Rule of law in Polonia

Strasburgo, 15 novembre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Sessione Plenaria.

Punto in agenda:
Situazione dello Stato di diritto e della democrazia in Polonia

Presenti al dibattito:
Matti Maasikas – Vice-Ministro estone per gli Affari europei
Frans Timmermans – Primo vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore, per il Gruppo GUE/NGL, della Proposta di Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione dello Stato di diritto e della democrazia in Polonia. 

La Risoluzione è stata in seguito adottata con 438 voti in favore, 152 contrari, 71 astenuti.

Ad esclusione di un emendamento riguardante le procedure da seguire in caso di appello dei medici all’obiezione di coscienza nell’interruzione volontaria di gravidanza, tutti gli emendamenti presentati dal GUE/NGL sono stati approvati e risultano quindi incorporati nella risoluzione.

Vorrei rivolgermi ai colleghi polacchi, e in particolare ai rappresentanti del partito al governo. Vorrei che capissero che non stiamo punendo un paese membro, che rispettiamo le sovranità multiple di cui l’Unione dovrà sempre più esser composta. Il motivo per cui adotteremo una terza risoluzione sulla Polonia è per ricordare insieme le ragioni che ci tengono uniti: i fondamenti normativi che tutti i Paesi membri hanno sottoscritto. Intendo la rule of law nel senso più profondo del termine. Vi invito a leggere il recital E [1] della risoluzione: la rule of law è distinta dalla rule by law. Rule by law significa “governo per mezzo della legge”, dove la legge è l’atto di cui si serve chi esercita il potere, sulla base di una maggioranza parlamentare. Rule of law è una nozione in cui entra un concetto sostanziale di diritto, come insieme di diritti fondamentali, garanzie e indipendenza dei giudici, separazione dei poteri, libera espressione, diritti dei rifugiati, delle donne: chi vince le elezioni ubbidisce a quest’insieme di diritti, non li concede.

Una volta eletti in questo parlamento tutti abbiamo il compito di rappresentare la totalità dei cittadini dell’Unione senza distinzione alcuna di nazionalità o circoscrizione elettorale e, allo stesso tempo, il dovere primario di assicurare che i fondamenti della cittadinanza – i diritti, le libertà fondamentali – siano pienamente garantiti. Domandando di attivare l’articolo 7(1), non chiediamo altro che di tenere fede a tale impegno e di assumerci la responsabilità di proseguire il dialogo aperto con il Governo di uno Stato Membro. D’altro canto, si tratta del solo strumento che, come Parlamento, il Trattato ci ha fornito.

[1] RECITAL E.   whereas those principles include legality, which implies a transparent, accountable, democratic and pluralistic process for enacting laws; legal certainty; prohibition of arbitrariness of the executive powers; independent and impartial courts; effective judicial review including full respect for fundamental rights; and equality before the law;

 

Stato di diritto in Polonia: il perché di una nuova risoluzione

Bruxelles, 14 novembre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL.

Punto in agenda:
Scambio di opinioni sulla situazione in Polonia

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore, per il Gruppo GUE/NGL, della Proposta di Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione dello Stato di diritto e della democrazia in Polonia. 

Questa risoluzione nasce da una constatazione: dopo una serie di raccomandazioni della Commissione, dopo i moniti della Commissione di Venezia, la Polonia governata dal PiS continua a violare la rule of law in maniera palese. Per rule of law non intendiamo il “governo attraverso le leggi” – la rule-by-law, la pura legalità – ma la legalità che ha come fondamento normativo il rispetto dei diritti fondamentali. È l’intreccio di legalità e diritti a essere violato. Dico subito che quest’accezione larga della rule of law non è scontata, anche se in punto di diritto lo è nella legge europea grazie alla congiunzione del Trattato con la Carta dei diritti fondamentali. I diritti delle donne alla contraccezione e all’aborto ad esempio fa pienamente parte della rule of law, e rientra perfettamente in una risoluzione dedicata alla violazione dello Stato di diritto.

In questa risoluzione, il Parlamento si concentra sull’indipendenza della giustizia e sulla separazione dei poteri, e nessuno dei paragrafi che riguardano questi temi è criticabile. Devo dire che il contributo del nostro gruppo è stato decisivo, nel salvaguardare la parte diritti della rule of law. Con l’aiuto fondamentale di Amandine, con il contributo di Malin, siamo riusciti a immettere alcuni punti a nostro parere cruciali, e per questo ho consigliato l’adesione alla mozione congiunta. Ve li riassumo, suddividendoli in otto categorie:

Comincio dai diritti delle donne. Non abbiamo ottenuto tutto quello che ci ripromettevamo, e per questo presenteremo cinque emendamenti insieme con i Verdi e i Socialisti. A fatica, abbiamo ottenuto comunque che i diritti delle donne siano annoverati come costitutivi della rule of law, per quanto riguarda sia l’erogazione di fondi alle associazioni femminili, sia la salute riproduttiva – cioè il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza e alla libera contraccezione (presentato in un recital come diritto umano garantito dalla Carta e dalla Convenzione dei diritti dell’uomo), sia le proteste di massa dell’ottobre 2016 (la protesta delle donne in nero) che ha impedito l’approvazione di una nuova legge sull’aborto. Un’ultima osservazione a questo proposito: su nostra domanda è stato inserito il riferimento all’ultimo rapporto di Human Rights Watch, che nell’elencare i diritti violati dedica ampio spazio alla legge che vieta la vendita senza prescrizione della pillola del giorno dopo, e alla necessità di emendare la legge sull’aborto adottata dai governi precedenti: una delle più restrittive e punitive d’Europa. Chi si batte per questi diritti in Polonia potrà appellarsi a questo rapporto, che sia pure in maniera indiretta e allusiva è fatto proprio dal Parlamento europeo.

Passo ora ai paragrafi o Recital dove i risultati ottenuti sono a mio parere tangibili. Ne ho contati almeno sette:

1) la libertà di riunione pacifica e quella di associazione, messe in pericolo dalla legge che dà priorità assoluta alle cosiddette “manifestazioni cicliche”, dedicate a eventi patriottici o religiosi, e che mette al bando ogni sorta di contromanifestazione. In quest’ambito viene denunciata ogni incriminazione di manifestanti pacifici;

2) la libertà di espressione, evidenziata in un recital e un articolo: si tratta dell’invito ad assicurare in pieno il pluralismo dell’informazione e dei media;

3) la condanna delle misure di respingimento collettivo dei migranti alla frontiera con la Bielorussia, e l’invito a rispettare due provvedimenti ad interim adottati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che chiedono l’interruzione immediata dei rimpatri. In Bielorussia manca un sistema d’asilo funzionante ed è elevato il rischio che richiedenti asilo provenienti dalla Cecenia o da paesi dell’Asia centrale possano essere rimandati nei luoghi di partenza, dove potrebbero subire torture;

4) le leggi antiterrorismo e il cosiddetto “police act”, con uno specifico riferimento alle misure che permettono la sorveglianza poliziesca dell’opposizione e di personalità rappresentative della società civile (quest’articolo è stato introdotto da Alde, con il nostro pieno consenso);

5) la legge che permette al nuovo Centro di sviluppo della società civile di negare fondi alle associazioni poco gradite;

6) il riferimento all’articolo 7 del Trattato, e al ruolo promotore che il Parlamento europeo può svolgere nell’iniziarne l’attivazione, in base al paragrafo 1 dell’articolo 7;

7) l’invito a metter fine al taglio degli alberi nella foresta di Bialowieza, che è un patrimonio dell’umanità tutelato dall’UNESCO oltre che una delle più antiche d’Europa. A fine luglio la Corte di giustizia europea, su ricorso della Commissione, aveva ordinato ai polacchi di bloccare il taglio, ma il governo ha ignorato l’ordine della Corte. Attualmente il taglio procede al ritmo di circa mille alberi al giorno.

Come dicevo all’inizio, per tutti questi motivi sono convinta che valga la pena aderire alla risoluzione. Mi piacerebbe conoscere la vostra posizione in proposito.

