Chiedo al Presidente della Repubblica di intervenire per permettere l’esercizio democratico del referendum sulle trivellazioni

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 11 febbraio 2016

Ieri, nella seduta del Consiglio dei Ministri, il governo italiano ha deciso di ignorare gli appelli delle associazioni e dei comitati ambientalisti che chiedevano di accorpare il referendum contro le trivellazioni marine alle prossime elezioni amministrative di giugno e ne ha fissato la data per il prossimo 17 aprile.

Si tratta di un metodo contrario alla democrazia e al buon senso. Fissare un referendum a così breve scadenza significa non solo sprecare circa 360 milioni di euro dei contribuenti, ma impedire un ampio confronto che permetta agli italiani di decidere con cognizione di causa del proprio destino ambientale.

I sei quesiti referendari contro le trivellazioni – che chiedono l’abrogazione di un articolo del Decreto Sviluppo e di cinque articoli dello “Sblocca Italia” – hanno rappresentato fin da subito una spina nel fianco nelle politiche energetiche del governo Renzi e una battaglia di democrazia per i cittadini. Puntare al non raggiungimento del quorum rende chiara la scelta governativa di procedere sulla strada pericolosa e perdente della dipendenza dalle energie fossili energie fossili. Una scelta in aperto contrasto con gli impegni assunti al termine della Conferenza Cop 21, quando l’Italia, insieme ad altri 147 Paesi del mondo, dichiarò la propria volontà di ridurre drasticamente il ricorso alle energie fossili al fine di salvaguardare gli equilibri climatici del pianeta.

Poiché la campagna referendaria si aprirà formalmente solo con il decreto di indizione del Capo dello Stato, mi unisco alla richiesta che il Coordinamento nazionale No-Triv, Greenpeace e altre associazioni stanno in queste ore rivolgendo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, perché respinga la data proposta dal governo e consenta una votazione effettivamente democratica – anche in considerazione del fatto che dinanzi alla Corte costituzionale pendono due conflitti di attribuzione sui quesiti proposti. Nel caso il giudizio della Corte dovesse essere positivo, il referendum dovrebbe svolgersi su tre quesiti e questo significherebbe che i cittadini italiani verrebbero chiamati alle urne cinque volte nel corso del 2016: per due referendum sulle trivellazioni, per le elezioni amministrative, per gli eventuali ballottaggi e per il referendum costituzionale.

L’Unione Europea e il deficit di democrazia

24250699062_84375d1564_z

Mercoledì 13 gennaio nella sede del Parlamento europeo a Bruxelles si è svolta la conferenza “The Shield of Europe: the EU Charter of Fundamental Rights”, organizzata da Barbara Spinelli con il GUE/NGL.

Intervento di Barbara Spinelli:

L’Unione Europea e il deficit di democrazia

Questo seminario è stato pensato in occasione di quella che viene comunemente soprannominata crisi del debito greco, e che sin dall’inizio sarebbe stato meglio chiamare, in osservanza del principio di realtà: crisi e addirittura tracollo dell’intero progetto di unificazione europea. Le imprecisioni linguistiche non sono mai casuali. Sono deliberatamente usate per nascondere quel che sta accadendo, per scongiurare una rimessa in questione troppo difficile o costosa per le élite dominanti. Sono gli ingredienti di una strategia di evitamento. Circoscrivere la crisi concentrandola sul debito greco neutralizza le responsabilità e gli errori dell’Unione, serve a spoliticizzare quest’ultima. Ingrandisce i poteri di una governance sempre più incontrollata e sopprime in parallelo quelli dei cittadini, che non sanno più a quale governo rivolgersi né dove sia la sovranità (governance non è governo: è potere senza imputabilità).

