Brexit e le colpe dell’Unione

di lunedì, giugno 27, 2016 0 , , , Permalink

Bruxelles, 27 giugno 2016. Riunione straordinaria del gruppo GUE/NGL. Dibattito sul Referendum sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione europea. 

Intervento di Barbara Spinelli nella qualità di co-relatore ombra con Martina Anderson (Sinn Fein).

Premetto che la mia scelta personale, come membro del gruppo e al tempo stesso della Commissione affari costituzionali, va nella direzione di un rifiuto netto della Joint motion resolution, confezionata subito dopo il referendum inglese dai gruppi centrali del Parlamento europeo. Quel che innanzitutto colpisce, nella loro reazione alla defezione britannica, è l’assenza di qualsiasi autocritica, di qualsiasi memoria storica, di qualsiasi allarme profondo – e anche di qualsiasi curiosità – di fronte al manifestarsi delle volontà elettorali di un Paese membro. Perché non va dimenticato il fatto che stiamo parlando di un Paese che è ancora membro dell’Unione a tutti gli effetti.

Vado per punti, che corrisponderanno a precisi passaggi della Risoluzione congiunta.

Primo. Quel che manca è l’ammissione delle responsabilità dell’Unione: il riconoscimento esplicito, e preliminare, del fallimento monumentale delle istituzioni europee (Commissione, Consiglio europeo, e anche Parlamento) nonché dei dirigenti politici dei Paesi membri: tutti. In ambedue i casi la cecità è totale, devastante e volontaria. Sono anni, e in particolare dall’inizio della crisi del 2007-2008, che istituzioni e governi conducono politiche di austerità che hanno prodotto solo povertà e recessione. Sono anni che disprezzano e soffocano i segnali di uno scontento popolare crescente, così come esso si manifesta in elezioni e referendum. Lo stesso FMI, lo stesso governatore della Banca centrale greca, cominciano a criticare l’accanimento terapeutico di un risanamento economico che tutto fa tranne risanare, pur continuando a esserne i gestori e promotori. Nel proprio cervello, queste élite non hanno nessuna memoria del passato – né quello lontano né quello vicino: non si pongono domanda alcuna su quel che fu Weimar e sul disastro prodotto dai negoziati UE-Grecia. È come se non avessero imparato né potessero imparare nulla. Sono come gli uomini vuoti, gli «hollow men» di Eliot : «Uomini impagliati che s’appoggiano l’un all’altro, la testa riempita di paglia – stuffed men. Leaning together. Headpiece filled with straw». La loro ignoranza si combina con una supponenza senza limiti. La colpa è degli elettori, – «l’immenso pericolo viene dai populisti o estremisti», ha detto Hollande. Il suffragio universale ha tutte le colpe e le classi dirigenti nessuna. È come se costoro, trovandosi a dover affrontare un esame di storia al primo anno di università, dicessero che le cause dell’avvento del nazismo sono esclusivamente addebitabili a chi votò Hitler, senza mai menzionare le istituzioni di Weimar. Sarebbero bocciati senza esitazione; qui invece continuano a dare lezioni magistrali.

Secondo. Nessun legame consequenziale viene stabilito, nella mozione congiunta e nelle reazioni di Juncker o Tusk, tra il Brexit e l’evento disgregante che è stato l’esperimento con la Grecia, fin dall’inizio e ancor più dopo la vittoria di Tsipras. Nulla hanno contato le elezioni greche, nulla il referendum che ha respinto con una grandissima maggioranza il memorandum della troika, eufemisticamente chiamata oggi «le istituzioni». Dopo i negoziati del luglio scorso il divario tra volontà popolare ed élite al comando in Europa si è fatto più che mai vasto, tangibile e diffuso nell’Unione. L’Inghilterra, con più peso evidentemente della Grecia, ha infine posto la questione centrale della sovranità democratica da riprendersi: le argomentazioni sono naturalmente differenti, ma la questione della sovranità è presente in entrambi i casi. Le lacerazioni prodotte dal dibattito sul Grexit inevitabilmente hanno prodotto il Brexit, e il ruolo svolto nella campagna dal fallito esperimento Tsipras è stato evidente e ripetutamente ostentato. Questo dovremmo dirlo a chiare lettere nella nostra mozione, visto che pochi nelle élite lo ricordano. Nelle classi politiche ormai la memoria dura meno di un anno; di questo passo tra poco usciranno di casa la mattina dimenticandosi di essere ancora in mutande. È per colpa delle presenti élite che la realtà ha infine fatto irruzione: Trump negli Stati Uniti è la realtà, l’uscita inglese è la realtà. Il voto britannico è la vendetta della realtà sulle astrazioni e i calcoli sbagliati di Bruxelles.

