Il veleno che minaccia il Recovery Plan

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 27 novembre 2020

 

Quando approvarono il Piano di ripresa Covid, il 21 luglio, i leader del Consiglio europeo dovettero transigere sulla questione stato di diritto, per poter ottenere l’accordo unanime dei 27 Stati membri. Polonia e Ungheria respingevano ogni condizionalità legata al rispetto della rule of law, e il comunicato finale ne tenne conto.

Esso si limita a ricordare che “gli interessi finanziari dell’Unione sono tutelati in conformità dei principi generali sanciti dai trattati dell’Unione, in particolare i valori di cui all’articolo 2 dei Trattati. Il Consiglio europeo sottolinea l’importanza della tutela degli interessi finanziari dell’Unione. Il Consiglio sottolinea l’importanza del rispetto dello Stato di diritto” (l’articolo 2 contiene raccomandazioni su democrazia e stato di diritto).

Il compromesso tuttavia è sgradito a una serie di Stati (i “frugali” in prima linea) che vogliono condizionare in vari modi i fondi iscritti nel bilancio UE, compreso il Piano Covid da loro avversato sin da principio. È il motivo per cui i governi di Polonia, Ungheria e Slovenia hanno opposto il veto: niente bilancio pluriannuale e piano Covid, se la condizionalità non viene ritirata o magari mitigata. Anche il Parlamento europeo rifiuta compromessi, avendo recentemente votato in favore di condizionalità forti sul rispetto della rule of law: sono in gioco – dicono i deputati – principi dell’Unione come la separazione dei poteri, il pluralismo, la libera espressione.

Queste preoccupazioni sono più che legittime, se consideriamo la degenerazione democratica in Polonia e Ungheria. Ma l’intera controversia è profondamente viziata e insidiosa, se esaminata alla luce di una pandemia che sta mettendo in ginocchio il continente con una distruttività mai vista in tempi di pace. Il dibattito attorno allo stato di diritto è condotto come se non vivessimo tempi di peste, come se l’Unione non avesse alcun tipo di strumento per ottenere il rispetto della rule of law (l’articolo 7 dei Trattati prevede la sospensione dei diritti di voto del singolo Stato in caso di chiare e persistenti violazioni) e come se in colpa fossero solo i Paesi dell’Est. Verrà certo il momento in cui occorrerà superare gli ostacoli che rendono inutilizzabile l’articolo 7, l’ostacolo principe essendo la regola dell’unanimità. Sono anni ormai che Parlamento e Commissione cercano vie alternative. Ma il momento non è questo, a meno che non si voglia affossare il Recovery Plan usando la democrazia come pretesto.

A ciò si aggiunga che condizionalità e sanzioni suscitano risentimenti crescenti negli Stati membri, dopo le politiche di austerità imposte dall’alto della troika a una Grecia umiliata e devastata. È inevitabile che il risentimento risorga ancora più intenso in pieno tifone Covid. Se davvero siamo in emergenza, sia sanitaria sia economico-sociale, non si possono ostinatamente rispolverare metodi punitivi che hanno già più volte lacerato l’Unione.

Prima ancora che esplodesse la pandemia, l’ex presidente della Commissione Juncker – tra i primi responsabili dei piani di austerità – fu esplicito nel condannare questa coazione a ripetere gli errori fatti con Atene. Il 1° gennaio 2017 commentò così i piani tedeschi – e poi franco-tedeschi – di condizionamento sullo stato di diritto: “Sono dell’opinione che non dovremmo vararli”. Aggiunse che le minacce non sono un buon metodo per imporre la disciplina finanziaria o il rispetto dello stato di diritto: “Credo che non sarebbe una buona cosa dividere l’Unione in questo modo: sarebbe veleno per il continente”.

Sono veleno entrambi: i veti come le minacce di sottrazione di fondi. In primo luogo perché a patirne sarebbero popolazioni dell’Unione molto bisognose di aiuti europei, anche se governate dispoticamente. In secondo luogo, la lotta sui “valori” è discriminatoria. Nel discutere e proporre nuovi meccanismi sulla rule of law, l’Unione e il suo Parlamento sono altamente selettivi. Le condanne più severe riguardano i paesi dell’Est, non senza ragione, ma quelli dell’Ovest, specie se “fondatori”, restano intoccabili al massimo grado. Il governo spagnolo di Mariano Rajoy violò manifestamente lo stato di diritto, impiegando violenze sproporzionate contro gli indipendentisti catalani e imprigionando i suoi leader.

Non meno pesante la situazione in Francia. È di questi giorni l’approvazione di una legge di “sicurezza globale” che vieta di fotografare o filmare l’uso di violenza poliziesca eccessiva nelle manifestazioni. È un autentico bavaglio imposto ai fotoreporter che negli ultimi due anni – durante i tumulti dei Gilet gialli – hanno rivelato lesioni del diritto e violenze sproporzionate inflitte da armi semi-letali tra cui i proiettili di gomma LBD 40 (migliaia di feriti, 25 accecati, 5 vittime di mutilazione della mano). A settembre è uscito il documentario del giornalista che ha puntigliosamente raccolto testimonianze sulle violenze, David Dufresne. Il film s’intitola Un pays qui se tient sage – Un paese che si comporta bene. Nel 95% dei casi, i video recuperati da Dufresne sono diffusi in rete da anonimi provvisti di cellulare.

L’articolo 24 della nuova legge sulla sicurezza vieta proprio queste immagini, specie se disseminate da reporter non accreditati (la rete è considerata nemico numero uno). Simili violenze sono state condannate dall’Onu. È condannabile anche la brutalità con cui lunedì è stato sgomberato un accampamento di migranti a Place de la République, a Parigi. Né si può dimenticare che l’Unione intera è responsabile di violazione del diritto internazionale per le migliaia di rifugiati lasciati morire in mare.

Il Recovery Plan e la decisione di indebitarsi collettivamente e non più come singolo Stato rappresentano un prezioso progresso, facilitato dall’insistenza di Italia e Spagna. I vecchi meccanismi intergovernativi d’assistenza, come il Mes non del tutto emendato, sono superati da un’iniziativa che non vede più contrapposti creditori con la frusta in mano e debitori che si ritrovano, sempre più impoveriti, sul banco degli imputati.

Naturalmente è grave che permanga lo scoglio dell’unanimità (compresa l’unanimità dei 27 Parlamenti sul Piano Covid). L’Unione resta la costruzione imperfetta che è, senza strategie di ricambio. Ma come nel racconto di Conrad, quando sei assalito dal Tifone non c’è tempo per discettare sulle migliori “strategie della tempesta”. Ti piove addosso il cielo, e unico compito del comandante della nave è portare in salvo, se può e come può, equipaggio e passeggeri.

© 2020 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Rule of law e democrazia: i rischi del monitoraggio Ue

Strasburgo, 25 marzo 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda:

Situazione dello Stato di diritto e la lotta contro la corruzione nell’Unione, in particolare a Malta e in Slovacchia

Presenti al dibattito:

  • Věra Jourová – Commissario europeo per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di membro, per il Gruppo GUE/NGL, del Gruppo di monitoraggio dello Stato di diritto (ROLMG) – istituito nell’ambito di competenza della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) – e relatore ombra della Risoluzione sulla Situazione dello Stato di diritto e la lotta contro la corruzione nell’Unione, in particolare a Malta e in Slovacchia.

Questa legislatura ha evidenziato che il rispetto della rule of law e dei diritti umani nell’Unione è pericolante, e la risoluzione che voteremo in aprile è uno dei tanti contributi del Parlamento in materia.

Il monitoraggio, tuttavia, presuppone che il nostro ruolo sia neutrale, mai elettoralistico, attento a evitare doppi standard e atteggiamenti punitivi. Che l’obiettivo sia quello di tutelare e rafforzare gli anticorpi nazionali, senza pretendere di sostituirci totalmente a essi. Presupposti che, purtroppo, non ritengo del tutto soddisfatti nella risoluzione.

