Ucraina: resistenza? No, “regime change”. Il totem Zelensky si sbriciola in tv

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 3 luglio 2023

Per il momento non è dato sapere quale sarà la strategia statunitense, dopo la breve ma traumatica insurrezione di Prigožin. Se prevarrà un atteggiamento più guardingo, mosso dal timore che il crollo del potere centrale a Mosca generi un caos ingovernabile, mettendo a repentaglio il controllo di oltre 6000 testate nucleari russe (oggi dispiegate anche in Bielorussia, in risposta all’insistente domanda polacca di ospitare atomiche Nato sul modello italiano della “condivisione nucleare”). Oppure se prevarrà la bellicosa soddisfazione che regna nel governo ucraino, convinto che sia proprio questo il momento ideale per non solo battere, ma abbattere Putin.

È il “dilemma israeliano” in cui Biden è intrappolato. In effetti il rapporto Usa-Ucraina somiglia sempre più alla dipendenza reciproca che lega Stati Uniti e Stato d’Israele, e che ha permesso a quest’ultimo di sviluppare un regime di supremazia etnica che soggioga i palestinesi, equivalente all’apartheid.

Kiev vuole a ogni costo una guerra di regime change, e per questo chiede a Washington missili a lungo raggio (tra cui gli Atacms, atti a colpire terre russe, oltre ai caccia F-16). Nell’amministrazione Usa c’è chi comincia a temere, dopo le gesta di Prigožin, gli effetti catastrofici di un bellicoso cambio di regime applicato, per la prima volta, a un’imponente potenza atomica.

Tanto più impressionante, in questo quadro, la puntata di Otto e Mezzo che il 29 giugno ha affrontato proprio questi temi. Il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, era intervistato da Lilli Gruber, Marco Travaglio e Lucio Caracciolo: una vera intervista finalmente, non gli osanna a Zelensky dei salotti di Vespa. Tutti e tre lo hanno incalzato con grande maestria, e Kuleba ha dovuto infine ammetterlo: la resistenza ucraina mira in realtà a smembrare quello che Kiev chiama impero russo; l’ultimo restato anacronisticamente in piedi, secondo il ministro, “dopo il crollo degli imperi austro-ungarico e ottomano”.

Il ministro non si cura minimamente dei dubbi espressi da Mark Milley, capo di stato maggiore degli Stati Uniti, sulla fattibilità di una vittoria ucraina che comunque non è ottenibile – Kuleba pare dimenticarlo – senza assistenza Usa. Si rallegra all’idea che Putin sia indebolito dalla secessione del gruppo Wagner. Finge inesistenti libertà linguistiche dei russofoni del Donbass, nonostante la legge che vieta l’uso del russo nella sfera pubblica. Finge inesistenti rapporti democratici con gli oppositori e la stampa, accettata in guerra solo se embedded, ligia ai comandi militari ucraini. Vede questa guerra come una partita di calcio: qui non si gioca per fare compromessi, ma per vincere!

Ecco, gli Occidentali stanno sostenendo e super-armando un governo che ha questi progetti, che non spende neanche una parola sul rischio di guerra atomica. Stanno per inserire nella Nato, al vertice di Vilnius l’11 e 12 luglio, quest’impasto di risentimento monoetnico e furia distruttiva.

Forse l’adesione sarà sostituita da garanzie di sicurezza sul modello israeliano, forse no. Resta che per la prima volta è parso sbriciolarsi – grazie alla professionalità degli intervistatori di Otto e Mezzo – l’oggetto di culto occidentale che è il totem Zelensky.

Lilli Gruber ha ricordato a Kuleba che esistono altri modi – non distruttivi – di affrontare la questione delle minoranze etnico-linguistiche: per esempio, il “pacchetto Alto Adige” negoziato da Roma con Vienna fra il 1962 e il 1969.

Travaglio ha insistito sull’accordo di pace che Kiev negoziò con Mosca nel marzo 2022, poco dopo l’invasione, e che fu bloccato in extremis dal veto di Londra e Washington. Il trattato s’intitolava “Permanente Neutralità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina”, e prevedeva l’inserimento nella costituzione ucraina della neutralità permanente. Non era una resa: si tornava alla neutralità perpetua, costituzionalmente garantita al momento dell’indipendenza nel 1990. Messo alle strette, Kuleba ha finto di non sentire.