Il progetto europeo era nato per restaurare le democrazie costituzionali dopo due conflitti mondiali, per dare a esse basi più durevoli, per unire le forze col proposito di curare i due mali che avevano distrutto il continente nella prima metà del Novecento: l’ingiustizia sociale e l’ostilità reciproca fra Stati del continente. Oggi dobbiamo constatare che ambedue i fini non sono raggiunti: l’ingiustizia e la disuguaglianza sociale va crescendo da circa 40 anni, l’ostilità fra Stati si estende, e dalla crisi scoppiata nel 2007-2008 usciamo con un divario netto fra esigenze delle democrazie nazionali e precetti delle istituzioni europee, nonché degli innumerevoli organismi ad hoc creati fuori dai Trattati.

Quel che è accaduto dopo la vicenda greca conferma al tempo stesso la crisi del progetto e la cecità delle élite che guidano l’Europa. La mancata solidarietà sulla gestione dei rifugiati, le frontiere che si alzano ovunque e caoticamente dentro lo spazio dell’Unione, la sistematica violazione delle Costituzioni nazionali e della Carta europea dei diritti fondamentali: ecco la risposta che viene data, non si sa più in nome di quale mandato, ai fenomeni migratori, al terrorismo, alle guerre che imperversano ai confini sud ed est dell’Europa. Siamo di nuovo e più che mai in una tempesta perfetta, e sono anni che l’Unione resta impigliata in una sua presunzione fatale: che le ricette adottate durante la crisi siano l’unica e ideale soluzione, che le istituzioni comunitarie non necessitino cambiamenti radicali. O meglio: che le istituzioni vadano cambiate surrettiziamente, dall’alto, dando vita appunto a un grande potere senza imputabilità. Che l’unica vera sfida sia quella di salvare il funzionamento dei mercati e la competitività, anche se sono molti ormai gli economisti – da Paul Krugman a Martin Wolf a Robert Reich – a negare la natura indispensabile della competitività nei sistemi di tassazione o nei mercati del lavoro, e la coincidenza tra le regole che valgono per un’azienda e le regole che valgono per uno Stato. Per la verità le istituzioni non restano immobili: cambiano, e non marginalmente visto che si svuotano di democrazia.

Volutamente uso il termine coniato da Friedrich Hayek per definire il progetto sovietico e socialista: la presunzione fatale – fatal conceit – è quella che caratterizza i difensori dei dogmi e delle svolte autoritarie, e non stupisce che aumentino nell’Unione i politici e governanti attratti da modelli più efficaci e rapidi di quelli sin qui difesi dall’Unione. Modelli come quello del Pc cinese, o dello statista di Singapore Lee Kuan Yew. L’allargamento a Est dell’Unione ha rafforzato il fascino nemmeno molto segreto esercitato dall’autoritarismo. Ricordo che una parte consistente di Solidarnosc, sul finire del regime comunista, tesseva l’elogio delle ardite e competitive strategie economiche di Pinochet. L’allargamento è stato fatto senza che questi equivoci siano stati fugati, sempre che di equivoci si sia trattato. La svolta antidemocratica è più diffusa di quanto ammettano i detrattori di Budapest e Varsavia.

Come fautori del vecchio progetto europeo, possiamo reagire al presente sfacelo in due modi: alla maniera di Cicerone, come lo racconta Shakespeare nel Giulio Cesare (“Buona notte Casca, questo cielo turbato sconsiglia di andare in giro” – “this disturbed sky 
is not to walk in”). Ma sarebbe rispondere alla strategia dell’evitamento con un comportamento di eguale natura: Cicerone è saggio ma alla lunga non avrà influenza perché semplicemente “si tira fuori”. Oppure si può entrare nella tempesta, denunciare a chiare lettere chi prima ha voluto il predominio disordinato dei mercati poi ne ha profittato per diluire il patrimonio democratico delle nazioni europee, e cercare di influenzare gli eventi chiedendo che l’Unione si dia una costituzione democratica, vincolante non solo per i cittadini e gli Stati ma anche per le istituzioni. E non solo: che rispetti le costituzioni democratiche delle nazioni, spesso più avanzate non solo del Trattato di Lisbona ma anche della Carta europea dei diritti. È l’alternativa di Albert Hirschman che vorrei qui riproporvi: o la strategia dell’exit o quella del voice, della presa di parola critica all’interno della costruzione europea. [1]