Difendere lo stato di diritto nell’Unione europea

Albena Azmanova, Barbara Spinelli e 190 intellettuali, accademici e parlamentari europei chiedono il rispetto dello stato di diritto in Spagna e sollecitano una mediazione europea in una lettera aperta al Presidente della Commissione Juncker, al Presidente del Consiglio europeo Tusk e per conoscenza al Primo vice presidente Frans Timmermans

English version with the list of co-signatories

3 novembre 2017

Caro presidente Juncker, caro presidente Tusk,

siamo accademici, politici, intellettuali, eurodeputati, e ci rivolgiamo a Voi per esprimere le seguenti preoccupazioni:

L’Unione ha proclamato che lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali sono vincolanti per gli Stati membri (articoli 2 e 6 del Trattato di Lisbona). La leadership UE è stata il custode di queste norme, da ultimo nel contrastare gli attacchi del governo polacco all’indipendenza dei giudici e le limitazioni delle libertà della società civile e dei media in Ungheria.

Tuttavia, siamo profondamente preoccupati dal modo in cui le istituzioni UE stanno condonando la violazione dello stato di diritto in Spagna, in particolare per quanto riguarda l’atteggiamento delle autorità spagnole verso il referendum del 1 ottobre sull’indipendenza catalana. Non prendiamo posizione sulla sostanza della disputa concernente la sovranità territoriale, e siamo coscienti dei difetti procedurali nell’organizzazione del referendum. La nostra preoccupazione centrale riguarda l’applicazione dello stato di diritto in uno Stato membro dell’UE.

Il governo spagnolo ha giustificato le proprie azioni invocando la difesa o il ripristino dell’ordine costituzionale. L’Unione ha dichiarato che si tratta di affari interni alla Spagna. In effetti, nelle democrazie liberali le questioni di sovranità nazionale sono interne. Tuttavia, il modo in cui le autorità spagnole hanno trattato la domanda di indipendenza espressa da una parte significativa dei catalani costituisce una violazione dello stato di diritto, e precisamente:

1/ Il Tribunale costituzionale spagnolo ha proibito il referendum sull’indipendenza indetto per il 1 ottobre, così come la sessione del Parlamento catalano programmata per il 9 ottobre, denunciando la violazione dell’articolo 2 della Costituzione che stabilisce l’unità indissolubile della nazione, e rendendo dunque illegale la secessione. Tuttavia, applicando in tal modo l’articolo 2, il Tribunale ha violato precise disposizioni costituzionali sulla libertà di riunione pacifica e di parola – i due principii incarnati dai referendum e dalle deliberazioni parlamentari, indipendentemente dalla materia su cui si esplicano. Senza interferire nelle controversie costituzionali in Spagna o nel suo codice penale, notiamo che applicare una disposizione costituzionale violando i diritti fondamentali è una caricatura della giustizia. Le sentenze del Tribunale, e le azioni governative alle quali queste sentenze hanno fornito una base legale, violano quindi sia lo spirito sia la lettera dello stato di diritto.

2/ Nei giorni che hanno preceduto il referendum le autorità spagnole hanno attuato una serie di azioni repressive contro funzionari pubblici, parlamentari, sindaci, media, società e cittadini. L’oscuramento di Internet e altre reti di comunicazione durante e dopo la campagna referendaria hanno avuto conseguenze gravi sulla libera espressione.

3/ Nel giorno del referendum, la polizia spagnola è ricorsa all’uso eccessivo della forza e della violenza contro votanti e dimostranti pacifici, secondo Human Rights Watch. Si tratta di un incontrovertibile abuso di potere nell’applicazione della legge.

4/ L’arresto e l’incarcerazione il 16 ottobre di Jordi Cuixart e Jordi Sànchez (presidenti rispettivamente dell’Assemblea Nazionale Catalana e di Omnium Cultural) con l’accusa di sedizione è un esempio di mala giustizia. I fatti all’origine dell’incriminazione vanno qualificati non come sedizione, ma come libero esercizio del diritto di manifestazione pacifica, sancito nell’articolo 21 della Costituzione spagnola.

Il governo spagnolo, nello sforzo di salvaguardare la sovranità dello Stato e l’indivisibilità della nazione, ha violato diritti e libertà basilari, garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dagli articoli 2 e 6 del Trattato di Lisbona. In nessun Paese membro la violazione dei diritti e delle libertà tutelati dalla legge internazionale ed europea può essere un affare interno. Il silenzio dell’UE e il suo rifiuto di mediazioni inventive è ingiustificabile.

Le misure del governo spagnolo non possono giustificarsi come azioni volte a proteggere lo stato di diritto, anche se basate su specifiche disposizioni legali. Contrariamente al “governo per mezzo della legge” (rule-by-law), applicata in forza di norme emanate attraverso una corretta procedura legale o emesse da un’autorità pubblica, lo stato di diritto (rule of law) implica la contemporanea salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali – una legge è vincolante non semplicemente perché proceduralmente corretta, ma perché rappresenta al tempo stesso la giustizia. È quest’accezione di stato di diritto a conferire legittimità alle autorità pubbliche nelle democrazie liberali.

Chiediamo dunque alla Commissione di esaminare la situazione in Spagna nel quadro dello stato di diritto, come ha fatto per altri Stati membri.

La leadership UE ha ribadito che la violenza non può essere uno strumento in politica, eppure ha implicitamente condonato le azioni della polizia spagnola, considerando le azioni del governo di Madrid in linea con lo stato di diritto. Tale versione riduzionista e menomata dello stato di diritto non deve diventare il nuovo senso comune politico in Europa. È pericoloso e rischia di causare danni a lungo termine nell’Unione. Chiediamo perciò al Consiglio europeo e alla Commissione di fare il necessario per restaurare il principio dello stato di diritto quale fondamento della democrazia liberale in Europa, contrastando ogni forma di abuso di potere commesso dagli Stati membri. In assenza di ciò, e di seri sforzi di mediazione, l’UE rischia di perdere la fiducia dei suoi cittadini.

Nel frattempo la crisi si è approfondita (il governo catalano in detenzione, un mandato di arresto spiccato nei confronti di Puigdemont). Seguiamo da vicino la situazione, avendo in mente gli inseparabili interessi della democrazia in Catalogna, in Spagna, in Europa, e insistiamo più che mai sull’importanza che l’UE eserciti vigilanza, affinché le libertà fondamentali siano rispettate da tutte le parti.

Co-firmatari (a titolo personale):

Etienne Balibar, université Paris Nanterre and Kingston University London

David Gow, editor, Social Europe

Kalypso Nicolaidis, Oxford University, Director of the Center for International Studies

Mark Davis, University of Leeds, Founding Director of the Bauman Institute

Cristina Lafont, Northwestern University (Spanish citizen)

Ash Amin, Cambridge University

Yanis Varoufakis, DiEM25 co-founder

Rosemary Bechler, editor, openDemocracy

Gustavo Zagrebelsky professor of constitutional law, University of Turin

Antonio Negri, Philosopher, Euronomade platform

Costas Douzinas, Birkbeck, University of London

Robert Menasse, writer, Austria

Dimitrios Papadimoulis, Vice President of the European Parliament (GUE-NGL)

Ulrike Guérot, Danube University Krems, Austria & Founder of the European Democracy Lab, Berlin

Judith Butler, University of California, Berkeley and European Graduate School, Switzerland

Philip Pettit, University Center for Human Values, Princeton University (Irish citizen)

Josep-Maria Terricabras, Member of European Parliament (Greens/EFA)

Hauke Brunkhorst, University of Flensburg

Judit Carrera, Centre for Contemporary Culture of Barcelona

Gabriele Zimmer, Member of European Parliament (President, GUE/NGL)

Philippe Schmitter, European University Institute, Florence

Bart Staes, Member of European Parliament (Flemish Greens)

Marie-Christine Vergiat, Member of European Parliament (GUE-NGL)

Jón Baldvin Hannibalsson, former minister for foreign affairs and external trade of Iceland 