Terzo. Ci sono alcuni punti nella Risoluzione congiunta che hanno uno stretto rapporto con i lavori che svolgo nella Commissione affari costituzionali. Mi riferisco in particolare ai punti 10, 11, 12. Il paragrafo 10 prospetta come via d’uscita una falsa nuova Unione, a più velocità e costituita da un “nucleo centrale” più coeso («the core of the EU must be reinforced»). Sarà interamente dominato dalla Germania. Verso quale approdo procede? Lo stesso di sempre: austerità, smantellamento dello Stato sociale e dei diritti a esso connessi, e per quanto riguarda il commercio internazionale – mi riferisco ai negoziati su TTIP, TISA, CETA – piena libertà data alle grandi corporazioni e ai mercati, distruzione delle norme europee, neutralizzazione di contrappesi costitutivi delle democrazie costituzionali come la giustizia, i Parlamenti e le volontà popolari (referendum sull’acqua in Italia). I punti 11 e 12 scelgono come bussole su cui orientarsi due rapporti di Afco che sto seguendo come “shadow” per il gruppo: quello sullo sfruttamento delle potenzialità di Lisbona (Rapporto Bresso-Brok) e il Rapporto Verhofstadt sulle “evoluzioni e gli aggiustamenti” (la parola “trasformazione” è accuratamente evitata) del presente Trattato. Questo secondo rapporto è ancora dormiente, e penso andrà nella direzione del “nucleo centrale” cui accennavo. Per quanto riguarda il primo, posso testimoniare che lo status quo è difeso con accanimento e autocompiacimento: mi è stato impossibile inserire paragrafi sulla questione sociale, sul Welfare da salvaguardare, sulla sovranità cittadina da rispettare, sui fallimenti delle terapie di austerità. Parlare di adesione dell’UE alla Carta Sociale di Torino è visto come una blasfemia. Altri rapporti sono stati discussi in questo Parlamento (cito solo quello sulla trasparenza) ma non vengono neanche ricordati.

Quarto. La migrazione e i rifugiati. È stato un elemento centrale della campagna per il leave (sono guardati con sospetto sia rifugiati e migranti che vengono da fuori, sia quelli intra-europei), ma l’argomento è appena menzionato, in maniera perfida, nel punto 10 della Risoluzione. Si parla di «affrontare la sfida della migrazione» per concludere che occorre sviluppare l’Unione economica e monetaria e le politiche di sicurezza interna. Perché questo silenzio? Perché le politiche dell’Unione già hanno incorporato le argomentazioni delle destre estreme, negoziando accordi di rimpatrio con la Turchia – e in prospettiva con 16 paesi africani, dittature comprese come Eritrea e Sudan – e non hanno argomenti da contrapporre alla campagna dell’UKIP contro la presunta invasione degli stranieri. Il Brexit da questo punto di vista è un disastro: rafforzerà, ovunque, la paura dello straniero e le forze di estrema destra che non esitano a proporre i respingimenti collettivi vietati espressamente dalla legge internazionale e dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Quanto ai migranti dell’Unione che vivono in Inghilterra, erano già a rischio in seguito all’accordo dello scorso febbraio tra UE e Cameron. È un punto, questo su rifugiati e migrazione, che dovrebbe figurare a chiare lettere nella nostra mozione. Le politiche dell’Unione sui rifugiati sono un cumulo di rovine, e hanno dato le ali alla xenofobia che si è espressa in buona parte della campagna per il leave.

