere e di accogliere i rifugiati rispettando i loro diritti fondamentali, che con il diritto d’asilo sono inscritti nelle dichiarazioni e convenzioni che fondano il diritto internazionale.
A parte alcune eccezioni – l’iniziativa esemplare della Germania, non ancora sospesa a tutt’oggi, di aprire le porte ai rifugiati siriani; lo sforzo gigantesco della Grecia per salvare, accogliere e scortare migliaia di naufraghi che ogni giorno sbarcano sulle sue rive, mentre l’economia del paese è crollata in un’austerità devastatrice; la buona volontà dimostrata dal Portogallo per raccogliere una parte dei rifugiati che stazionano in Grecia – i governi europei si sono rifiutati di valutare con realismo la situazione, di spiegarla alle opinioni pubbliche e di organizzare la solidarietà superando gli egoismi nazionali. Al contrario, da est a ovest e da nord a sud, hanno respinto il piano minimo di ripartizione dei rifugiati elaborato dalla Commissione o hanno cercato di sabotarlo. Peggio ancora, hanno scelto la repressione, la stigmatizzazione, la violenza contro i rifugiati e i migranti in generale. La situazione della «giungla» di Calais, a cui adesso fa seguito lo smantellamento forzato, senza tener conto né dello spirito né della lettera di un sentenza giudiziaria, ne è l’illustrazione scandalosa, ma non è la sola.
All’opposto, sono i semplici cittadini d’Europa e d’altrove – pescatori e abitanti di Lampedusa e di Lesbos, militanti di associazioni di soccorso ai rifugiati e delle reti di sostegno ai migranti – che hanno salvato l’onore e mostrato la strada per una soluzione.
Ma si scontrano tuttavia con la mancanza di mezzi, l’ostilità a volte violenta dei poteri pubblici, e devono far fronte, come gli stessi rifugiati e migranti, alla rapida crescita di un fronte europeo della xenofobia, che va da organizzazione violente, apertamente razziste o neo-fasciste, fino a dei leader politici «rispettabili» e a governi sempre più preda dell’autoritarismo, del nazionalismo e della demagogia. Due Europe totalmente incompatibili si fanno così fronte, tra le quali bisogna ormai scegliere.

Questa tendenza xenofoba, ad un tempo micidiale per gli stranieri e rovinosa per l’avvenire del continente europeo come terra di libertà, deve immediatamente rovesciarsi.
Nel mondo ci sono 60 milioni di rifugiati, il Libano e la Giordania ne accolgono un milione ciascuno (rispettivamente il 20% e il 12% delle loro popolazioni), la Turchia 2 milioni (3%). Il milione di rifugiati arrivati nel 2015 in Europa (una delle più ricche regioni del mondo, malgrado la crisi) rappresenta solo lo 0,2% della popolazione! Non soltanto i paesi europei, presi nel loro insieme, hanno i mezzi per accogliere i rifugiati e trattarli in modo dignitoso, ma hanno il dovere di farlo per poter continuare a fare riferimento ai diritti dell’uomo come fondamento della loro costituzione politica. È anche nel loro interesse, se vogliono cominciare a ricreare, con tutti i paesi dello spazio mediterraneo che da millenni condividono la stessa storia e le stesse eredità culturali, le condizioni di una pacificazione e di una vera sicurezza collettiva. È questa la condizione per far indietreggiare al di là dell’orizzonte lo spettro di una nuova epoca di discriminazioni organizzate e di eliminazione di esseri umani «indesiderabili».
Nessuno può dire quando e in quali proporzioni i rifugiati rientreranno «a casa loro» e non si deve neppure sotto-stimare la difficoltà del problema da risolvere, le resistenze che suscita, gli ostacoli, persino i rischi, che comporta. Ma nessuno deve neppure ignorare la volontà di accoglienza delle popolazioni e la volontà di integrazione dei rifugiati. Nessuno ha il diritto di definire insolubile il problema, per meglio sfuggirvi.