Diana Wallis, former Vice President of the European Parliament

Craig Calhoun, President, Berggruen Institute; Centennial Professor at the London School of Economics and Political Science (LSE)

Jane Mansbridge, Kennedy School of Government, Harvard University

Josu Juaristi Abaunz, Member of European Parliament (GUE-NGL)

Alyn Smith, Member of the European Parliament (Greens/EFA)

Thor Gylfason, University of Iceland and Research Fellow at CESifo, Munich/former member Iceland Constitutional Council 2011

Jordi Solé, Member of European Parliament (Greens/EFA)

Judith Revel, Université Paris Nanterre

Seyla Benhabib, Yale University; Catedra Ferrater Mora Distinguished Professor in Girona (2005)

Arjun Appadurai, Institute for European Ethnology, Humboldt University, Berlin

Susan Buck-Morss, CUNY Graduate Center and Cornell University

Ramon Tremosa i Balcells, Member of European Parliament (Alde)

Anastasia Nesvetailova, Director, City Political Economy Research Centre, City University of London

Nancy Fraser, The New School for Social Research, New York (International Research Chair in Social Justice, Collège d’études mondiales, Paris, 2011-2016)

Jill Evans, Member of the European Parliament (Greens/EFA)

Regina Kreide, Justus Liebig University, Giessen

Jodi Dean, Hobart and William Smith Colleges, Geneva NY

Tatjana Zdnoka, Member of the European Parliament (Greens/EFA)

Wendy Brown, University of California, Berkley

Roberta De Monticelli, University San Raffaele, Milan.

Sophie Wahnich, directrice de recherche CNRS, Paris

Christoph Menke, University of Potsdam, Germany

Tanja Fajon, Member of the European Parliament (S&D)

Robin Celikates, University of Amsterdam 

Eric Fassin, Université Paris-8 Vincennes – Saint-Denis

Paul Molac, Member of the French Parliament (écologiste)

Alexis Cukier, Université Paris Nanterre

Diogo Sardinha, university Paris/Lisbon

Luke Ming Flanagan, Member of the European Parliament (GUE-NGL)

Dario Castiglione, University of Exeter

Hamit Bozarslan, EHESS, Paris 

Frieder Otto Wolf, Freie Universität Berlin

Gerard Delanty, University of Sussex

Boaventura de Sousa Santos, Coimbra University and University of Wisconsin-Madison

Sandro Mezzadra, Università di Bologna

Camille Louis, University of Paris 8 and Paris D

Philippe Aigrain, writer and publisher

Yann Moulier Boutang and Frederic Brun, Multitudes journal

Anne Querrien and Yves Citton, Multitudes journal

Bruce Robbins, Columbia University

Michèle Riot-Sarcey, université Paris-VIII-Saint-Denis

Zeynep Gambetti, Bogazici University, Istanbul (French citizen)

Andrea den Boer, University of Kent, Editor-in-Chief, Global Society: Journal of Interdisciplinary International Relations

Moni Ovadia, writer and theatre performer

Merja Kyllönen, Member of the European Parliament (GUE/NGL)

Guillaume Sibertin-Blanc, Université Paris 8 Saint-Denis 

Peter Osborne, Centre for Research in Modern European Philosophy, Kingston University, London

Ilaria Possenti, University of Verona

Nicola Lampitelli, University of Tours, France

Yutaka Arai, University of Kent

Enzo Rossi, University of Amsterdam, Co-editor, European Journal of Political Theory

Petko Azmanov, journalist, Bulgaria

Etienne Tassin, Université Paris Diderot

Lynne Segal, Birkbeck College, University of London

Danny Dorling, University of Oxford 

Maggie Mellon, social policy consultant, former executive member Women for Independence 

Vanessa Glynn, Former UK diplomat at UKRep to EU

Alex Orr, exec mbr, Scottish National Party/European Movement in Scotland

Bob Tait, philosopher, ex-chair Langstane Housing Association, Aberdeen 

Isobel Murray, Aberdeen University

Grahame Smith, general secretary, Scottish Trades Union Congress

Igor Šoltes, Member of the European Parliament (Greens/EFA)

Pritam Singh, Oxford Brookes University

John Weeks, SOAS, University of London 

Jordi Angusto, economist at Fundació Catalunya-Europa 

Leslie Huckfield, ex-Labour MP, Glasgow Caledonian University

Ugo Marani, University of Naples Federico II and President of RESeT 

Gustav Horn, Scientific Director of the Macroeconomic Policy Institute of the Hans Böckler Stiftung 

Chris Silver, journalist/author 

François Alfonsi, President of EFA (European Free Alliance)

James Mitchell, Edinburgh University

Harry Marsh, retired charity CEO 

Desmond Cohen, former Dean, School of Social Sciences at Sussex University

Yan Islam, Griffith Asia Institute

David Whyte, University of Liverpool

Katy Wright, University of Leeds

Adam Formby, University of Leeds 

Nick Piper, University of Leeds

Matilde Massó Lago, The University of A Coruña and University of Leeds

Jim Phillips, University of Glasgow

Rizwaan Sabir, Liverpool John Moores University

Pablo Ciocchini, University of Liverpool

Feyzi Ismail, SOAS, University of London

Kirsteen Paton, University of Liverpool

Stefanie Khoury, University of Liverpool 

Xavier Rubio-Campillo, University of Edinburgh

Joe Sim, Liverpool John Moores University

Paul Molac, Member of the French Parliament

Hannah Wilkinson, University of Keele

Gareth Dale, Brunel University

Robbie Turner, University of St Andrews

Will Jackson, Liverpool John Moores University

Louise Kowalska, ILTUS Ruskin University

Alexia Grosjean, Honorary member, School of History, University of St Andrews

Takis Hadjigeorgiou, Member of the European Parliament (GUE-NGL)

Paul McFadden, York University

Matthias E. Storme, Catholic University of Leuven

Phil Scraton, Queen’s University Belfast

Oscar Berglund, University of Bristol

Michael Lavalette, Liverpool Hope University

Owen Worth, University of Limerick

Ronnie Lippens, Keele University

Zoë Dingwall, political adviser EFA (European Free Alliance)

Andrew Watterson, Stirling University

Steve Tombs, The Open University

Emily Luise Hart, University of Liverpool

David Scott, The Open University

Anders Eriksson, bureau EFA (European Free Alliance), European Parliament

Bill Bowring, Birkbeck College, University of London

Sofa Gradin, King’s College London

Michael Harrison, University of South Wales

Ana Manzano-Santaella, University of Leeds

Noëlle McAfee, Emory University

Peter J. Verovšek, University of Sheffield 

Peter Dews, University of Essex

Martin Matuštík, Arizona State University

Camil Ungureanu, Pompeu Fabra University, Barcelona 

Dafydd Huw Rees , Cardiff University

Patrick Le Hyaric, Member of the European Parliament (GUE-NGL)

Hans-Peter Krüger, University of Potsdam 

Loren Goldman, University of Pennsylvania

Federica Gregoratto, University of St.Gallen

Rurion Soares Melo, Universidade de São Paulo

Pieter Duvenage, Cardiff University and editor, Journal for Contemporary History

Chad Kautzer, Lehigh University

Peter A. Kraus, University of Augsburg

David Ingram, Loyola University  of Chicago

Alain-G. Gagnon, Université du Québec à Montréal

Peter Bußjäger, Institut für Föderalismus, Innsbruck

Nelly Maes, Former Member of the European Parliament, former President of European Free Alliance

Helmut Scholz, Member of the European Parliament (GUE/NGL)

Michel Seymour, Université de Montréal

Simon Toubeau, University of Nottingham

Georg Kremnitz, Universität Wien

Keith Gerard Breen, Queen’s University Belfast

Alan Price, Swansea University

Fernando Ramallo, Universidade de Vigo

Nicolas Levrat, University of Geneva, Director of the International Law Department