Non chiedo di abdicare al nostro ruolo o di arginarlo, ma di renderlo incensurabile. Il rischio, altrimenti, è che le istituzioni europee vengano sempre più considerate come un potere orwelliano e che la rule of law sia percepita come imposizione esterna, da osteggiare.

Bruxelles, 20 marzo 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione del Gruppo GUE/NGL. 

Punto in agenda:

  • The situation of the rule of law and the fight against corruption in the EU, specifically in Malta and Slovakia

Ho chiesto questo dibattito alla luce della centralità che la questione rule of law sta assumendo in questi anni, per la nostra attività di parlamentari. Alcuni di noi si occupano del tema da anni.

La Risoluzione che discutiamo oggi presenta criticità non rilevabili in testi analoghi del Parlamento, per quanto riguarda sia il metodo che il contenuto. Uno scambio di opinioni mi sembra dunque utile, prima che il testo sia votato in plenaria, anche considerando che nel precedente voto in commissione LIBE si è manifestata una divisione tra i deputati GUE/NGL (come relatore ombra nel gruppo di lavoro sulla rule of law avevo suggerito l’astensione. Una parte dei deputati LIBE del nostro gruppo ha preferito votare in favore).

La risoluzione rappresenta il risultato del lavoro svolto nell’ambito del Gruppo di monitoraggio sulla rule of law, istituito nel giugno scorso in seno alla commissione LIBE a seguito degli omicidi dei giornalisti Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak, a Malta e in Slovacchia, e della volontà del Parlamento di indagare sulle cause e le conseguenze di tali accadimenti, in termini di rispetto della rule of law. Tale volontà proseguiva il lavoro già intrapreso su Ungheria, Polonia e Romania.

In una prima fase, l’idea di creare questo gruppo ha trovato consenso quasi unanime tra i vari Gruppi politici, ma le sue caratteristiche sono state oggetto di divergenze sin dalla definizione del mandato. Il mandato infine adottato – “monitorare la situazione per quanto riguarda la rule of law e la lotta alla corruzione nell’Unione, con specifico riferimento a Malta e Slovacchia” – rappresenta un compromesso tra chi voleva un’analisi particolareggiata della situazione nei due paesi e soprattutto a Malta (il PPE) e chi, come noi e S&D, puntava a un monitoraggio più generale dello stato di diritto in Europa, non essendo questi due paesi omologabili a Ungheria e Polonia.

Nonostante il compromesso, è stata privilegiata la linea del PPE. Questo a causa dell’appoggio al PPE offerto dalla Presidente del Gruppo, Sophie in ‘t Veld, e anche dell’apatia mostrata dai socialisti nel sollevare obiezioni ben motivate a ciò che sempre più somigliava a un manifesto politico contro i due governi socialisti di Malta e Slovacchia.

Di fatto, il gruppo di lavoro si è tramutato fin da subito in una sorta di commissione parlamentare d’inchiesta – priva tuttavia dei relativi poteri – focalizzata sulla verifica delle indagini penali nazionali sugli omicidi dei due giornalisti. Il Leitmotiv era denunciare a più riprese e quasi pregiudizialmente tali indagini, ed esigere la condivisione di tutti i relativi documenti. Europol e le autorità nazionali di contrasto hanno rappresentato il punto di riferimento quasi esclusivo dei lavori.

A ciò si è aggiunta la gestione dei lavori, centralizzata nella figura della Presidente e caratterizzata da un’opacità massima e da un coinvolgimento minimo degli altri membri del working group. Cito in questo ambito l’ultimo episodio di questo procedimento affrettato e politicizzato: poche settimane fa abbiamo ricevuto da Sophie in‘t Veld due lettere trasmesse ai Premier di Malta e Slovacchia, in cui si chiedeva di dare seguito alle richieste contenute in una risoluzione approvata in Commissione ma non ancora in plenaria, e inviate senza consultare gli altri membri del gruppo.

Questo ha rafforzato in me l’impressione di trovarmi davanti a un’operazione essenzialmente elettorale. Il working group aveva perso per strada il mandato, era utilizzato soprattutto dallo shadow rapporteur del PPE (Roberta Metsola) e non a caso la risoluzione è sproporzionatamente e quasi ossessivamente focalizzata su Malta.

Più importanti ancora le criticità concernenti il contenuto. Questo è dovuto anche al fatto che i negoziati sulla risoluzione sono stati condotti con estrema velocità, senza una discussione approfondita sui punti più controversi. È così accaduto che le riserve da noi espresse sui questi punti e i nostri contributi siano stati presto e sbrigativamente scartati: la campagna elettorale stava aprendosi.

Potete trovare maggiori dettagli nel briefing trasmessovi da Lide Iruin Ibarzabal, che vorrei qui ringraziare per l’ottimo testo – riassuntivo del mio lavoro nel gruppo – scritto con Fabian Iorio. A proposito delle nostre obiezioni ignorate o scartate, mi limito a un esempio, significativo. Uno dei contributi fondamentali alla redazione del testo è rappresentato dal Parere della Commissione di Venezia del dicembre 2018 su “constitutional arrangements and separation of powers and the independence of the judiciary and law enforcement in Malta”. Nel chiedere a Malta di implementare le raccomandazioni della Commissione di Venezia, la risoluzione esorta espressamente Governo e Parlamento a intraprendere una serie di specifiche riforme costituzionali, da adottarsi inoltre in maniera retroattiva.

Si tratta di una richiesta accettabile se avanzata da un organo indipendente e consultivo quale la Commissione di Venezia, ma del tutto scorretta se presentata da un organo politico come il Parlamento europeo, per di più già immerso nella campagna elettorale. La costituzione rappresenta il pilastro dell’ordinamento giuridico interno di ogni Stato, ogni suo rimaneggiamento è di un’estrema delicatezza e non può essere soggetto a contese politico/elettorali e ingerenze esterne. A ciò si aggiunge la più che inappropriata richiesta di applicazione retroattiva di tali riforme, in contrasto con la stessa rule of law e i criteri delineati in materia dalla Commissione di Venezia (The rule of law check list, Venice Commission of the Council of Europe, adottata a Venezia l’11-12 marzo 2016). [1]

Concludo con un’osservazione più generale sulla questione della rule of law nell’ambito dell’Unione. Anche in questo caso troverete maggiori elementi nel briefing che vi abbiamo inviato prima di questa nostra riunione.

Personalmente sono favorevole a un monitoraggio sistematico dello stato di diritto nell’Unione. È una posizione che ho sempre sostenuto nei miei voti e nelle indicazioni che ho dato come shadow rapporteur di una serie di risoluzioni concernenti questo tema.

Tale monitoraggio ha per me un significato chiaro: garantire il rispetto di precisi obblighi derivanti da norme di diritto internazionale, alla cui base si collocano i diritti umani e le libertà fondamentali. Non si tratta quindi della semplice osservanza di astratti valori considerati comuni. Veramente comuni sono le norme che sottendono i valori indicati nell’articolo 2 dei Trattati, non i valori in sé.

Tuttavia, il monitoraggio presuppone che il “controllore” europeo sia neutrale, non motivato da mire elettorali, attento a evitare doppi standard, non percepito come punitivo, e deciso a criticare sia gli Stati Membri sia le istituzioni europee.

Temo che la risoluzione non rispetti appieno queste condizioni. Al tempo stesso, sono convinta che nei due Paesi esistano problemi reali e che il nostro gruppo non possa e non debba in alcun modo sconfessare le analisi della Commissione di Venezia, votando contro la risoluzione. Per questo suggerisco l’astensione in plenaria.

In aggiunta, presenterò alcuni emendamenti e proposte di split e separate vote sui punti più controversi.

[1] The Rule of Law Checklist

Missione in Polonia

di lunedì, Novembre 26, 2018 0 , , Permalink

Bruxelles, 17 ottobre 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione del Gruppo GUE/NGL. 

