Risposta all’interrogazione su Edward Snowden

di sabato, aprile 15, 2017 0 Permalink

Risposta del Consiglio UE all’interrogazione promossa da Barbara Spinelli “Risposta alla risoluzione del Parlamento che chiede protezione per Edward Snowden“:

IT
P-000905/2017
Risposta
(10.4.2017)

Per quanto concerne l’interrogazione posta dagli onorevoli parlamentari, che chiedono se il Consiglio solleciterà i suoi membri a rispondere alle raccomandazioni relative a Snowden contenute nella risoluzione del Parlamento europeo del 29 ottobre 2015, il Consiglio non si pronuncia su singoli casi concernenti l’esercizio delle competenze e delle responsabilità degli Stati membri.

Contro la criminalizzazione dell’aiuto umanitario

Barbara Spinelli e l’eurodeputato di Podemos Miguel Urbán Crespo hanno appena inviato la seguente dichiarazione congiunta, sottoscritta da 23 membri del Parlamento europeo, al Commissario europeo per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario Christos Stylianides, al Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos e al Mediatore europeo Emily O’Reilly.
Qui il testo inglese della dichiarazione con l’elenco dei firmatari.

Dichiarazione congiunta sulla criminalizzazione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel mar Mediterraneo 

Il mar Mediterraneo è la più grande fossa comune del periodo postbellico. Nel 2016, più di cinquemila persone sono annegate nel tentativo di fuggire da guerra, povertà e persecuzione, in cerca di una vita dignitosa. La rotta mediterranea non è solo la più pericolosa, ma anche la più letale.

Anziché rispondere secondo i dettami del Diritto internazionale, dei Diritti umani e dei Diritti fondamentali, le istituzioni europee hanno optato per una deliberata inazione nel mar Mediterraneo. La decisione di porre fine all’operazione di ricerca e soccorso “Mare nostrum” ne è un chiaro esempio. Da allora è stato messo in atto un processo di militarizzazione degli operatori del “soccorso” e del controllo delle frontiere.

La risposta data dalla società civile mostra la crescente distanza tra istituzioni e cittadini europei. Molte Ong, sostenute da piccole donazioni e contributi dei cittadini, hanno iniziato a mettere in opera una vera missione di search and rescue nel Mediterraneo, raggiungendo quelle zone dove le istituzioni non arrivano. [1]

Chiediamo la modifica della Direttiva 2002/90/CE del Consiglio, volta a definire il favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali, perché si metta termine all’ambiguità in essa contenuta e alle conseguenti discordanze nelle sue interpretazioni. Il fatto che più del 40 per cento delle operazioni di soccorso siano condotte da Ong dimostra l’urgente bisogno di venire a capo dell’ambigua retorica della direttiva.

Vogliamo anche esprimere la nostra profonda preoccupazione per la dichiarazione resa il 15 febbraio 2017 dal direttore esecutivo di Frontex Fabrice Leggeri, che ha accusato le Ong di collaborare con i trafficanti che lucrano sui pericolosi attraversamenti del Mediterraneo. [2] Consideriamo inaccettabile tale dichiarazione, in quanto promuove discorsi insidiosi, permeati da una politica della paura. Le Ong si trovano in una situazione di completa vulnerabilità e impotenza, perché non sono state avanzate accuse formali né sono stati avviati procedimenti legali, il che implica che non vi sono luoghi deputati in cui difendersi da simili dichiarazioni tendenziose. Chiediamo dunque che il dott. Leggeri rettifichi pubblicamente queste dichiarazioni.

I continui attacchi e le accuse infondate mosse da diversi responsabili, tra cui il direttore esecutivo di Frontex e rappresentanti della sfera politica – attacchi che hanno condotto all’apertura di indagini conoscitive da parte dei procuratori di Catania, Palermo e Trapani – sono stati rigettati con una dichiarazione congiunta delle Ong impegnate in operazioni di search and rescue nel Mediterraneo centrale.