Le due strategie non sono opposte, nelle teorie di Hirschman, anche se possono naturalmente diventarlo. La minaccia dell’exit può essere utile e feconda, per risvegliare il desiderio, la forza e l’udibilità della “presa di parola” attiva. Dunque è utile denunciare quel che si è rotto, compreso quel che si è rotto irrimediabilmente, e a questo serve anche il nostro incontro: a connettere la tensione verso l’uscita con il voice, ovvero la presa di parola, la contestazione, e la proposta.

Chi chiede l’exit infatti ha le sue ragioni, e anche se corre dietro una non recuperabile sovranità nazionale assoluta è da molti punti di vista più vicino alla realtà di chi vive nella presunzione fatale di un’Unione funzionante, da correggere ai margini o surrettiziamente. Sono le oligarchie che dominano oggi l’Europa e i singoli governi ad aver perso il rapporto sia con le realtà vissute dai cittadini (basti pensare alla disorganizzazione degli Stati di fronte ad atti di terrorismo o a violenze come quelle accadute in varie città tedesche a Capodanno) sia con il progetto europeo in quanto tale. Sono le oligarchie a ignorare che non si può continuativamente violare i diritti delle persone e le Carte approvate dall’Unione, che non si può sprezzare sistematicamente i verdetti elettorali e le volontà dei popoli senza poi, un giorno, pagare tutto intero un prezzo molto alto e distruttivo.

Quel che dobbiamo sapere, è che i custodi dei dogmi dell’austerità neoliberale e della sorveglianza di massa non sono più al servizio della democrazia costituzionale, fin dagli anni ’70 sono tentati da Costituzioni che accentrano tutti i poteri negli esecutivi, e per quanto riguarda l’establishment di Bruxelles sono già nella logica dei regimi autoritari. Basti qui ricordare la risposta che Cecilia Malmström, commissario responsabile del commercio, ha dato alle domande critiche che John Hilary, direttore esecutivo dell’associazione inglese War on Want, ha mosso al TTIP, il 15 ottobre scorso su “The Independent”. A cosa sono servite le petizioni contro il Trattato transatlantico in vari Paesi europei (circa 4 milioni di firme)? A cosa servono le manifestazioni, spesso spettacolari? La replica della Malmström è stata: “Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo”.

La frase è significativa perché se la Commissione non ha ricevuto un mandato dal popolo, da chi lo riceve? Chi controlla il sempre più potente controllore, se non un insieme di lobby e di grandi banche e multinazionali? E da chi ricevono il mandato la Banca centrale europea, la trojka, l’eurogruppo che è una struttura completamente fuori da ogni controllo parlamentare e che nemmeno tiene i verbali delle proprie riunioni, e Frontex che sempre più presidierà le frontiere europee attivandosi anche nei paesi terzi? Cosa sono queste istituzioni, custodi di uno spazio di non diritto nell’Unione, dove non valgono né le regole della Carta, né gli articoli sociali del Trattato, né le costituzioni nazionali? L’ottimismo panglossiano ha sempre fatto dire, ai responsabili dell’Unione: “L’Unione politica che farà funzionare l’euro e legittimerà i vari organi tecnici dell’attuale governance verrà, perché necessaria”. Non è venuta e non viene. Il presidente della Bundesbank già dice, senza esitare, che non ce n’è più bisogno.