Punto in agendaReport on the LIBE mission to Poland on rule of law

La missione Libe cui ho partecipato si è svolta tra il 19 e il 21 settembre. Indico fin da principio un difetto non minore della missione: l’assenza di incontri con l’opposizione non rappresentata in Parlamento, cioè con vari gruppi delle sinistre. In cambio abbiamo avuto scambi preziosi con numerose associazioni di cittadini.

Per la verità, è un’assenza non imputabile solo alla preparazione della missione: quel che dovrebbe a mio parere occupare le nostre menti è la debolezza delle sinistre di fronte a un’estrema destra che smantella elementi centrali dello stato di diritto (in particolare l’indipendenza della giustizia, in Polonia) ma che al tempo stesso mostra di saper “catturare” temi classici delle sinistre come i diritti sociali e in particolare la lotta alla povertà, a cominciare dalla povertà infantile. La latitanza delle sinistre caratterizza la Polonia sin dal 1989: tutti i partiti presenti nel Sejm sono in qualche modo figli delle diverse anime di Solidarnosc, dal PiS alla Piattaforma Civica e al nuovo Partito chiamato “Moderno”. Sono convinta che la Polonia soffra del vizio originario di Solidarnosc: un sindacato che negli anni ‘80 si trasformò in forza politica governativa, perdendo per strada ogni aspirazione sociale, e ogni capacità di organizzare i normali conflitti politici lungo linee economiche anziché lungo linee identitarie-nazionali.

I progressi notevoli compiuti dalla coalizione governativa sul fronte economico-sociale sono stati sottolineati da una serie di nostri interlocutori, anche i più critici nei confronti del partito Diritto e Giustizia (PiS). I più poveri e deboli votano PiS perché quest’ultimo ha scelto di denunciare le cosiddette “terapie-choc” imposte dall’Unione e dalla Germania nei decenni successivi all’Ottantanove. L’opposizione parlamentare di Piattaforma Civica e dei “Moderni” (partito associato a Alde) si scaglia giustamente contro le infrazioni alla rule of law ma non accenna alcuna autocritica in campo sociale e riguardo alle politiche di austerità di cui è stata in passato artefice ed esecutrice.

La missione è avvenuta in concomitanza con un nuovo attacco alla rule of law: dopo la cattura politica della Corte costituzionale e del Consiglio nazionale della magistratura [1], dopo quella dei media, del servizio pubblico audio-visivo, dei servizi segreti; dopo il tentativo di imporre una legge sull’aborto ancora più restrittiva di quella attuale (un tentativo temporaneamente bloccato dalle proteste delle “donne in nero”, che abbiamo incontrato e che temono oggi nuove leggi – volute dalla Chiesa – in favore della clausola di coscienza cui possono i ricorrere i medici), adesso il controllo politico del potere giudiziario colpisce uno degli ultimi bastioni della magistratura indipendente: la Corte suprema.

Gli interlocutori a mio parere più importanti sono stati: la Presidentessa della Corte Suprema Małgorzata Gersdorf, l’Ombudsman Adam Bodnar, l’ex Presidente della Corte costituzionale, e poi militanti di Family Planning e Donne in nero, giuristi critici tra cui Paulina Kieszowska, rappresentanti della stampa indipendente e di quella cattolica più integralista, oltre a parlamentari legati al governo.

Mi soffermo a questo punto sui punti salienti della nostra missione:

L’attacco alla Corte suprema. L’offensiva contro i suoi vertici e le decine di nuove nomine politiche sono viste con preoccupazione estrema dai nostri interlocutori [2].La Signora Gersdorf si è rifiutata di dimettersi dalla presidenza, e di obbedire alla legge che glielo aveva imposto abbassando da un giorno all’altro l’età pensionabile. Lo ha fatto richiamandosi alla durata del mandato fissata dalla Costituzione. In particolare preoccupano gli argomenti del PiS, in quest’ennesimo attacco all’indipendenza dei magistrati: quel che è mancato dopo l’89 – dice il PiS – è una vera epurazione che rendesse concreta la transizione successiva all’epoca comunista. È una battaglia sulle interpretazioni storiche senza rapporto alcuno con la realtà, sostengono le voci critiche: l’età media dei giudici è oggi di 40 anni. Non erano adulti durante lo stato di guerra degli anni Ottanta. E tra i colpiti ci sono membri della Corte che sono figure leggendarie per aver difeso i dissidenti, come Stanisław Zabłocki. Di contro, il PiS ha scelto come presidente della Commissione parlamentare sui diritti dell’uomo Piotrowicz, un ex procuratore dei tempi comunisti non meno leggendario per l’accanimento con cui ha perseguitato oppositori e dissidenti.

Il secondo punto, cui ho già accennato, concerne la popolarità del PiS, dovuta non solo all’antico peso della Chiesa ma anche alle misure sociali del governo. In questione è la politica del precedente governo, guidato dalla Piattaforma Civica fondata da Donald Tusk, che abbracciando le politiche di austerità ha creato la situazione attuale e facilitato l’affermazione elettorale di forze di estrema destra. In realtà il PiS non regola solo i conti col comunismo. Il regolamento dei conti avviene dentro la cerchia degli eredi di Solidarnosc, sparpagliati in tutte le forze parlamentari. In questo il partito di Jarosław Kaczyński ha il pieno sostegno della Chiesa, che a volte critica le politiche sui rifugiati, in linea con il Papa, ma è più che mai restrittiva in altri campi, in primis sull’interruzione di gravidanza, e considera il governo troppo poco intransigente in materie attinenti l’”etica cristiana”.

Terzo punto: il ruolo dell’Unione e l’articolo 7. Molti nostri interlocutori chiedono espressamente e insistentemente aiuto all’Unione europea, in particolare l’Ombudsman che è l’ultimo bastione non ancora abbattuto della rule of law. Ma sembrano più interessati alle procedure di infrazione avviate dalla Corte europea di giustizia che all’articolo 7 del Trattato UE, di cui temono l’inefficacia e di cui non vedono le prospettive credibili (per rendere operativo l’articolo 7 è richiesta l’unanimità degli Stati Membri, e l’obiettivo è irraggiungibile visto che il governo ungherese e altri governi dell’Est hanno annunciato il veto).

***

Potrei inoltrarmi oltre ma vorrei a questo punto che discutessimo più generalmente della questione rule of law, che sta occupando un ruolo sempre più centrale nelle nostre attività e che costituisce una parte notevole del mio lavoro parlamentare.

Quello che vorrei discutere è la natura sempre più elettoralistica che sta assumendo questo attivismo. È il tema su cui si concentra il briefing sulla missione preparato per il nostro gruppo da Lide Iruin Ibarzabal e da me.  Governi legati ai socialisti sono sotto attacco, con lo scopo non ammesso ma evidente di controbilanciare le politiche severe adottate verso Polonia e Ungheria. È sotto attacco l’Est Europa, per violazioni della rule of law, ma mai Paesi come la Spagna o l’Italia. Manca la capacità di distinguere e analizzare – di analizzare in particolare il nesso creatosi fra nazionalismo, cosiddetto “sovranismo” e questione sociale – e per questa via si finisce col banalizzare quel che accade in Polonia e Ungheria.

Penso sia utile avviare una riflessione sulla rule of law, nel nostro gruppo, perché in questa faccenda rischiamo di imboccare due vie egualmente pericolose: o l’indifferenza alle questioni legate ai diritti fondamentali e allo stato di diritto, o la sudditanza a strategie elettorali socialmente dubbie dei Popolari, di Alde, dei Socialisti, e dei Verdi.

Post scriptum: il 19 ottobre, la Corte europea di giustizia a emesso un’ordinanza i cui accoglie la richiesta di sospensione della legge sul pensionamento anticipato di magistrati. Una decisione assunta in via cautelativa, prima ancora del pronunciamento della sentenza nel procedimento attivato da Bruxelles contro Varsavia.