Jordi Matas, Professor of Political Science, University of Barcelona

Simon Toubeau, University of Nottingham

María do Carme García Negro, University of Santiago de Compostela

Francisco Rodríguez, writer

Carme Fernández Pérez-Sanjulián, University of Coruña

Patrice Poujade, Université de Perpignan

Colin H Williams, Cardiff and Cambridge  University

Nicolas Berjoan, Université de Perpignan

Joan Peitavi, Université de Perpignan

Alà Baylac-Ferrer, Université de Perpignan

Guglielmo Cevolin, University of Udine, Italy

Robert Louvin, Professor of Comparative Law, University of Calabria

Günther Dauwen, Secretary General of the Centre Maurits Coppieters

Bart Maddens, Catholic University of Leuven

Alan Sandry, Swansea University

Justo Serrano Zamora, Bavarian School of Public Policy

Ivo Vajgl, Member of the European Parliament (Alde)

Alberto Aziz Nassif, Centro de Investigaciones y Estudios Superiores en Antropología Social, México

Sandrina Antunes, University of Minho, Portugal

Pablo Beramendi, Duke University

Nico Krisch, Graduate Institute of International and Development Studies, Geneva

Miguel Urbán Crespo, Member of the European Parliament (GUE/NGL)

Yasha Maccanico, University of Bristol and “Statewatch”

Richard Norton-Taylor, writer on defence and security, trustee of Liberty

Thierry Dominic,  Université de Bordeaux

Paola Pietrandrea, Université François Rabelais de Tours, and DiEM25

Josep Ramoneda, philosopher and writer, Catalonia/Spain 

Si veda anche:

Catalogna, l’appello a Junker e Tusk: “Il silenzio della Ue sulla crisi mette in pericolo l’Europa”, «Il Fatto Quotidiano»
Catalogne: Défendre l’État de droit dans l’Union européenne, Mediapart
Upholding the Rule of Law in the European Union, openDemocracy

Le novità del meccanismo sulla rule of law

di mercoledì, giugno 28, 2017 0 , Permalink

Bruxelles, 22 giugno 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione interparlamentare organizzata dalla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) sull’istituzione di un meccanismo dell’UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali.

Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della prima sessione “Towards a Democracy, Rule of Law and Fundamental Rights Pact at EU level – lnterinstitutional perspective and role of national parliaments”

Relatori per la prima sessione:

  • Sophie in’t Veld MEP (Alde), Relatore LIBE della Relazione su un Meccanismo in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali
  • Francisco Fonseca Morillo, Vice Direttore Generale DG JUST, Direzione Generale della Giustizia e dei Consumatori, Commissione europea
  • Vaclav Hampl, Presidente della Commissione per gli affari europei, Senato della Repubblica Ceca

Avendo partecipato in prima persona ai lavori e avendo sostenuto con forza la relazione di Sophie in ‘t Veld, considero molto utile questo nostro incontro, tanto più in quanto si sta cominciando realmente a discutere della proposta e, in maniera del tutto naturale, ad affrontare anche i malintesi e dubbi che essa sta producendo. Utile, perché possiamo provare insieme, forse col tempo, a superarli. Per cercare di fugare questi dubbi e malintesi, vorrei innanzitutto sottolineare quanto segue – ovviamente la collega in ‘t Veld mi potrà smentire se lo ritiene opportuno: la relazione è nata per fare un bilancio critico di tutti gli sforzi e i metodi che sono stati utilizzati finora per far fronte a eventuali violazioni della rule of law nell’Unione europea e a garantirne il rispetto. Pur poggiando e continuando a poggiare sui meccanismi esistenti, il nuovo meccanismo previsto nel testo della Risoluzione parlamentare presenta un indubbio valore aggiunto. C’è, a mio parere, un salto di qualità. Due sono le principali novità:

1) Si tratta un meccanismo permanente che non tende a intervenire in un’ottica di riparazione del danno ma di prevenzione, e quindi a evitare l’aspetto punitivo che possono avere altri meccanismi, poggiando, al contempo, sull’indipendenza e l’imparzialità di giudizio. Non si parla di nominare esperti avulsi dalla realtà politica ma di individuare le persone, le istituzioni, le associazioni cittadine che aiutino a garantire questa imparzialità di giudizio.

2) Altro punto secondo me importante, anche al fine di superare quest’aspetto potenzialmente punitivo, è che le istituzioni stesse dell’Unione sono sotto sorveglianza. A mio parere, mancano nella relazione indicatori e parametri precisi applicabili alle istituzioni, ma è comunque importante che esse siano contemplate come oggetto di esame.

Vorrei concludere con una breve osservazione di carattere personale sulla terminologia “valori condivisi”. Il concetto di valori è sicuramente nominato nei Trattati ma è una parola che genera equivoci perché spesso collegata a elementi molto soggettivi: i valori sono legati alla cultura, e a quelle che sono state indicate nel dibattito odierno come “tradizioni nazionali”. Se dovessi riscrivere il Trattato preferirei parlare di “fondamenti normativi” dell’Unione. È su questi che si basa la Risoluzione redatta da Sophie in ‘t Veld, e su essi si fonda quel che che abbiamo in comune nell’Unione. I fondamenti normativi, le norme, il diritto, non sono soggettivi: sono iscritti nei Trattati e nella Carta dei diritti fondamentali. Non sono oggetto di discussione tra fazioni pro o contro. Al collega che ha chiesto quale sia il “modello” cui ci riferiamo con il nuovo meccanismo, rispondo che la questione non è il modello di riferimento, ma precisi articoli del Trattato e della Carta dei diritti fondamentali. Ritengo che più discutiamo, più chiariamo la questione, più facciamo luce su questi temi, più le nostre posizioni potrebbero avvicinarsi l’una all’altra, compresa quella della Commissione che, a mio avviso, ha sollevato troppi dubbi rispetto a tale meccanismo. Sono convinta che ci troviamo di fronte a un meccanismo nuovo qualitativamente, e non a uno dei tanti meccanismi già esistenti.

Dice bene Di Maio: il voto eversivo chiama violenza

Articolo uscito su «Il Fatto Quotidiano» del 18 marzo 2017.

Che io sappia, nella legge Severino non è scritto che i parlamentari condannati in via definitiva a più di due anni, e interdetti dai pubblici uffici, possono scegliere in piena indipendenza i tempi e i modi della propria decadenza. C’è scritto che “decadono di diritto dall’incarico ricoperto”, cioè automaticamente. Che “non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore”. Le Camere non devono far altro che prenderne atto. È dalla fine del 2015 che avrebbero dovuto farlo, in seguito alla condanna di Minzolini.

Non c’è scritto nemmeno che la legge è sospesa e di fatto annullata perché la maggioranza del Parlamento ha deciso a maggioranza di disapplicarla, creando un precedente che non potrà non essere invocato da altri condannati, tra cui Berlusconi. Non c’è scritto infine che la decadenza dalle cariche pubbliche deve avvenire solo a condizione che il partito (o il governo) cui appartiene il condannato non sia ingiustamente criticato per le sue politiche o sia oggetto di un’offensiva ritenuta politicamente scorretta o distruttiva da parte delle opposizioni. Le due sfere (doveri deontologici di chi ha responsabilità politiche, contenuti delle politiche stesse) sono nettamente separate. Il sen. Minzolini si paragona a Socrate (“ho evitato di bere la cicuta”) e al protagonista del Processo di Kafka. Come minimo, mi paiono paragoni incongrui.

È il motivo per cui ritengo che le dichiarazioni solenni di Luigi Di Maio al Senato siano corrette. Lo sarebbero anche in assenza del possibile do-ut-des denunciato dal Movimento Cinque Stelle: il voto contro la mozione di sfiducia del M5S contro Luca Lotti giovedì, il voto del giorno successivo contro l’applicazione della legge Severino e la decadenza del sen. Minzolini, condannato in via definitiva a 2 anni e 6 mesi per peculato sulle spese personali pagate con la carta di credito della Rai (più di 60.000 euro). È stato detto da esponenti del Pd che Di Maio incita alla violenza. Mi limito a constatare che quel che è accaduto in aula nel caso Minzolini equivale a un atto sovversivo contro la democrazia costituzionale, che fissa le regole di separazione dei poteri, sottraendo la giustizia all’influenza politica, e che proclama due cose essenziali: la legge è eguale per tutti e nessuno è di conseguenza al di sopra di essa. La rule of law non è un optional: è il vero sovrano, grazie al quale vengono limitati non solo i tre poteri ma la stessa sovranità del popolo, esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Festeggiare in un’aula parlamentare la trasformazione della rule of law in optional è un gesto verbale che viola la Carta costituzionale.