Per questo all’inizio ho menzionato il caso greco, nel mio tentativo di diagnosi. Perché in quell’occasione si è sperimentata e poi consolidata una sorta di diritto emergenziale permanente, uno stato di eccezione che sfigura ormai in maniera aperta, senza più pudore, il progetto europeo, e non i valori astratti ma i diritti iscritti nella Carta e gli obiettivi fissati negli articoli 2 e 3 del Trattato (pluralismo, non discriminazione, tolleranza, giustizia, solidarietà, parità tra donne e uomini, e piena occupazione, progresso sociale, sviluppo sostenibile). Tra questi obiettivi e i bisogni dello stato d’emergenza, tra elezioni nazionali e politiche decise a Bruxelles si è creato un divario che tende a divenire incompatibilità fondamentale. Si è creata incompatibilità tra le misure imposte alla Grecia nel memorandum anti-crisi e precisi articoli del Trattato e della Carta, che cessano di essere vincolanti senza che i cittadini ne siano informati. Penso per fare un esempio al titolo IV della Carta – quello sulla solidarietà – e in quest’ambito agli articoli 28, 30, 34, 35, che prevedono il diritto a concludere contratti collettivi, alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato (art. 18 in Italia), alla sicurezza sociale e all’assistenza abitativa, a un livello elevato di protezione della salute. Penso, per quanto riguarda i rifugiati, al diritto alla vita e al non respingimento collettivo.

Vorrei chiedervi in queste quattro sessioni come siamo arrivati a questo punto, e soprattutto come può essere riempito il divario tra proclami e politiche concrete. E vorrei richiamare anche la vostra attenzione sull’aspetto internazionale del problema. Il diritto emergenziale si applica in tempi di guerra, e i leader europei dopo gli ultimi attacchi terroristi non esitano a proclamare proprio questo: lo stato di guerra. Alle frontiere c’è un caos che le nostre politiche estere hanno spesso acceso, e che non sanno come spegnere. L’Europa ha subappaltato agli Stati Uniti la gestione della pace e della guerra, ma gli Stati Uniti hanno mostrato di essere non una potenza creatrice di ordine internazionale, ma un impotente artefice di caos globale. In questo senso, l’Europa deve darsi subito una politica razionale e seria verso la Russia: tra le tante sue mancanze, questa è oggi la più vistosa.

L’Europa è nata come un progetto politico di pace tra le nazioni, e anche questa missione è scomparsa, sempre che sia mai nata. Se non fosse così, non assisterebbe passivamente alla politica di distruzione dei curdi operata dal regime turco, per non parlare dell’abbattimento dell’aereo russo avvenuto nel novembre scorso. Abbiamo bisogno della Turchia per tenere a bada e diminuire l’afflusso di rifugiati, e in cambio – come fossimo ricattati – siamo disposti a chiudere tutti e due gli occhi verso le politiche destabilizzanti di Erdogan in Siria e in Iraq. Se Erdogan rimpatria i rifugiati nelle zone di guerra riceve addirittura ricompense, sotto forma di un aiuto di “assistenza” pari a 3 miliardi di euro.

Anche su questi punti chiedo vostre meditazioni e vostre idee. Penso che il nostro incontro dovrebbe essere il primo di una serie. Regolarmente dovremmo incontrarci per vedere a che punto siamo. E se sia possibile evitare, almeno da parte nostra, quella strategia difensiva dell’evitamento che permette all’Europa di non entrare in contatto con ciò che ha suscitato al suo interno prima l’ansia, poi la paura, poi la propensione ad autodistruggersi.

[1]     Otto Albert O. Hirschman, Exit, Voice and Loyalty, 1970.


 

 Si veda anche:

Le promesse tradite dell’Europa che uccide anche con le parole (file .pdf), sintesi dell’intervento pubblicata in forma di articolo su «Il Fatto Quotidiano» del 13 gennaio 2016

Lettera di denuncia in seguito al rimpatrio forzato di venti donne nigeriane

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli, eurodeputata al Parlamento Europeo GUE/NGL, denuncia l’operazione di rimpatrio di venti donne nigeriane potenziali vittime di tratta effettuata il 17 settembre a Roma.