[1] Responsabile per la nomina dei giudici e per l’esame dei reclami “etici” contro i giudici che compongono il Consiglio. Due giorni prima della nostra missione, il 17 settembre, il Consiglio nazionale della magistratura in Polonia è stato espulso dal network europeo dei consigli della magistratura  European Network of Councils for the Judiciary – ENCJ)

[2] Il presidente della Corte Suprema decide quali giudici devono seguire ogni caso. In Polonia il Tribunale Costituzionale è un organo giudiziario competente in materia di conformità delle leggi con la Costituzione, conflitti di competenze e ricorsi promossi dai cittadini. La Corte Suprema è il massimo organo giurisdizionale e ha sempre l’ultima parola: le sue decisioni non possono essere oggetto di appello e hanno valore di legge.

Romania: l’Ue usa due pesi e due misure

di mercoledì, Ottobre 3, 2018 0 , , , Permalink

Comunicato stampa

Strasburgo, 3 ottobre 2018

Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo, nel punto in agenda dedicato allo Stato di diritto in Romania.

Presenti al dibattito: 

–      Juliane Bogner-Strauss, ministro federale austriaco delle donne, delle famiglie e della gioventù (Presidenza austriaca del Consiglio dell’UE)

–       Frans Timmermans, Primo vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali

–      Vasilica Viorica Dăncilă– Primo Ministro della Romania

Di seguito l’intervento:

«Da anni la Romania scende in piazza, e visto il poco tempo che ho, mi concentrerò su alcuni punti:

Primo: la lotta alla corruzione e per la giustizia indipendente è cruciale per la rule of law, ma dovremmo ricordare che la protesta rumena è estremamente frammentata: per alcuni la corruzione produce diseguaglianze, per altri ostacola l’estensione dell’agenda neo-liberale e giustifica gli abusi di potere da parte dei servizi segreti. Ne nasce una falsa unità: è la forza ma anche la debolezza del movimento.

Secondo: nel movimento ci sono lati oscuri. I sostenitori del PSD sono dileggiati come “anziani, stupidi, rurali”. La verità è che l’opposizione al presente governo non riesce a convincere l’elettorato più povero ed emarginato, che vive nelle campagne e nelle città di provincia: non dimentichiamo anche noi gli emarginati del Mercato Unico.

Terzo: il movimento non combatte solo la corruzione. Include anche battaglie contro la costituzionalizzazione della famiglia come unione esclusiva fra uomo e donna. La Carta europea dei diritti fondamentali non vieta né impone la concessione dello status matrimoniale a unioni tra persone dello stesso sesso.

Quarto: la battaglia per la rule of law è più che giusta e la sostengo. Ma la invito, vicepresidente Timmermans, a usarla anche per paesi che regolarmente risparmia. L’ho ascoltata in questi giorni a proposito delle manifestazioni di agosto a Bucarest. Ha parlato, giustamente, di immagini sconvolgenti, di protestatari pacifici picchiati dalla polizia, di inchieste da aprire subito. Sono mancate parole così forti quando i pacifici elettori indipendentisti in Catalogna sono stati picchiati e i loro leader imprigionati, e mi chiedo perché la Romania sia severamente vagliata e condannata, mentre la Spagna no».

La Polonia e l’articolo 7

di mercoledì, Giugno 13, 2018 0 , , Permalink

Comunicato stampa

Strasburgo, 13 giugno 2018. Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata a “Indipendenza del potere giudiziario in Polonia. Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione”

Di seguito l’intervento:

«Nel marzo scorso il Parlamento ha approvato la decisione della Commissione di attivare l’articolo sette-uno. Circolano ora voci insistenti secondo cui una parte della Commissione, attenta a inquietudini che si manifestano nel Consiglio, sarebbe pronta a sospendere ogni decisione a riguardo. Le stesse voci adombrano l’ipotesi di un passaggio del Pis al PPE: un mossa che garantirebbe a Varsavia l’ombrello di cui gode l’Ungheria.

Al vicepresidente Timmermans, che ringrazio per la sua costanza, domanderei un chiarimento in merito alle reali intenzioni della Commissione e alle scadenze che ha in mente di qui alla fine della legislatura.

Il rischio, in caso di congelamento, è che l’Unione appaia disarmata di fronte a possibili degenerazioni della rule of law al suo interno. In tal caso, meglio non attivare affatto l’articolo sette, piuttosto che ammettere così apertamente la nostra incapacità di agire».

Democrazia in bilico nell’Unione europea

Intervento di Barbara Spinelli alla tavola rotonda “Democracy in the EU: between Theory and Practice”, Istituto Universitario Europeo, Firenze 27 aprile 2018

Partecipanti alla tavola rotonda: Armin von Bogdandy, direttore dell’Istituto MaxPlanck di Diritto Pubblico Comparato e Diritto Internazionale, e Mercedes Bresso, deputata del Parlamento Europeo (S&D)

Some preliminary remarks are necessary.

When we speak about democracy and rule of law – i.e. constitutional democracy, a system which is much more than a simple reflection of the will of a majority, and which ensures the separation of powers and strong institutional guarantees for the minorities – we should distinguish between democracy within the Union and democracy of the Union: because we have two levels of decision making, two levels of parliamentary control and as a consequence two levels of sovereignties. Constitutional democracy is today threatened at both national and supranational level. Moreover, we should bear in mind that there are other sovereignties, which have a substantial weight but are not codified nor democratically controlled: I’m referring in a specific way to the market forces, and to the famous formula coined in 1998 by Hans Tietmeyer, at the time President of the Bundesbank, according to whom there is, in parallel to national elections, the “permanent plebiscite of the international markets”. Tietmeyer defended the legitimacy of such plebiscite, equating the latter to the legitimacy of democratic elections: a very questionable short circuit to say the least. Finally there are regional sovereignties, which are becoming more and more important and challenging from the point of view of democracy and rule of law – I’m referring to the Northern Irish or Scottish or Catalan cases – and which are the result of the progressive erosion of national sovereignties, combined with ill-defined democratic rules at supranational level. In the case of Northern Ireland, the citizens’ right to determine their future and their borders is codified in international treaties like the Good Friday Agreement. Future developments of a more decentralized, regional Union could learn much from this treaty.

Let’s begin with democracy in the Union, even if I’m perfectly aware of the intertwining of the different levels I mentioned:

What we are facing today is a double erosion: erosion of the constitutions in the Member States (strong tendency, except in Germany, to emulate the French model of centralisation and pre-eminence of the executives) and erosion of the popular sovereignties (increasingly calling into question of the universal suffrage, as expressed in national elections). This evolution is enhanced by the direct involvement of the EU Commission and of the ECB in electoral competitions, as we have seen in Greece, and by the aversion often demonstrated by these institutions to the constraints set by national elections or referenda. I remember what Mario Draghi said after a delicate Italian election, in 2013: elections come and go, since the EU is composed by democratic States, but one thing remains sure: “Structural budget reforms and fiscal adjustments will continue on automatic pilot“.

The EU Commission and the European Parliament are very active on democracy and rule of law: in relation to Poland, Hungary and other Countries of Eastern Europe like Slovakia. I’m very in favour of such EU struggles, but there is a danger that Eastern Europe, because of ill-defined enlargements in 2004, becomes a sort of convenient punching-bag for the EU, hiding the fact that there is a problem of democracy in the Union as a whole, not only in the East. The strict criteria established since 1993 for the accession countries – the so called Copenhagen criteria – cease to operate once a country has joined the Union as a full member. It’s called the Copenhagen dilemma and it’s still not solved.

And now democracy of the Union:

We are experiencing a progressive shirking of responsibilities towards citizens by EU institutions – Commission, Council, EU agencies – and the European Parliament is not always the exception as we shall see. The increasing power of such institutions goes hand in hand with a deliberate avoidance of responsibility towards citizens not only from a political point of view but also from a judicial one. Such power without responsibility is exerted in different ways, through semantic and political escamotages, and explains the growing disrespect – in EU policies – of the Charter of fundamental rights, the European Convention of human rights, the Court of justice, the European Court of human rights.