Se le cose stanno così, è la decisione su Minzolini – e la coincidenza con quella su Lotti– una pericolosa incitazione alla rivolta. Nelle parole di Di Maio si intravvede un monito in questo senso, non una giustificazione della violenza. Un monito alla classe politica – e a chi in Senato ha festeggiato Lotti e Minzolini con baci e abbracci– perché si torni a comportamenti rispettosi del nostro vero sovrano: la legge e lo Stato di diritto. Naturalmente Lotti non è stato condannato e potrà difendersi nei processi, se sarà imputato. Ma fin da ora è lecito dire che la sua parola non può essere messa sullo stesso piano della parola di chi ha rivelato sue condotte scorrette, e cioè dell’Ad di Consip Luigi Marroni. Quest’ultimo infatti ha denunciato in veste di testimone, sotto giuramento, comportamenti di Lotti ritenuti illegali. Lotti afferma che non ha mai contattato Marroni, ma a differenza di quest’ultimo – essendo indagato – non rischia di incorrere nella falsa testimonianza.

L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha detto al Lingotto che i processi li fanno i tribunali, non i giornali. Inconfutabile verità. Ma dichiarazioni simili trasformano i giudici in soggetti politici e in unica sede chiamata a giudicare: proprio quello che i garantisti pretendono di combattere. Se i politici facessero pulizia in casa propria prima che comincino le indagini e i processi, il lavoro dei tribunali non sarebbe così pesante e lento.

La mia impressione è che in tutta Europa la classe dirigente politica faccia quadrato attorno alla propria impunità, con la scusa di dover arginare la cosiddetta ondata di populismo da cui si sente minacciata. L’accusa di populismo giustifica ogni sorta di malefatta, e in primis la sospensione della democrazia costituzionale e della rule of law. La disinvoltura dei politici che infrangono non solo le leggi ma anche le regole della decenza penalmente non perseguibili –in Francia, in Italia, in Romania– si comprende solo in questo quadro. Se arrivano i barbari tutto è permesso, e “questa roba fa impressione ai barbari”. Nella poesia di Kavafis gli antichi senatori romani scoprono alla fine che le orde non sono affatto arrivate e si chiedono, tutti sgomenti: “E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?”.

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Turchia: cosa può fare l’Unione

Bruxelles, 16 novembre 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL.

Punto in Agenda: La repressione in Turchia dell’opposizione. Relatori per il Gruppo GUE/NGL: Takis Hadjigeorgiou e Marie-Christine Vergiat.

Considerati gli ultimi avvenimenti in Turchia, e la nuova offensiva del governo Erdogan contro l’opposizione parlamentare dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli) si pone la questione del “che fare”, come gruppo politico e come Unione europea. Sono tre a mio parere i punti su cui converrà concentrarsi.

Primo punto: bisogna cominciare a riflettere seriamente su un piano B, nel caso l’accordo UE-Turchia sui migranti venisse revocato, da parte dell’Unione oppure del governo turco, visto che anche quest’ipotesi è stata prospettata da Erdogan, sotto forma di minaccia. Secondo me è necessario sin da ora non solo far capire ai cittadini europei che la Turchia non può essere considerato uno Stato “sicuro” dal punto di vista dei rimpatri, ma che la rottura dell’accordo non è la catastrofe da molti temuta. Questo perché in realtà il piano di riammissione non sta funzionando perfettamente, come pretende la Commissione. I rimpatri dalla Grecia alla Turchia sono stati finora 1.600: una cifra bassa, se paragonata ai 2 milioni e settecentomila rifugiati che già si trovano in Turchia. La maggior parte dei rifugiati approdati a suo tempo in Grecia sono tuttora intrappolati nei Balcani occidentali (circa 73.000) dopo la chiusura di quella rotta di fuga. Il Piano B, ovvero l’alternativa all’accordo con la Turchia, consiste in misure concrete che dovranno essere adottate ma dovrà comportare al tempo stesso una campagna di informazione intesa a far capire che la paura su cui scommette l’estrema destra è in parte esagerata.

Secondo punto: la sospensione dei negoziati di adesione all’Unione europea. Per quanto mi riguarda sono favorevole a tale sospensione, e ritengo non ci sia bisogno di aspettare la reintroduzione della pena di morte per una decisione del genere, ma il messaggio deve essere molto chiaro: è auspicabile che i negoziati si riaprano subito, non appena la rule of law e la libertà di espressione saranno restaurate in Turchia. La nostra posizione dovrebbe tener vive le speranze dei democratici turchi, che sull’Unione europea continuano a contare molto, e fare di tutto perché non sia identificata con quella sostenuta dalle estreme destre (e da buona parte del centro-destra), le quali non mancano di ripetere: “Noi eravamo contrari all’ingresso della Turchia comunque e sin dall’inizio”.

Terzo e ultimo punto: molti democratici in Turchia, con cui sono in contatto, insistono affinché l’Unione europea sospenda, invece, il rinegoziato sull’abbassamento delle tariffe doganali e il commercio. Si tratta di una trattativa che dovrebbe estendere gli accordi sulle industrie manifatturiere ai servizi, all’agricoltura e agli appalti pubblici. A mio parere si può agire su questo rinegoziato, che interessa molto Erdogan perché influenza in modo sostanziale la struttura commerciale del suo Paese. Si tratta di far capire al governo turco che il rinegoziato sarà sospeso fino a quando non saranno ristabiliti la rule of law, il rispetto delle opposizioni, e in particolare la pace civile in Kurdistan.

Meccanismo dell’UE in materia di democrazia: è necessario mostrare vigilanza autentica nei confronti delle istituzioni europee

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “recante raccomandazioni alla Commissione sull’istituzione di un meccanismo dell’UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali” (Relatore Sophie in ‘t Veld – ALDE), nel corso della Sessione Plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 25 ottobre 2016.

La risoluzione di cui discutiamo è importante perché per la prima volta non ci occupiamo dei diritti fuori dall’Unione, ma ci domandiamo se noi stessi rispettiamo la rule of law che pretendiamo incarnare. Il nuovo meccanismo ha tale scopo, e per questo il mio giudizio è positivo. Dall’inizio della grande crisi non si parla d’altro che di “fare i compiti a casa”. Ma i compiti sono solo economici, quasi mai tra i doveri primari figura la democrazia costituzionale. Spero che il meccanismo sposti un po’ gli accenti: che aiuti a riconoscere gli effetti dell’austerità su diritti come quello alla salute, al lavoro, a istituzioni trasparenti e incolpabili. Un meccanismo simile mancava. L’articolo 7 del Trattato è inutilizzabile perché in mano ai governi, dunque non imparziale.

Nel negoziato ho chiesto che le Istituzioni europee siano vagliate come gli Stati. Il risultato mi soddisfa solo in parte, perché tale vigilanza è promessa, ma per nulla garantita. Presenteremo emendamenti che diano questa garanzia.

Le istituzioni europee sono viste dai cittadini con sfiducia crescente perché opache, e molto intrusive. Se mostrassimo vigilanza autentica nei loro confronti, il meccanismo che sta nascendo sarebbe meno sospettabile di interferenza nelle politiche degli Stati.

UE – Nuovo meccanismo di controllo della rule of law: un passo in avanti imperfetto

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL. Bruxelles, 19 ottobre 2016.

Punto in Agenda:

  • in ‘t VELD Report on “Establishment of an EU mechanism on democracy, the rule of law and fundamental rights” – short information

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatrice ombra, per il Gruppo GUE/NGL, della Relazione “recante raccomandazioni alla Commissione sull’istituzione di un meccanismo dell’UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali” (Relatore Sophie in ‘t Veld – ALDE), che sarà discussa e votata nel corso della Sessione Plenaria di ottobre (Strasburgo, 24-27 ottobre 2016).