Infine, quando Kuleba è stato spinto ad ammettere il vero scopo ucraino – frantumazione della Federazione Russa – Caracciolo lo ha messo all’angolo chiedendo se Kiev è dunque favorevole all’incameramento di parti della Siberia da parte cinese. Anche a questa domanda Kuleba non ha risposto. È lecito domandarsi se la non risposta equivalga ad assenso.

La puntata di Otto e Mezzo colpisce perché costituisce un’eccezione nel panorama tv. Forse perché finalmente le domande sostituiscono le asserzioni, come si addice alla professione giornalistica. L’insurrezione di Prigožin suscita infatti reazioni ben diverse da quelle di Gruber, Travaglio e Caracciolo, nei giornali scritti e parlati del pensiero unico. I principali commentatori si sono mostrati euforicamente assertivi, nel diagnosticare l’indebolirsi del potere russo. Come se sapessero quel che davvero succede al Cremlino, e sognassero lo stesso sogno distruttore di Kuleba.

Anche se per ora sedata, l’insurrezione ha mostrato che il pericolo di un collasso del potere russo esiste, a cominciare dall’esercito. Che al collasso potrebbe far seguito – come auspicato esplicitamente da Kiev – lo sfaldarsi della Federazione. Le atomiche russe finirebbero in mano a poteri ben più infidi di Putin; il cosiddetto Armageddon si avvicinerebbe.

Persino quando il pericolo dell’insurrezione di Prigožin è apparso chiaro, ci sono stati giornalisti e politici che con visibile compiacimento, e all’unisono con quanto detto e non detto da Kuleba, hanno concluso che la resistenza ucraina aveva infine ottenuto questo gran risultato: Putin era debole, forse aveva i giorni contati. Vale dunque la pena assistere Kiev con invii di armi sempre più offensive e sanzioni antirusse sempre più pesanti, visto lo sfaldamento del barbarico impero che ne può discendere. Neanche per un minuto i commentatori hanno abbandonato la cecità di cui hanno dato prova da quando la guerra è de facto cominciata: non nel 2022 ma nel febbraio 2014, quando è stato evidente che il potere centrale a Kiev non intendeva in alcun modo integrare pacificamente le popolazioni russofone del Sud-Est: 14.000 circa sono i morti della guerra civile fra il febbraio 2014 e il febbraio 2022. L’annessione della Crimea resta illegale, ma non è avvenuta senza motivi, di punto in bianco.

Washington tergiversa, incerta fra due strade opposte (escalation militare ucraina, o pressione su Kiev perché accetti un negoziato e metta fine alla guerra). Quanto all’Europa, per ora sta a guardare, senza pronunciarsi sulla guerra di regime change caldeggiata da Zelensky. Anche in questo caso, chi tace acconsente di fatto. L’Europa continua a fingere ignoranza, sulle radici della guerra e gli allargamenti Nato temuti a Mosca da vent’anni. Il sì dei suoi governi all’ingresso di Kiev nella Nato conferma lo status servile –e l’egemonia nell’Ue di interessi polacchi e baltici– assegnato all’Unione europea da Stati Uniti e Nato. Borrell dixit: dovrà pur finire l’“assedio della giungla al giardino europeo”.

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La guerra di regime change contro la potenza atomica russa

Intervento alla Conferenza “Guerra o pace? Quali scelte politiche per riportare la pace in Europa”, tenutasi venerdì 30 giugno su iniziativa della Vicepresidente del Senato Mariolina Castellone. 

Volevo cominciare con l’insurrezione fallita di Prigožin ma ieri sera ho visto una puntata di Otto e Mezzo che mi ha colpito particolarmente. Il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, era intervistato da Lilli Gruber, Marco Travaglio e Lucio Caracciolo: un’intervista vera finalmente, non gli osanna a Zelensky dei salotti di Bruno Vespa. Tutti e tre lo hanno incalzato con grande maestria, e Kuleba ha dovuto infine ammetterlo: la resistenza ucraina mira in realtà a smembrare quello che Kiev chiama impero russo.

