Il Conte cocciuto e i “disfattisti”

di mercoledì, luglio 22, 2020 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 22 luglio 2020

Alla fine l’Europa dei Ventisette ha prodotto il Recovery Fund che aveva promesso, con vantaggi cospicui non solo per Italia e Spagna ma anche per se stessa, per quest’Unione che fatica a trovare il suo “momento Hamilton”: il momento in cui di fronte alle grandi crisi (più di 100.000 morti per Covid, una recessione che rimanda al crollo del ’29) scopre di doversi unire meglio, come avvenne in America del Nord nel 1790 quando i debiti della guerra di indipendenza vennero messi in comune.

Al successo hanno contribuito Angela Merkel ed Emmanuel Macron, ma ancor più ha pesato la cocciuta insistenza di Giuseppe Conte, che trascinando altri otto Paesi si è battuto per una svolta nella politica europea sin da marzo. Si è rivelata vincente anche la sua ritrosia nei confronti del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) che offre prestiti agevolati ma è pur sempre figlio di politiche vecchie, e di un Patto di stabilità solo provvisoriamente sospeso. La preferenza tattica data al Recovery Fund ha smosso il pigro status quo nell’Unione.

Tuttavia non si dimenticherà il subbuglio delle cinque giornate di Bruxelles, e l’Unione non esce affatto guarita da questo vertice che approva il Fondo ma non senza concessioni di rilievo ai cosiddetti “frugali”. I quali hanno provato a disfare il Recovery Fund e a ridurne le novità cambiando sia la sua ripartizione (la quota delle sovvenzioni resta ma è ridotta) sia la natura dei controlli che verranno esercitati via via che si attueranno i piani di ripresa finanziati dall’Unione. Non hanno acquisito un esplicito diritto di veto sulle progressive erogazioni di fondi, ma hanno ottenuto che l’opposizione di un singolo Stato potrà temporaneamente bloccarle.

Li chiamano Paesi frugali, aggettivo sicuramente da loro assai apprezzato ma che non corrisponde a nulla. I governanti in Olanda, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia: chiamiamoli più realisticamente, in questo frangente, i custodi del mondo di ieri, quello che sta naufragando; i fautori di una misantropica colpevolizzazione del debito; i cultori di un’austerità non solo fallita ma del tutto impresentabile in tempi di Covid e di ritorno dello Stato nell’economia. Chiamiamoli disfattisti, è aggettivo non univoco ma più pertinente. E chiamiamo l’Olanda, il cui governo ha guidato questo fronte, il Paese noto nel mondo per essere un paradiso fiscale che danneggia enormemente gli alleati. Basta già questo, specie in epoche di crisi, per inficiare la solidarietà fra europei. E bastano a inficiarla i famosi sconti, i rebates concessi in extremis ai disfattisti. Questi rimborsi parziali dei soldi versati all’Unione furono un’invenzione di Margaret Thatcher nel 1984 e sono un modo per stare nell’Ue con un piede dentro e uno fuori.

Anche qui Conte è stato cocciuto e lucido, nell’evidenziare le discrasie europee che permangono: i rebates “azzoppano la solidarietà, la contrastano, la limitano, mentre il Recovery Plan realizza lo spirito di solidarietà che noi stessi abbiamo dichiarato di voler perseguire”. È stato lucido anche quando ha accusato l’olandese Rutte di miopia: “Vi state illudendo che la partita non vi riguardi […]. Tu forse sarai eroe in patria per qualche giorno, ma dopo qualche settimana sarai chiamato a rispondere pubblicamente davanti a tutti i cittadini europei per avere compromesso un’adeguata ed efficace reazione europea”. Naturalmente il disfattista ha il diritto di combattere il proprio Paese, se lo ritiene tirannico. Ma il disfattista di cui si parla qui vuole il degrado dell’Europa di cui c’è bisogno, e non smetterà di volerlo.

Il degrado è facilitato dal permanere, nelle decisioni più importanti, dell’unanimità: un solo Paese può alzare la bandiera del veto. È il motivo, tra l’altro, per cui da anni sono chiuse nei frigoriferi le riforme delle politiche di migrazione approvate dal Parlamento europeo: accordo di Dublino, rimpatri, reinsediamenti, qualifiche, accoglienza, ecc.

Il disfattista che gongola quando lo chiamano frugale è anche cieco. Gli è passato davanti un tifone – il Covid – e non se n’è accorto. In quel momento passeggiava nei giardinetti e proprio non l’ha visto, povero disgraziato. C’è un personaggio così nel Tifone di Conrad. Non avendolo visto e non vedendolo, Rutte ha chiesto quel che chiede da sempre: molto più potere agli Stati, molto meno alla Commissione che ha avuto la faccia tosta di proporre il Recovery Plan e che pensa di poter vegliare sulla sua attuazione, come chiesto dai non-disfattisti nella speranza che finiscano i rapporti di forza fra Stati cui l’Unione s’è ridotta.

In parte i disfattisti l’hanno purtroppo spuntata: il controllo dei vari piani di ripresa è nelle mani della Commissione, ma gli Stati nel Consiglio avranno l’ultima parola e un singolo Paese membro può interrompere le erogazioni per almeno tre mesi. Nei giorni scorsi Rutte è entrato nel dettaglio, ricordando quello che a suo parere l’Italia dovrebbe fare su pensioni e mercato del lavoro. Nessuna differenza, per lui, rispetto ai prestiti condizionati che hanno devastato la Grecia (anche per motivi politici: c’era un premier, Tsipras, cui bisognava dare una lezione).

A suo tempo, Conte disse che avrebbe negoziato, in Europa, avvalendosi della “forza del popolo”. Tsipras perse questa battaglia, ma l’Italia ha più peso e ha tentato il salto mortale. Nel dopo-lockdown, con l’esperienza di solitudine che hanno sperimentato i Paesi Ue, non sono più possibili ingerenze “alla greca”. L’ingerenza/punizione non è neppure più proponibile allo stesso modo di prima nei confronti dei Paesi di Visegrad, per quanto riguarda il legame tra fondi e rispetto dello Stato di diritto. Il Covid ha scosso certezze anche in questo campo.

Ultima cosa: è straordinario che la Germania, superando vecchi dogmi su sovvenzioni ed eurobond, abbia scelto l’alleanza con chi rifiuta che l’Unione abbia come unica ragion d’essere la protezione dei creditori (soprattutto bancari) dai debitori. Questa alleanza è la vera novità europea nei tempi di Covid, ma non possiamo essere sicuri che tale resterà nel dopo-Merkel.

Anche se volitiva, e più consapevole che in passato, la Germania ha faticato parecchio a imporsi. Era un egemone nascosto, ora esce dal nascondiglio ma non più egemone come prima. Ancor meno lo è la Francia, già diminuita dopo l’89 e l’allargamento a Est. È con questa realtà – la contusa egemonia tedesca, la Francia incapace di convincere durevolmente l’insieme dell’Unione, la risonanza dei disfattisti – che toccherà fare i conti.

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Covid-19, i poteri forti battono cassa

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 7 luglio 2020

Uno dei primi compiti dello Stato è di proteggere la salute dei propri cittadini. È scritto nell’articolo 32 della Costituzione e nessun interesse privato può limitare tale diritto fondamentale. Sembra una constatazione ovvia ma non lo è affatto.

Appellandosi a speciali corti arbitrali, le forze di mercato (grandi corporazioni, big pharma, fornitori di servizi idrici o elettrici, investitori stranieri) possono far causa agli Stati quando ritengono che i propri profitti – presenti e anche futuri – siano lesi dalle misure anti-Covid adottate dai governi.