I will try to explain why I recommend a positive vote on this report, even if it is in my opinion a partially lame report, and not the innovative Pact on democracy it pretends to be.

I begin with its positive elements: such a Pact is currently absent in the Union. Rule of law criteria are used for accession countries, but once you have entered the club you get a sort of impunity: it’s the so-called dilemma of the Copenhagen criteria. The new mechanism is good news, in times of vast erosion of the constitutional democracies in the Union. It has been shaped as a procedure which puts human rights at its core, and formalises a permanent and non-punitive monitoring of the Member States regarding the respect of rule of law and fundamental rights. The process will be handled by a panel of independent experts and will avail itself, to a large extent, of the cooperation of the civil society and NGOs. We managed to restrict the role of the European Commission (as proposed during the shadow meetings) and, most important, to avoid the Commission being the chair of the expert panel.

Negative elements: due to the pressure of the EPP, which had a pivotal role in the negociations, the original version of the Rapporteur has been considerably watered down. The most negative element is the almost complete lack of a strict control of the European institutions – a control similar to the one provided for the Member States. We insisted to have this aspect introduced, and we succeeded in having the institutions clearly mentioned. But all procedure concerning them is not scrupulous and binding as for the Member States, and the institutions will be part of the Pact only “if they wish”: as an “option”. The amendments we will table reintroduce such monitoring: non only of the three institutions but of all institutions and bodies, Eurogroup included. Another element we couldn’t impose is the possibility for the Court of Justice to intervene in decisions adopted under article 7 TEU. I have tabled an amendment on that.

In conclusion: the mechanism is certainly useful, but will only partially address the issue that it is intended to handle with: the article 7, still considered as a deliberately inapplicable “nuclear option”.

The Member States are the main transgressors of fundamental rights, but what the citizen resent most today is the impunity and unaccountability of the powers that be in Brussels. The opportunity to meet the challenge of such mistrust has partly been wasted.

Riprendere in mano l’Europa (dai poteri forti)

Barbara Spinelli in conversazione con Lorenzo Marsili, direttore e co-fondatore di European Alternatives. Il testo è stato pubblicato sul sito di DiEM25 e su openDemocracy (in inglese)

 

Nella tua risposta a Verhofstadt hai sostenuto che prima di iniziare a parlare di un cambiamento costituzionale dell’assetto europeo è necessario mettere in campo politiche in grado di recuperare la fiducia della cittadinanza verso il progetto europeo. Altrimenti, qualunque progetto di riforma dei Trattati rischierebbe di essere definitivamente affossato dalla sfiducia verso l’UE. Questo approccio “dei due tempi” è anche alla base del manifesto di DiEM25 – stabilizzazione dell’Eurozona prima, riforma costituzionale poi. Ci puoi dire che riforme pensi sia necessario mettere in campo per recuperare la fiducia verso il progetto europeo?

È del tutto insensato, se davvero si vuol difendere il progetto europeo, procedere a revisioni istituzionali prima di cambiare, e in maniera radicale – non rattoppando qua e là una tela già completamente stracciata – le politiche che ci hanno condotto a questa crisi che somiglia a quella degli anni Trenta perché non è solo economico-finanziaria, ma è in primo luogo sfacelo democratico, disintegrazione delle società, perdita di orientamento e di speranze vissuta dall’insieme dei cittadini europei. È finito il federalismo istituzionale, ancor oggi aggrappato alla convinzione che basti modificare i rapporti di forza tra i diversi organi dell’Unione per aggiustare le cose: per molti versi questa rivoluzione c’è stata, è ancor oggi in corso, e sappiamo che ha già prodotto quello che Jürgen Habermas chiama il «federalismo post-democratico degli esecutivi ». Lo sfacelo e la decomposizione dell’Unione sono così vasti, che l’ordine delle priorità deve mutare: la politics non perde di importanza, ma prioritaria oggi è la policy. La politics sarà sperabilmente di natura federale, ma dovrà essere la conseguenza e la formalizzazione di un fondamentale ripensamento delle politiche fin qui adottate: in campo economico, finanziario, nella gestione delle troppo esigue risorse proprie dell’Unione, nella democratizzazione-trasparenza effettiva, non più solo proclamata, di tutte le comuni istituzioni.

Precisamente questo viene rifiutato dai poteri costituiti dell’Unione, e tale rifiuto appare in modo palese in ambedue le risoluzioni su cui si sta lavorando nel Parlamento europeo: sia nel rapporto Verhofstadt sulla trasformazione dei Trattati, sia in quello – parallelo – che analizza quel che si può fare a Trattati costanti (i relatori sono Mercedes Bresso ed Elmar Brok, rispettivamente del gruppo Socialista e Popolare). L’idea di fondo dei due rapporti è evidente: occorre innanzitutto inserire nei Trattati i vari accordi economici stipulati da quando è iniziata la grande crisi, nel 2007-2008. Apparentemente lo scopo è democratico: il Parlamento europeo non ha alcun potere di co-decisione ed è quindi emarginato, ogni volta che gli accordi sono intergovernativi. E la tendenza degli Stati membri è di accrescere il numero e il peso di simili accordi: è una via privilegiata da governi che sempre meno sopportano la vigilanza dei Parlamenti nazionali come di quello europeo. È quanto sperimentato col Patto di bilancio europeo e anche con l’accordo UE-Turchia, ribattezzato “statement” proprio per evitare che, come trattato, fosse sottoposto al voto dei Parlamenti, sia quelli nazionali sia quello europeo.

Nella realtà la soluzione si configura come pura tecnica, priva di ambizioni trasformatrici. Heidegger diceva che l’essenza della tecnica non è mai tecnica, e che se tale essenza non è individuata, se ci si ostina a contrabbandare la tecnica come neutrale, si resta incatenati a essa e se ne diventa schiavi. Per questo parlo di insensatezza: ma insensatezza volontaria, simile alla schiavitù volontaria. Siamo arrivati a un punto di svolta nell’Unione, a un tipping point, e l’ossessiva insistenza sul metodo istituzionale – intergovernativo o comunitario o “unionale” che sia – non solo è insufficiente. È il mascheramento tecnico di una sostanza politica che non cambia, di un progetto europeo che non vuole diventare né politico né democratico, ma deliberatamente tende a costituirsi come programma di dominio oligarchico. Per fare un esempio, il Fiscal Compact sicuramente non migliora o diviene più giusto o tale da produrre buoni risultati, se lo integriamo sic et simpliciter nei Trattati e lo consideriamo materia del metodo comunitario invece che intergovernativo. In mano ci rimarrà una politica dell’austerità che ha fallito, e che tra l’altro comincia a essere criticata perfino dagli uffici studio del Fondo Monetario Internazionale. Né le cose migliorano se avremo un ministro europeo del Tesoro, per l’area euro o per l’Unione. Anche questa è tecnica utile al mascheramento di politiche che non mutano, e di poteri che non tollerano di essere vigilati.

In altre parole, siamo davanti a una precisa strategia: l’obiettivo consapevolmente perseguito non è un governo democratico normale, ma una governance. Non è l’interesse di tutti, ma di piccole cerchie e di poteri forti ben protetti dalle incognite del suffragio universale e dalle regole legate agli interni equilibri della democrazia costituzionale. Le stesse costituzioni antifasciste tendono a subire questa involuzione oligarchica, intesa a rafforzare al massimo gli esecutivi, a ridurre drasticamente il ruolo di ogni contrappeso: parlamentare, giudiziario, sindacale, dei mezzi d’informazione. Precisamente questo chiedeva la J.P. Morgan, in un rapporto del 28 maggio 2013: il congedo da ordinamenti costituzionali nati dall’esperienza antifascista, soprattutto nelle periferie Sud dell’Unione, e considerati “inadatti a un’ulteriore integrazione” della zona euro. I fattori di disturbo elencati dalla J.P. Morgan sono chiaramente esplicitati: esecutivi deboli, Stati centrali indeboliti dai poteri regionali, protezione costituzionale dei diritti del lavoro, diritto alla protesta contro cambiamenti sgraditi dello status quo. Il referendum sulla Costituzione italiana, che il governo di Matteo Renzi ha annunciato per il prossimo autunno, e l’annessa riforma elettorale, vanno in questa direzione. L’approdo su scala europea, come si è visto, è il federalismo postdemocratico degli esecutivi.