Le organizzazioni firmatarie della dichiarazione congiunta, che con serietà e dedizione sopperiscono alla mancanza di una vera missione europea di search and rescue, e che agiscono sotto il coordinamento del Comando generale della Guardia costiera italiana e del Maritime Rescue Coordination Centre con sede a Roma (MRCC), non solo rigettano con fermezza ogni accusa, ma denunciano l’esistenza di una campagna mirata a gettare discredito su di loro e sulla stessa attività umanitaria e di testimonianza che esse svolgono nel Mediterraneo centrale.

Intendiamo dare il nostro fermo sostegno alla dichiarazione. Chiediamo una ritrattazione pubblica delle accuse da parte del dott. Leggeri e invochiamo un’azione decisa nei confronti di chi, per disinformazione o in mala fede, cerca di screditare e danneggiare le Ong e la loro attività nel Mediterraneo centrale.

Con questa dichiarazione, intendiamo anche allertare il Mediatore europeo perché protegga la funzione essenziale e insostituibile delle Ong, che proteggono gli interessi della società civile.

[1] Lo scopo di questi sforzi volontari è dar vita a un approccio umanitario coordinato e globale delle missioni SAR delle Ong operanti nel Mediterraneo. https://www.humanrightsatsea.org/wp-content/uploads/2017/03/20170302-NGO-Code-of-Conduct-FINAL-SECURED.pdf

[2] Si veda anche: https://www.theguardian.com/world/2017/feb/27/ngo-rescues-off-libya-encourage-traffickers-eu-borders-chief

Lectio magistralis per il Premio Calamandrei, Jesi 8 aprile 2017

L’8 aprile il centro studi Piero Calamandrei di Jesi ha insignito del “premio Calamandrei 2017″ il professor Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi, “per la difesa appassionata e mai retorica della Costituzione italiana”, Barbara Spinelli, “per la battaglia contro lo svuotamento dello Stato di diritto nelle condotte dell’Unione Europea”, e, alla memoria, il professor Tullio De Mauro, “per avere cantato il valore della chiarezza linguistica della nostra Costituzione” (la sua opera è stata presentata dal professor Luca Serianni, linguista).

Sono onorata di ricevere un premio che prende il nome da Piero Calamandrei, e anche della motivazione che è stata scelta. La interpreto come il riconoscimento di una battaglia che conduco da tempo per la difesa dello stato di diritto e delle Costituzioni nell’Unione, e per questo riconoscimento vi sono grata.

In proposito, vorrei qui ricordare brevemente alcuni punti.

Nell’esaminare quel che succede con la democrazia costituzionale negli Stati dell’Unione e nelle sue istituzioni, e con i diritti sociali e civili che esse garantiscono, è indispensabile affrontare la questione della sovranità. L’idea di unificare l’Europa nasce essenzialmente come critica delle sovranità assolute degli Stati, e del loro rifiuto di accettare qualsivoglia autorità o legalità internazionale che siano superiori al proprio volere (ai tempi del Manifesto di Ventotene era in questione l’impotenza della Lega delle Nazioni di fronte alle politiche di aggressione fasciste e nazionalsocialiste).

Da questo punto di vista la scomparsa dell’Urss, del Patto di Varsavia, del Comecon ha inferto un duro colpo a simile idea, rendendola più complessa di quanto lo fosse già. Da una parte l’Unione europea ha perso un termine di paragone importante, non potendo più contrapporre la natura volontaria e consensuale della propria sovranazionalità a quella obbligatoria dell’Urss e del Patto di Varsavia. Dall’altra paga il prezzo di un allargamento a Est fatto senza che la questione della sovranità sia mai stata affrontata seriamente e risolta: tutti i Paesi dell’Est sono entrati nell’Europa per riconquistare piena sovranità e sono estremamente restii a perderla di nuovo. Non si può continuare a parlare di Ventotene – o di un’Unione “sempre più stretta”, come nel preambolo del Trattato di Lisbona – se non si includono nei ragionamenti ambedue i momenti cruciali dell’Unione così come oggi si configura: il secondo dopoguerra e l’89-’90.

