L’escamotage della democrazia nell’Unione europea

di giovedì, giugno 29, 2017 0 , , Permalink

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL. Bruxelles, 28 giugno 2017.

Punto in Agenda:

Dibattito Strutturato “Democracy in the EU”, promosso da Nikolaos Chountis e Barbara Spinelli

Abstract in English

Prima di discutere il tema di questa conferenza, vorrei sottoporvi qualche riflessione su ambedue gli aspetti della questione: la democrazia dei governi nei loro rapporti con l’Unione, e la democrazia di quella che significativamente non è chiamata governo ma governance dell’Unione in quanto tale, con le sue istituzioni e le sue politiche sovranazionali. Di fatto siamo alle prese con un sistema politico ibrido, in parte nazionale in parte sovranazionale, e i due aspetti possono difficilmente essere disgiunti. Ma dal punto di vista del funzionamento democratico è utile esaminarli disgiuntamente, perché a entrambi i livelli la democrazia è oggi malata, e più o meno surrettiziamente messa in questione.

In genere le malattie connesse a quest’intrico di poteri sono affrontate ricorrendo al concetto della sussidiarietà, che dovrebbe fornire un equilibrio giusto, cioè democratico, tra quel che si fa a livello nazionale e quel che si decide attraverso le istituzioni o le politiche decise in comune, sul piano sovrannazionale. Ma dobbiamo riconoscere che man mano che la democrazia si esaurisce, il concetto di sussidiarietà si trasforma in pensiero magico, più che logico o razionale. Sappiamo che il pensiero diventa magico, in Freud, quando pretende di trasformarsi in realtà per il solo fatto di essere pensato.

Comincio con la democrazia nell’Unione. Se parlo di messa in questione surrettizia, è perché essa non è chiaramente esplicitata. Di regola, il vizio rende omaggio alle virtù democratiche. Nessuno, nella Commissione o nell’Eurogruppo o nel Consiglio europeo, si azzarderebbe a dire che le elezioni nazionali o i referendum sono una pietra di inciampo, se non di scandalo. La cosa viene però detta tra le righe, senza farsi molti scrupoli: regolarmente, a ogni tornata elettorale importante, la Commissione o il Presidente del Consiglio europeo o la Bce entrano nei giochi elettorali con prese di posizione a favore di questo o quel candidato a governare i Paesi membri. In genere sono candidati dello status quo, giudicati compatibili con le politiche non solo delle istituzioni ma anche dei mercati. Chi non è ritenuto compatibile viene denominato populista.

Gli interventi di questo tipo sono molti, ma ne vorrei citare uno che mi sembra emblematico, risalente ai primi anni della crisi del debito. Mi riferisco a quanto dichiarato da Mario Draghi in una conferenza stampa del 7 marzo 2013, subito dopo un’elezione legislativa in Italia che vide il consolidamento del Movimento Cinque Stelle. Il messaggio fu interpretato come un elogio della democrazia, imprevedibile per definizione: «I mercati sono stati meno impressionati dei politici e di voi giornalisti. Capiscono che viviamo in democrazia. Siamo 17 paesi, ognuno ha due turni elettorali, nazionali e regionali, il che fa 34 elezioni in 3-4 anni: penso sia questa la democrazia, a noi tutti assai cara». Ma Draghi ha detto qualcosa di meno placido e di più contorto, sul voto italiano e le sorprese (brutte o belle dal suo punto di vista) che il suffragio universale può riservare ai mercati, specie nei paesi debitori. Ha dato una forma compiuta e istituzionale a quello che un altro banchiere centrale, l’ex governatore della Bundesbank Hans Tietmeyer, aveva detto fin dal 1998 a proposito della necessaria convivenza, e dell’opportuna equiparazione, tra i due plebisciti: il plebiscito delle urne e il “plebiscito permanente dei mercati internazionali”. Di questi mercati Draghi ha voluto farsi portavoce, spiegando il perché della loro impermeabilità ai verdetti elettorali. Dopo essersi inchinato alla democrazia ha aggiunto, quasi en passant, che l’austerità sarebbe continuata tale e quale, divinamente indifferente a quel che si agita nei bassi mondi. «Dovete considerare – così Draghi ha completato il suo ragionamento – che gran parte delle misure italiane di consolidamento dei conti continueranno a procedere con il pilota automatico». Il Pilota Automatico è qualcosa di liscio e di impenetrabile, che comporta se necessario un’abdicazione delle democrazie. Nel discorso di Draghi, il “permanente plebiscito dei mercati mondiali” prende infine il sopravvento sulle sovranità popolari. L’erosione delle costituzioni nei singoli Stati membri è frutto di questo nuovo rapporto di forze: nelle istituzioni europee come negli Stati membri, i poteri degli esecutivi tendono ad accentrarsi, divenendo preminenti. Non stupisce che Emmanuel Macron, eletto Presidente di una delle costituzioni più autocratiche dell’Unione, sia descritto dalle élite come un Messia.

