Pluralismo e libertà dei media nell’Unione europea

di martedì, marzo 27, 2018 0 , , Permalink

Bruxelles, 27 marzo 2018

Dichiarazione di Barbara Spinelli (GUE/NGL), in qualità di Relatrice per il Parlamento europeo, a seguito del voto in Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) sulla Relazione “Pluralismo e libertà dei media nell’Unione europea”.

La Relazione è stata adottata con 44 voti favorevoli, 3 contrari e 4 astenuti. Il voto finale avverrà nella prossima plenaria di maggio.

In questa versione consolidata sono riportati tutti gli emendamenti approvati che si aggiungono al rapporto finale. Sono evidenziati con colori diversi gli emendamenti dei vari gruppi, gli emendamenti “suppletivi” di Barbara Spinelli e i compromessi.

Questa è epoca di torbidi per l’indipendenza e il pluralismo dei media, e l’obiettivo principale del nuovo rapporto è comprendere la natura di tali torbidi e affrontarli.

La relatrice ha cercato di attenersi alle disposizioni principali del diritto internazionale, riguardanti la libertà dei media e i tre prerequisiti imperativi per le sue restrizioni (necessità, proporzionalità e legittimità). Il punto di riferimento cruciale del rapporto è l’articolo 19 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (ICCPR), ratificato da tutti gli Stati membri dell’UE, così come l’articolo 11 della Carta europea dei diritti fondamentali.

Barbara Spinelli ha voluto sottolineare la vaghezza e la parzialità di concetti come “fake news”, sempre più applicati alla sola sfera di internet, e ha rispettato quanto più possibile le linee guida della Dichiarazione congiunta del marzo 2017 sulla «libertà di espressione e “fake news”, disinformazione e propaganda» (firmata dal relatore speciale delle Nazioni Unite assieme ai suoi omologhi dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) e della Commissione africana sui diritti dell’uomo e dei popoli (ACHPR)).

La relatrice condivide i punti di vista della Dichiarazione: il diritto umano a comunicare e ricevere informazioni e idee non può essere limitato ad affermazioni “corrette”, mainstream, ma deve anche «proteggere informazioni e idee che possono colpire, offendere e disturbare».

«Questo è lo “stile di vita” democratico che intendiamo sostenere, in tempo di pace come in risposta all’attuale ripresa della guerra fredda», ha commentato alla vigilia della votazione, aggiungendo che «le fake news sono nate prima nei giornali mainstream che su internet, a cominciare dalla guerra di Corea sino alle false notizie sulle armi di distruzione di massa in Iraq».

Il rapporto sottolinea la necessità di proteggere gli informatori (whistleblowers) e i diritti relativi alla crittografia, invita a riconoscere gli effetti negativi delle leggi sulla diffamazione, mette in guardia contro l’imposizione arbitraria di stati d’emergenza e insiste sull’opportunità di investire nell’alfabetizzazione mediatica e digitale per coinvolgere attivamente i cittadini e gli utenti on line.

In seguito ai negoziati con gli altri gruppi politici del Parlamento europeo, il testo originario è stato parzialmente ridimensionato rispetto alla sua originaria portata, ma resta un imperativo di fondo: ogni restrizione del diritto alla libertà di espressione e informazione deve essere inserita nel quadro del diritto internazionale, nel pieno rispetto dell’articolo 19 dell’ICCPR e della Carta europea dei diritti fondamentali.

Gli strabismi sulla guerra in Ucraina

Lettera al direttore de «La Stampa», 15 settembre 2014

Caro direttore,

fin dal marzo scorso, Helmut Schmidt mise in guardia i governi europei e Washington, su Ucraina e Russia: troppo grande era l’«agitazione» occidentale. Troppo pericoloso mimare la riedizione della guerra fredda con Putin, troppo vasta l’ignoranza della storia e di quel che essa dovrebbe insegnare. Ci insegna che si entrò così nella Prima guerra mondiale: barcollando come ubriachi che non vogliono quel che fanno, ma lo fanno lo stesso. E si precipitò nella catastrofe anche quando le guerre furono volute, pianificate: quando Napoleone invase la Russia nel 1811-12, quando Hitler ripeté la spedizione nel 1941.

La terza guerra mondiale che oggi stiamo rischiando nasce dagli stessi vizi: incompetenza, forme di ignoranza militante, scarsa prudenza, infine sterile agitazione. Lo stato di concitazione cui allude l’ex Cancelliere ha come principale conseguenza la disinformazione su quel che veramente accade sul terreno, e responsabili sono quindi non solo i governi ma, forse in prima linea, la stampa. Mancano autentici reportage sull’Est ucraino (sul Donbass essenzialmente, regione industrial-mineraria a prevalenza russofona; sul pogrom antirusso a Odessa del 2 maggio; sull’aereo abbattuto della Malaysia Airlines); come mancano sul governo di Kiev e come è nato: non da moti di piazza filoeuropei (il famoso Euromaidan fu presto catturato da nazionalisti russofobi). Lo sguardo di giornali e governi è affetto da grave strabismo, mettendosi di fatto al servizio di chi vuole disseppellire la guerra fredda. «Fuck the EU!», disse a febbraio il vice segretario di Stato Victoria Nuland, e i dirigenti europei hanno eseguito, accettando di negoziare il futuro di Kiev con Mosca e anche con Washington, che con l’Ucraina ha poco a che vedere. C’è un tono, nella stampa mainstream, che ricorda l’euforica depravazione semplificatrice che Karl Kraus mette in bocca ai giornalisti, descrivendo la Prima guerra mondiale negli Ultimi giorni dell’umanità.

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