Ampie misure d’emergenza vanno prese quindi immediatamente
Il dovere di assistenza ai rifugiati del Medioriente e dell’Africa nel quadro di una situazione d’emergenza deve venire proclamato e messo in atto dalle istanze dirigenti della Ue e declinato in tutti gli stati membri. Deve ricevere l’approvazione delle Nazioni unite e fare oggetto di una concertazione permanente con gli stati democratici di tutta la regione.
Forze civili e militari devono venire impegnate, non per fare una guerriglia marittima contro i passeurs, ma per portare soccorso ai migranti e fermare lo scandalo degli annegati. È solo in questo quadro che potrà essere possibile reprimere i traffici e condannare le complicità di cui godono. La proibizione dell’accesso legale è difatti all’origine delle pratiche mafiose, non il contrario.
Il fardello dei paesi di prima accoglienza, in particolare la Grecia, deve essere immediatamente alleggerito. Il loro contributo all’interesse comune deve venire riconosciuto. Il loro isolamento deve venire denunciato e ribaltato in solidarietà attiva.
La zona di libera circolazione di Schengen deve essere preservata, ma gli accordi di Dublino che prevedono il rinvio dei migranti verso il paese d’entrata devono venire sospesi e rinegoziati. L’Ue deve fare pressione sui paesi del Danubio e balcanici perché riaprano le frontiere, e negoziare con la Turchia perché cessi di utilizzare i rifugiati come alibi politico-militare e moneta di scambio.
Contemporaneamente, devono venire messi a disposizione mezzi di trasporto aerei e marittimi per trasferire tutti i rifugiati recensiti come tali nei paesi del «Nord» dell’Europa che possono oggettivamente riceverli, invece di lasciare che si intasino in un piccolo paese che rischia di diventare un immenso campo di ritenzione per conto dei vicini.
A più lungo termine, l’Europa – che deve far fronte a una grande sfida, di quelle che cambiano il corso della storia dei popoli – deve elaborare un piano democraticamente controllato di aiuto a chi è sfuggito al massacro e a coloro che portano loro soccorso: non soltanto delle quote di accoglienza, ma aiuti sociali per la scuola, per la costruzione di case decenti, quindi un finanziamento speciale e disposizioni legali che garantiscano nuovi diritti per inserire degnamente e pacificamente le popolazioni sfollate nei paesi d’accoglienza.
Non c’è altra alternativa: ospitalità e diritto d’asilo, o la barbarie!

Primi firmatari:
Michel AGIER (Francia)
Horst ARENZ (Germania)
Athéna ATHANASIOU (Grecia)
Chryssanthi AVLAMI (Grecia)
Walter BAIER (Austria)
Etienne BALIBAR (Francia)
Sophie BESSIS (Tunisia)
Marie BOUAZZI (Tunisia)
Hamit BOZARSLAN (Francia, Turchia)
Judith BUTLER (Stati Uniti)
Claude CALAME (Francia)
Marie-Claire CALOZ-TSCHOPP (Svizzera)
Dario CIPRUT (Svizzera)
Patrice COHEN-SEAT (Francia)
Edouard DELRUELLE (Belgio)
Matthieu DE NANTEUIL (Belgio)
Meron ESTEFANOS (Eritrea)
Wolfgang-Fritz HAUG (Germania)
Ahmet INSEL (Turchia)
Pierre KHALFA (Francia)
Nicolas KLOTZ (Francia)
Justine LACROIX (Belgio)
Amanda LATIMER (Regno Unito)
Camille LOUIS (Francia)
Giacomo MARRAMAO (Italia)
Roger MARTELLI (Francia)
Sandro MEZZADRA (Italia)
Toni NEGRI (Italia)
Maria NIKOLAKAKI (Grecia)
Josep RAMONEDA (Spagna)
Judith REVEL (Francia)
Vicky SKOUMBI (Grecia)
Barbara SPINELLI (Italia)
Bo STRÅTH (Svezia)
Etienne TASSIN (Francia)
Mirjam VAN REISEN (Olanda)
Hans VENEMA (Olanda)
Marie-Christine VERGIAT (Francia)
Frieder Otto WOLF (Germania)
Mussie ZERAI (Eritrea)

Per firmare: 
baier@transform-network.net

steiner@transform-network.net


Versione inglese:

Welcome refugees to Europe – A moral and political necessity

Welcome refugees to Europe – A moral and political necessity

di lunedì, marzo 7, 2016 0 , , , Permalink

Appello lanciato da Étienne Balibar e co-firmato da Barbara Spinelli. Versione francese: Accueillir les réfugiés en Europe : Une nécessité morale et politique urgente.