Il primo marzo scorso in plenaria il Presidente Juncker ha detto una cosa simile, nel descrivere il White Paper sull’avvenire dell’Unione: “Il futuro dell’Europa non può divenire ostaggio dei cicli elettorali, delle politiche partitiche o delle vittorie di breve periodo”. Il che è come dire: l’Unione non può esser prigioniera di uno strumento paralizzante e potenzialmente devastante come il suffragio universale. Si è perfino avventurato in considerazioni storico-filosofiche: “L’Europa è sempre stata una scelta deliberata: una scelta che va difesa dagli attacchi di chi non vuol capire la Storia”. Una conclusione stupefacente, detta da un liberale. Che io sappia, il pensiero liberale classico non contempla questo genere di fideismo storico. Non dovrebbe esistere chi sta dentro e chi fuori dalla Storia, essendo la Storia qualcosa di completamente imprevedibile, che non marcia provvidenzialmente verso il migliore dei mondi possibili. Eppure sentiamo spesso i partiti della conservazione fare questa distinzione fra chi sta fuori e chi dentro la cosiddetta Storia: il pensiero dogmatico e ideologico ha ormai radici ben salde nei partiti che occupano le forze di centro del nostro emiciclo.

A ciò si aggiunga una considerazione, concernente la democrazia dentro l’Unione. Alcuni Paesi sono con ogni evidenza più eguali degli altri: il Parlamento tedesco può bloccare le politiche europee, i Parlamenti di altri paesi no. La Corte costituzionale tedesca può determinare il corso delle politiche europee e fissarne i limiti dettati dalle democrazie nazionali, la Corte portoghese non può mettere in questione nemmeno due paragrafi del memorandum di austerità (sentenza del 5 aprile 2013). Alla Grecia viene chiesto dalla Commissione di adattare le leggi nazionali alle politiche di rimpatri forzati di migranti verso la Turchia (per fortuna il governo greco ha risposto negativamente a questa domanda, per il momento). Ad altri Stati più potenti non è possibile fare richieste del genere.

Il secondo punto è la mancanza di democrazia delle istituzioni, e come ho detto il tema non è disgiunto dal primo. L’offensiva contro il suffragio universale e le sovranità popolari ha per forza di cose ripercussioni sulle politiche decise dalle istituzioni. Per meglio renderle invulnerabili, per evitare che il futuro dell’Unione sia preso in ostaggio dalle pratiche del suffragio universale, occorre che tali politiche siano il meno possibile sorvegliate, trasparenti, controllate ed eventualmente refutate: dai Parlamenti, dai referendum nazionali, o anche dal Parlamento europeo. L’accordo obbligatorio del Parlamento europeo sui Trattati tra Unione e Paesi terzi è evitato addirittura con escamotage semantici (è il caso dell’accordo con la Turchia sulla migrazione, chiamato furbescamente “statement” e non equiparabile dunque a un trattato su cui Il Parlamento avrebbe legalmente l’ultima parola). Oppure è evitato negando il coinvolgimento diretto in tali trattati o statement delle istituzioni UE, e sottraendo queste ultime ai giudizi della Corte di giustizia, non abilitata a giudicare accordi bilaterali di rimpatri di migranti. Lo stesso si può dire per quanto riguarda la conformità dei memorandum sull’austerità alle prescrizioni della Carta dei diritti fondamentali: anche qui si pratica l’escamotage, con la scusa che gli accordi sono stipulati tra il governo greco e i creditori, anche se questi ultimi si fanno rappresentare nei negoziati da istituzioni comuni europee come la Commissione e la Banca centrale europea, accanto al Fondo Monetario internazionale (a suo tempo la cosiddetta Troika).