È la trappola che minaccia gli Stati, nel momento in cui tentano di riequilibrare i rapporti con il libero mercato. Sull’onda del Covid, del necessario lockdown, dello sconquasso dei sistemi sanitari, le autorità pubbliche scoprono di esser state troppo dipendenti dal mercato globalizzato, tornano a essere cruciali, provano a dettare condizioni più stringenti alle imprese che chiedono prestiti o aiuti (è avvenuto sia pure parzialmente nel caso del prestito a FCA).

Ma le multinazionali non sono sempre disposte a perdere i vantaggi di cui hanno goduto in quasi mezzo secolo di neoliberismo e privatizzazioni. Non rinunceranno a reclamare risarcimenti per i guadagni che sono venuti meno o che verranno meno. Non si priveranno facilmente del ruolo fin qui svolto – il ruolo padronale di “poteri forti”– come dimostrato dall’atteggiamento sempre più stizzito dei nuovi vertici di Confindustria. Resisteranno finché potranno alla combinazione delle due norme costituzionali: l’articolo 32 sulla salute pubblica e l’articolo 41 che garantisce la libera impresa privata ma stabilisce che quest’ultima deve essere “indirizzata e coordinata a fini sociali” e “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Così il Covid può divenire fonte di guadagni miliardari in modo del tutto legale. La via è quella dei contenziosi tra le big corporation e gli Stati, cui vengono chieste compensazioni per i mancati profitti in occasione del lockdown e di varie misure governative per far fronte alla catastrofe sanitaria. I tribunali commerciali ad hoc che si occupano di questi contenziosi portano il nome di ISDS: investor-to-state dispute settlement, e proteggono le multinazionali da espropriazioni indirette o trattamenti discriminatori del paese di accoglienza. L’Unione europea e il suo Parlamento hanno abolito i passaggi più oscuri del regolamento ISDS e gli hanno dato un nuovo nome: ICS, Investment Court System. È intervenuta anche la Corte di giustizia europea, nel marzo 2018, giudicando il sistema ISDS incompatibile con il diritto europeo. Tra Stati europei il vecchio ISDS non vale più ma molte storture restano, nei trattati commerciali e di investimento con paesi esterni allo spazio dell’Unione.

Resta la possibilità per ogni grande azienda straniera di ricorrere contro gli Stati ed esigere compensazioni, se considera non protetti i propri diritti. Così è previsto in una serie di trattati commerciali e di investimento negoziati negli ultimi anni dall’Unione europea (che sul commercio ha competenza esclusiva) per facilitare gli investimenti stranieri. Ecco qualche esempio: l’Australia è stata citata in giudizio da Philip Morris per una scritta “Il fumo uccide”; Veolia ha citato in giudizio la città di Alessandria di Egitto per aver portato il salario minimo da 41 a 72 euro; Vatten Fall ha fatto appello contro la Germania per nuove normative ambientali contro le centrali atomiche.

La riforma introdotta in occasione dell’accordo commerciale con il Canada (Ceta) introduce per la prima volta il diritto a fare appello contro le decisioni dei tribunali privati, ma con grosse limitazioni. Il tribunale d’appello potrà solo contestare l’interpretazione della legge, non cercare ulteriori prove o ascoltare nuovi testimoni o esperti. La giurisprudenza sarà inoltre vincolante per i casi legati all’accordo con il Canada, ma potrà essere contraddetta da centinaia di tribunali ISDS legati a altri trattati di investimento conclusi dagli Stati europei. Sono numerosi gli studi legali che assistono gli investitori stranieri in casi di risarcimenti. L’agenzia più quotata in Italia è la ArbLit. Il 26 marzo scorso, in pieno lockdown e mentre aumentavano i morti di Covid, l’agenzia pubblicò un articolo in cui si prospettavano attivazioni di cause risarcitorie “in conseguenza delle misure affrettate e mal coordinate” adottate dal governo Conte.

Negli Stati Uniti è attivo lo studio Shearman & Sterling, che in un recente rapporto sugli effetti economico-industriali della pandemia si dice “pronto a consigliare Stati e investitori in relazione a misure adottate dai governi nel contesto della pandemia Covid-19”. Tra le misure sotto accusa: sospensione dei pagamenti delle spese elettriche, controllo degli Stati sulla sanità privata per proteggere la salute pubblica (Spagna e Irlanda), produzione nazionale di ventilatori e equipaggiamenti medici (mascherine, guanti).

Un altro studio legale (Quinn Emanuel) sostiene che ampie compensazioni son dovute nei casi i cui gli investitori si sono sentiti espropriati in seguito a misure anti-Covid. Eguali domande di compensazioni possono essere fatte da parte di aziende costrette e produrre materiale medico. L’accusa potrebbe essere di “espropriazione indiretta e illegale”.

Ancora più grave, le aziende multinazionali potrebbero citare in giudizio gli Stati per i mancati pagamenti dei servizi idrici (lavarsi le mani di continuo è un indispensabile dispositivo anti-Covid), o per non aver prevenuto disordini sociali.

Per ora non sono ancora state attivate cause, e non tutti gli studi legali ricorrono alle parole minatorie di ArbLit. Shearman & Sterling è più prudente, e ammette che gli Stati hanno il “dovere e il diritto di proteggere la salute pubblica e la loro economia”. Gli studi legali si preparano ad affilare le armi, ma sanno che qualcosa sta cambiando: non sono più solo le destre estreme (i cosiddetti populisti) ma anche Macron e Angela Merkel a promettere la riconquista della perduta sovranità e indipendenza, nazionale ed europea. Non manterranno magari le promesse, ma è con questo nuovo linguaggio che si rivolgono ai cittadini cui hanno chiesto – e forse chiederanno ancora – i sacrifici del lockdown.

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“Più Europa”, l’orma sulla sabbia

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 16 giugno 2020

Ancora non è dato sapere quanti vertici europei saranno necessari, perché sia approvato il Fondo di ripresa post Covid proposto da Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione. E quale sarà la sua forma, oltre che la sua entità, se mai gli Stati membri troveranno l’unanimità cui sono tenuti.

Pomposamente l’hanno chiamato Next Generation EU, ma il rischio è grande che del progetto non rimanga che l’orma lasciata per un momento sulla sabbia, la traccia di quello che l’Europa unita avrebbe potuto divenire, trasformando se stessa, e non è divenuta. Anche di questo si discute agli Stati generali dell’economia organizzati da Giuseppe Conte, ed è importante che le autorità europee siano state convocate prima ancora che vengano attivati i vari Fondi. Perché in gioco non è solo lo sfacelo dell’Italia, ma anche e in misura macroscopica lo sfacelo dell’Unione.

Se il Recovery Fund e la messa in comune dei debiti falliscono sarà difficile parlare ancora di unione, o come si diceva fino al 2009, di comunità. Nelle mani ci resterà quello che già conosciamo: una convenzione fra Stati creditori e Stati debitori che non si uniscono per solidarizzare e fronteggiare insieme le avversità (pandemiche, climatiche); un mercato unico pensato per diminuire l’intervento dello Stato nell’economia, proprio ora che di investimenti pubblici c’è più bisogno. L’Unione non diverrà il baluardo che protegge gli europei da una mondializzazione incontrollata, ma continuerà a essere quella che è stata per quarant’anni: una “forma particolarmente sviluppata di iper-globalizzazione, anche se regionalmente circoscritta”, come la definisce uno studio pubblicato giorni fa da Chatham House. Perfino lo spazio giuridico europeo rischia l’erosione, come dimostrato dalla recente sentenza della Corte costituzionale tedesca sui poteri reputati eccessivi della Banca centrale e, indirettamente, della Corte di giustizia europea.