Le armi che mandiamo servono alla realizzazione di questo piano, demente e rischiosissimo. Il ministro non si cura minimamente dei dubbi espressi da Mark Milley, capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, sulla fattibilità di una vittoria ucraina che comunque non è ottenibile – Kuleba pare dimenticarlo – senza assistenza Usa. Si rallegra, sempre il ministro, all’idea che Putin possa essere indebolito dal capo del gruppo Wagner. Finge inesistenti comportamenti democratici con i russofoni del Donbass e con la stampa, accettata nei campi di battaglia solo se embedded, incorporata. Vede questa guerra come una partita di calcio: qui non giochiamo per fare compromessi ma per vincere! Ecco, gli Occidentali stanno sostenendo un governo che ha questi progetti, che non spende neanche una parola sul rischio di guerra atomica. Stanno per inserire nella Nato quest’impasto di risentimento monoetnico e furia distruttiva, come a suo tempo accolsero le primavere arabe per ritrovarsi poi faccia a faccia con l’Isis.

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Non c’è da stupirsi dunque se le reazioni dei commentatori mainstream al tentativo di ammutinamento di Prigožin, nei giornali e nei talkshow, sono state così euforiche, nel diagnosticare l’indebolirsi tanto agognato del potere russo. Come se tutti sapessero quel che realmente succede al Cremlino. Come se tutti sognassero lo stesso sogno distruttore del ministro Kuleba.

Anche se sedata rapidamente, e per ora forse efficacemente, la tentata insurrezione ha mostrato che il pericolo di un collasso del potere russo esiste, a cominciare da quello militare. Che al collasso potrebbe far seguito lo smembramento della nazione. Le armi di distruzione di massa della potenza atomica russa finirebbero in mano a poteri incontrollabili, il cosiddetto Armageddon diverrebbe ancora più vicino di quel che è oggi.

Come spiegato lucidamente da Caracciolo nelle domande a Kuleba, varie nazioni – Cina in testa – si getterebbero sui pezzi sparsi di una Russia che Kuleba s’ostina a definire non Federazione multietnica, ma impero anacronistico e poco moderno nel XXI secolo. Anche la mania di chiamare Zar il Presidente russo suggella la complicità delle élite occidentali con un’Ucraina illegalmente aggredita, ma non per questo meno colpevole di un nazionalismo russofobo sterminato.

Persino quando il pericolo dell’insurrezione di Prigožin  è apparso chiaro, ci sono stati commentatori che con visibile compiacimento, e all’unisono con i commenti di Kiev, hanno concluso che la resistenza ucraina aveva infine ottenuto questo buon risultato: Putin era debole; aveva addirittura i giorni contati. Era valsa dunque la pena assistere Kiev con invii di armi sempre più offensive e sanzioni antirusse sempre più pesanti, visto lo sfaldamento del barbarico impero che ne può discendere. Neanche per un minuto i commentatori hanno abbandonato la cecità di cui hanno dato prova da quando la guerra è de facto cominciata: cioè a partire dal febbraio 2014, quando è apparso evidente che il potere centrale a Kiev non intendeva in alcun modo integrare pacificamente le popolazioni russofone del Donbass (14.000 circa sono i morti della guerra civile fra il febbraio 2014 e il febbraio 2022. L’annessione della Crimea è anch’essa illegale, ma non è ingiustificata).

L’idea granitica dei paladini delle guerre di regime change (tutte peraltro fallite) è che la Russia vada punita per il male inflitto all’Ucraina “senza mai esser stata provocata” e all’unico scopo di espandere l’impero, come recita il refrain ripetuto senza variazioni da un anno e mezzo. Dico punizione della Russia e non del governo russo perché c’è una forte componente russofobica nelle argomentazioni dei neo-conservatori euro-americani.

Di questi commentatori – politici o giornalisti che siano, i giornalisti hanno dimenticato che sono un potere separato – andrebbe detto quel che Raymond Aron disse di Giscard d’Estaing: questi uomini “non sanno che la storia è tragica”. Esemplare da questo punto di vista il direttore di Repubblica, che la sera dell’insurrezione ha constatato il benefico indebolimento dei vertici russi, ottenuto grazie alla resistenza ucraino-atlantica. Nel suo giornale ha poi sottolineato come invadendo l’Ucraina Mosca abbia aggredito “l’architettura di sicurezza creata dall’Occidente dopo la fine della Guerra Fredda”. Non è chiaro cosa sia questa decantata “architettura di sicurezza”. So solo che non è un’architettura, e non ha garantito sicurezza bensì caos e guerre nelle varie zone critiche della terra. Un caos che genera ovunque Stati falliti e fughe in massa di profughi.