Quinto. Il ritorno alla sovranità che la maggioranza degli inglesi dice di voler recuperare. È un punto che mette in luce un ulteriore e più vasto fallimento dell’Unione. L’Unione doveva essere un baluardo, per i suoi cittadini, contro l’arbitrio e il dominio dei mercati e della globalizzazione. Questa scommessa è perduta: le sovranità nazionali escono ancora più indebolite di quanto già lo fossero e l’Unione non protegge in alcun modo. Non è uno scudo – con le sue leggi e norme, con le sue capacità di solidarietà, con il modello sociale del Welfare, con la sua Carta dei diritti – ma il semplice portavoce dei mercati globalizzati. Questa globalizzazione ha dato vita a una sorta di costituzione non scritta dell’Unione che teme ogni riforma-controllo del capitalismo e ogni espressione di scontento popolare, che si avvale del Trattato di Lisbona e che affida tutti i poteri a un’oligarchia che non intende rispondere a nessuno delle proprie scelte. Cito fra le molte dichiarazioni dei rappresentanti di quest’oligarchia la risposta data dal Commissario Malmström nell’ottobre 2015 a John Hilary, che l’interrogava sui movimenti contrari a Ttip e Tisa: «Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo». Questa costituzione non scritta si chiama governance e poggia su un concetto caro alle élite fin dagli anni ’70 (il vero inizio della crisi, economica e democratica): obiettivo non è il governo democratico ma la governabilità (governability). L’idea del cittadino o dei popoli «governabili» è del tutto passiva.

Sesto. L’intera discussione sul Brexit si sta svolgendo come se l’alternativa si riducesse esclusivamente a due visioni competitive dell’Unione: la visione distruttiva dell’exit e quella autocompiaciuta e immutata del remain. Le cose non stanno così. C’è una terza via, rappresentata dalla critica radicale della presente costruzione europea, dalla denuncia delle sue azioni, e dalla ricerca di un’alternativa. Era la linea di Tsipras prima che Syriza andasse al governo. È la linea di Unidos Podemos in Spagna, nel cui successo domenica scorsa speravo, e che purtroppo non è stata premiata. E anche su questa contrattura o stagnazione dovremo porci delle domande. Anche questa tripolarità è assente dalla Risoluzione congiunta, e deve essere sottolineata nella nostra.

Settimo. Dobbiamo a mio parere distinguere bene tra sovranità popolare e sovranità nazionale. Questo referendum ha espresso una sovranità popolare che nei fatti entra in contraddizione con l’idea di sovranità nazionale. Il Regno Unito si ridurrà alla sua parte britannica. Scozia e Irlanda del Nord avendo votato remain potrebbero congedarsi prima o poi dal Regno Unito: con un nuovo referendum sull’indipendenza in Scozia, con uno o due referendum in Irlanda del Nord (sul nuovo confine tra Inghilterra e Irlanda del Nord, sull’unificazione nordirlandese con l’Irlanda). La distinzione fra sovranità popolare e nazionale è essenziale, e mi porta a dire che anche i paragrafi 1, 2 e 7 della Joint Resolution sono da cancellare. Viene presupposto infatti che il Regno Unito nella sua interezza territoriale ha votato l’exit, quando non è stato così.

Ottavo e ultimo. La democrazia diretta, i referendum, la cosiddetta e-democracy. Se ne discute nella Commissione Afco, e nel gruppo centrale del Parlamento c’è un’ostilità diffusa a questi strumenti, che dopo il Brexit si accentuerà. Dico solo che la democrazia diretta è certo un rischio, ma quando il rischio si concretizza, quasi sempre la causa va fatta risalire al fallimento della democrazia rappresentativa. Se per più legislature successive e indipendentemente dall’alternarsi delle maggioranze la sensazione è che sia venuta meno la rappresentatività e con essa la responsabilità di chi è stato incaricato di decidere al posto dei cittadini, i cittadini non ci stanno più.

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