Non voglio dire con questo che i trasferimenti di sovranità siano di per sé sbagliati: sono molte le politiche votate all’insuccesso o addirittura impossibili, se a decidere sono gli Stati-nazione da soli (clima, energia, anche moneta). Ma il concetto di sovranità trasferita va approfondito, riadattato, e anche rinominato: meglio dire sovranità condivisa piuttosto che trasferita. Soprattutto, il trasferimento non può divenire un fine in sé. Accentuare l’incisività tecnica delle istituzioni o renderle magari più trasparenti non è sufficiente. È la natura del trasferimento che va approfondita e riadattata. Cosa che probabilmente bisognava fare dall’inizio con più chiarezza.

La delega di sovranità (o la sua condivisione) non avviene infatti nell’Unione senza alcun tipo di riserve, non è adesione supina a un impero – impero che è peraltro senza imperatore e s’incarna essenzialmente in tecnostrutture. Non solo è un trasferimento volontario, ma è anche fortemente condizionato. Nell’articolo 11 della nostra Costituzione, per esempio, è scritto a chiare lettere che l’Italia, nel ripudiare la guerra, “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Si trasferiscono sovranità se l’ordinamento politico che si vuol raggiungere è in grado di assicurare pace e giustizia fra le nazioni. Non entriamo in alleanze o in comunità sovrannazionali a qualsiasi prezzo, o perché una potenza nazionale più forte e più sovrana lo vuole.

L’Europa dovrebbe riconoscere questo anche per quanto riguarda la Nato, e non si può dire che la questione sia stata veramente posta nel nostro continente, né quando la Nato fu costituita né dopo la fine della guerra fredda. Come diceva già nel 1949 Piero Calamandrei, l’adesione al Patto Atlantico era sconsigliabile fin dall’inizio, e tanto più lo è oggi. Il Patto Atlantico – così Calamandrei – “non solo non dà [all’Italia] la garanzia di allontanare dal nostro territorio la catastrofe della guerra, ma dà anzi a essa la certezza della immediata invasione, anche se il conflitto sarà provocato da urti extraeuropei”. E continuava: “Auguriamoci che mentre la Costituzione repubblicana attende ancora il suo compimento, la firma di questo Patto Atlantico non sia il primo colpo di piccone dato per smantellarla”.   Cito queste frasi perché rischiano di valere anche per l’odierna Unione europea, minacciata dal disfacimento dopo la grande crisi del 2007-2008, dopo il dibattito sul Grexit, dopo il Brexit. L’Unione immagina di sventare tali minacce con una Difesa comune, che consiste soprattutto nel quadruplicare le forze armate Nato ai suoi confini orientali, e nel contravvenire a precise promesse fatte a Gorbačëv dopo il venir meno dell’Urss. Ma se pensa di superare la propria crisi risuscitando la guerra fredda, e il nemico esistenziale che c’era prima dell’89-’90, si illude.

Il giudizio di Calamandrei sul Patto atlantico vale anche per gli effetti che l’Unione così come oggi è fatta può avere sulle Costituzioni e sul loro smantellamento. Se da anni parlo di svuotamento dei diritti e di de-costituzionalizzazione dell’Europa, è perché l’Unione tende a funzionare come struttura indifferente ai dettami di una democrazia costituzionale: cioè a funzionare come un piccone. In primo luogo è priva di una Carta in cui i popoli si riconoscano e che riconosca loro una sovranità. In secondo luogo non si fonda, come avviene nelle democrazie costituzionali, su una chiara suddivisione di compiti tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Il potere esecutivo è un ibrido (la Commissione e il Consiglio), e come tale non eletto. Il Parlamento europeo è l’unico organo eletto ma non legifera con le stesse possibilità date ai Parlamenti nazionali. E la Corte giudica, ma con un’indipendenza molto ridotta: primo perché sui diritti economici e sociali è molto influenzata da politiche neo-liberali, secondo perché comunque può intervenire solo sulla legge europea, e un numero sempre più grande di decisioni cosiddette europee sono adottate tra gli Stati, proprio per aggirare sia il Parlamento europeo sia la Corte di giustizia (fiscal compact, accordi di migrazione e rimpatri con Paesi terzi). L’Unione manca anche di strumenti efficaci di democrazia diretta, come previsto invece in una serie di costituzioni nazionali.