Guerre e caos sono attizzati per sancire il primato globale dell’egemone statunitense, che da quando è finita l’Urss insiste nell’ergersi a gran vincitore della guerra fredda. Una postura squilibrata e destabilizzatrice denunciata più volte da Mosca, non solo da Putin ma anche da Gorbachev e Eltsin. L’aspirazione di Bush, Clinton, Obama, Trump, Biden a un ordine mondiale unipolare ha ucciso sul nascere l’idea di una “Casa Europea”, ovvero del sistema di sicurezza che Gorbačëv proponeva a un’Europa di cui Mosca si sentiva giustamente parte.

L’architettura di sicurezza rimpianta da Molinari ha rimpiazzato la Casa Europea e sancito il predominio di Washington su un continente trasformato in avamposto – come Corea del Sud, come Taiwan – della potenza Usa. Consentiamo agli allargamenti della Nato su ordine statunitense, e l’allineamento europeo a Washington nella guerra ucraina ha polverizzato ogni velleità di autonomia strategica. Siamo parte della sfera d’interesse statunitense, avendo perso di vista i nostri interessi. Oggi l’ordine internazionale unipolare è celebrato, in Italia, come il più morale dei mondi possibili. Unica eccezione: il Movimento Cinque Stelle e Sinistra italiana. Il loro opporsi è bollato come putinismo appena si esprime.

Cito l’inesistente architettura di sicurezza del dopo guerra fredda per mettere in luce le falsità, le riscritture storiche, le calunnie che infestano il vocabolario delle élite occidentali mentre imperversa una guerra per procura. Un vocabolario che storce o cancella la realtà, che sostituisce il reale con le cosiddette narrazioni (“cosa ci raccontano questi eventi?”, usano chiedere i giornalisti televisivi), e che è confezionato per giustificare l’ostinato proseguimento di una guerra che – ormai lo sappiamo – poteva probabilmente concludersi fin dal marzo 2022, qualche giorno dopo l’invasione, a sentire non solo l’ex premier israeliano Naftali Bennett il 4 febbraio ma Putin stesso. In occasione di un incontro con dirigenti africani a Mosca, il 17 giugno, il Presidente russo ha persino mostrato la bozza del trattato che i negoziatori delle due parti firmarono nel marzo 2022 in Turchia.

Il trattato s’intitolava “Permanente Neutralità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina”, e prevedeva l’inserimento nella costituzione ucraina della neutralità permanente (dunque la cancellazione del paragrafo sull’auspicata adesione alla Nato, inserito in costituzione nel 2019 dal governo Poroshenko). Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Cina e Francia erano indicati come garanti. La nuova formulazione non era una resa dell’Ucraina. Si tornava alla neutralità permanente sancita in costituzione quando il paese divenne indipendente nel 1990. Incalzato da Travaglio su quell’accordo, Kuleba ha fatto finta di non capire.

Intanto la deformazione dei vocabolari prosegue. Si continua a parlare di “aggressione russa non provocata”, quando è evidente che l’aggressione era illegale ma che le provocazioni occidentali c’erano state. Da oltre sedici anni sappiamo che l’allargamento a Est della Nato – che gli Occidentali avevano promesso di evitare quando fu riunificata la Germania – era vista come minaccioso accerchiamento non solo da Putin, ma anche da Gorbačëv e Eltsin. Nella conferenza annuale di Monaco del 2007 Putin parlò di linee rosse oltre le quali il conflitto tra Russia e Occidente era inevitabile. La Nato e Washington hanno finto di non sentire, espandendo l’Alleanza atlantica all’Europa orientale e spingendosi fino a promettere l’adesione a Ucraina e Georgia, nel vertice Nato a Bucarest del 2008 poi in quello di Bruxelles del 2021.

Neanche la guerra in corso interrompe la strategia di totale indifferenza agli interessi russi, tanto è vero che fra qualche giorno, l’11 luglio, la Nato si riunirà a Vilnius per riconfermare la volontà di integrare l’Ucraina, magari senza fissare date precise. Se questo passo cruciale sarà compiuto – perfino Macron dice ora di volerlo compiere – vorrà dire due cose: primo, la Nato intende prolungare la guerra anziché aprire negoziati; secondo, il peso di Polonia e Stati baltici è oggi preponderante nell’Unione europea e nell’Alleanza atlantica.