As regards the austerity memoranda, the democratic retrogression is evidenced by the way in which the Commission denies its involvement and accountability in policy decisions which are taken by the European Stability Mechanism (ESM, that is an intergovernmental organization), but are nevertheless negotiated, supported and implemented by the Commission and the ECB (the ex-troika). Some ideas are circulating about the reform of the Eurozone and its governance, proposing the transformation of the ESM in an EU Monetary Fund (EMF) with full veto power over Member States’ budget decisions: an even more disturbing evolution, if adopted.

As regards the EU-Turkey agreement on migration, the deal was negotiated by the States but implemented and financed by the Commission: it received a particular name (it was called statement), in order to avoid the control on international treaties normally exercised by the European Parliament.

As regards finally the trade negotiations, the Commission has an exclusive competence, hence an effective power (albeit limited on certain areas where the competence is shared) but the specific responsibility towards citizens is denied or avoided.

I would like to briefly dwell on the last point: the TTIP negotiations, and the discretionary, opaque power exerted by the Commission in this field. In this case the responsibility is not denied – it is on the contrary strongly defended against interferences by the Member States – but at the same time it is restricted and re-interpreted in its relations with the EU citizens. What I call into question, in this case, is not the communitarisation of national trade policies. The federal evolution of the EU is a good thing, but federalism is not an end in itself. It has been originally thought as an instrument intended to facilitate and consolidate policies aimed at enhancing democracy, rule of law, social cohesion and – last but not least – peaceful external policies, in the States belonging to the Union. The federal instrument makes sense if conceived as a bulwark against the return of aggressive nationalisms and centralistic dictatorships in Europe, as well as against social injustice, inequality and poverty. Too many elements of such project are missing in today’s Union. Re-nationalisation of EU policies won’t certainly do the trick, but “more of this Europe” – even if you call it federalist – won’t help.

A vivid example of the wrong use of federalisation and of the transfer of powers to the Commission in trade deals comes from an episode occurred during the TTIP negotiation. When John Hilary, executive Director at War on Want, asked the trade commissioner Cecilia Malmström how she could continue her persistent promotion of the deal – including the most controversial clauses concerning the Investor-state dispute settlement – in the face of massive public opposition, her response – I quote an article written by Hilary in The Independent, on 15 October 2015 – came back icy cold: “I do not take my mandate from the European people”.

So, from whom does Cecilia Malmström take her mandate? Officially, EU commissioners are supposed to take into account the popular will of the Member states, as well as their respective constitutional traditions, and make a synthesis of their diverging aims. Yet the European Commission has carried on the trade negotiations behind closed doors, ignoring the objections coming from the citizens – included a successful Citizens’ Initiative against TTIP – and denying any dependence on them. In reality, as a report from War on Want revealed in autumn 2015, the Commission has been deeply involved in negotiations with lobbies, being dependent (i.e. responsible) on them. Hence the conclusion of John Hilary: “The European Commission makes no secret of the fact that it takes its steer from industry lobbies such as BusinessEurope and the European Services Forum.  It’s no wonder that the TTIP negotiations are serving corporate interests rather than public needs”.

Lack of transparency is an essential ingredient of this misguided conception of the “mandate” granted to the supranational institutions: bodies like the Eurogroup, or the Council’s obscure behaviour in the “trilogues” (decisions negotiated between the Commission, the Council and the Parliament) generate opaque decision making and procedures, out of any democratic control. This is the opinion expressed by the EU Ombudsman, especially on the Council and on the relation between the Commission and the lobbies. I quote a passage of the Mrs O’Reilly’s recommendations of last February: “It is important to note that Member State representatives involved in legislative work are EU legislators and should be accountable as such. Democratic accountability demands that the public should know which national government took which position in the process of adopting EU legislation. Without this “minimum and essential item of evidence”, citizens will never be able to scrutinise how their national representatives have acted. It is also important for national parliaments, in their task of overseeing their own governments’ actions, to be able to know the positions taken by their own government”.

I mentioned the European Parliament, the only really elected body of the EU. On 22 March, the European Court of justice has annulled a decision by the Parliament on transparency of the “trilogues” with a sentence of utmost importance. The Parliament had decided that certain provisional compromises between the three institutions had to remain secret, in order not to hamper negotiations and avoid interferences by lobbies. The Court has denied such dangers, prioritising the citizens’ right to have full knowledge of the decision making in the trilogues.

But let’s be clear on this point: lack of transparency is a symptom, not the disease itself. It makes no sense to have full transparency – as it makes no sense to have a full European sovereignty – if EU policies erode democracies in Member States and are in contradiction with article 2 and 6 of the Treaty. If they are in conflict with the “general principles” of the EU, including the respect of the Charter of fundamental rights, of the European Convention on human rights and of the Constitutional norms of the Member States.

Il potere degli impotenti

Bruxelles, 28 febbraio 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:

  • Decisione della Commissione di attivare l’articolo 7, paragrafo 1, del Trattato sull’Unione Europea per quanto riguarda la situazione in Polonia
  • Dichiarazione della Commissione

«Alcuni diranno che ricorrere all’articolo 7 è un gesto inutile, puramente verbale, visto che alla fine non ci sarà comunque unanimità nel Consiglio sulla sua attuazione. Per parte mia non ritengo puramente verbale la nostra risoluzione. Pur conoscendo i rischi che corre – mettendo in mostra la propria impotenza – il Parlamento deve esprimersi, quando constata in uno Stato membro violazioni gravi dell’articolo 2. È stato un dissidente dell’Est, Havel, a insegnare che esiste un potere degli impotenti, ed è questo potere che vogliamo esercitare, per mettere in guardia non solo il governo polacco ma tutti i governi che dovessero imboccare, o già hanno imboccato come in Ungheria, la strada che porta allo smantellamento della rule of law e alla politicizzazione del potere giudiziario.

In democrazia, i governi e i parlamenti non sono gli unici a detenere il monopolio della legittimità. Lo condividono con il potere giudiziario: ultimo garante dei diritti, indipendentemente dalle elezioni.

In democrazia non sono concepibili leggi come quelle adottate di recente, che impongono un’unica interpretazione della Storia nazionale, dettata dallo Stato».

Rule of law in Polonia

Strasburgo, 15 novembre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Sessione Plenaria.

Punto in agenda:
Situazione dello Stato di diritto e della democrazia in Polonia

Presenti al dibattito:
Matti Maasikas – Vice-Ministro estone per gli Affari europei
Frans Timmermans – Primo vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore, per il Gruppo GUE/NGL, della Proposta di Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione dello Stato di diritto e della democrazia in Polonia. 

La Risoluzione è stata in seguito adottata con 438 voti in favore, 152 contrari, 71 astenuti.

Ad esclusione di un emendamento riguardante le procedure da seguire in caso di appello dei medici all’obiezione di coscienza nell’interruzione volontaria di gravidanza, tutti gli emendamenti presentati dal GUE/NGL sono stati approvati e risultano quindi incorporati nella risoluzione.

Vorrei rivolgermi ai colleghi polacchi, e in particolare ai rappresentanti del partito al governo. Vorrei che capissero che non stiamo punendo un paese membro, che rispettiamo le sovranità multiple di cui l’Unione dovrà sempre più esser composta. Il motivo per cui adotteremo una terza risoluzione sulla Polonia è per ricordare insieme le ragioni che ci tengono uniti: i fondamenti normativi che tutti i Paesi membri hanno sottoscritto. Intendo la rule of law nel senso più profondo del termine. Vi invito a leggere il recital E [1] della risoluzione: la rule of law è distinta dalla rule by law. Rule by law significa “governo per mezzo della legge”, dove la legge è l’atto di cui si serve chi esercita il potere, sulla base di una maggioranza parlamentare. Rule of law è una nozione in cui entra un concetto sostanziale di diritto, come insieme di diritti fondamentali, garanzie e indipendenza dei giudici, separazione dei poteri, libera espressione, diritti dei rifugiati, delle donne: chi vince le elezioni ubbidisce a quest’insieme di diritti, non li concede.