Quanto alla Commissione, i suoi richiami alla democrazia e alla propria legittimità democratica sono costanti e poco credibili: tanto più costanti quanto meno credibili, si direbbe. La procedura dello Spitzenkandidat nelle elezioni del Parlamento non democratizza veramente l’istituzione, visto che il governo dell’Unione pretende di essere un governo tecnico e dunque senza mandato popolare, una volta passate le elezioni e le audizioni del Commissari. Basti ricordare la risposta che il Commissario al Commercio Cecilia Malmström diede nel 2015 a John Hilary, che l’interrogava sulle proteste popolari crescenti contro il TTIP: “Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo – I do not take my mandate from the European people“. La cosa è aggravata dall’emendamento che Juncker vuole imporre alle regole di condotta della Commissione, nelle elezioni del Parlamento europeo: i Commissari possono candidarsi senza dover uscire dalla Commissione. Se accettato, l’emendamento contribuirà a politicizzare la Commissione e a de-politicizzare al tempo stesso lo scrutinio europeo e il Parlamento stesso.

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L’unico ricorso è spesso solo giuridico: Corte di giustizia e Corte europea dei diritti dell’uomo. Tanto più significativa la sentenza emessa il 10 maggio scorso dalla Corte di giustizia a Lussemburgo su un’Iniziativa Cittadina – “Stop TTIP” – che la Commissione aveva giudicato irricevibile.

Per questi motivi sono contraria a una fuga dall’Europa verso le sovranità nazionali assolute. Può darsi che la storia andrà in questa direzione, ma al momento la struttura decisionale dell’Unione resta un ibrido, composto di elementi nazionali e sovranazionali. L’Altra Europa cui aspiriamo deve democratizzarsi su ambedue i livelli.

Abstract in English

Democracy in the Union and of the Union: necessity to distinguish the two levels of decision making, as the political structure of the Union is an hybrid and constitutional democracy is today threatened on both “governmental” levels.

Democracy in the Union:

what we are facing today is a double erosion: erosion of the constitutions in the Member States (centralisation and preeminence of the executives) and of the popular sovereignties (growing calling in question of the universal suffrage, as expressed in elections and referenda).  Direct involvement in electoral competitions of the Commission and the ECB. The old dichotomy between the “plebiscite” of the national elections and the “permanent plebiscite of the international markets”, suggested as a viable formula in 1998 by Hans Tietmeyer, at the time President of the Bundesbank, has given way to the explicit preeminence of the second “plebiscite”: the constant plebiscite of the financial markets. (Examples).

Democracy of the Union:

what we are facing is a progressive shirking of responsibilities by the EU institutions. The increasing power of such institutions goes hand in hand with a deliberate loss of responsibility not only from a political point of view but also from a judicial one. Such power without responsibility is implemented through semantic and political escamotages and explains the growing disrespect – in EU policies –  of the Charter of fundamental rights, the Convention of human rights, the Court of justice, the European Court of human rights. An evidence of such democratic retrogression is given by the way the Commission denies its involvement and accountability in the austerity memoranda or in the stipulations of international agreement like the EU-Turkey deal or the negotiations on TTIP or Ceta. (Examples).

Il finto federalismo del Rapporto Verhofstadt

Bruxelles, 8 novembre 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Possibile evoluzione e adeguamento dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea” (Relatore Guy Verhofstadt – ALDE, Belgio) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO).

Punto in agenda:

  • Esame degli emendamenti

Ringrazio il relatore per il lavoro fatto con questa bozza di risoluzione. Dico subito che ci sono passaggi che apprezzo: sulla sicurezza interna, che non deve trasformarsi in pretesto per evitare politiche più coraggiose di asilo e inclusione; sull’opportunità che la Corte di giustizia passi al vaglio la politica estera dell’Unione; sul metodo comunitario che non deve esser soppiantato da quello intergovernativo. Giusto anche chiedere l’estensione di precisi diritti del Parlamento europeo: in prima linea il diritto di iniziativa legislativa e il diritto di inchiesta.

Come già anticipato nella riunione del 12 luglio, ho tuttavia una serie di riserve, che esprimerò negli emendamenti. Cercherò di spiegarne alcuni, facendone una sintesi.