Per firmare l’appello

We citizens of the Member States of the European Union, of the Schengen Area, the Balkans, of the Mediterranean, and of the Middle East as well as citizens of other countries in the world, who share our concerns, are launching an emergency appeal. To our government leaders and our representatives in national parliaments and in the European Parliament, as well as in the European Court of Human Rights and in the Office of the United Nations High Commissioner for Refugees:

The refugees from the Middle East must be rescued and welcomed!
For years now, immigrants from the southern Mediterranean fleeing poverty, war, and repression have been drowning at sea or been dashed against barbed wire. When they have succeeded in crossing the sea, after suffering extortion at the hands of smuggler rings, they are expelled, incarcerated, or thrown into clandestinity by the states who designate them as ‘dangers’ and ‘enemies’. Despite this, they are courageously persevering and helping each other to save their lives and create hope of a future.

But since the wars of the Middle East and especially in Syria have assumed the proportions of mass slaughter with no end in sight, the scale of the situation has altered. Held hostage between the warring parties, bombed, starved, and terrorised, entire populations have been thrown into a perilous exodus that, at the price of thousands more dead, pushes men, women, and children towards neighbouring countries and knocking at Europe’s doors.

This is a major historic and humanitarian catastrophe. It presents us with a responsibility of which there is no way out.
The incapacity of the governments of all our countries to put an end to the causes of this exodus (if they are not indeed contributing to their exacerbation) does not exonerate them of the obligation to save and welcome the refugees, while respecting their fundamental rights, which, with the right to asylum, are enshrined in the foundational declarations and conventions of international law.

However, with few exceptions – Germany’s exemplary initiative, an initiative that has still not been suspended today; and the gigantic effort by Greece to rescue, welcome, and escort the thousands of survivors who daily arrive on their shores, even if its economy has been plunged into devastating austerity – Europe’s governments have refused to face the overall situation, to explain it to their populations, and to organise solidarity and go beyond national egoisms. On the contrary, from east to west and north to south, they have rejected the minimal plan for distributing the refugees worked out by the European Commission or are involved in sabotaging it. Worse, they are engaging in repression, stigmatisation, and the brutalisation of refugees and immigrants in general. The situation of the ‘jungle’ of Calais, followed now by its violent dismantling, in disregard for the spirit and letter of a court decision, is a scandalous, though not the only, illustration of this.

By contrast, it is the citizens of Europe and elsewhere – fishermen and inhabitants of Lampedusa and Lesbos, activists of refugee relief and immigrant support networks, lay and religious shelter centres, endorsed by artists and intellectuals – who have saved their honour and pointed the way to a solution. However, they are running up against insufficient means, and sometimes the hostility of public authorities, and they have to face, like the refugees and immigrants themselves, a rapidly growing European xenophobic front ranging from violent, openly racist or neo-fascist organisations to ‘respectable’ political leaders and governments increasingly overtaken by authoritarianism, nationalism, and demagoguery. Two completely incompatible Europes are facing each other, and from now on we have to choose between them.

This xenophobic tendency, which is deadly for the victims of violence and ruinous for the future of the European continent as an space of liberty must be reversed immediately.
With 60 million refugees in the world, Lebanon and Jordan receive a million of them each (representing, respectively, 20 per cent and 12 percent of their populations), and Turkey receives 2 million (3 per cent). The million refugees who arrived in Europe in 2015 (one of the richest regions in the world, despite the crisis) only represent 0.2 per cent of its population! Not only do the European countries, taken as a whole, have the means to welcome the refugees and treat them with dignity but they must do so in order to continue to lay claim to human rights as the foundation of their polities. It is also in their interest if they want to begin to recreate the conditions for peace and collective security, along with all the countries of the Mediterranean area that have shared the same history and same cultural heritage for thousands of years. And this is what has to be done to remove from our horizon, once and for all, the spectre of a new epoch of organised institutional discrimination and of the elimination of ‘undesirable’ human beings.