Una volta eletti in questo parlamento tutti abbiamo il compito di rappresentare la totalità dei cittadini dell’Unione senza distinzione alcuna di nazionalità o circoscrizione elettorale e, allo stesso tempo, il dovere primario di assicurare che i fondamenti della cittadinanza – i diritti, le libertà fondamentali – siano pienamente garantiti. Domandando di attivare l’articolo 7(1), non chiediamo altro che di tenere fede a tale impegno e di assumerci la responsabilità di proseguire il dialogo aperto con il Governo di uno Stato Membro. D’altro canto, si tratta del solo strumento che, come Parlamento, il Trattato ci ha fornito.

[1] RECITAL E.   whereas those principles include legality, which implies a transparent, accountable, democratic and pluralistic process for enacting laws; legal certainty; prohibition of arbitrariness of the executive powers; independent and impartial courts; effective judicial review including full respect for fundamental rights; and equality before the law;

 

Stato di diritto in Polonia: il perché di una nuova risoluzione

Bruxelles, 14 novembre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL.

Punto in agenda:
Scambio di opinioni sulla situazione in Polonia

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore, per il Gruppo GUE/NGL, della Proposta di Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione dello Stato di diritto e della democrazia in Polonia. 

Questa risoluzione nasce da una constatazione: dopo una serie di raccomandazioni della Commissione, dopo i moniti della Commissione di Venezia, la Polonia governata dal PiS continua a violare la rule of law in maniera palese. Per rule of law non intendiamo il “governo attraverso le leggi” – la rule-by-law, la pura legalità – ma la legalità che ha come fondamento normativo il rispetto dei diritti fondamentali. È l’intreccio di legalità e diritti a essere violato. Dico subito che quest’accezione larga della rule of law non è scontata, anche se in punto di diritto lo è nella legge europea grazie alla congiunzione del Trattato con la Carta dei diritti fondamentali. I diritti delle donne alla contraccezione e all’aborto ad esempio fa pienamente parte della rule of law, e rientra perfettamente in una risoluzione dedicata alla violazione dello Stato di diritto.

In questa risoluzione, il Parlamento si concentra sull’indipendenza della giustizia e sulla separazione dei poteri, e nessuno dei paragrafi che riguardano questi temi è criticabile. Devo dire che il contributo del nostro gruppo è stato decisivo, nel salvaguardare la parte diritti della rule of law. Con l’aiuto fondamentale di Amandine, con il contributo di Malin, siamo riusciti a immettere alcuni punti a nostro parere cruciali, e per questo ho consigliato l’adesione alla mozione congiunta. Ve li riassumo, suddividendoli in otto categorie:

Comincio dai diritti delle donne. Non abbiamo ottenuto tutto quello che ci ripromettevamo, e per questo presenteremo cinque emendamenti insieme con i Verdi e i Socialisti. A fatica, abbiamo ottenuto comunque che i diritti delle donne siano annoverati come costitutivi della rule of law, per quanto riguarda sia l’erogazione di fondi alle associazioni femminili, sia la salute riproduttiva – cioè il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza e alla libera contraccezione (presentato in un recital come diritto umano garantito dalla Carta e dalla Convenzione dei diritti dell’uomo), sia le proteste di massa dell’ottobre 2016 (la protesta delle donne in nero) che ha impedito l’approvazione di una nuova legge sull’aborto. Un’ultima osservazione a questo proposito: su nostra domanda è stato inserito il riferimento all’ultimo rapporto di Human Rights Watch, che nell’elencare i diritti violati dedica ampio spazio alla legge che vieta la vendita senza prescrizione della pillola del giorno dopo, e alla necessità di emendare la legge sull’aborto adottata dai governi precedenti: una delle più restrittive e punitive d’Europa. Chi si batte per questi diritti in Polonia potrà appellarsi a questo rapporto, che sia pure in maniera indiretta e allusiva è fatto proprio dal Parlamento europeo.

Passo ora ai paragrafi o Recital dove i risultati ottenuti sono a mio parere tangibili. Ne ho contati almeno sette:

1) la libertà di riunione pacifica e quella di associazione, messe in pericolo dalla legge che dà priorità assoluta alle cosiddette “manifestazioni cicliche”, dedicate a eventi patriottici o religiosi, e che mette al bando ogni sorta di contromanifestazione. In quest’ambito viene denunciata ogni incriminazione di manifestanti pacifici;

2) la libertà di espressione, evidenziata in un recital e un articolo: si tratta dell’invito ad assicurare in pieno il pluralismo dell’informazione e dei media;

3) la condanna delle misure di respingimento collettivo dei migranti alla frontiera con la Bielorussia, e l’invito a rispettare due provvedimenti ad interim adottati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che chiedono l’interruzione immediata dei rimpatri. In Bielorussia manca un sistema d’asilo funzionante ed è elevato il rischio che richiedenti asilo provenienti dalla Cecenia o da paesi dell’Asia centrale possano essere rimandati nei luoghi di partenza, dove potrebbero subire torture;

4) le leggi antiterrorismo e il cosiddetto “police act”, con uno specifico riferimento alle misure che permettono la sorveglianza poliziesca dell’opposizione e di personalità rappresentative della società civile (quest’articolo è stato introdotto da Alde, con il nostro pieno consenso);

5) la legge che permette al nuovo Centro di sviluppo della società civile di negare fondi alle associazioni poco gradite;

6) il riferimento all’articolo 7 del Trattato, e al ruolo promotore che il Parlamento europeo può svolgere nell’iniziarne l’attivazione, in base al paragrafo 1 dell’articolo 7;

7) l’invito a metter fine al taglio degli alberi nella foresta di Bialowieza, che è un patrimonio dell’umanità tutelato dall’UNESCO oltre che una delle più antiche d’Europa. A fine luglio la Corte di giustizia europea, su ricorso della Commissione, aveva ordinato ai polacchi di bloccare il taglio, ma il governo ha ignorato l’ordine della Corte. Attualmente il taglio procede al ritmo di circa mille alberi al giorno.

Come dicevo all’inizio, per tutti questi motivi sono convinta che valga la pena aderire alla risoluzione. Mi piacerebbe conoscere la vostra posizione in proposito.

Difendere lo stato di diritto nell’Unione europea

Albena Azmanova, Barbara Spinelli e 190 intellettuali, accademici e parlamentari europei chiedono il rispetto dello stato di diritto in Spagna e sollecitano una mediazione europea in una lettera aperta al Presidente della Commissione Juncker, al Presidente del Consiglio europeo Tusk e per conoscenza al Primo vice presidente Frans Timmermans

English version with the list of co-signatories

3 novembre 2017

Caro presidente Juncker, caro presidente Tusk,

siamo accademici, politici, intellettuali, eurodeputati, e ci rivolgiamo a Voi per esprimere le seguenti preoccupazioni:

L’Unione ha proclamato che lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali sono vincolanti per gli Stati membri (articoli 2 e 6 del Trattato di Lisbona). La leadership UE è stata il custode di queste norme, da ultimo nel contrastare gli attacchi del governo polacco all’indipendenza dei giudici e le limitazioni delle libertà della società civile e dei media in Ungheria.

Tuttavia, siamo profondamente preoccupati dal modo in cui le istituzioni UE stanno condonando la violazione dello stato di diritto in Spagna, in particolare per quanto riguarda l’atteggiamento delle autorità spagnole verso il referendum del 1 ottobre sull’indipendenza catalana. Non prendiamo posizione sulla sostanza della disputa concernente la sovranità territoriale, e siamo coscienti dei difetti procedurali nell’organizzazione del referendum. La nostra preoccupazione centrale riguarda l’applicazione dello stato di diritto in uno Stato membro dell’UE.