Se così stanno le cose, non ha molto senso parlare di uno scontro tra chi vuole più Europa e chi ne vuole di meno, tra chi accetta aiuti condizionati e chi no. Ormai si è capito che saranno assortiti di condizioni sia il Recovery Fund sia i prestiti del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Non c’è per ora unanimità fra gli Stati attorno al cosiddetto “momento Hamilton” – invocato da Roma e Madrid – che trasformerebbe i debiti dei singoli Paesi in un debito comune, come temporaneamente deciso negli Stati Uniti dopo la guerra di indipendenza, nel 1790. Sono contrari i Paesi del nord (i “4 frugali”), e anche il gruppo di Visegrad a Est, che l’11 giugno ha messo in guardia contro un piano “troppo sbilanciato verso il Sud”. L’entità stessa del Fondo potrebbe essere ridimensionata.

La distinzione tra più e meno Europa – o tra condizioni e non condizioni – è insensata per un motivo centrale: l’Unione, con le regole e i parametri che impone, con l’ordinamento che si è data negli anni 80-’90, non è all’altezza della crisi che traversano le economie dei suoi Stati, messe in ginocchio dal Covid in maniera del tutto asimmetrica e non simmetrica come si sostiene. Non è in grado di rispondere ai tre grandi bisogni del momento: il bisogno sempre più diffuso che lo Stato riprenda il controllo sui mercati, e metta fine alle dottrine neoliberali del laissez-faire; il bisogno che sia chiarita la questione della sovranità, cioè di chi ha il comando in situazioni di sconquasso post-pandemico delle economie; il bisogno infine di indipendenza geopolitica dagli Stati Uniti. “Più Europa” è fuori luogo, se l’Unione resta quella che è.

In un certo senso, ovunque affiora la domanda che motivò il voto popolare inglese in favore del Brexit: take back control, riprendere in mano il controllo sui mercati, stabilire quale debba essere il giusto equilibrio fra Stato e mercato, sia quando sovrano è il governo nazionale sia quando la sovranità è trasferita in Europa. Naturalmente i promotori del Brexit non puntavano a questo riequilibrio ma a un neoliberismo ancora più inegualitario: l’imbroglio del referendum è stato questo.

L’Unione consolidatasi alla fine degli anni 70 ha costituzionalizzato la dottrina neo-liberale, affossando il compromesso del secondo dopoguerra fondato su massicci investimenti pubblici e sull’estensione continentale del piano presentato a Churchill da William Beveridge (istituzione del Welfare per sventare future tentazioni nazifasciste). Tutte le regole fissate a partire dagli anni 80, nella politica industriale e nel mercato del lavoro, si prefiggono la diminuzione del peso dello Stato, e hanno avuto come conseguenza l’indebolimento dei sindacati, il predominio dei mercati globalizzati, l’abnorme dilatazione del lavoro precario e non protetto. Il culmine venne raggiunto con la creazione della moneta unica e della Banca centrale europea, cui non fece seguito alcun passo avanti sulla strada dell’unione politica e della solidarietà fra nazioni. Una moneta senza Stato, una Banca centrale il cui obiettivo ufficiale continua a essere la stabilità dei prezzi e non la piena occupazione e uno Stato sociale funzionante: ecco i fattori dell’attuale sfacelo dell’Unione.

Quest’architettura fatica a cambiare, perché ha arricchito alcuni Stati e ne ha impoveriti altri. Sicché, quando Mario Monti parla di buone condizioni dell’Unione, e giunge sino a sostenere che come italiani “abbiamo bisogno di una buona condizionalità come dei soldi, e forse più che dei soldi” (Otto e Mezzo, 12 giugno) dice e non dice, perpetuando lo status quo. Non dice quali debbano essere le nuove “buone condizioni”, né come l’Europa debba riscrivere la propria costituzione economica, sormontando in maniera permanente e non saltuaria parametri e regole che non hanno unito ma disgregato l’Unione. Non indica i fini completamente diversi che dovrebbe darsi la Bce. Resta prigioniero di quella che lo studio di Chatham House chiama la trappola dell’Unione: uno “status quo sub-ottimale privo di consenso su come mutare l’Europa, e incapace di muoversi verso una politica economica che torni ad avere lo Stato al suo centro, come chiesto oggi dai suoi cittadini”.

Questa costruzione si sta infrangendo, soprattutto nei Paesi che più hanno sofferto dell’austerità. È arrivato il momento di riconoscere che l’Unione deve darsi gli strumenti per cambiare rotta, smettendo di essere la forma regionale dell’iper-globalizzazione e disseppellendo le politiche di Welfare che permisero il “trentennio glorioso” del dopoguerra, fra il ’45 e il ’75.

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La preminenza dello scienziato

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 2 giugno 2020

Non pochi scienziati europei di primo piano hanno consigliato ai governi un’uscita molto prudente dal confinamento, e continuano a farlo senza lasciarsi influenzare dalle scelte dei governi, dalle pressioni delle lobby economiche, dal desiderio diffuso di mettere tra parentesi il lockdown.

Non perché siano sicuri di una seconda ondata Covid, non perché disconoscano le esigenze dell’economia, ma perché osservano il perseverare della pandemia in Inghilterra, Svezia, Stati Uniti, America Latina, o il suo riesplodere in Corea del Sud, e perché temono l’estendersi di una persuasione perniciosa e paradossale: il virus è alle nostre spalle, la pandemia è odiosa ma egualmente odiose sono le misure di cautela, visto che hanno limitato e limitano troppe libertà.

Hanno anche memoria delle passate pandemie. La Spagnola, ad esempio, cominciò con una prima ondata nel giugno 1918, seguita nell’autunno dello stesso anno da una seconda ondata cinque volte più grave e da una terza nel ’19, meno grave della seconda ma più forte della prima (il numero totale dei morti è incerto: fra 35 e 100 milioni).

Per tutti questi motivi gli scienziati sono sempre più considerati uccelli di malaugurio, anche quando non vantano certezze e sono dunque autentici scienziati. Guastano la festa della normalità ritrovata, usurpano la politica con i loro moniti (in Italia gli accusatori denunciano la “repubblica degli scienziati” paragonandola alla “dittatura dei magistrati”). Movimenti anti-lockdown e anti-mascherine sono sorti negli Stati Uniti, in Germania che pure ha contenuto il Covid meglio di altri, sporadicamente anche in Italia. Perfino i lavori di ricerca sono sotto attacco, quando i risultati complicano rapidi ritorni alla normalità. È il caso di Christian Drosten, prestigioso direttore dell’istituto di virologia all’ospedale Charité di Berlino, attaccato dal quotidiano «Bild» per uno studio sull’incidenza del virus nei bambini, pubblicato il 29 aprile. Drosten ha anche ricevuto un certo numero di minacce di morte.

Lo studio afferma che i bambini possono essere contagiosi come gli adulti, e che dunque la riapertura di asili e scuole elementari va gestita con la massima cautela. Il quotidiano ha reagito con indignazione, come se il virus fosse una colpa non imputabile ai bambini. Bollato come “scienziato star”, Drosten avrebbe sbagliato tutti i calcoli in maniera “poco pulita”. «Bild» fa campagna in favore dell’immunità di gregge. Si domanda addirittura se un “eccesso di igiene, come il continuo lavarsi le mani e l’uso di mascherine, non attenui le capacità del nostro corpo di resistere al virus producendo anticorpi”.