Bruxelles, 15 ottobre 2015

Dopo il rimpatrio forzato di circa venti donne nigeriane vittime di tratta, avvenuto il 17 settembre a Roma, Barbara Spinelli ha inviato una lettera di denuncia al Viminale, all’agenzia europea Frontex e, per conoscenza, all’Ombudsman e al sottocomitato Onu contro la tortura.

Le donne soggette a procedura di rimpatrio facevano parte di un gruppo di sessantanove nigeriane soccorse in mare, sbarcate a Lampedusa e Pozzallo e condotte nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria (Roma) il 23 luglio scorso. Tutte avevano dichiarato di aver subito violenza dall’organizzazione Boko Haram, o di essere state comprate da trafficanti per poi essere vendute sul mercato europeo della prostituzione. Tutte avevano subito ricatti psicologici e molte portavano il segno di cicatrici, ustioni e torture inflitte dai loro aguzzini per essersi ribellate.

Dichiarazione di Barbara Spinelli ed Eleonora Forenza contro lo sgombero del campo rom della Bigattiera a Pisa

Bruxelles, 28 settembre 2015

Apprendiamo con preoccupazione le notizie relative all’imminente sgombero del campo rom della Bigattiera, nel Comune di Pisa. Il Sindaco della città ha firmato in queste ore l’ordinanza DD-08 / 12 del 25/09/2015, Codice identificativo 1190162, con la quale ordina «l’allontanamento di tutte le persone presenti e/o dimoranti abusivamente nell’area entro tre giorni». L’ordinanza non dispone alcuna alternativa per gli abitanti del campo – tra i quali vi sono numerose famiglie con bambini anche molto piccoli – e in pratica si limita a buttare in mezzo a una strada centinaia di persone.

Si tratta dell’esito di una politica del Comune di Pisa volta a ridurre le presenze rom nel territorio, come dichiarato esplicitamente dall’amministrazione nel Dicembre 2014. Più volte la Giunta municipale ha parlato di un “carico eccessivo” di persone rom, la cui presenza andava diminuita con drastiche politiche di contenimento numerico: evidentemente un intero gruppo etnico, in quanto tale, rappresenta agli occhi del Comune un “problema”.

Come parlamentari europee, vorremmo ricordare che queste politiche sono in evidente contrasto con tutte le normative dell’Unione. Già nel 2011, infatti, la Commissione – con la propria Comunicazione n. 173, recepita anche dal Governo italiano – aveva richiamato gli Stati Membri a promuovere politiche di inclusione nei confronti delle popolazioni rom e sinte, superando la pratica illegale degli sgomberi forzati.

Ricordiamo inoltre che gli sgomberi forzati sono vietati dalle Nazioni Unite (risoluzione n. 1993/77) e dalla Carta Sociale Europea: gli strumenti di diritto internazionale obbligano le autorità a fornire un congruo preavviso, a predisporre soprattutto soluzioni abitative per tutte le persone e le famiglie coinvolte, e in generale a garantire un’ampia partecipazione degli interessati ai programmi di superamento dei campi: queste regole valgono anche per gli insediamenti cosiddetti “abusivi”, e a prescindere dallo status giuridico delle persone (dalla regolarità del loro soggiorno).

Il Comune di Pisa sta agendo in aperta violazione di tali norme: cosa che appare tanto più grave in quanto il Consiglio comunale stesso, due anni fa, aveva indicato una strada diversa per superare l’insediamento della Bigattiera, e per garantire alle famiglie un alloggio dignitoso.

Oggi invece l’amministrazione sceglie di violare le normative europee e internazionali, adducendo come motivazione problemi igienico-sanitari che sono stati creati dalla stessa azione amministrativa. In tal modo il Sindaco di Pisa si assume una responsabilità gravida di conseguenze. Come parlamentari europee, ci rivolgereremo alla Commissione per chiedere che siano presi immediati provvedimenti ed eventuali sanzioni, affinché siano rispettati e garantiti i diritti umani e civili delle persone che abitano alla Bigattiera.