In prima linea non concordo sulle premesse, cioè sui recital che giustificano vari articoli della risoluzione. Quello di cui sento più la mancanza è un’analisi critica e autocritica della crisi dell’Unione, che a mio avviso ha toccato l’acme durante il negoziato greco ed è sfociata per forza di cose nel Brexit – i due eventi sono a mio parere legati. Se siamo giunti a questo punto, non è perché le istituzioni funzionino male, o non si coordinino, o non siano abbastanza “federali”. Il federalismo ha senso se esiste una comunità solidale, se vengono adottate politiche che non dividono le nostre società e non generano, sempre più, disgusto verso il progetto stesso di unione. Il federalismo non è una tecnica, e non basta quest’ultima a ridare ai cittadini la fiducia e il senso di appartenenza che hanno perso. Non basta nemmeno citare Eurobarometro, che non rispecchia il loro vero stato d’animo essendo un istituto di sondaggio troppo dipendente dalla Commissione, dunque con forti conflitti d’interesse.

Non mi convince nemmeno l’analisi delle crisi – la “‘polycrisis” descritta nel rapporto: il più delle volte la crisi è dell’Europa. Non è dei modi formali in cui essa risponde alle sfide, ma della natura stessa della risposta. Ad esempio: non c’è “crisi della migrazione”, ma crisi dell’Unione davanti a flussi di profughi e migranti che al momento rappresentano lo 0,2 per cento delle popolazioni europee. Non c’è solo crisi del debito, ma crisi di Paesi che essendo in surplus non espandono la propria economia. Più generalmente, c’è crisi della solidarietà e della democrazia all’interno dell’Unione. La mia impressione è che il rapporto avalli e sostenga politiche che hanno fatto fallimento. Non basta dire che siamo di fronte a un euroscetticismo senza precedenti e un ritorno dei nazionalismi, senza indicare l’insieme di politiche sbagliate che hanno causato e causano diffusa sfiducia.

Vengo ora agli emendamenti sull’articolato, e ne cito solo alcuni che mi sembrano importanti.

Fin dal primo articolo, si chiede una modernizzazione della governance dell’Unione: cioè più efficienza, più rapidità. Non si va alla sostanza della crisi: la spettacolare mancanza di giustizia sociale, il venir meno di diritti (e di precisi articoli del Trattato come il 2, il 3, il 6, l’11); il riemergere in Europa di una politica di balance of powers, di potenze nazionali più o meno forti che si guardano in cagnesco l’un l’altra. La tecnica ancora una volta prende il sopravvento. Dovremmo sapere, da Heidegger, che “l’essenza della tecnica non è mai tecnica”.

Passo all’articolo 13, in cui si denuncia la mancanza di convergenza e di competitività. Anche qui, nessun accenno alle diseguaglianze sociali e al senso di dis-empowerment dei cittadini, e di impoverimento generalizzato delle classi medie: che sono poi le vere ragioni dell’ondata di sfiducia verso l’Europa.

Nell’ articolo 14, si dice giustamente che né il Patto di Stabilità e crescita né la clausola “no bail-out” hanno fornito le soluzioni volute, ma non si fanno proprie le critiche sempre più diffuse che vengono espresse verso le ricette di austerità non solo da parte di accademici, ma dello stesso Fondo Monetario internazionale. Il malfunzionamento, secondo la relazione Verhofstadt, viene fatto risalire alle troppe infrazioni del Patto. Constato un ritardo diagnostico di almeno dieci anni nell’analisi delle politiche economiche europee.

In questo ambito, mi dispiace che non vi sia neppure un accenno alle proposte di un New Deal europeo. In un emendamento aggiuntivo all’articolo 13, ne propongo uno – ma le idee sono moltefinanziato dalla Banca europea degli Investimenti e da nuove risorse proprie alimentate da una tassa patrimoniale comune, dalla tassa sulle transazioni finanziarie e da una carbon tax.

Altra proposta che va in questa direzione: l’adesione dell’Unione alla Carta Sociale, e comunque l’inclusione dei criteri della Carta nella definizione della politica economica.

A proposito del Rapporto dei cinque Presidenti (articolo 16): il Rapporto Verhofstadt lo condivide in pieno. Io non lo condivido. Nel mio emendamento esprimo una forte critica del rapporto, e delle cosiddette riforme strutturali: basate su codici di competitività che hanno come principale fondamento la ristrutturazione del mercato del lavoro e livellamenti verso il basso dei salari. Non mi sembra la ricetta per uscire dalla recessione.

Per tutte queste ragioni non accolgo la proposta – che in altri tempi e con altre politiche sarebbe stata positiva – di istituire un comune Ministro dell’Economia (e un Ministro degli Esteri). Il rischio è di ripetere l’errore fatto con l’euro. Parlo dell’illusione gradualista secondo cui creando istituzioni comuni parziali si arriverà necessariamente e provvidenzialmente all’unità politica dell’Europa.