Uno dei motivi di quest’offensiva contro gli scienziati è il ruolo che hanno svolto durante la pandemia. Oltre a consigliare i governi vengono regolarmente convocati nei talk show televisivi, e per questa via influenzano anche il singolo cittadino. Sono divenuti più importanti degli economisti, e questo crea fastidio e desiderio che tornino a chiudersi nei loro laboratori.

Un elemento decisivo della loro influenza è la democratizzazione/circolazione della scienza. In epoche di urgenza la comunità scientifica si fa più accessibile, offrendo una “scienza aperta”. Nel dibattito pubblico non pesano più soltanto gli studi che ottengono, molto lentamente, la cosiddetta revisione paritaria (peer-review). Egualmente importanti sono oggi gli studi preliminari (pre-print studies), che attendono la valutazione dei pari. Lo studio di Drosten sulla contagiosità dei bambini è per ora un pre-print cui tutti possono accedere in internet, e questo ha innescato la campagna diffamatoria di «Bild».

La “scienza aperta”, detta anche cittadina, è una sfida per gli scienziati ma anche per i politici. Consente ai cittadini di conoscere meglio i pericoli pandemici e di esercitare un’autodeterminazione (la partecipazione al potere cui Amartya Sen dà il nome di empowerment) non sempre gradita ai politici e alle lobby economiche o farmaceutiche. Non c’è frase più ebete di quella pronunciata recentemente da Renzi: “Lo scienziato ti dice che c’è il coronavirus, il politico decide come affrontarlo”. È falso: se è indipendente, se dall’inizio ha preso sul serio il coronavirus non comparandolo all’influenza (le “sviste” sono state numerose in Italia), lo scienziato influenza anche i modi di combatterlo: consigliando i governi, continuando le ricerche di laboratorio, e illuminando i cittadini.

Come affrontare il virus, nelle fasi in cui i contagi calano? Gli esperti seri ammettono di non avere ricette definitive, e per questo è così importante che la “scienza cittadina” sia protetta da attacchi. La ricerca ci dirà se e come evitare nuovi lockdown generalizzati, concentrando gli sforzi sui rischi maggiori. Nei Paesi dove i contagi diminuiscono il virus non cessa infatti di essere una minaccia. Gli studi confermano che riesplode in precisi eventi di superdiffusione (superspread events), dove l’assembramento è intenso o la temperatura ambientale è bassa: nelle chiese (esplosione del virus a Francoforte e a Mount Vernon negli Stati Uniti), nei luoghi refrigerati di macellazione (nelle regioni del Nordrhein-Westfalen e Schleswig-Holstein), nei ritrovi chiusi, nei concerti in Giappone, in magazzini commerciali a Seul, in dormitori per lavoratori migranti a Singapore, nelle scuole in Israele. Gli stessi studi mostrano che il fattore R non basta, limitandosi a indicare una media di contagiati. Bisogna incrociarlo con un secondo parametro – il fattore K – che indica i modi di dispersione del virus e la sua attitudine a riesplodere “a grappolo” (cluster). I grappoli possono scatenare esplosioni anche se la media nazionale mostra che le persone contagiate dal singolo diminuiscono.

Una volta appurato che tali “eventi” restano pericolosi nei Paesi usciti dal lockdown, Drosten sostiene che bisogna ridefinire le politiche di contenimento concentrandosi su di essi: quando si scopre un contagiato, tutte le persone presenti all’evento vanno isolate prima ancora di testarle: “In questi casi i test arrivano comunque tardi. Conoscere i modi della dispersione facilita le riaperture che privilegiano la circolazione dell’aria”.

In attesa del vaccino, di farmaci risolutivi, di app funzionanti, il distanziamento fisico e l’igiene restano la precauzione basilare. Gli studi scientifici permetteranno ai governi di affinarla, e ai cittadini di difendersi con l’arma della conoscenza. Prendersela con le precauzioni equivale a togliere quest’arma a ciascuno di noi.

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Giustizia sociale per salvare l’Ue

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 26 maggio 2020

Fra non molto sapremo cosa succederà al Recovery Fund che Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno proposto il 18 maggio: 500 miliardi di euro per sostenere i Paesi più colpiti dal Covid-19, erogati sotto forma di sovvenzioni e non di prestiti che aumenterebbero il debito e la dipendenza di Stati come l’Italia Sarebbe l’Unione a indebitarsi collettivamente sui mercati, accollandosi prestiti a lunga scadenza, rimborsabili sulla base delle quote di ripartizione previste nel bilancio europeo (i Paesi che più ne beneficerebbero non dovrebbero pagare di più). Grazie all’insistenza di Italia e Spagna la Merkel ha infine accettato il principio di un debito condiviso – fino a ieri un’eresia in Germania – ma basta un solo Paese membro per bloccare l’iniziativa: già ce ne sono quattro a opporsi (Austria, Olanda, Svezia, Danimarca) cui si aggiungeranno alcuni Paesi dell’Est.

Sicché il Recovery Fund vedrà forse la luce, ma ancora più smilzo (il fabbisogno indicato a suo tempo da Gentiloni era di 1.500 miliardi) e con una preminenza di prestiti condizionati.

Si dirà che questa è in fin dei conti l’Unione: un contratto revocabile, se c’è chi non si fida. Che le divergenze fra nord e sud non sono nuove, essendosi già manifestate sulla migrazione, quando Italia e Grecia furono lasciate sole a fronteggiarla e l’Unione rispose mettendo la politica d’asilo in mano a Turchia e Libia. Che toccherà adattarsi e accettare quel che offre la ditta (“col cappello in mano”) viste le rovinose condizioni in cui versano Paesi come l’Italia o la Spagna.

Si dirà tuttavia il falso, perché l’Unione non nacque per essere un contratto fra creditori e debitori, fra ricchi e impoveriti, fra vincitori e vinti. Nacque per evitare proprio questo rapporto di forze – la balance of power che regnò in Europa per secoli – e per scongiurare gli effetti della grande crisi del ’29: risentimento dei popoli, nazionalismi totalitari, guerra. La nostra Costituzione lo dice chiaramente, nell’articolo 11: la guerra è ripudiata, e le limitazioni di sovranità sono consentite alla sola condizione che assicurino “pace e giustizia fra le nazioni”. Oggi questa giustizia non c’è, la crisi economica derivata dal Covid viene equiparata da Draghi alle rovine della guerra, e l’Unione pur offrendo aiuti di vario genere tergiversa e agonizza.

Le parole usate in queste settimane occultano quest’agonia, essendo in genere false. Ne citeremo alcune.

Si annuncia ad esempio l’avvento di un piano Marshall, del tutto a sproposito. Gli aiuti all’Europa postbellica erano composti per oltre il 70% di donazioni, non di prestiti più o meno agevolati. Non meno sconcertante la seconda dimenticanza: il piano si inseriva in una strategia più vasta, che comprendeva il condono dei debiti europei, in prima linea tedeschi. La cancellazione dei debiti contratti dalla Germania fra il 1919 e il 1945 fu approvata nel 1953 nella conferenza di Londra. Tra coloro che rinunciarono alla riscossione c’era l’Italia, oltre a una ventina di altri paesi.

In qualche modo fu la vittoria di Lord Keynes, che fin dal primo dopoguerra aveva messo in guardia i vincitori del ’14-’18: le riparazioni chieste alla Germania avrebbero distrutto la giovane Repubblica di Weimar, ed equivalevano a uno strozzinaggio foriero di odio e guerre, come puntualmente avvenne con l’ascesa di Hitler. Con i suoi esitanti e lenti aiuti post-Covid, l’Unione sembra tornata non al secondo dopoguerra ma al primo.