Barbara Spinelli

Eloonora Forenza

 

Migrations, un défi d’humanité

Intervento di Barbara Spinelli alla fête de l’Humanité, Parigi, 11 settembre 2015.

Je voudrais structurer mon intervention en deux parties.

La première, sans doute la plus importante, porte sur les raisons les plus profondes du drame auquel nous assistons hélas depuis plusieurs années. La deuxième concerne les dernières décisions de la Commission : en gros, la nouvelle position allemande et le discours de Juncker en plénière mercredi dernier.

C’est le grand tabou de l’Union européenne, le non-dit scandaleusement évité dans tous les discours, et toutes les actions, des autorités européennes : à l’origine de cet énorme fuite des peuples, il y a une situation caractérisée par l’effondrement des structures étatiques, par des guerres, par un véritable chaos économique et stratégique : au Nord de l’Afrique (les pays des printemps arabes), au Moyen Orient, en Afghanistan, et aujourd’hui surtout en Syrie. De ce chaos e de ces guerres, nous sommes responsables en toute première ligne. Les stratégies de changement de régimes ont conduit à cette situation, malgré les revers et défaites subis en cours de route. Les guerres, avec leur lot de réfugiés, sont un “effet collatéral” de cette politique idéologique, comme l’a écrit très justement un reporter de guerre italien, Alberto Negri. A l’origine, on trouve le lien pervers, meurtrier, entre les occidentaux (USA et Europe) et les monarchies du Golfe, Arabie Saoudite en premier, et notre dépendance non seulement énergétique mais aussi financière : les monarchies possèdent, comme la Chine, des centaines de milliers de nos obligations d’Etat, et cela a des effets sur notre politique étrangère, donc aussi sur notre politique d’asile et d’immigration.

Sui recenti sviluppi in Grecia

Strasburgo, 8 settembre 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione dell’incontro del Gruppo Parlamentare GUE/NGL nel corso della Sessione Plenaria di Strasburgo.

Relatori per il gruppo GUE-NGL: Dimitris Papadimoulis (Syriza, Grecia), Nikos Chountis (Unità Popolare, Grecia)

Su una cosa sono d’accordo con quanto emerso nel corso del dibattito: sarebbe un messaggio molto negativo per noi se le due sinistre greche rappresentate in questo gruppo venissero battute alle elezioni del 20 settembre. Detto questo, penso che il messaggio negativo non sia un “rischio” che stiamo correndo. Il messaggio è già stato dato, è il punto da cui partire, e su di esso dobbiamo meditare. Perché se da un lato il risultato elettorale di gennaio è stato una vittoria per l’intero Gue-Ngl, dall’altro l’accordo del 12 luglio, e il mancato seguito dato alla volontà popolare espressa una settimana prima nel referendum sul piano di austerità, costituiscono un sconfitta grave per tutti noi.

Questo cosa significa? Le battaglie si possono perdere, Pablo Iglesias ha ragione, ma bisogna riconoscerle sino in fondo se si vuol imparare da esse qualcosa di nuovo. La sconfitta subìta deve avere effetti su quello che pensiamo e che facciamo. Nella sostanza, sono due i piani che risentono di una così grave disfatta e che ci toccherà pensare più profondamente:

  • Governance dell’Eurozona.

È necessario esprimere con chiarezza il pensiero del nostro gruppo a riguardo. È già emerso che si tratta di una governance sostanzialmente illegittima – e non citerò quanto riportato dall’ex Ministro Varoufakis a proposito dell’ illegalità dell’Eurogruppo, che io condivido pienamente. In questo quadro diventa doveroso analizzare, tra di noi, il significato della proposta del governo Syriza di coinvolgere il Parlamento europeo nella gestione dei programmi di austerità. Si tratta di una richiesta più che legittima, ma non si può non tener conto che questo Parlamento verrebbe coinvolto in una governance europea che allo stato attuale delle cose ha ben pochi tratti democratici, e tende a svuotare i parlamenti e le elezioni nazionali.