Mi si obietterà che non è questo lo scopo di questo rapporto, né di quello dei colleghi Mercedes Bresso e Elmar Brok su quello che si può fare senza cambiare i Trattati. Che è in gioco il quadro costituzionale, non le politiche immesse in tale quadro. Ma ambedue i rapporti fanno proprie precise linee politiche, e questo spiega come mai – non essendo per appunto tecnica, la natura della tecnica – parlo di sostanza politica anch’io.

L’Europa chiama populista chi rifiuta le oligarchie

Intervista di Silvia Truzzi a Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 20 giugno 2016

La parola è populismo. “Queste elezioni rappresentano una svolta che mette in dubbio molte granitiche certezze nella classe politica tradizionale. In particolare confutano slogan che sembravano punti di forza e invece si sono rivelati fragilissimi”, spiega Barbara Spinelli, giornalista, scrittrice ed europarlamentare, Indipendente del gruppo GuE-Ngl (Sinistra unitaria europea). “La prima accusa che in genere viene rivolta al Movimento 5 Stelle è quella di populismo. Ma le urne di domenica ci dicono che il populismo di cui si parla con tanto disprezzo non è in fondo altro che il desiderio, profondo, di restaurare in pieno la sovranità popolare”.

Il populismo è l’altra faccia della governabilità, slogan che sentiamo ripetere continuamente.
Infatti: la governabilità, che ci viene propagandata come il valore massimo, nasconde in realtà un tentativo di accentramento del potere. Del resto “governabilità” ha un significato passivo, vuol dire “essere governati”. Tra
queste due parole, “populismo” e “governabilità”, c’è una connessione stretta: le urne ci hanno detto che il popolo non vuole subire il governo dall’alto. Vuole governi, non governabilità. Questo al netto dell’astensionismo, che però nei ballottaggi è abbastanza fisiologico. L’accusa di populismo in tutta Europa viene utilizzata insistentemente per screditare ogni forma di protesta o di partecipazione dei cittadini, penso per esempio ai referendum. Tutto ciò che dà voce alla volontà dei cittadini viene svilito, eppure in tutta Europa il principio della sovranità popolare è il fondamento della democrazia costituzionale. Qualche settimana fa Junker al G7 ha attaccato i populisti dell’Occidente mettendo sullo stesso piano Beppe Grillo e Donald Trump. Accusa che ha certamente fatto piacere al premier Renzi, ma che indica la cecità della classe dirigente europea rispetto a movimenti sociali sempre più rilevanti.

C’è un legame con i prossimi appuntamenti, come il referendum costituzionale di ottobre?
Un legame strettissimo. Tutta l’impalcatura oligarchica scricchiola: la riforma del Senato, che non sarà più elettivo, nella misura in cui è abbinato alla nuova legge elettorale, si contrappone a questo tentativo di recupero del principio di rappresentanza e di sovranità. Per essere coerenti, gli anti-populisti dovrebbero eliminare le elezioni: se si considera qualunque alternativa alle politiche proposte come populista, tanto vale non chiamare più i cittadini a esprimersi. Perché le elezioni ti possono dare come risultato il fatto che il popolo sceglie l’alternativa.

Si è detto che con Virginia Raggi e Chiara Appendino il Movimento 5 Stelle ha presentato un volto più rassicurante, più istituzionale.
Ho seguito la campagna elettorale e ho avuto l’impressione che le due candidate siano arrivate molto preparate e con le idee chiare all’appuntamento con le urne. Aggiungo: non ne sono affatto sorpresa. Sono al Parlamento europeo da due anni e seguo attentamente quello che i miei colleghi del Movimento 5 stelle fanno a Bruxelles e Strasburgo: con loro lavoro in modo molto proficuo perché hanno competenza di altissimo livello su questioni specifiche e tecniche. Sono documentati, studiano, sono puntuali negli interventi. Dicono che sono antieuropei, ma non è vero: si battono per un’Europa diversa e questo per me vuol dire essere pro Europa.

Quali sono le sfide che ha davanti il Movimento ora?
Queste elezioni hanno dimostrato la prevalenza della sovranità popolare, ma non basta esprimerla nel momento del voto. Deve essere un processo continuo. Una volta insediati nei municipi, i nuovi sindaci 5 Stelle dovranno continuare ad appellarsi alla sovranità popolare, e avere un legame forte con i cittadini, con la società civile: i poteri forti non si faranno da parte.