Si parla di New Deal e Roosevelt, ma nulla di simile è in vista. Non una sistematica lotta alla povertà, non la solidarietà con le classi e le regioni più afflitte dal virus, non il superamento del dogma del laissez-faire, del mercato che aggiusta gli squilibri grazie alla non ingerenza e sottomissione degli Stati. Il Patto di stabilità è sospeso, non abolito. Poi ci sono imprese che addirittura chiedono allo Stato di garantire prestiti ingenti pur di poter versare agli azionisti i ricchi dividendi che hanno promesso (è il caso di Fiat-Chrysler, e ha fatto bene Andrea Orlando a indignarsene).

L’Unione è figlia del New Deal, del Piano Marshall, ma soprattutto del Welfare State: una protezione sociale universale concepita non dopo il riordino delle finanze nazionali ma nel mezzo della guerra, quando Churchill affidò a Lord Beveridge il compito di elaborare un piano che curasse alle radici il risentimento sociale sfociato nell’esperienza nazi-fascista. Beveridge è ricordato per il servizio sanitario pubblico e i sussidi ai disoccupati cui diede vita, e per la parallela militanza in favore di un’Europa unificata su queste basi.

Un’altra parola usata a casaccio è sovranismo, confuso con nazionalismo e antieuropeismo. Sovranità è l’indispensabile capacità di decidere presto nelle emergenze, e nell’Unione solo la Banca centrale la possiede, non senza difficoltà da quando la Corte costituzionale tedesca l’ha criticata con argomenti giuridicamente nefasti (il diritto europeo viene gravemente leso) ma non del tutto immotivati nella sostanza: la Bce – dice la sentenza del 5 maggio – non può avere come unico scopo i prezzi stabili, e dovrà meglio valutare gli effetti economico-sociali del proprio agire.

Alle prese con il Covid-19, l’Unione sembra aver perso forza centripeta, è lenta e tuttora fautrice di riforme strutturali che lungo i decenni hanno messo in ginocchio i nostri servizi sanitari. Quando New Orleans finì sott’acqua, nel 2005, Washington non disse che lo Stato della Louisiana doveva “far ordine in casa propria” prima di ricevere aiuti, come usa preconizzare l’Unione.

Gli unici che potrebbero muoversi sono i suoi cittadini, cui è stato affidato un ruolo determinante e assolutamente inedito durante il lockdown. Disciplinando se stessi, sono di fatto diventati i governanti della lotta al Covid. Lo spiega bene il filosofo Fabio Frosini, in un saggio pubblicato il 19 aprile nel sito Dinamopress, descrivendo la “mobilitazione totale della popolazione” generata da una pandemia gestita come guerra. Mobilitazioni simili possono generare ordini nuovi più giusti o disastri, a seconda. Dipenderà dagli Stati, dall’Unione, e dalla ridefinizione delle rispettive sovranità.

Il 10 aprile scorso, Giuseppe Conte annunciò che si sarebbe presentato al vertice europeo “con la dignità e la forza di un popolo”. Se l’Unione vuole riprendersi è da questa consapevolezza che potrà ripartire. Per citare ancora Keynes: dovrà abbandonare l’idea che la giustizia sociale sia un male, e l’ingiustizia una cosa utile per l’economia.

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Perché gli attacchi politici alla scienza fanno male a tutti

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 3 maggio 2020

Nella maggior parte dei paesi europei i governi hanno deciso un’uscita minimalista dal lockdown. La cautela è stata consigliata loro da esperti scientifici (virologi, epidemiologi, ecc.) e da importanti istituti di ricerca. Quando sono seri, e non si contraddicono con eccessiva frequenza, gli esperti hanno una sapienza specifica e uno sguardo lungo che i politici in genere non possiedono (tra gli esperti più prestigiosi internazionalmente: in Italia Massimo Galli; in Germania Christian Drosten, direttore dell’Istituto virologico nell’ospedale Charité a Berlino).

Non bisogna però credere che i politici ingoino facilmente l’amaro calice che in qualche modo li declassa. Molti puntano i piedi, si attribuiscono improbabili sapienze in più, giudicano esorbitante il peso degli esperti. L’uscita dal lockdown – lasciano capire – deve restituire loro l’autonomia (meglio: i poteri) che improvvidamente avrebbero delegato.

Di qui gli attacchi a Giuseppe Conte sferrati non solo dall’opposizione ma anche da Italia Viva e parte del Pd. Di qui il conflitto politica-scienza innescato da chi sembra non aver capito la catastrofica singolarità rappresentata dal Covid. Renzi non sa quello che dice, quando denuncia l’abdicazione della politica e paragona il peso esercitato dai virologi a quello dei magistrati nel ’92-’93 o dei “tecnici” economici nel primo decennio del 2000. O quando ha la spudoratezza di dire che “nemmeno ai tempi del terrorismo” le libertà furono a tal punto ristrette. Apparentare la calamità Covid al terrorismo, o a Mani Pulite, o alla crisi del 2008, denota un’ignoranza militante massimamente nociva perché impermeabile alla conoscenza e al distinguo.

Per meglio capire la natura di questo conflitto scienza-politica, vediamo dunque in che consiste il contributo di esperti e comitati tecnico-scientifici. In primo luogo essi sanno leggere le cifre, stabilendo quelle determinanti. In Germania a esempio sono due i dati ritenuti cruciali: l’indice di contagiosità (il cosiddetto R0 – quante persone sono contagiate da un singolo positivo) e il numero giornaliero dei contagiati (N). Se R0 scende sotto l’1 il contenimento funziona. Ma bisogna che scenda parecchio, perché se l’indice è 0,9 basta una scintilla e il Covid risale esponenzialmente. Secondo: gli scienziati hanno memoria delle epidemie da Coronavirus (Sars 2003, Mers 2012, Covid-19): non dimenticano che la Sars fu dichiarata sconfitta quando non lo era. Terzo: sono abituati a cooperare con scienziati di tutto il mondo, molto più dei politici. Quarto vantaggio, essenziale: gran parte degli esperti sono indipendenti, anche quando consigliano i governi. Come vediamo in questi giorni non esitano a contraddire i politici che promettono uscite avventate dal lockdown. È accaduto nel caso di Macron, che aveva annunciato la riapertura imminente delle scuole contro il parere dei tecnici: ha dovuto fare marcia indietro.

In vari paesi gli istituti scientifici mettono in guardia contro uscite non oculate dal lockdown, in assenza di vaccini e medicine risolutive. In un rapporto del 28 aprile, i quattro più celebri istituti tedeschi di ricerca escludono sia il definitivo sradicamento del virus (assenza del vaccino, cooperazione internazionale insufficiente) sia la “diffusione controllata del virus”, resa possibile dalla nuova disponibilità di posti letto per terapie intensive. In altre parole: è inammissibile dire che se i letti passano da 10 a 100 possiamo permetterci 90 intubati in più, chiamando tale scelta “convivenza col virus”.

L’offensiva contro gli esperti vede schierati gli imprenditori, più che giustamente allarmati dal tracollo economico che si annuncia. I politici che li assecondano ne profittano per prendersi una sorta di rivincita e riaffermare il primato che pretendono d’aver perduto (l’avevano già perso da decenni), e questo spiega la scomposta, dilettantesca equiparazione fra Covid e terrorismo, o fra epidemiologi, magistrati e “tecnici” dell’economia. Spiega le scelte e retromarce di Macron. Spiega infine quello che Drosten chiama il paradosso della prevenzione: il lockdown è d’un tratto visto come “reazione sproporzionata” proprio a causa dei successi che ha ottenuto (ospedali sgravati), “alimentando un autocompiacimento che potrebbe generare la seconda ondata di infezione”.

