Tra la scatola e il mare aperto

di sabato, dicembre 14, 2019 0 Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 14 dicembre 2019

Le sardine non sono contro l’establishment, né italiano né tantomeno europeo. Sono gentili, non urlano, e riempiono le piazze con quella che esse stesse chiamano “energia pura”. Ingenerano un entusiasmo generale e trasversale perché secondo alcuni potrebbero scompigliare le ambizioni della Lega di Salvini nelle prossime elezioni regionali e soprattutto in Emilia Romagna dove il nuovo movimento è nato. Pur essendo gentili hanno un avversario – i populisti – cui si rivolgono nel loro Manifesto del 21 novembre con sorda durezza.

Fingono di ignorare che tutto l’establishment, in Italia e anche ai vertici dell’Unione europea, ha scelto come avversari i populisti, non importa se di destra o sinistra (negli anni ’60 e ’70 si chiamavano “opposti estremismi”). Se un partito anti-sistema o anche molto critico del sistema vince alle elezioni è subito definito populista e scomunicato.

I maggiori applausi alle sardine, finora, vengono da un establishment centrista che sempre meno sa e vuole gestire la natura aleatoria del suffragio universale. Che dall’inizio della crisi nel 2007-2008 usa l’accusa di populismo per non mettere in questione le politiche che lo hanno scatenato.

Le sardine non conoscono le bassezze della disperazione, della rivolta contro disuguaglianze sociali e povertà. Si sentono di sinistra perché si preoccupano del clima, ma i precursori in questo campo sono Grillo e 5Stelle. Di sé dicono, con un linguaggio che ricorda quello degli scout: “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Dunque non conoscono difficoltà nella vita.

Nelle crisi dell’ultimo decennio si ritagliano una loro zona di conforto. Non hanno niente di particolare da dire sulle questioni che oggi contano: le miserie del lavoro precario o del non lavoro; il disastro dell’Ilva o di Alitalia; la manomissione del territorio attraverso grandi opere inutili che tolgono risorse alla sua manutenzione; le politiche di austerità che l’Unione Europea continua a difendere a denti stretti, nonostante il prezzo pagato da ceti medi e classi popolari (la questione del Fondo salva Stati non è tecnica ma concreta e politica: nella prossima crisi finanziaria si ripeterà l’umiliante catastrofe greca?).

Non criticano neanche il rinnovo dell’accordo con Tripoli, che dai tempi di Gentiloni e Minniti rispedisce nei Lager libici i migranti in fuga. Questo non vuol dire che le sinistre radicali dispongano di ricette migliori: la capacità di mobilitazione di queste ultime è poca cosa rispetto a quella delle sardine. Ma non vuol dire nemmeno che il movimento appena nato, così come viene presentato non da tutti ma da molti suoi esponenti, abbia in mano una ricetta veramente comprensibile.

Nel raccontare se stesse le sardine mescolano condizioni umane e concetti banali, trasformandoli non si sa perché in virtù superiori (la normalità, la famiglia, lo sport, il divertente, il bello, etc. Manca solo l’Anima). Meno banale è il rifiuto della violenza e tutt’altro che banale l’appello all’ascolto. Su quest’ultimo c’è tuttavia da dubitare: pochi paragrafi dopo, nel Manifesto, proclamano che il diritto all’ascolto spetta a tutti ma non ai populisti di Salvini (circa il 30 per cento degli italiani): “Grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare”. Non ho mai sentito un antifascista (immagino che l’allusione a padri e nonni si riferisca all’antifascismo) dire che esistono categorie di avversari o perfino nemici politici privati di tale diritto.

Proclami simili sono non solo insensati ma forse anche nefasti. Lo vedremo alle prossime scadenze elettorali, locali o nazionali che siano. Può darsi che il movimento segnali il salutare risveglio di chi si è allontanato dalla politica e riscopre l’importanza del voto. Può darsi che riempia un vuoto creatosi a sinistra, anche se non è chiaro con cosa verrà riempito. Ma può anche darsi che il loro Manifesto esasperi la rabbia, la frustrazione, l’umiliazione di chi si è rifugiato nella Lega pur di essere per una volta ascoltato. Una buona parte dei voti per il Brexit nel 2016, o per Trump, o per il partito di Kaczynski in Polonia, ha origine in questa rabbia dei non più ascoltati, dei cancellati.

La malattia dell’Italia non è oggi Salvini, come ha scritto giustamente su questo giornale Tomaso Montanari. Salvini e la sua fraseologia xenofoba sono i sintomi di un male che si chiama ingiustizia sociale, disuguaglianza, furore dei declassati: il leader della Lega cavalca questi mali offrendo gli immigrati come capri espiatori e finte battaglie contro il Meccanismo europeo di stabilità, contestato solo dopo che la Lega, per mesi imbambolata e disattenta, è uscita dal governo.

Sono rare e poco udibili le sardine che parlano delle radici dei mali italiani, che si interrogano sulle città già passate a destra in Emilia Romagna. Chi soffre questi mali, fidandosi di Salvini senza ancora vederne l’impostura, non ha comunque diritto all’ascolto. Come riconquistare la loro fiducia, se neanche li ascolti. Questo significa che l’impostura può continuare.

Dicono: “Benvenuti in mare aperto”. Speriamo che sarà aperto sul serio. Che dal vuoto di programmi, idee, parole nascano gli anticorpi che tanti invocano. Fino a ora, il nuovo movimento dà il benvenuto, ma non ancora in mare aperto. Cosa vede nei fondali marini, oltre il disegno ittico della propria pura energia? In genere, le sardine stanno amichevolmente strette quando sono inscatolate. Per il momento è la scatola che li protegge più che le profondità del mare.

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