Un altro concetto deformato è quello di “pace giusta”, col quale si usa zittire chi si oppone all’invio di armi a Kiev, specie a lungo raggio. Pace giusta è un ossimoro, perché nelle presenti circostanze la tregua è possibile solo se ambedue le parti fanno concessioni ritenute ingiuste fino al giorno prima. Ripetere che solo una “pace giusta” è negoziabile significa, semplicemente, volere che la guerra continui. È quello che hanno segnalato Londra e Washington, quando Zelensky si disse disposto, nel marzo 2022, a un compromesso con Putin che prevedeva la neutralità ucraina e la rinuncia alla Crimea. Boris Johnson si precipitò allarmatissimo a Kiev, vietando a Zelensky ogni concessione e confermando spudoratamente che la guerra in Ucraina era sin da principio guerra per procura fra Nato e Mosca, proxy war sulla pelle del popolo ucraino e magari perfino di Zelensky. Altro che difesa delle sovranità e dell’autodeterminazione degli Stati, sbandierata senza sosta dalle democrazie occidentali!

L’ipocrisia di quello che Mosca chiama abbastanza correttamente “occidente collettivo” giunge sino a negare il diritto alle sfere di influenza, in nome della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli. Biden cita spesso quel che disse, da vicepresidente, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007: “Non riconosciamo a nessuna nazione il diritto di avere una propria sfera di influenza. Continuiamo a credere nel diritto degli Stati sovrani di prendere proprie decisioni e di scegliere le proprie alleanze”. È dai tempi di Wilson che le amministrazioni Usa ripetono questa menzogna. La verità è che Washington condanna tutte le sfere d’influenza altrui tranne la propria, che difende con le unghie, i denti e guerre ripetute. Inizialmente, ai tempi della dottrina Monroe due secoli fa, tale sfera comprendeva America centrale, America Latina e forse Canada. Oggi copre il pianeta, e in Europa si estende fino ai suoi confini orientali, dove l’Occidente non esita ad abbaiare – son parole di Papa Francesco – alle porte della Russia. Lo stesso dicasi di Taiwan, che permette di abbaiare alle porte cinesi. Chiunque minacci le sfere d’influenza Usa è equiparato, ogni volta, a Hitler.

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Questo continuo riferimento a Hitler, al trattato di Monaco, a Churchill, dovrebbe farci riflettere. Generalmente chi ricorre a simili paragoni invita a grandi battaglie contro il male assoluto, identificato di volta in volta con questo o quello Stato nemico dei valori occidentali. L’invito alle battaglie sui valori è falso, perché nasconde l’aspirazione al brutale predominio di un unico sistema, rivestito dai valori come da un mantello. Ma c’è qualcosa di ancora più insidioso nel richiamo alla seconda guerra mondiale: c’è, a mio parere, una volontà di potenza che esalta in blocco la seconda guerra mondiale, e la guerra in sé. Esalta una vittoria ottenuta a seguito di una distruzione del tutto sproporzionata delle città tedesche, e delle atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki quando il Giappone già era palesemente disposto alla resa.

Lo storico Stephen Wertheim ha scritto un articolo illuminante su questo slittamento delle memorie belliche, in Europa e soprattutto negli Stati Uniti. Con l’esaurirsi della generazione che aveva vissuto la seconda guerra mondiale, le memorie sono passate dalla paura della guerra e dagli sforzi di prevenirla alla sua glorificazione. Il modo in cui si è combattuto non è mai messo in questione, se si escludono i movimenti anti-nucleari e i libri illuminanti di Winfried Sebald sulle città tedesche rase al suolo per volontà di Churchill. La mancata condanna delle atomiche sganciate sul Giappone, infine, contribuisce a banalizzarne sempre più l’uso. È significativa e inquietante la discussione in Russia attorno a un articolo di Sergej Karaganov, già consigliere di Putin, che ipotizza l’uso dell’atomica per resuscitare, visto che altri modi non ci sono, le paure del dopoguerra e far rinascere, col forcipe, il dialogo Russia-Occidente (“La paura dell’escalation nucleare deve essere ripristinata”).