Nobody can say when and in what proportion the refugees will ‘go back home’, and nobody should underestimate the difficulty of the issue to be solved, of the resistance which it generates, and the obstacles and dangers it carries with it. But nobody can continue to ignore the will of the populations to receive refugees and the refugees’ wish to integrate. Nobody has the right to declare the problem unresolvable in order to evade it more easily.

Very large-scale emergency measures thus are needed immediately.
The task to provide assistance to the refugees from the Middle East and Africa in the framework of a state of emergency has to be proclaimed and implemented by the governing bodies of the EU and carried by all the Member States. It has to be upheld by the United Nations and be the object of a permanent consultation with democratic states of the whole region.

Civilian and military forces have to be deployed, not to carry out a coastal guerrilla action against the ‘smugglers’ but to bring aid to the immigrants and to put an end to the scandal of the drownings at sea. It is in this framework that it will possibly be necessary to crack down on the traffic and condemn the complicity that benefits from it. It is prohibiting legal access that generates Mafioso practices, and not the inverse.

The burden of the frontline receiving countries, in particular Greece, must immediately be relieved. Their contribution to the common interest must be recognised.

The Schengen free-circulation area must be preserved, but the Dublin Regulation that provides for pushing immigrants back to the entry country must be suspended and renegotiated. The EU should pressure Danube and Balkan countries to reopen their borders and negotiate with Turkey to convince it to stop using refugees as a political-military excuse and bargaining chip.

At the same time, air and sea transport has to be operated to transfer all the registered refugees to the northern European countries that are objectively able to receive them instead of letting them accumulate in a small country in danger of becoming a ‘dumping ground’ for humanity.

In the longer term, Europe – facing one of the great challenges that is changing the course of the history of peoples – has to develop a democratically controlled aid plan for the survivors of this huge slaughter and for those who are helping them. It has to establish not only receiving quotas but also social and educational aid, and therefore a special budget and legal provisions guaranteeing new rights that embed the displaced populations in the receiving societies in a dignified and peaceful way.

There is no other alternative. It is either hospitality and the right to asylum or barbarism !

Primi firmatari:

Étienne BALIBAR (Francia)
Michel AGIER (Francia)
Horst ARENZ (Germania)
Athéna ATHANASIOU (Grecia)
Walter BAIER (Austria)
Etienne BALIBAR (Francia)
Marie BOUAZZI (Tunisia)
Hamit BOZARSLAN (Francia)
Marie-Claire CALOZ-TSCHOPP (Svizzera)
Edouard DELRUELLE (Belgio)
Matthieu DE NANTEUIL (Belgio)
Ahmet INSEL (Turchia)
Nicolas KLOTZ (Francia)
Amanda LATIMER (Regno Unito)
Camille LOUIS (Francia)
Giacomo MARRAMAO (Italia)
Roger MARTELLI (Francia)
Sandro MEZZADRA (Italia)
Maria NIKOLAKAKI (Grecia)
Barbara SPINELLI (Italia)
Étienne TASSIN (Francia)
Hans VENEMA (Paesi Bassi)
Frieder Otto WOLF (Germania)

Ristrutturazione del debito, ricostruzione della democrazia

di giovedì, marzo 3, 2016 0 No tags Permalink

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Conferenza del Gruppo GUE/NGL “Ristrutturazione del debito, Ricostruzione della Democrazia” (Restructuring Debt – Rebuilding Democracy) tenutasi a Bruxelles il 1° marzo 2016.

Speaker:
Nikolaos Chountis, MEP GUE/NGL
Zoe Konstantopoulou, Ex Presidente del Parlamento Greco
Eric Toussaint, Presidente del Committee for the Abolition of Third World Debt (CADTM)
Georgios Kassimatis, Professore emerito di diritto, Università di Atene
Benjamin Lemoine, ricercatore, Centre national de la recherche scientifique (CNRS), Francia
Sofia Sakorafa, MEP GUE/NGL
Diego Borja, Ex Ministro delle Finanze, Ecuador
Maria Lucia Fatorelli, Coordinatrice di Citizen Debt Audit-Brazil
Cephas Lumina, Professore, Ex esperto indipendente delle Nazioni Unite sul debito estero e i diritti umani

Ciò su cui mi vorrei soffermare, e che riguarda in particolare paesi come l’Italia, è che, a mio avviso, non è necessaria la presenza della Troika affinché si manifestino situazioni di grave erosione della democrazia e vengano adottate misure di austerità con effetti profondi sulla democrazia stessa, come accaduto nel caso della Grecia.