Nasce da questo compiacimento l’illusione – denunciata dagli istituti di ricerca tedeschi– che il virus possa essere combattuto attraverso una sua “diffusione controllata”, grazie ai restaurati posti letto: un calcolo miope oltre che cinico. I quattro istituti propongono al suo posto una “strategia adattativa” che si prepari a superare man mano il lockdown – come legittimamente chiesto dall’economia – ma a precise condizioni: quando i test e le tecniche di tracciamento dei contagi saranno sviluppati al massimo, e quando il numero dei contagiati e l’indice di contagiosità (fattori N e R0) scenderanno significativamente.

Stesso malumore verso la scienza si registra in Germania. Drosten ha ricevuto minacce di morte quando ha criticato uscite intempestive dal lockdown: “Per molti tedeschi sono l’uomo nero che paralizza l’economia”, ha confidato al «Guardian». Ha detto che i letti liberatisi nelle terapie intensive non basteranno neanche nel suo paese, se partirà una seconda ondata Covid. Ha ricordato che basta poco perché l’indice di contagiosità ridiventi devastatore (è accaduto in Germania dopo le vacanze di Pasqua, prima della “riapertura”).

Di questi tempi gli scienziati forniscono brutte notizie, e quando ne forniscono di buone (ad esempio sull’immunità data per certa) sparlano. Dice Jeremy Farrar, infettivologo: “La verità è che non abbiamo buoni test, non abbiamo farmaci di cui si sappia la reale efficacia, e non abbiamo il vaccino”. Liquida così l’immunità di gregge: “Per conseguirla deve essere immune il 60-70 per cento della popolazione. Siamo ben lontani da tali cifre” (secondo uno studio americano non si oltrepassa il 2-3 per cento). Sostiene che non basta scendere di qualche decimale sotto l’1, nell’indice di contagiosità: “Basta una scintilla o una disfunzione dei test e risaliamo a 1,3-1,5: il che vuol dire nuova ondata Covid e nuovo lockdown. Un andirivieni insopportabile per le società”. Quel che occorre è moltiplicare e sviluppare i test e i tracciamenti di contagi, “come fanno i paesi che hanno meglio combattuto la pandemia: Corea del Sud, Singapore, Nuova Zelanda, Germania”. Farrar dice che “ci aspettano giorni neri. Il vero exit è il vaccino”.

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Mes, usciamo dai sensi di colpa e ricordiamo Atene. Come fa Conte

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 21 aprile 2020

Quel che più sconcerta, nelle discussioni italiane sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes), è lo sconcerto di molti commentatori, confortati dall’appoggio che ricevono da buona parte del Partito democratico. Possibile che Conte sia così sprovveduto o ideologico – si chiedono costoro – da respingere l’offerta di aiuti senza condizioni? Il governo Conte deve essersi ammattito, se insiste nel giudicare “inadeguata” l’assistenza del Mes e se pensa di poter ottenere quel che Germania e Olanda non concederanno, e tanto meno a noi peccatori: una messa in comune del debito nell’eurozona, attraverso l’emissione di eurobond. Ammattito due volte: perché resiste a qualcosa che può solo avvantaggiarci, e perché non si è accorto come il Mes sia mutato rispetto ai tempi in cui l’Unione, rappresentata nella Trojka da Commissione e Banca centrale, e affiancata dal Fondo Monetario, aiutò la Grecia a distruggere il proprio Stato sociale.

Chi accusa Conte di riaccendere lo scontro fra chi vuole più Europa e chi ne vuole di meno dà evidentemente per scontato che Mes sia sinonimo di buona Unione, e non-Mes sia sinonimo di non-Europa e sovranismo.

Nulla di più lontano dalla realtà, se si perde un po’ di tempo a leggere i comunicati europei, a usare le parole con un minimo di precisione, e a osservare quel che accade fuori casa. Vero è che le condizioni per accedere agli aiuti del Mes diminuiscono – lo shock Coronavirus non è stavolta asimmetrico ma colpisce simmetricamente tutti gli Stati – ma non per questo scompaiono. Il Report approvato dall’eurogruppo in vista del vertice Ue di giovedì prossimo parla di “condizioni standard per tutti”, definite in anticipo dagli organi del Mes, e di aiuti temporanei legati solo alle spese sanitarie. La formula è vaga sull’accesso ai prestiti ma si fa più concreta sul dopo-Covid (quando verrà alla luce l’aumento del debito cui si è sobbarcato il paese richiedente). Finita l’emergenza, quest’ultimo dovrà “restare fedele all’impegno di rafforzare i fondamentali economici e finanziari, coerentemente con il quadro di coordinamento economico-fiscale e di sorveglianza dell’Unione”. Niente di nuovo in Occidente, dopo il Covid-19.

L’assistenza “senza condizioni” del Mes non è peraltro prevista dai Trattati dell’Unione, così come modificati il 25 marzo 2011 da una decisione del Consiglio europeo (quando al governo c’era Berlusconi, ha opportunamente ricordato Conte). Fu allora che l’articolo 136 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione venne corredato di un’aggiunta rilevante: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un Meccanismo di stabilità […]. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria […] sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”. Anche se giovedì si giungesse a un’intesa sul Mes che soddisfi l’Italia, i paesi contrari agli eurobond potranno sempre – in un secondo momento – appellarsi a quest’articolo.

Un altro punto a favore della scommessa di Conte: la sua intransigenza sul Mes ha dato forza ai paesi che chiedono un’Unione attrezzata per il disastro economico scatenato dal Covid. Disastro non paragonabile a nessun altro disastro recente o non recente. Che i meccanismi europei nella loro totalità vadano reinventati è opinione che si sta diffondendo, non solo a Sud: la lettera di nove governi in favore degli eurobond, diramata il 25 marzo, è firmata anche da Belgio, Lussemburgo, Irlanda. Si diffonde, anche, la consapevolezza che tali meccanismi poggiano su dottrine neo-liberiste che lungo gli anni, in nome di uno Stato dimagrito, hanno divorato servizi pubblici, spesa sanitaria, ricerca, e affidato al mercato globalizzato la produzione di dispositivi sanitari di prima necessità (medicine, mascherine, ventilatori). “Lo smantellamento del sistema sanitario pubblico ha trasformato questo virus in una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità e in una minaccia per l’insieme dei nostri sistemi economici” (Gaël Giraud, «La civiltà cattolica», Quaderno 4075, 2020, volume II).

Non stupisce dunque che il ricorso al Mes sia ormai inviso in molti paesi dell’Unione, e non è escluso che Spagna e Francia giocheranno al rialzo, giovedì, scommettendo come Conte sul massimo che potranno ottenere, nella speranza di ottenere almeno qualcosa di concreto. Il Premier spagnolo Pedro Sánchez ha appena proposto un Fondo di Ricostruzione (1,5 trilioni di euro, pari all’1% del Pil europeo) che sia agganciato al bilancio europeo e aiuti i paesi in difficoltà con trasferimenti di risorse (“grants”) anziché con prestiti destinati ad aumentare il loro debito pubblico. Di questo “debito perpetuo” si pagherebbero solo gli interessi.