Le popolazioni occidentali sono addestrate per fronteggiare sempre nuovi mali assoluti coi quali poi si finisce per negoziare, come in Afghanistan. Non sono addestrate per tenere in vita la paura, menzionata da Karaganov, del conflitto nucleare. In era atomica tale paura è benefica, così come indispensabile in qualsiasi futura trattativa è esaminare gli effetti delle proprie azioni, a cominciare dagli allargamenti della Nato. I pacifisti oggi non negano il diritto ucraino a difendersi. Si battono perché si metta fine a una guerra per procura che inavvertitamente, su iniziativa di qualche Dottor Stranamore, può slittare in conflagrazione atomica. Il fatto che se critichiamo Biden e la Nato siamo definiti putiniani significa che lo slittamento è vicino.

Sono decenni che la Nato e i suoi Stati membri si esercitano in simulazioni dette war games, giochi di guerra (i campi di calcio descritti da Kuleba). Sarebbe ora che l’Europa – il primo continente a essere devastato in caso di conflitto nucleare – concentrasse tutti gli sforzi sui giochi di pace. Sui modi per attenuare i pericoli, come seppe attenuarli Kennedy durante la crisi di Cuba, quando diede inizio alla distensione smantellando i missili Jupiter installati in Turchia. Questa è l’arte che urge riapprendere, e che neanche durante la guerra fredda fu dimenticata com’è dimenticata oggi: l’arte con cui si negoziano prima le tregue, poi la coesistenza pacifica, poi i sistemi di sicurezza collettiva, poi se possibile la pace tra nazioni e valori diversi.

La nonna di Biden e il secolo di ferro

di martedì, Marzo 29, 2022 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 29 marzo 2022

Questa volta il divario tra gli interessi europei e statunitensi è netto. In un comizio a Varsavia, sabato, Biden ha definito Putin un “macellaio” – in precedenza l’aveva chiamato killer, dittatore sanguinario, criminale di guerra– per poi decretare: “Per l’amor di Dio, non può restare al potere!”.

Il ministro degli Esteri Blinken ha subito corretto, lo staff della Casa Bianca ha tentato una goffa retromarcia, Macron nelle vesti di Presidente di turno dell’UE si è dissociato, ma le parole presidenziali restano e palesano l’obiettivo Usa in Ucraina: un “cambio di regime” a Mosca, lo spodestamento di Putin. È la strategia del caos che Washington adotta da quando fantastica di aver stravinto la guerra fredda, di poter violare i patti del 1990 con Gorbaciov, di dominare il mondo con destabilizzazioni belliche regolarmente sconfitte: in ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. È la prima volta che la Casa Bianca punta al regime change di una potenza atomica (6.000 testate). I tabù della dissuasione nucleare crollano, l’impensabile che fondava la deterrenza (la cosiddetta distruzione mutua assicurata) diventa pensabile. Non è un caso che l’escalation di Biden sia avvenuta in Polonia, che vorrebbe un intervento Nato per difendere l’Ucraina dall’invasore russo. Se per settimane Zelensky ha insistito nel chiedere la no-fly zone senza badare al diniego Nato e Ue, è perché alcuni Paesi – Varsavia in primis – lo spingevano in tal senso, contando sulla Casa Bianca. Sin da quando è atterrato in Europa Biden si è comportato da padrone (incoraggiato dall’Ue che non s’è vergognata di invitarlo al Consiglio europeo) ma appena giunto in Polonia ha perso le staffe. Rivolgendosi all’ottantaduesima Divisione Aerea dell’esercito Usa, non ha parlato di vie d’uscita dal conflitto, non ha avviluppato in una retorica di pace l’aumento delle spese militari. Queste dissimulazioni sono affidate agli europei mentre Biden no, non dissimula, parla della propria nazione come “principio organizzativo attorno al quale si muove il resto del mondo – ossia del mondo libero”. Evoca l’icona della “nazione indispensabile” raffigurata nel 1998 da Madeleine Albright, ministro degli Esteri di Clinton e principale artefice dell’estensione Nato (“Non abbiamo bisogno che la Russia dia il suo accordo all’allargamento”, disse a chi obiettava).