Ma perché, dopo anni di fallimenti e mezze riforme che nulla hanno fatto se non aggravare i problemi, dovremmo sperare nell’illuminazione dell’establishment? Nessuna proposta ambiziosa è passata indenne da quel luogo degli orrori che è il Consiglio europeo. Ventotto Paesi, ciascuno dei quali detentore del diritto di veto, molti governati apertamente da forze nazionaliste o xenofobe e alcuni vittima di profonde ossessioni economiche. Abbiamo già vissuto tutto: le proposte di un piano di investimento ridotte al risibile piano Juncker; un accordo sulle migrazioni ridotto a qualche centinaio di ricollocamenti dalla Grecia e una tangente al premier turco Erdogan. E via così passando per l’inutile Garanzia Giovani e la fallimentare Unione Bancaria. Perché dovrebbe essere diverso questa volta? Cosa si può fare per mettere in moto quello scarto necessario per attivare politiche ambiziose a Trattati vigenti? 

È chiaro che i Trattati vigenti non bastano. Che occorre un’autentica Costituzione: non più firmata dai governi degli Stati membri ma che cominci come quella statunitense: «We, the people…». Prima tuttavia vanno cambiate le politiche, e come farlo con le istituzioni esistenti? Sono convinta che una democratizzazione del loro funzionamento possa essere un primo passo avanti, anche se di sicuro non l’unico. Se i capi di governo, i capi di Stato, i ministri, i commissari, gli stessi parlamentari si sentissero sotto osservazione, «guardati» in permanenza da cittadini bene informati (dunque “illuminati”, secondo Kant: trattati come adulti), avrebbero qualche difficoltà a condursi come oligarchia. Non sarebbe possibile all’eurogruppo di prendere decisioni contro il parere di uno Stato membro, come avvenne dopo una riunione del 27 giugno 2015 quando l’allora ministro dell’Economia Yanis Varoufakis chiese che le obiezioni greche fossero almeno messe agli atti, e i servizi legali dell’Unione risposero che non era possibile, visto che “L’Eurogruppo non è menzionato nei Trattati UE e opera come un raggruppamento informale. Come tale non è soggetto ad alcuna regola scritta”.

Dai cittadini, e non solo dal Parlamento europeo, potrebbero venire piani concreti di trasformazione del progetto europeo, anche se la trasparenza non è tutto. I cittadini chiedono di più. L’unica cosa in cui oggi crederebbero è un vero New Deal europeo, che crei posti di lavoro e lotti contro povertà e disuguaglianza in crescita ovunque. Sono tante le proposte: da quelle illustrate da Yanis Varoufakis, a quelle indicate a suo tempo dall’Iniziativa cittadina “New Deal 4 Europe” (tassa sulle transazioni finanziarie e carbon tax per programmi di investimenti in uno sviluppo ecologicamente alternativo). Solo avviando un New Deal sapremo anche far fronte alla questione rifugiati, costruendo con loro un’economia solidale ed evitando di ricadere nella xenofobia, nel razzismo e nella violenza diffusa.

D’accordo, ma quali soggetti sono secondo te in grado di mettere in campo lo scarto necessario? Sentiamo a ripetizione le esortazioni a costruire “un’altra Europa”, in ultimo anche dallo stesso Matteo Renzi, ma a questa retorica non crede più nessuno. I partiti nazionali non sembrano interessati o capaci di andare oltre la semplice retorica euro-critica (ci ricordiamo, ben prima di Renzi, che fu Hollande a promettere una trasformazione delle logiche dell’austerità – ci troviamo ora con la Loi Travail e lo Stato di Emergenza). I partiti transnazionali – accrocchi che mettono insieme sigle nazionali senza una vera strategia o campagna condivisa – si sono dimostrati incapaci di guidare un riscatto democratico, basti pensare alla vicenda greca la scorsa estate. Bisognerebbe forse iniziare a immaginare un vero partito europeo? O forse, anche verso le prossime elezioni europee, provare a costruire un “fronte democratico” che porti assieme più forze con un semplice programma di riforma radicale dell’Unione? Insomma, come andare oltre la semplice retorica e mettere in campo una strategia di rottura di uno status quo che giustamente definisci, con i termini di Habermas, “federalismo esecutivo post-democratico”?

In realtà i soggetti ci sono, basterebbe avere una buona vista, e il linguaggio, la curiosità, la capacità di ascolto, i punti di ritrovo infine, che sono necessari perché si possa dir loro, alla maniera dei vecchi profeti: Eccoci, siamo qui non solo e non tanto per «rappresentarvi», ma per far conoscere e diffondere quello che pensate, che temete, che esigete, che vi ha delusi, che vi succede. La guerra di classe non è finita, anche se naturalmente la questione sociale si presenta con altre vesti. Non solo manca la rappresentanza di tali soggetti, non solo dobbiamo fare i conti con un’ampia offensiva dei poteri forti contro i più diversi organi intermedi della società, ma c’è qualcosa di più: la divisione oggi non è tra chi sta «sopra» e chi «sotto» – la metafora dell’ascensore sociale possiamo scordarcela– ma tra chi sta dentro e chi è «fuori», non tanto sottomesso quanto estromesso. La parola che traduce meglio questo star fuori l’ha detta Saskia Sassen: non è emarginazione e neanche più sfruttamento, ma è brutale espulsione. Siamo di fronte alle vecchie classi impoverite, a una classe media declassata e in preda allo spavento, a nuove classi che addirittura vengono private di un nome, e tutte ci dicono, come il Commendatore nel Don Giovanni: “Ah, tempo più non v’è”. A tutte queste bisogna parlare, evitando di cadere noi stessi nella negazione della realtà che stigmatizziamo.

Inutile continuare a nascondere il fatto che il fallimento dell’esperienza di Syriza ha inferto una ferita penetrata nel profondo, al punto che milioni di cittadini non credono più in possibili alternative, e giustamente hanno l’impressione che perfino il suffragio universale sia stato offeso e vanificato. Inutile nascondersi che la democrazia stessa ne esce con le ossa rotte, e indignarsi se sono tanti a reagire aggrappandosi solo al suffragio universale, dimenticando spesso che le nostre Costituzioni (in Italia e Germania in primis) iscrivono la democrazia maggioritaria nel reticolato cogente della rule of law e dell’equilibrio tra poteri, compreso il potere popolare maggioritario.

Sono convinta che le vicende greche sono state decisive, e hanno pesato moltissimo sul Brexit voluto da un gran numero di elettori che si sono detti, spesso senza calcolare le forze effettive della Gran Bretagna: quel che Atene non è riuscita a fare (la sovranità popolare ritrovata), noi come nazione abbiamo la forza e il peso strategico per compierlo sino alla fine. La capitolazione del governo Syriza dopo il referendum del 5 luglio 2015 va riconosciuta e raccontata come tale, come vera e propria «scena primaria» che scombussola il bambino che immaginava i genitori asessuati, dunque «innocenti». Una volta percepita la scena primaria puoi non tenerne conto, far finta di non accorgertene: l’effetto rimane ed è rovinoso se non ne esci con qualche accorgimento.

Voglio dire che la negazione della realtà è anche un nostro difetto, e devastante. La cesura greca continua a essere dissimulata, peggio ancora rimossa se non addirittura imbellita dalle stesse sinistre radicali che rivendicano un’«altra Europa». Quel che dobbiamo ritrovare è un rapporto con la realtà e le cose vere che essa ci dice: la realtà di un’umiliazione che Syriza non ammette, la realtà del successo di Donald Trump, la realtà del Brexit, la realtà di una società polacca che non ha più sopportato le menzogne pseudo liberali delle élite postcomuniste e ha dato la maggioranza a Jaroslaw Kaczynski e al PiS. Da qui bisogna ripartire, da quest’irruzione del principio di realtà, se vogliamo contrastare la riedizione degli anni Trenta.