Il governo spagnolo ha giustificato le proprie azioni invocando la difesa o il ripristino dell’ordine costituzionale. L’Unione ha dichiarato che si tratta di affari interni alla Spagna. In effetti, nelle democrazie liberali le questioni di sovranità nazionale sono interne. Tuttavia, il modo in cui le autorità spagnole hanno trattato la domanda di indipendenza espressa da una parte significativa dei catalani costituisce una violazione dello stato di diritto, e precisamente:

1/ Il Tribunale costituzionale spagnolo ha proibito il referendum sull’indipendenza indetto per il 1 ottobre, così come la sessione del Parlamento catalano programmata per il 9 ottobre, denunciando la violazione dell’articolo 2 della Costituzione che stabilisce l’unità indissolubile della nazione, e rendendo dunque illegale la secessione. Tuttavia, applicando in tal modo l’articolo 2, il Tribunale ha violato precise disposizioni costituzionali sulla libertà di riunione pacifica e di parola – i due principii incarnati dai referendum e dalle deliberazioni parlamentari, indipendentemente dalla materia su cui si esplicano. Senza interferire nelle controversie costituzionali in Spagna o nel suo codice penale, notiamo che applicare una disposizione costituzionale violando i diritti fondamentali è una caricatura della giustizia. Le sentenze del Tribunale, e le azioni governative alle quali queste sentenze hanno fornito una base legale, violano quindi sia lo spirito sia la lettera dello stato di diritto.

2/ Nei giorni che hanno preceduto il referendum le autorità spagnole hanno attuato una serie di azioni repressive contro funzionari pubblici, parlamentari, sindaci, media, società e cittadini. L’oscuramento di Internet e altre reti di comunicazione durante e dopo la campagna referendaria hanno avuto conseguenze gravi sulla libera espressione.

3/ Nel giorno del referendum, la polizia spagnola è ricorsa all’uso eccessivo della forza e della violenza contro votanti e dimostranti pacifici, secondo Human Rights Watch. Si tratta di un incontrovertibile abuso di potere nell’applicazione della legge.

4/ L’arresto e l’incarcerazione il 16 ottobre di Jordi Cuixart e Jordi Sànchez (presidenti rispettivamente dell’Assemblea Nazionale Catalana e di Omnium Cultural) con l’accusa di sedizione è un esempio di mala giustizia. I fatti all’origine dell’incriminazione vanno qualificati non come sedizione, ma come libero esercizio del diritto di manifestazione pacifica, sancito nell’articolo 21 della Costituzione spagnola.

Il governo spagnolo, nello sforzo di salvaguardare la sovranità dello Stato e l’indivisibilità della nazione, ha violato diritti e libertà basilari, garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dagli articoli 2 e 6 del Trattato di Lisbona. In nessun Paese membro la violazione dei diritti e delle libertà tutelati dalla legge internazionale ed europea può essere un affare interno. Il silenzio dell’UE e il suo rifiuto di mediazioni inventive è ingiustificabile.

Le misure del governo spagnolo non possono giustificarsi come azioni volte a proteggere lo stato di diritto, anche se basate su specifiche disposizioni legali. Contrariamente al “governo per mezzo della legge” (rule-by-law), applicata in forza di norme emanate attraverso una corretta procedura legale o emesse da un’autorità pubblica, lo stato di diritto (rule of law) implica la contemporanea salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali – una legge è vincolante non semplicemente perché proceduralmente corretta, ma perché rappresenta al tempo stesso la giustizia. È quest’accezione di stato di diritto a conferire legittimità alle autorità pubbliche nelle democrazie liberali.

Chiediamo dunque alla Commissione di esaminare la situazione in Spagna nel quadro dello stato di diritto, come ha fatto per altri Stati membri.

La leadership UE ha ribadito che la violenza non può essere uno strumento in politica, eppure ha implicitamente condonato le azioni della polizia spagnola, considerando le azioni del governo di Madrid in linea con lo stato di diritto. Tale versione riduzionista e menomata dello stato di diritto non deve diventare il nuovo senso comune politico in Europa. È pericoloso e rischia di causare danni a lungo termine nell’Unione. Chiediamo perciò al Consiglio europeo e alla Commissione di fare il necessario per restaurare il principio dello stato di diritto quale fondamento della democrazia liberale in Europa, contrastando ogni forma di abuso di potere commesso dagli Stati membri. In assenza di ciò, e di seri sforzi di mediazione, l’UE rischia di perdere la fiducia dei suoi cittadini.

Nel frattempo la crisi si è approfondita (il governo catalano in detenzione, un mandato di arresto spiccato nei confronti di Puigdemont). Seguiamo da vicino la situazione, avendo in mente gli inseparabili interessi della democrazia in Catalogna, in Spagna, in Europa, e insistiamo più che mai sull’importanza che l’UE eserciti vigilanza, affinché le libertà fondamentali siano rispettate da tutte le parti.

Co-firmatari (a titolo personale):

Etienne Balibar, université Paris Nanterre and Kingston University London

David Gow, editor, Social Europe

Kalypso Nicolaidis, Oxford University, Director of the Center for International Studies

Mark Davis, University of Leeds, Founding Director of the Bauman Institute

Cristina Lafont, Northwestern University (Spanish citizen)

Ash Amin, Cambridge University

Yanis Varoufakis, DiEM25 co-founder

Rosemary Bechler, editor, openDemocracy

Gustavo Zagrebelsky professor of constitutional law, University of Turin

Antonio Negri, Philosopher, Euronomade platform

Costas Douzinas, Birkbeck, University of London

Robert Menasse, writer, Austria

Dimitrios Papadimoulis, Vice President of the European Parliament (GUE-NGL)

Ulrike Guérot, Danube University Krems, Austria & Founder of the European Democracy Lab, Berlin

Judith Butler, University of California, Berkeley and European Graduate School, Switzerland

Philip Pettit, University Center for Human Values, Princeton University (Irish citizen)

Josep-Maria Terricabras, Member of European Parliament (Greens/EFA)

Hauke Brunkhorst, University of Flensburg

Judit Carrera, Centre for Contemporary Culture of Barcelona

Gabriele Zimmer, Member of European Parliament (President, GUE/NGL)

Philippe Schmitter, European University Institute, Florence

Bart Staes, Member of European Parliament (Flemish Greens)

Marie-Christine Vergiat, Member of European Parliament (GUE-NGL)

Jón Baldvin Hannibalsson, former minister for foreign affairs and external trade of Iceland 

Diana Wallis, former Vice President of the European Parliament

Craig Calhoun, President, Berggruen Institute; Centennial Professor at the London School of Economics and Political Science (LSE)

Jane Mansbridge, Kennedy School of Government, Harvard University

Josu Juaristi Abaunz, Member of European Parliament (GUE-NGL)

Alyn Smith, Member of the European Parliament (Greens/EFA)

Thor Gylfason, University of Iceland and Research Fellow at CESifo, Munich/former member Iceland Constitutional Council 2011

Jordi Solé, Member of European Parliament (Greens/EFA)

Judith Revel, Université Paris Nanterre

Seyla Benhabib, Yale University; Catedra Ferrater Mora Distinguished Professor in Girona (2005)

Arjun Appadurai, Institute for European Ethnology, Humboldt University, Berlin

Susan Buck-Morss, CUNY Graduate Center and Cornell University

Ramon Tremosa i Balcells, Member of European Parliament (Alde)

Anastasia Nesvetailova, Director, City Political Economy Research Centre, City University of London

Nancy Fraser, The New School for Social Research, New York (International Research Chair in Social Justice, Collège d’études mondiales, Paris, 2011-2016)

Jill Evans, Member of the European Parliament (Greens/EFA)

Regina Kreide, Justus Liebig University, Giessen

Jodi Dean, Hobart and William Smith Colleges, Geneva NY

Tatjana Zdnoka, Member of the European Parliament (Greens/EFA)

Wendy Brown, University of California, Berkley

Roberta De Monticelli, University San Raffaele, Milan.