Non a caso non c’è un governo europeo ma una cosiddetta “governance” (la tecnostruttura cui accennavo). E la prima cosa che tale governance vuole, è risolvere a proprio favore proprio la questione costituzionale della sovranità, legittimando l’oligarchia sovranazionale e prospettandola come una necessità tutelare e benefica, quali che siano i contenuti e gli effetti delle sue politiche. Il primo marzo scorso, illustrando il Libro Bianco della Commissione sul futuro dell’UE, il Presidente Juncker è stato chiaro: “Non dobbiamo essere ostaggi dei periodi elettorali negli Stati”. In altre parole, il potere UE deve sconnettersi da alcuni ingombranti punti fermi delle democrazie costituzionali: il suffragio universale in primis, lo scontento dei cittadini o dei Parlamenti, l’uguaglianza di tutti sia davanti alla legge, sia davanti agli infortuni sociali dei mercati globali. Scopo dell’Unione non è creare uno scudo che protegga i cittadini dalla mondializzazione, ma facilitare quest’ultima evitandole disturbi. Nel 1998 l’allora Presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer invitò ad affiancare il “suffragio permanente dei mercati globali” a quello delle urne. Il binomio, già a suo tempo osceno, è nel frattempo saltato. Determinante resta soltanto, perché non periodico bensì permanente, il plebiscito dei mercati.

In quanto potere relativamente nuovo, l’oligarchia dell’Unione ha bisogno di un nemico esterno, del barbaro. Oggi ne ha uno interno e uno esterno. Quello interno è il “populismo degli euroscettici”: un’invenzione semantica che permette di eludere i malcontenti popolari relegandoli tutti nella “non-Europa”, o di compiacersi di successi apparenti come il voto in Olanda (“È stato sconfitto il tipo sbagliato di populismo” ha decretato il conservatore Mark Rutte, vincitore anche perché si è appropriato in extremis dell’offensiva anti-turca di Wilders). Il nemico esterno è la Russia di Putin, contro cui gran parte dell’Europa, su questo egemonizzata dai suoi avamposti a Est, intende coalizzarsi e riarmarsi.

Questo sviluppo non è nuovo, e penetra fin dentro i vocabolari europei. Fin dagli anni ‘70 le élite si domandano se la democrazia e le Costituzioni non debbano essere limitate, perché i governi siano più efficienti. Penso al rapporto sulla governabilità scritto nel 1975 per la Commissione Trilaterale da Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki: il rapporto, pubblicato con il titolo “La crisi della democrazia”, denunciava gli “eccessi” delle democrazie parlamentari postbelliche, e affermava il primato della stabilità e della governabilità sulla rappresentatività e il pluralismo, giungendo sino a esaltare l’apatia degli elettori e cittadini. Ne leggo un passaggio: “Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato [prima degli anni ’60] ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene”. Negli anni ‘80-‘90 il processo continua: la frase di Tietmeyer sulla necessità di considerare il “suffragio permanente dei mercati globali” alla pari con i responsi elettorali, ne è il culmine. La crisi economica iniziata nel 2007-2008 accelera questo svuotamento delle democrazie costituzionali, accentrando ancor più i poteri nelle mani degli esecutivi, sia nelle singole nazioni sia nelle istituzioni europee. In quegli anni Jürgen Habermas vede affermarsi un temibile “federalismo degli esecutivi”, e nel 2013 – in piena crisi europea dei debiti sovrani – la JP Morgan pubblica un rapporto sulla riorganizzazione dell’eurozona in cui denuncia senza più remore e in maniera esplicita le Costituzioni sud europee nate dall’antifascismo, troppo corrive con sindacati e proteste sociali, e da riscrivere perché le Carte non rallentino le decisioni degli esecutivi. (Oggi Habermas sembra essersi dimenticato di tutto questo, e ha scelto di appoggiare ufficialmente il candidato francese più vicino alle banche d’affari, Emmanuel Macron. Ho cambiato spesso idea nella mia vita, anche lui ha il diritto di farlo). Le riforme costituzionali di Berlusconi e di Renzi andavano ambedue nella direzione indicata da JP Morgan, prima che venissero fortunatamente bocciate da due referendum: sono state l’apice di un quarantennale tentativo di far regredire il diritto.