  • Effetti sulla sinistra.

La sinistra deve diventare “governante”. Deve cioè imparare a “pensare il prima e il dopo”, i programmi e la loro effettiva realizzazione. Questo, a mio parere, non è avvenuto in Grecia. Le promesse elettorali non sono state mantenute, il referendum è stato indetto lo stesso giorno in cui ci si preparava all’accordo sul terzo memorandum che l’elettorato greco era chiamato a giudicare, e che a grande maggioranza ha respinto il 5 luglio.

Questo è un tema che merita una discussione approfondita, e anche qui mi rivolgo ai colleghi di Podemos. È vero quello che Iglesias ha detto nella nostra riunione: l’”esame permanente” delle sinistre che guidano questo o quel paese è pericoloso e può divenire sleale; ma un giudizio severo deve pur sempre essere possibile e lecito, su una sinistra che non è stata abbastanza governante, dunque in grado di collegare il prima e il dopo.

Corridoi umanitari e migrazione di popoli (appunti per una sinistra governante)

Relazione introduttiva a una conferenza con Olivier Clochard (ricercatore di Migreurop) – Riunione gruppo GUE-NGL – Bruxelles, 2 settembre 2015

La crisi dell’Europa si è acutizzata, quest’estate, non solo sul fronte della Grecia e dell’austerità ma anche su quello della migrazione. Si registrano violenze e morti lungo la rotta balcanica (71 morti asfissiati in Austria, muro di filo spinato in Ungheria, conflitti ai confini tra Grecia ed ex Repubblica jugoslava di Macedonia). Continuano le morti nella rotta del Mediterraneo centrale (200 annegati al largo delle coste libiche). E una terza via di fuga si sta aprendo, lungo la nuova rotta artica: passando attraverso la Russia, un numero crescente di fuggitivi spera di raggiungere la Norvegia. Solo quest’anno i fuggitivi morti nel tentativo di entrare nell’Unione sono 2500. È chiaro ormai che siamo davanti a un’autentica migrazione di popoli, e non a situazioni di emergenza o a una crisi passeggera.

Atene, Europa

Atene, Giornate di studio GUE/NGL, 2-4 giugno 2015

Intervento di Barbara Spinelli (English version here)

Da quando la crisi ha colpito l’Europa, siamo abituati a dire che l’Unione ha usato la Grecia come cavia. L’animale da esperimento andava sottoposto a una terapia intensiva di austerità, e la cura doveva essere somministrata da un potere oligarchico – la trojka – che in parte si spacciava per europeo e addirittura federale, in parte includeva il Fondo monetario ed era quindi inter-nazionale. L’esistenza di un laboratorio greco è pienamente confermata dal negoziato che Syriza ha avviato con l’Unione e il Fondo monetario da quando ha vinto le elezioni del 25 gennaio.

È venuto tuttavia il momento di andare più a fondo nell’analisi. Dobbiamo capire la genesi dell’esperimento in corso da 5 anni, e quel che ci dice sull’Europa e sulle finalità del test. Lo scopo comincia infatti a essere chiaro: un’oligarchia tecnico-politica sta usando la Grecia per accrescere il proprio potere disciplinatore nell’Unione, e ciò avviene collaudando un preciso modello di democrazia, de-costituzionalizzata e de-parlamentarizzata. Di questa de-costituzionalizzazione vorrei parlare, altrimenti non capiremo come mai gli sperimentatori continuino ad affermare che l’esperimento è stato non solo necessario ma addirittura efficace, pur sapendo che l’efficacia è più che dubbia e che l’Unione è in frantumi. Il Fondo monetario per primo ha confessato nel 2013 di aver mal calcolato gli effetti dell’austerity su crescita e occupazione.