Sophie Wahnich, directrice de recherche CNRS, Paris

Christoph Menke, University of Potsdam, Germany

Tanja Fajon, Member of the European Parliament (S&D)

Robin Celikates, University of Amsterdam 

Eric Fassin, Université Paris-8 Vincennes – Saint-Denis

Paul Molac, Member of the French Parliament (écologiste)

Alexis Cukier, Université Paris Nanterre

Diogo Sardinha, university Paris/Lisbon

Luke Ming Flanagan, Member of the European Parliament (GUE-NGL)

Dario Castiglione, University of Exeter

Hamit Bozarslan, EHESS, Paris 

Frieder Otto Wolf, Freie Universität Berlin

Gerard Delanty, University of Sussex

Boaventura de Sousa Santos, Coimbra University and University of Wisconsin-Madison

Sandro Mezzadra, Università di Bologna

Camille Louis, University of Paris 8 and Paris D

Philippe Aigrain, writer and publisher

Yann Moulier Boutang and Frederic Brun, Multitudes journal

Anne Querrien and Yves Citton, Multitudes journal

Bruce Robbins, Columbia University

Michèle Riot-Sarcey, université Paris-VIII-Saint-Denis

Zeynep Gambetti, Bogazici University, Istanbul (French citizen)

Andrea den Boer, University of Kent, Editor-in-Chief, Global Society: Journal of Interdisciplinary International Relations

Moni Ovadia, writer and theatre performer

Merja Kyllönen, Member of the European Parliament (GUE/NGL)

Guillaume Sibertin-Blanc, Université Paris 8 Saint-Denis 

Peter Osborne, Centre for Research in Modern European Philosophy, Kingston University, London

Ilaria Possenti, University of Verona

Nicola Lampitelli, University of Tours, France

Yutaka Arai, University of Kent

Enzo Rossi, University of Amsterdam, Co-editor, European Journal of Political Theory

Petko Azmanov, journalist, Bulgaria

Etienne Tassin, Université Paris Diderot

Lynne Segal, Birkbeck College, University of London

Danny Dorling, University of Oxford 

Maggie Mellon, social policy consultant, former executive member Women for Independence 

Vanessa Glynn, Former UK diplomat at UKRep to EU

Alex Orr, exec mbr, Scottish National Party/European Movement in Scotland

Bob Tait, philosopher, ex-chair Langstane Housing Association, Aberdeen 

Isobel Murray, Aberdeen University

Grahame Smith, general secretary, Scottish Trades Union Congress

Igor Šoltes, Member of the European Parliament (Greens/EFA)

Pritam Singh, Oxford Brookes University

John Weeks, SOAS, University of London 

Jordi Angusto, economist at Fundació Catalunya-Europa 

Leslie Huckfield, ex-Labour MP, Glasgow Caledonian University

Ugo Marani, University of Naples Federico II and President of RESeT 

Gustav Horn, Scientific Director of the Macroeconomic Policy Institute of the Hans Böckler Stiftung 

Chris Silver, journalist/author 

François Alfonsi, President of EFA (European Free Alliance)

James Mitchell, Edinburgh University

Harry Marsh, retired charity CEO 

Desmond Cohen, former Dean, School of Social Sciences at Sussex University

Yan Islam, Griffith Asia Institute

David Whyte, University of Liverpool

Katy Wright, University of Leeds

Adam Formby, University of Leeds 

Nick Piper, University of Leeds

Matilde Massó Lago, The University of A Coruña and University of Leeds

Jim Phillips, University of Glasgow

Rizwaan Sabir, Liverpool John Moores University

Pablo Ciocchini, University of Liverpool

Feyzi Ismail, SOAS, University of London

Kirsteen Paton, University of Liverpool

Stefanie Khoury, University of Liverpool 

Xavier Rubio-Campillo, University of Edinburgh

Joe Sim, Liverpool John Moores University

Paul Molac, Member of the French Parliament

Hannah Wilkinson, University of Keele

Gareth Dale, Brunel University

Robbie Turner, University of St Andrews

Will Jackson, Liverpool John Moores University

Louise Kowalska, ILTUS Ruskin University

Alexia Grosjean, Honorary member, School of History, University of St Andrews

Takis Hadjigeorgiou, Member of the European Parliament (GUE-NGL)

Paul McFadden, York University

Matthias E. Storme, Catholic University of Leuven

Phil Scraton, Queen’s University Belfast

Oscar Berglund, University of Bristol

Michael Lavalette, Liverpool Hope University

Owen Worth, University of Limerick

Ronnie Lippens, Keele University

Zoë Dingwall, political adviser EFA (European Free Alliance)

Andrew Watterson, Stirling University

Steve Tombs, The Open University

Emily Luise Hart, University of Liverpool

David Scott, The Open University

Anders Eriksson, bureau EFA (European Free Alliance), European Parliament

Bill Bowring, Birkbeck College, University of London

Sofa Gradin, King’s College London

Michael Harrison, University of South Wales

Ana Manzano-Santaella, University of Leeds

Noëlle McAfee, Emory University

Peter J. Verovšek, University of Sheffield 

Peter Dews, University of Essex

Martin Matuštík, Arizona State University

Camil Ungureanu, Pompeu Fabra University, Barcelona 

Dafydd Huw Rees , Cardiff University

Patrick Le Hyaric, Member of the European Parliament (GUE-NGL)

Hans-Peter Krüger, University of Potsdam 

Loren Goldman, University of Pennsylvania

Federica Gregoratto, University of St.Gallen

Rurion Soares Melo, Universidade de São Paulo

Pieter Duvenage, Cardiff University and editor, Journal for Contemporary History

Chad Kautzer, Lehigh University

Peter A. Kraus, University of Augsburg

David Ingram, Loyola University  of Chicago

Alain-G. Gagnon, Université du Québec à Montréal

Peter Bußjäger, Institut für Föderalismus, Innsbruck

Nelly Maes, Former Member of the European Parliament, former President of European Free Alliance

Helmut Scholz, Member of the European Parliament (GUE/NGL)

Michel Seymour, Université de Montréal

Simon Toubeau, University of Nottingham

Georg Kremnitz, Universität Wien

Keith Gerard Breen, Queen’s University Belfast

Alan Price, Swansea University

Fernando Ramallo, Universidade de Vigo

Nicolas Levrat, University of Geneva, Director of the International Law Department

Jordi Matas, Professor of Political Science, University of Barcelona

Simon Toubeau, University of Nottingham

María do Carme García Negro, University of Santiago de Compostela

Francisco Rodríguez, writer

Carme Fernández Pérez-Sanjulián, University of Coruña

Patrice Poujade, Université de Perpignan

Colin H Williams, Cardiff and Cambridge  University

Nicolas Berjoan, Université de Perpignan

Joan Peitavi, Université de Perpignan

Alà Baylac-Ferrer, Université de Perpignan

Guglielmo Cevolin, University of Udine, Italy

Robert Louvin, Professor of Comparative Law, University of Calabria

Günther Dauwen, Secretary General of the Centre Maurits Coppieters

Bart Maddens, Catholic University of Leuven

Alan Sandry, Swansea University

Justo Serrano Zamora, Bavarian School of Public Policy

Ivo Vajgl, Member of the European Parliament (Alde)

Alberto Aziz Nassif, Centro de Investigaciones y Estudios Superiores en Antropología Social, México

Sandrina Antunes, University of Minho, Portugal

Pablo Beramendi, Duke University

Nico Krisch, Graduate Institute of International and Development Studies, Geneva

Miguel Urbán Crespo, Member of the European Parliament (GUE/NGL)

Yasha Maccanico, University of Bristol and “Statewatch”

Richard Norton-Taylor, writer on defence and security, trustee of Liberty

Thierry Dominic,  Université de Bordeaux

Paola Pietrandrea, Université François Rabelais de Tours, and DiEM25

Josep Ramoneda, philosopher and writer, Catalonia/Spain 

Si veda anche:

Catalogna, l’appello a Junker e Tusk: “Il silenzio della Ue sulla crisi mette in pericolo l’Europa”, «Il Fatto Quotidiano»
Catalogne: Défendre l’État de droit dans l’Union européenne, Mediapart
Upholding the Rule of Law in the European Union, openDemocracy