In parallelo con la Spagna sembra muoversi anche Macron, in un’intervista al «Financial Times» del 16 aprile in cui afferma che l’Italia non va abbandonata e che “gli Stati membri non hanno altra scelta se non quella di istituire un fondo per la ripresa post Covid pari a 400 miliardi di euro”, capace di emettere debito comune, garantito congiuntamente e basato sui bisogni degli Stati anziché sulla grandezza delle loro economie. “Se non lo faremo i populisti vinceranno: in Italia, Spagna, forse in Francia”. “Sarebbe un errore storico ripetere che ‘i peccatori debbono pagare’, come si fece come nel primo dopoguerra”, conclude Macron, evocando il “fatale, colossale errore della Francia che in quegli anni reclamò riparazioni dalla Germania, scatenando reazioni populiste e il successivo disastro”.

Quell’errore non si ripeté nel 1945 ma può ripetersi oggi, con la Germania che oggi colpevolizza gli indebitati (in tedesco Schuld definisce sia il debito che la colpa) e con l’Olanda che si oppone agli eurobond continuando a profittare dei propri paradisi fiscali: un punto su cui insistono Sánchez e Conte, nell’intervista alla «Süddeutsche Zeitung» pubblicata ieri su questo giornale. Dopo il ’45 l’Europa fu ricostruita grazie al Piano Marshall, e al Welfare State predisposto durante la guerra da William Beveridge in Gran Bretagna. Anche allora si fece una scommessa temeraria, giocando al rialzo come promettono oggi Italia, Spagna o Francia.

Può darsi che il vertice di giovedì produca compromessi al ribasso (Macron è volubile). Può darsi che Conte, isolato, non usi il veto. Ma darsi per sconfitti sin da ora vuol dire interiorizzare l’equivalenza debito-colpa (“Chi siamo noi, per rifiutare 37 miliardi?”). Vuol dire non aver capito la natura dell’odierna minaccia, e far finta che il Covid sia una crisi come le altre, padroneggiabile con vecchi fallimentari dispositivi.

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Lasciar morire i nostri anziani?

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 23 marzo 2020

Chi ancora avesse dubbi sulle misure adottate dal governo – obbligo di auto-isolarsi, non uscire di casa neanche per passeggiate, evitare ogni contatto con persone esterne – farebbe bene a valutare la condizione in cui ci troviamo, in Italia e nei paesi europei: tracollo dei sistemi sanitari, mancanza acuta di posti letto e attrezzature per terapie intensive e ventilazione dei polmoni, carenza di infermieri, rianimatori, anestesisti.

È il risultato di anni di tagli alla sanità e di privatizzazioni. Gli anziani in prima linea farebbero bene a non muoversi di casa in alcuna circostanza, dai 70 e anche 65 anni in su. Per loro i tracolli e le mancanze hanno un significato evidente: non ci sono né letti a sufficienza né attrezzature per ospitarli. Non saranno nemmeno ammessi agli ospedali, se questi sono veramente “allo stremo” come si annuncia da settimane. Nel migliore dei casi, se affetti da difficoltà respiratorie verranno convogliati in ospizi medicalizzati. Nel peggiore e più frequente moriranno in casa: soli, senza medico che ti attacchi al ventilatore se ti manca l’aria, senza un parente che sia vicino.

In Francia questo viene ormai formalmente dichiarato, ammesso. La fase del cosiddetto “triage” – la selezione fra chi viene aiutato a sopravvivere e chi no, tra chi è ammesso in ospedale e chi ne è escluso, tra persone in grado di resistere per età o “storia medica” e anziani con una bassa aspettativa di vita – è ufficialmente cominciata in un numero crescente di ospedali. Il personale viene istruito in tal senso da rapporti ad hoc, che si richiamano all’esperienza italiana. Si dà per scontato che in Italia il “triage” sia ormai la norma, più che il rischio da evitare.

Un articolo apparso il 18 marzo su «Le Monde» rivela l’esistenza di un rapporto che prescrive la selezione dei malati. Si intitola “Definizione delle priorità (priorisation) nell’accesso alle cure critiche in un contesto di pandemia”, il 17 marzo è stato trasmesso alla Direzione generale della sanità da un gruppo di esperti convocato dal governo. Scopo del rapporto è aiutare i medici a operare le scelte che fatalmente occorrerà fare – che occorre fare sin d’ora – in caso di saturazione dei letti di rianimazione.

Il sito «Mediapart» ha condotto un’inchiesta non meno brutale, il 20 marzo. In alcuni ospedali, soprattutto a Perpignan nei Pirenei Orientali e nell’Est della Francia (in Alsazia e in particolare a Mulhouse e Colmar), esistono espliciti protocolli e tabelle schematiche, a uso di ospedali e medici, che mettono nero su bianco la necessità di operare le selezioni. «Mediapart» pubblica nelle grandi linee un “Piano Bianco” del 18 marzo scorso, messo a disposizione del servizio rianimazione del centro ospedaliero di Perpignan e del suo personale sanitario: se il numero dei malati critici oltrepassa le risorse disponibili (posti letto, attrezzature, medici, infermieri), la selezione s’impone.

Nel Piano Bianco vengono distinte quattro categorie di rischi di morte cui far fronte (o non far fronte): le “morti inevitabili”, a causa della severità della malattia o dell’età – Le “morti evitabili”, grazie a un miglioramento delle cure e dell’organizzazione – Le “morti inaccettabili”, di pazienti giovani senza concomitanti malattie gravi – e infine le “morti accettabili”, cioè i “pazienti anziani o poli-patologici” (con malattie concomitanti). La priorità va data ai pazienti il cui rischio di morte è giudicato “inaccettabile”.

Vero è che il Piano prevede la consegna a domicilio di ventilatori per chi è precluso dagli ospedali. Ma non si sa se le risorse siano sufficienti, man mano che aumenterà il numero di pazienti anziani in stato critico che restano a casa. È qui che scatta la trappola etico-sanitaria: a partire dal momento in cui la morte dell’anziano minacciato da asfissia è definita “accettabile”, tutto è permesso. Compreso il disinteresse sostanziale al suo stato e la sua esclusione dalle cure. L’etica finisce dove comincia il “principio di realtà”, che guida schemi e protocolli. Dice un infermiere in una città dell’Est: “Non lo si dice perché non si può, ma l’ordine tacito è di non ammettere più negli ospedali le persone oltre i 75 anni, di lasciarle nei ricoveri per anziani o a casa: cioè lasciarli morire”.

I medici fanno valere che una certa selezione veniva praticata anche prima del Coronavirus, negli ospedali e fuori dagli ospedali: a partire da una certa età la rianimazione non è frequente. Ma la soglia abbassata ufficialmente ai 70 anni è una novità. “È un battesimo d«el fuoco”, hanno detto i medici a «Mediapart».

La chiamano “priorisation”, ed essa viene applicata anche quando accade che un anziano sia intubato. Visto che le cure di rianimazione-ventilazione sono molto lunghe 14 giorni in media per paziente. “In Italia il primo paziente giovane è stato intubato per quattro settimane”, ricorda un medico in Alsazia), quando procedere al distacco dei tubi? A Mulhouse (Alsazia), il responsabile del servizio di aiuto medico urgente (la Samu, ovvero il numero telefonico 15, equivalente dei nostri numeri verdi di pubblica utilità) denuncia la saturazione della rianimazione in tutto il dipartimento e spiega: “Quando viene intubata una persona di 70 anni e quando quest’ultima occupa l’ultimo letto disponibile, viviamo nell’angoscia che un’ora dopo arrivi una persona di 50 anni in crisi respiratoria”.