Per quel che mi riguarda, penso che a questa regressione sia importante resistere. Non esaltando genericamente i valori dell’Unione europea. I valori vengono continuamente sbandierati per non dover parlare dei fondamenti normativi dell’Unione e delle Costituzioni, che sulla carta esistono ancora e che vale la pena difendere perché continuamente minacciati, come si vede nel negoziato che sta per iniziare sul Brexit. I valori sono soggettivi, dunque opinabili. I fondamenti normativi sono vincoli giuridici che possono essere invocati. Ogni volta che sento parlare di valori, da parte della Commissione o dei Consigli Europei o dello stesso Parlamento, mi dico che è perché l’Unione li sta in quel preciso momento sacrificando.

Concludo con un piccolo glossario, giusto per elencare alcune parole che sarebbe meglio evitare o sostituire, e che spesso mi capita di incrociare nel mio lavoro di parlamentare. La mia battaglia è anche contro le perversioni o invenzioni semantiche. Abbiamo visto come può esser stravolto il significato dei “valori” o del populismo: sono le parole che sento più spesso. Un’altra parola oggi ricorrente è apatia: descritta come elemento di governabilità nel rapporto della Trilaterale, ora d’un tratto mette paura alle forze dominanti nell’Unione. È chiaro che chi maneggia queste terminologie capisce poco o niente, di quel che succede nei propri Paesi, nelle proprie regioni, nelle proprie città. Si parla con nuovo allarme di apatia, quando molto visibilmente non ribollono che passioni sempre più aspre. La parola apatia è al centro di una recente risoluzione sulla e-democracy di cui mi sono occupata al Parlamento europeo. Ho cercato inutilmente di abolirla dalla lista delle caratteristiche dei cittadini che hanno, come dice la risoluzione, “perduto la fiducia nella politica”.

Anche quest’ultimo termine – “perdita di fiducia nella politica” – è più che fuorviante. Ci si guarda bene dal riconoscere che il malcontento di un numero crescente di cittadini concerne LE politiche, non LA politica in sé. Che la democrazia diretta (o e-democracy) non è un semplice contentino che si dà a gente apatica, ma uno strumento che permette alle passioni di trasformarsi in domande, in elaborazione di politiche diverse, e che è pensata per far fronte alle gravi malattie della democrazia rappresentativa. Precisamente questo è deliberatamente ignorato dalle attuali classi dirigenti: siccome le politiche continuano a essere riproposte tali e quali, e il desiderio delle élite è di portarle avanti senza impedimenti, si fa finta di non vedere la differenza tra LA politica e LE politiche, e si continuano ad approvare risoluzioni sulla sfiducia nella politica (cioè nelle istituzioni politiche in sé e per sé).

Il fatto che le forze maggioritarie nel Parlamento non tollerino emendamenti lessicali di questo tipo conferma che siamo di fronte a vocaboli tabù. Lasceranno paradossalmente passare mille emendamenti sul necessario rispetto dei diritti umani o della Carta dei diritti fondamentali o della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ma quelle parole no, sono evidentemente prestate dal Diavolo ai populisti: passioni, sfiducia nelle politiche adottate, fondamenti normativi dell’Unione e delle Costituzioni. Si adotta una politica disastrosa e in calce si promette il “rispetto dei diritti umani”: tutto finisce qui, con questa nota in calce alla Tartuffe.