Vorrei citare a questo proposito un rapporto di J.P. Morgan del 28 maggio 2013, in cui i dissesti verificatisi nei Paesi “periferici” dell’Unione europea vengono descritti come crisi dovute a Costituzioni democratiche troppo influenzate dall’antifascismo. Il rapporto denuncia tra i più pericolosi retaggi dell’esperienza resistenziale la tutela dei diritti dei lavoratori, e ritiene improrogabili in questo quadro profonde revisioni costituzionali, a cominciare da un più forte e rapido accentramento del potere esecutivo. È proprio quello che accade in Italia: si stanno attuando le regole della Troika – smantellamento della democrazia costituzionale compresa: basti pensare alla richiesta di riscrivere la Costituzione e abolire le province, arbitrariamente avanzata nella lettera di Trichet e Draghi del 2011 al governo italiano – senza alcun bisogno della presenza fisica della Troika (che magari poi si presenterà lo stesso se la crisi si dovesse aggravare).

Tutto ciò per dire che, secondo me, ci troviamo di fronte ad una strategia deliberata di riformulazione del concetto stesso di democrazia in senso oligarchico e vi invito ad analizzare il caso greco come ultimo esempio di involuzione democratica, basata sui negoziati del debito: un’involuzione economico-democratica accelerata fin dagli anni Ottanta dalle politiche di risanamento imposte dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale, come ben spiegato in questa conferenza dall’ex ministro delle Finanze dell’Ecuador Diego Borja.

I rifugiati intrappolati in Grecia

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 3 marzo 2016

«Il blocco della rotta balcanica è uno strumento usato per destabilizzare uno Stato Membro dell’Unione: la Grecia», ha detto questa mattina Barbara Spinelli nel corso di un dibattito del gruppo Gue/Ngl dedicato ai confini esterni dell’Unione e al tracollo di Schengen. «Penso che l’accusa fatta al governo greco di “spingere i popoli a fuggire” sia di un infantilismo estremo.

«In primo luogo,  chi fa simili accuse sa perfettamente come stanno le cose: i rifugiati sono oggi intrappolati in Grecia perché la rotta balcanica è stata chiusa al confine greco-macedone in seguito a una decisione adottata dall’Austria in accordo con il gruppo di Visegrad e, soprattutto, in un vertice di qualche giorno fa, con nove Paesi balcanici.

«Vienna sta organizzando una sorta di sottogruppo dell’Unione, una sua “area di influenza”,  e con l’aiuto di Paesi che non appartengono all’UE mette in ginocchio uno Stato dell’Unione. Il ministro della migrazione greco fa bene a parlare di caduta dell’Ue in politiche di potenza che ricordano l’Ottocento.

«C’è poi un secondo segno di infantilismo o malafede: non vedere i motivi per cui la gente fugge in massa verso l’Europa da Stati devastati da anni di guerra serve in realtà a nascondere il fatto che queste guerre sono state attivamente promosse o addirittura fatte dall’Occidente, e a sviare l’attenzione da quelle che si accinge a fare di nuovo in Libia», ha continuato l’eurodeputata del Gue-Ngl. «Per questo chiedo di riflettere sul fatto che alla seconda guerra in Libia intendono partecipare, accanto agli Usa, due Stati dell’Unione: Italia e Libia.

«Quanto alle operazioni della Nato alle frontiere Sud dell’Europa, sono d’accordo con il collega Nikolaos Chountis (Unità Popolare, Grecia): stiamo assistendo a un salto di qualità che va denunciato, perché stravolge la politica europea di asilo trasformandola in una politica concentrata per intero sui respingimenti, in violazione palese della Convenzione di Ginevra».