Sia Virginia Raggi che Chiara Appendino dopo la vittoria hanno fatto discorsi molto inclusivi.
È un messaggio molto giusto. Non sarà semplice il loro lavoro. Virginia Raggi ha detto di voler mettere un punto e cambiare pagina, dopo gli scontri della campagna elettorale. Ma gli altri, i poteri forti, non credo lo faranno. Anche i cittadini dovranno essere molto vigili, continuando a sostenere il lavoro dei nuovi eletti.

Il Pd ha perso la connessione sentimentale con i ceti più popolari?
Non considero il Pd un partito di sinistra. Quello che i candidati e le candidate dei 5 Stelle dicono sulla povertà e le disuguaglianze sociali sono temi che un tempo erano della sinistra. Anche nella battaglia No Tav io credo che molte persone di sinistra si potrebbero riconoscere.

Commentatori e politici del Pd dicono che Renzi non avrebbe completato il processo di rottamazione e qui starebbero le ragioni della sconfitta.
Renzi rispecchia molto la tendenza oligarchica che c’è negli esecutivi di tutta Europa: è questo modo di governare che va rottamato.

Sui recenti sviluppi in Grecia

Strasburgo, 8 settembre 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione dell’incontro del Gruppo Parlamentare GUE/NGL nel corso della Sessione Plenaria di Strasburgo.

Relatori per il gruppo GUE-NGL: Dimitris Papadimoulis (Syriza, Grecia), Nikos Chountis (Unità Popolare, Grecia)

Su una cosa sono d’accordo con quanto emerso nel corso del dibattito: sarebbe un messaggio molto negativo per noi se le due sinistre greche rappresentate in questo gruppo venissero battute alle elezioni del 20 settembre. Detto questo, penso che il messaggio negativo non sia un “rischio” che stiamo correndo. Il messaggio è già stato dato, è il punto da cui partire, e su di esso dobbiamo meditare. Perché se da un lato il risultato elettorale di gennaio è stato una vittoria per l’intero Gue-Ngl, dall’altro l’accordo del 12 luglio, e il mancato seguito dato alla volontà popolare espressa una settimana prima nel referendum sul piano di austerità, costituiscono un sconfitta grave per tutti noi.

Questo cosa significa? Le battaglie si possono perdere, Pablo Iglesias ha ragione, ma bisogna riconoscerle sino in fondo se si vuol imparare da esse qualcosa di nuovo. La sconfitta subìta deve avere effetti su quello che pensiamo e che facciamo. Nella sostanza, sono due i piani che risentono di una così grave disfatta e che ci toccherà pensare più profondamente:

  • Governance dell’Eurozona.

È necessario esprimere con chiarezza il pensiero del nostro gruppo a riguardo. È già emerso che si tratta di una governance sostanzialmente illegittima – e non citerò quanto riportato dall’ex Ministro Varoufakis a proposito dell’ illegalità dell’Eurogruppo, che io condivido pienamente. In questo quadro diventa doveroso analizzare, tra di noi, il significato della proposta del governo Syriza di coinvolgere il Parlamento europeo nella gestione dei programmi di austerità. Si tratta di una richiesta più che legittima, ma non si può non tener conto che questo Parlamento verrebbe coinvolto in una governance europea che allo stato attuale delle cose ha ben pochi tratti democratici, e tende a svuotare i parlamenti e le elezioni nazionali.

  • Effetti sulla sinistra.

La sinistra deve diventare “governante”. Deve cioè imparare a “pensare il prima e il dopo”, i programmi e la loro effettiva realizzazione. Questo, a mio parere, non è avvenuto in Grecia. Le promesse elettorali non sono state mantenute, il referendum è stato indetto lo stesso giorno in cui ci si preparava all’accordo sul terzo memorandum che l’elettorato greco era chiamato a giudicare, e che a grande maggioranza ha respinto il 5 luglio.

Questo è un tema che merita una discussione approfondita, e anche qui mi rivolgo ai colleghi di Podemos. È vero quello che Iglesias ha detto nella nostra riunione: l’”esame permanente” delle sinistre che guidano questo o quel paese è pericoloso e può divenire sleale; ma un giudizio severo deve pur sempre essere possibile e lecito, su una sinistra che non è stata abbastanza governante, dunque in grado di collegare il prima e il dopo.