La scelta della selezione viene presentata in Francia come medicina delle catastrofi, o di guerra. Come scelta razionale, anche se terribile, fra le esigenze dell’etica e “principio di realtà”. Probabilmente per questo Macron, quando con enorme e colpevole ritardo ha annunciato misure di auto-segregazione individuale, il 16 marzo, ha usato almeno cinque volte la parola guerra. Sapeva già quello che questa parola comporta: il sacrificio inevitabile di molte persone. Angela Merkel e il re di Spagna hanno evitato la parola guerra.

Per ora non esistono né cure risolutive del Covid-19 né vaccini. Test estesi sul piano nazionale non si possono fare per mancanza di tamponi. Non resta che la via dell’autodisciplina nel praticare l’autosegregazione. Chiunque non la osservi crea le condizioni d’un numero sempre maggiore di “morti accettabili”. Nicolas Van Grunderbeeck, rianimatore all’ospedale di Arras, riassume così il dilemma: “Dobbiamo rassicurare i pazienti senza occultare il fatto che esistono casi in cui dobbiamo selezionare”.

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Studiare vaccini non fa fatturati

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 5 marzo 2020

La pandemia Coronavirus è stata paragonata, per gli effetti che ha sull’economia, alla crisi finanziaria del 2007-2008: ancora una volta si pronosticano contrazioni della crescita e dell’occupazione, cui si aggiungono restrizioni nel movimento delle persone e ulteriori chiusure dell’Europa ai migranti – che con Covid-19 non hanno nulla a che vedere.

Il paragone è molto appropriato, ma non solo per gli effetti del virus: lo è anche per quanto riguarda le cause, cioè le difficoltà strutturali di trovare farmaci antivirali e vaccini. Ancora una volta si evita di mettere in questione il neoliberismo che alimenta le crisi, finanziarie o sanitarie che siano. È il persistente dogma neo-liberale che spiega almeno in gran parte come mai ancora non siano stati escogitati né cure né vaccini.

È quanto afferma lo scrittore scientifico Leigh Phillips in un articolo sul sito di Jacobin.it, citando i pareri allarmati di biologi e in particolare un rapporto di Goldman Sachs del 10 aprile 2018. La conclusione di Phillips è che “il libero mercato sta frenando l’avanzata della scienza, della medicina e della salute pubblica”. E questo con la complicità della autorità pubbliche, che giustamente si preoccupano oggi di circoscrivere gli effetti del Covid-19, ma non riconoscono l’esistenza degli ostacoli frapposti dalle politiche neoliberali alla ricerca di rimedi e vaccini.

Quel che le autorità pubbliche nascondono è che la polmonite di Wuhan non è caduta dal cielo. Sono 18 anni che imperversa una stessa famiglia di Coronavirus, con epidemie che si accendono, si spengono e si riaccendono a seconda della mutazione del virus, senza che vengano rintracciate cure: prima la Sars del 2002-2003, poi la MERS del 2012 in Medio Oriente, ora Covid-19. La principale responsabilità dei governi è di presentare il Covid-19 come una novità, che giustificherebbe l’impreparazione. Si investono soldi in deficit per combattere le conseguenze della pandemia – cosa senz’altro opportuna – ma non si parla degli investimenti indispensabili alla ricerca e sperimentazione di rimedi e vaccini. Rimedi che proteggano non tanto dall’odierno Coronavirus (i suoi tempi sono troppo brevi), ma da future sue forme che torneranno di sicuro a colpire nei prossimi anni e decenni.

Gli scienziati citati da Phillips spiegano questa cecità di fronte al virus multiforme, e da anni ne denunciano la causa: l’assenza di interventi pubblici, sotto forma di finanziamenti continuativi, per contrastarlo. Il rapporto pubblicato da Goldman Sachs prima del Covid-19 è brutale (titolo: “Rivoluzione del genoma”), e i suoi autori non esitano a dire che esistono terapie dei mali “non sostenibili per il business delle case farmaceutiche”. Questo perché il giorno in cui si trova il rimedio definitivo (la one-shot cure), il “pool” dei malati scende e i guadagni crollano. L’esempio additato è la cura dell’epatite C (tasso di guarigione: 90%). “Nel 2015, la società Gilead Sciences commercializzò farmaci risolutivi, incassando 12,5 miliardi di dollari. Poi però le vendite cominciarono a scemare, man mano che più soggetti venivano curati e diminuivano gli individui infettati. Oggi il flusso di guadagni ammonta a meno di 4 miliardi l’anno”. Il rapporto aggiunge sfacciatamente che il cancro è “meno rischioso”. Mancando cure risolutive “il pool dei malati resta stabile”: un vantaggio per Big Pharma. Gli scienziati confermano la deficienza dei mercati, acuita dall’assenza di un impegno pubblico che sostenga ricerche indipendenti, dunque non saltuarie. Una delle difficoltà è dovuta al fatto che la ricerca ha una durata assai più lunga di quella dei singoli Coronavirus. Quando si è vicini a individuare farmaci e vaccini è troppo tardi per l’epidemia in corso, e sia ricerca sia sperimentazioni si bloccano: in parte perché il virus è in costante mutazione, ma in grandissima parte anche perché l’industria farmaceutica non ha interesse a continuare le ricerche, visto che le singole epidemie sono brevi e la “platea” di contaminati e vittime non “sufficientemente ampia”. È quello che sostiene il biologo strutturale Rolf Hilgenfeld, che sta studiando nel Wuhan il Covid-19, o esperti di malattie infettive come Alimuddin Zumla, professore alla University College di Londra. Ambedue spiegano come le ricerche e la cooperazione scientifica internazionale siano molto avanzate, ma come sia estremamente arduo trovare finanziamenti perché la ricerca non si blocchi alla fine di una singola epidemia ma continui per fronteggiare le sue prevedibili forme successive. Anche i virologi hanno una responsabilità, secondo Hilgenfeld: hanno sottovalutato la minaccia di una riemergenza del virus apparso con la Sars.

La privatizzazione della sanità impedisce insomma che si facciano progressi, e non perché le case farmaceutiche siano soggetti malefici, ma perché esistono crisi e malattie che la vista corta del mercato non è in grado di combattere. I mercati guardano a profitti e perdite: è il loro mestiere. Solo lo Stato può intervenire e investire in progetti di lungo periodo che non procurano ricavi immediati. Se le epidemie Coronavirus non riescono a essere debellate, la ragione va senza dubbio cercata in impedimenti tecnico-scientifici, ma in misura non minore nella dottrina neoliberale che ancora non ha capito come il mercato non si autoregoli, e vada affiancato da una ripresa in mano massiccia e continuativa da parte del pubblico (in settori come farmaceutica, ricerca, green economy, telecomunicazioni, nanotecnologie).

Il Covid-19 ricorda il libro Cecità di Saramago. Da anni le autorità pubbliche avanzano come ciechi, di crisi in crisi, continuando a tagliare spese sanitarie e ricerca. Solo alcuni hanno gli occhi aperti. Tra loro l’economista Mariana Mazzucato, che fortunatamente affianca oggi Giuseppe Conte nel rilancio delle zone colpite da Coronavirus, e secondo cui non è il mercato ma “lo Stato, nelle economie più avanzate, a doversi far carico del rischio d’investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie. È lo Stato, attraverso fondi decentralizzati, a finanziare ampiamente lo sviluppo di nuovi prodotti fino alla commercializzazione”.

Dice il rapporto di Goldman Sachs che “la dinamica di un farmaco effettivo, che cura permanentemente il male, comporta il graduale esaurimento del pool di pazienti”, e che qui è il rischio per le Big Pharma. È davvero ora che gli Stati mettano a tacere strategie così succubi dei mercati da anteporre l’interesse e i rischi del business ai bisogni del bene pubblico.

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