Biden è intriso di teologia politica: il “mondo libero” è votato a intervenire contro il Male. La guerra va oltre Kiev, ha una giusta causa ed è lotta “fra libertà e autocrazia, fra democrazia e oligarchi”: Putin non ha in mente l’Ucraina ma vuol demolire la democrazia. A conclusione dell’appello ai paracadutisti ricorda il nonno, che l’incitava a “mantenere la fede”. Ma soprattutto la nonna, che rincarava: “No, diffondila!” (spread it).

Che importa se nel frattempo il pensiero della Chiesa cattolica non è più quello di Tommaso d’Aquino. Se ha abbandonato, da Giovanni XXIII in poi, l’idea di guerra giusta. Papa Francesco denuncia la follia del riarmo occidentale, e di una guerra per procura scatenata colpevolmente da Putin senza negoziati in vista fra grandi potenze (Usa, Russia, Cina), ma Biden non se ne cura. D’altronde ha ammesso che Washington arma l’Ucraina da anni (2 miliardi di dollari, di cui 1 miliardo nelle ultime settimane).

Noam Chomsky ricorda che il culmine fu raggiunto il 1º settembre 2021, poco prima dell’aggressione russa, quando fu firmata la Dichiarazione Congiunta sulla Partnership Strategica Usa-Ucraina. Il documento annunciava l’apertura delle porte Nato all’Ucraina, e riforniva Kiev di armi oltre che di un “programma di robusto addestramento ed esercitazione per sostenere lo statuto ucraino di partnership rafforzata” (NATO Enhanced Opportunities Partnership, preludio dell’adesione, concesso anche alla Georgia). Alla Dichiarazione Congiunta fece seguito una vasta esercitazione Nato in terra ucraina (“Rapid Trident”) che partì dalla base di Yavoriv presso Leopoli, e cui partecipò anche l’Italia. La Dichiarazione Congiunta rappresenta il culmine di un’espansione Nato a Est cominciata dal giorno in cui Clinton violò l’impegno di Bush padre di non espandere la Nato. Una violazione contestata aspramente da diplomatici di primo piano come Henry Kissinger, George Kennan, Jack Matlock (ex ambasciatore Usa a Mosca), William Burns (attuale capo della Cia).

Le guerre di religione tra Bene e Male hanno una natura dualistica e conducono immancabilmente alla morte: l’Europa lo sa meglio del Nord America, perché i suoi popoli le hanno vissute nel ’500-600 (15 milioni di morti) e le conclusero quando capirono che la pace era possibile a una sola condizione: che non vi fosse la vittoria di una fede sull’altra, e che il potere politico non si diffondesse come fosse una fede. Oggi traversiamo un simile “secolo di ferro”, e Biden che vuol atterrare Putin profittando delle sue dissennatezze belliche lancia segnali anche alla Cina, a Taiwan, ai pochi alleati che gli restano nell’estremo oriente. L’India di Modi sta cautamente distanziandosi e nel resto del pianeta – Asia, Africa, paesi arabi, America latina – si moltiplicano gli avversari delle sanzioni e del riarmo, che promettono fame e prezzi energetici proibitivi. Biden assieme a gran parte dell’Europa non sembra aver imparato nulla della storia, né quella antica né quella recentissima.

Ignoranza e mancanza di memoria recente sono forse i dati più significativi della politica atlantica di fronte a un’aggressione russa certamente spropositata, ma che poteva essere evitata e potrebbe ora essere affrontata con altro spirito, di difesa del popolo ucraino e di negoziati su alcuni punti precisi: non solo la neutralità (scritta stavolta nero su bianco, non promessa come ai tempi di Gorbaciov) ma anche la rinuncia al riarmo in Est Europa, alle guerre di regime change. Se questo secolo è di ferro come nel ’500-600, urge un trattato di Vestfalia: un ordine che riconosca gli Stati a prescindere dalle fedi che pretendono di diffondere con le armi.

Quanto all’Unione europea, non è tramite il riarmo che troverà pace, ma proponendo tregue che non siano percepite come sconfitte epocali né a Kiev né a Mosca e riconoscendo che i propri interessi non coincidono con quelli statunitensi. La Russia è una superpotenza atomica, ci è geograficamente e culturalmente vicina. La guerra di Putin in terre ucraine l’allontana dall’Europa e rischia di renderla molto dipendente da Pechino. È con questi dati di fatto che ci troviamo a dover fare i conti.

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