Mi chiedi cosa si possa fare in concreto per costruire un partito europeo transnazionale, e una sorta di «fronte popolare» che nelle prossime elezioni europee si presenti con un programma di rottura con i poteri costituiti nell’Unione. Innanzitutto dobbiamo chiarire alcuni concetti, ponendo anche a noi stessi le domande chiave: cosa voglia dire precisamente riprendersi la sovranità; come salvaguardare la distinzione tra sovranità popolare e sovranità nazionale; quale sia il costo della non-Europa; quali siano le domande delle classi impoverite o senza più nome; cosa significhi la strategia di rottura di cui parli, e se esistano Stati e amministrazioni locali in grado di disobbedire alle assurde regole imposte da esecutivi nazionali o europei che pretendono di governarci.

Poi c’è da rispondere alle paure che di certo sono infiammate ad arte dai poteri forti, ma che sono pur sempre paure. Mettiamo l’immigrazione e i rifugiati: dobbiamo condannare l’indecenza dei muri e dei respingimenti collettivi predisposti con la complicità degli Stati oltre che della Commissione, e denunciare l’interesse di questi ultimi alla nascita di un’estrema destra da usare come spauracchio, ma al tempo stesso bisogna togliere la paura ai cittadini perché anch’essa è “realtà”. È urgente impostare una diffusa campagna contro questa paura: capendone i meccanismi, aiutando a vincerla con argomenti razionali, e spiegando che il “mostro” che ci si accampa davanti non è la questione rifugiati ma la questione dell’Europa che non funziona. Nessun governo, nessuna istituzione europea, nessun giornale mainstream ricorda ai cittadini che i rifugiati arrivati nell’Unione rappresentano solo lo 0,2 per cento delle sue popolazioni. Bisogna rompere con le regole, ma anche rassicurare i cittadini. Inutile rispondere che contro neofascismo e razzismi «mobiliteremo le masse», perché le masse in questione non esistono più e da decenni hanno in gran parte smesso di votare.

Questo ci sembra di avere imparato negli ultimi anni: è il processo decisionale europeo, tra l’altro in questi anni fortemente rivisitato su base inter-governativa, a rendere difficile una risposta coerente alle crisi che attanagliano il nostro continente. A un certo punto dovremmo arrivare a parlare di riforma dell’assetto costituzionale europeo e dei Trattati. Ma è un percorso pieno di insidie. Il cosiddetto “piano Schäuble”, ossia integrazione dell’Eurozona attraverso la nomina di un ministro del tesoro europeo con la responsabilità di far rispettare i limiti di bilancio e i dettami dell’austerity, sembra un passo nella direzione sbagliata. Ma anche una tradizionale Convenzione europea – spettacolo grigio di burocrati e diplomazie nazionali – rischia di risultare in un buco nell’acqua. In molti parlano di Assemblea costituente, ossia un consesso direttamente eletto dai cittadini europei. Altri ancora, come Piketty, promuovono l’idea di un Parlamento dell’Eurozona. Che te ne pare? 

Sono d’accordo con l’idea di un’Assemblea costituente, ma senza affidare il progetto a consulti intergovernativi. Già una volta, nel 1984, un progetto costituzionale avanzato dal Parlamento europeo fu in tal modo deturpato e devitalizzato.

Il Piano Schäuble di cui parli imbocca ben altra strada. Non si limita nemmeno più a preconizzare un ministro europeo del Tesoro. Da quando la Gran Bretagna ha votato il Brexit, Schäuble raccomanda il ritorno all’Europa intergovernativa, alla vecchia “balance of power” che causò nel secolo scorso due guerre mondiali. Prende congedo da ogni visione federale, pur di salvare e proteggere le politiche di austerità che sono state imposte in questi anni. La stessa parola “visione” è aborrita: la parola d’ordine, secondo Habermas, è oggi la seguente: “Niente più visioni, tutto è ormai questione di Lösungskompetenz”, di “solution skills”. Lo scopo che si prefigge Schäuble, e con lui l’establishment tedesco, è il consolidamento e la definitiva vittoria dell’ordo-liberalismo. Secondo la teoria ordo-liberale, nata fra le due guerre nella Scuola di Friburgo, “tenere in ordine la casa nazionale” è la condizione necessaria e sufficiente perché ci sia un ordine internazionale: prima ogni Stato deve riordinare i propri conti, e solo dopoverranno le risorse economiche messe in comune, i piani di cooperazione, i New Deal stile Roosevelt, e in Europa l’unione politica federale o “più stretta”. Nelle sedi internazionali non si deve decidere alcunché in comune; al massimo ci si informa, e i più forti impongono aggiustamenti ai più deboli. La dottrina della casa in ordine è un’altra tecnica che dovremmo studiare da vicino, per scoprirne la più vera essenza. L’essenza è il ritorno puro e semplice al nazionalismo. Un nazionalismo che rischia di contaminare anche il pensiero delle sinistre contrarie all’austerity, nel Paesi dell’Unione. A queste sinistre, nei Paesi membri e nel Parlamento europeo, mi sentirei di dire: attenzione, nelle battaglie per l’”uscita” dall’euro, o dall’Unione, rischiate di ritrovarvi come compagno di banco il nazionalismo appena mascherato di Wolfgang Schäuble.

Helmut Schmidt e le “grandi visioni”

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 11 luglio 2016.

Barbara Spinelli, in qualità di vice-presidente della Commissione AFCO, ha presieduto la riunione in sostituzione della Presidente Danuta Maria Hübner (PPE- Polonia).

Punto in agenda:

  • Scambio di opinioni con l’ambasciatore Pieter de Gooijer, rappresentante permanente dei Paesi Bassi presso l’UE, sui risultati della Presidenza di turno olandese

Prenderei la parola in nome del mio gruppo, ringraziando l’ambasciatore e la Presidenza olandese per il lavoro fatto negli scorsi sei mesi, ma allo stesso tempo per dire che non condivido del tutto l’ottimismo che ha espresso, né alcune sue opinioni di carattere generale. Penso che la crisi dell’Unione europea sia così grave, e la sfiducia dei cittadini così vasta, che una “grande visione” sia profondamente necessaria, e non superflua come Lei ha lasciato intendere. E le dirò di più: condivido la frase di Helmut Schmidt che Lei ha citato poc’anzi – “Chi ha grandi visioni dovrebbe andare dal dottore”, anche se la frase fu poi in qualche modo smentita dall’ex Cancelliere. Ma la condivido nella sua interezza: credo, infatti, che non solo dobbiamo avere “grandi visioni” ma che dobbiamo pure andare dal dottore, tanto siamo messi male. Una bella terapia democratica ci starebbe veramente molto bene.

Come dicevo, Helmut Schmidt è poi tornato su quest’affermazione, mille volte citata, spiegandola in questi termini: “Ho dato una risposta sfacciata a una domanda stupida”. Probabilmente conviene non usare più questa frase, così spregiativa verso le grandi visioni di cui abbiamo molto bisogno.

Quanto all’ottimismo, non concordo pienamente con Lei quando afferma che l’Unione rappresenta una zona della rule of law e del welfare state. Non sempre la rule of law è completamente rispettata. Non sempre né in tutti i Paesi il welfare sociale continua a essere garantito. Basti qui citare l’Iniziativa dei cittadini europei: l’ICE, che questo Parlamento ha chiesto di riformare in una risoluzione di cui György Schöpflin (PPE, Ungheria) è stato relatore, resta quella che è, uno strumento del tutto inefficace, perché la Commissione ha ritenuto superflua e prematura ogni sua riforma.

C’è quindi necessità di visioni e anche di risultati concreti: le due esigenze non vanno contrapposte.

Già nei primi anni del 2000, il governo olandese insistette sul fatto che non ci volevano visioni ma risultati concreti. Da allora sono passati molti anni, e questi risultati concreti non sono pervenuti. Proviamo quindi a inventarci un nuovo linguaggio per la crisi presente.