Solidarietà a Rosy Bindi

Il branco attacca su comando, da «Il Fatto Quotidiano», 31 maggio 2015

In queste ultime ore di campagna elettorale abbiamo assistito a una sorta di linciaggio politico di Rosy Bindi, colpevole di avere indicato sedici personalità che sulla base di accurate disamine sono ritenute dalla Commissione Antimafia politicamente impresentabili: personalità appartenenti alla destra, al centro destra, al Pd. Abbiamo visto parlamentari, governanti, giornalisti avventarsi sul Presidente della Commissione e far quadrato a difesa di un sistema di selezione di classe dirigente che offende la Costituzione, e in particolare i criteri di disciplina e onore richiesti dall’articolo 54. Il loro comportamento è quello di una muta, che agisce d’istinto su comando. Disabituata a essere eletta, la muta che attacca Rosy Bindi eviterebbe anche il voto locale, se potesse. Il vero scandalo di un Paese commissariato è l’uso e l’abuso che i suoi dirigenti fanno delle urne. Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi dice di non aver “mai visto dibattito così autoreferenziale e lontano dalla realtà”, e per meglio isolare il Presidente della Commissione Antimafia denuncia un “regolamento dei conti dentro il Pd”. Se la realtà gli stesse veramente a cuore, vedrebbe la propria autoreferenzialità, e il degrado di un partito divenuto completamente indifferente alla questione morale. Di un Paese sotto tutela cui non è più permesso di votare rappresentanti non indagati, degni della carica cui aspirano.

Esprimo la mia solidarietà a Rosy Bindi, che ringrazio anche per la sua battaglia nel Parlamento europeo in favore di leggi stringenti di lotta alla mafia e alla corruzione, e dell’estensione dei compiti che verranno sperabilmente affidati al futuro Procuratore europeo. Per quanto mi riguarda fa parte di questa battaglia la difesa dei magistrati che, specie nel processo di Palermo, si sforzano di fare chiarezza sui patti Stato-mafia che hanno alimentato le epoche più torbide della Repubblica italiana.

Il federalismo postnazionale degli esecutivi

Parigi, «Forum européen des alternatives», 30-31 maggio 2015.

Atelier dedicato alla questione della democrazia europea. Con Etienne Balibar, filosofo; Francis Wurtz, ex Presidente del gruppo GUE-NGL al Parlamento europeo; Jean-Marc Roirant, presidente di “Civil Society Europe”; Gustave Massiah, militante dell’altermondialismo; Christophe Ventura, “Mémoire des luttes”; Natasha Theodorakopoulou, responsabile di Syriza.

Intervento di Barbara Spinelli:

J’aimerais parler ici de la crise de l’Union européenne du point de vue des droits fondamentaux et de l’état de droit, donc de la citoyenneté européenne, suite aux politiques d’austérité. En d’autres termes, il m’intéresse de discuter avec vous de la nature du gouvernement de la crise de la dette – gouvernement assuré par la Troïka, composée de représentants de la Commission européenne, de la Banque centrale et du Fond Monétaire international.

Ce gouvernement a reçu une nouvelle appellation – elle s’appelle gouvernance, pas gouvernement, et pour cause: ce n’est pas un gouvernement du point de vue constitutionnel, tout en ayant la force caractéristique d’un pouvoir exécutif. Mais puisque dans les démocraties constitutionnelles chaque pouvoir est limité par d’autres pouvoirs – pour en éviter les abus – on préfère astucieusement le mot très ambigu, insaisissable et apparemment effacé, de gouvernance. C’est-à dire que le pouvoir exécutif demeure, qu’il est même renforcé, mais sans être contrebalancé par un pouvoir législatif et judiciaire également fort et efficace. C’est un formidable avantage pour ce que Habermas nomme «le fédéralisme postnational des executifs».