Spesso mi dico – e concludo – che il cittadino attratto dai cosiddetti populisti viene visto come un radicalizzato violento. Bisogna de-radicalizzarlo, affibbiargli lo stigma del nemico, del non-cittadino. Anche in questo caso cito una risoluzione del Parlamento dedicata al terrorismo e ai radicalizzati: a fatica sono riuscita ad aggiungere a queste espressioni – “radicalizzato”, o anche “radicalizzato islamico” – l’aggettivo “violento”, perché lo stigma non si estendesse arbitrariamente (e convenientemente) ad altre categorie che non ricorrono a violenza: migranti o politici-militanti radicali, tutti suscettibili di essere esclusi dalla società. Esclusi da dove? È l’ultima parola stravolta che vorrei menzionare: l’esclusione dalla Storia con la S maiuscola. “Siete fuori dalla Storia”, “Siete dalla parte sbagliata della Storia”. Proprio nei giorni scorsi a Strasburgo l’espressione ha risuonato più volte nella plenaria del Parlamento europeo, rivolta al Regno Unito che ha deciso di uscire dall’Unione. Se non fosse tragica, questa convinzione di stare dalla parte buona e giusta di una Storia che procede sempre compatta e sicura verso il meglio farebbe solo ridere.

Premio Calamandrei 2017

di venerdì, aprile 7, 2017 0 Permalink

Bruxelles, 6 aprile 2017Il Centro studi Piero Calamandrei assegna il “Premio Calamandrei 2017” a Barbara Spinelli, «per la battaglia contro lo svuotamento dello Stato di diritto nelle condotte dell’Unione Europea».

Premiati anche Carlo Smuraglia, «per la difesa appassionata e mai retorica della Costituzione italiana» e  Tullio De Mauro, alla memoria, «per avere cantato il valore della chiarezza linguistica della Costituzione».

Tra i premiati delle passate edizioni, Alessandro Galante Garrone, Vittorio Foa, Joyce Lussu, Gustavo Zagrebelsky, Tommaso Padoa Schioppa, Giorgio Ruffolo, Carlo Azeglio Ciampi.

Nel corso della cerimonia di premiazione, che si svolgerà l’8 aprile 2017 nella Sala Maggiore del Palazzo della Signoria di Jesi, Barbara Spinelli e Carlo Smuraglia terranno una breve lectio al cospetto di studenti e cittadinanza.

Per informazioni

Legalizzazione degli insediamenti illegali in Cisgiordania da parte di Israele

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-000890/2017
alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL), Martina Anderson (GUE/NGL), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Sofia Sakorafa (GUE/NGL), Martina Michels (GUE/NGL), Edouard Martin (S&D), Ángela Vallina (GUE/NGL) e Patrick Le Hyaric (GUE/NGL)

Oggetto: Israele legalizza gli insediamenti illegali in Cisgiordania

Il 6 febbraio la Knesset ha approvato un disegno di legge inaccettabile che “legalizza” retroattivamente 4 000 alloggi illegali di coloni, costruiti su terre palestinesi di proprietà privata. Con questa legge – l’ultima di una serie di iniziative a favore degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati – la Knesset ha dato il via libera a un’appropriazione illegale di terreni.

Tale “regolarizzazione” apre la strada al riconoscimento, da parte di Israele, di migliaia di abitazioni di coloni ebrei costruite illegalmente su terre palestinesi di proprietà privata. La legge viola il diritto internazionale e priva i proprietari palestinesi del diritto di utilizzare o possedere i terreni in questione. Si tratta di una violazione dei diritti di proprietà palestinesi e del diritto palestinese all’autodeterminazione.

La creazione di insediamenti da parte di Israele non ha alcuna validità giuridica, costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale e rappresenta un grande ostacolo alla visione di due Stati che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza.

Quali pressioni eserciterà l’Unione europea sul governo israeliano affinché metta immediatamente fine alla violazione dei diritti umani dei palestinesi e agli insediamenti?

Perché l’Unione europea non ha ancora congelato l’accordo di associazione UE-Israele, vista la costante violazione dell’articolo 2 dello stesso che sancisce il rispetto dei diritti umani?

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IT
E-000890/2017
Risposta della Vicepresidente Federica Mogherini
a nome della Commissione

(5.4.2017)

Gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati sono illegali ai sensi del diritto internazionale, rappresentano un ostacolo alla pace e minacciano di rendere impossibile una soluzione fondata su due Stati. L’UE si oppone fermamente alla politica di insediamento di Israele e alle azioni intraprese in questo contesto. Tale posizione si riflette nelle conclusioni successive del Consiglio “Affari esteri” ed è in linea con la risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

La cosiddetta legge sulla regolarizzazione autorizzerebbe a tutti gli effetti la confisca di terreni palestinesi privati nei territori occupati. L’AR/VP ha già espresso le sue preoccupazioni prima dell’adozione della legge da parte della Knesset: davanti al Parlamento europeo il 22 novembre 2016 e in una dichiarazione l’8 dicembre 2016. Subito dopo l’adozione della legge, l’AR/VP ha esortato il governo israeliano ad astenersi dall’attuazione di questa nuova legge (si veda la dichiarazione del 7 febbraio 2017 [1]). L’UE ha ribadito il messaggio dell’AR/VP durante gli incontri con le autorità israeliane a ogni livello.

La sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele costituisce un passo che non può essere fatto senza la decisione unanime di tutti gli Stati membri. L’impegno e il dialogo politico sono il modo più efficace attraverso cui manifestare le nostre preoccupazioni. Inoltre, dal 2009 l’UE ha sospeso il consolidamento delle relazioni UE-Israele, in attesa che vengano compiuti progressi nel processo di pace in Medio Oriente e nell’attuazione dei valori condivisi, di cui i diritti umani sono parte essenziale.

[1]  https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage_it/20104/Statement%20by%20High%20Representative/Vice-President%20Federica%20Mogherini%20on%20the%20%22Regularisation%20Law%22%20adopted%20by%20the%20Israeli%20Knesset

Brexit: I cittadini vulnerabili rischiano di non riprendere il controllo cui aspirano, ma di perderlo

di mercoledì, aprile 5, 2017 0 , , Permalink

Strasburgo, 5 aprile 2017. Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo in qualità di co-relatore della Proposta di Risoluzione del gruppo GUE/NGL sui negoziati con il Regno Unito a seguito della notifica della sua intenzione di recedere dall’Unione europea.

Nel corso delle votazioni, il Parlamento ha approvato, con 516 voti a favore, 133 contrari e 50 astenuti, la Risoluzione comune presentata dai Gruppi PPE, S&D, ALDE, GUE/NGL e Verdi/ALE.

Di seguito l’intervento:

«Sono d’accordo con l’impianto della risoluzione congiunta, anche se non contiene le autocritiche che avrei desiderato. Ma nella difesa dei diritti dei cittadini è più precisa delle linee guida del Consiglio europeo.

La nostra battaglia parlamentare comincia oggi, e spero che tutti saremo vigilanti su due punti cruciali: i diritti dell’Irlanda del Nord, garantiti dal Good Friday Agreement, e quelli di milioni di cittadini che vivono nel Regno Unito, provenienti dall’Unione o no.

In Irlanda sono in gioco la pace o la guerra. Per i cittadini sono in gioco i fondamenti normativi dell’Unione. Preferisco parlare di fondamenti normativi più che di valori, troppo soggettivi dunque opinabili.

Il Brexit da questo punto di vista mi preoccupa. Milioni di cittadini europei nel Regno Unito, e di britannici nell’Unione, rischiano di perdere diritti fondamentali – sia sociali che civili – attualmente garantiti dal diritto europeo. Uno degli scopi del Brexit è il Great Repeal Bill: che cancellerà tale diritto, creerà un’economia ancora più sregolata, e potrebbe preludere all’uscita dalla Convenzione dei diritti dell’uomo.

Ecco un equivoco della campagna sul Brexit: i cittadini vulnerabili rischiano di non riprendere il controllo cui aspirano, ma di perderlo. Solo a una condizione vedranno tutelati precisi diritti acquisiti: che questi ultimi non diventino merce di scambio, e che siano iscritti nero su bianco nell’accordo di recesso. Spetta a questo Parlamento dare certezze legali e fiducia agli Irlandesi del Nord e ai cittadini impauriti. Spetta a noi capire i nostri errori, e costruire un’Unione sociale che eviti il rigetto di tanti suoi cittadini, e una fuga dall’Europa che dovremo prima o poi cercare di comprendere».

Materiali:
Risoluzione GUE/NGL
Risoluzione comune (testo presentato per il voto)