Lettera a Conte e Salvini sulla scorta revocata a Ingroia

Lettera al Consiglio dei ministri del Governo italiano e al ministro dell’Interno Matteo Salvini

Da due mesi Antonio Ingroia, il pm che avviò le indagini sulla trattativa Stato-mafia, è privo di scorta. La decisione è stata presa all’inizio di maggio, a pochi giorni di distanza dalla condanna in primo grado di boss di “Cosa nostra” come Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, del “mediatore” Marcello Dell’Utri e di uomini delle istituzioni come Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe de Donno.

Nella sua attività di magistrato, Antonio Ingroia ha subito numerose minacce e due tentativi di attentato, tanto da fargli attribuire una scorta di livello 4. La situazione di pericolo che vive, anche da avvocato, non è cambiata, perché la mafia non revoca le sue condanne a morte.

Tuttavia, dando mostra di riserbo e rispetto istituzionale, Ingroia non ha reso nota la decisione presa nei suoi confronti, limitandosi a inviare tre lettere alle istituzioni preposte: il 16 maggio all’allora ministro dell’Interno Marco Minniti e al capo della Polizia Franco Gabrielli; il 4 giugno al nuovo ministro dell’Interno Matteo Salvini; il 21 giugno di nuovo a Matteo Salvini e al sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia. Tutte rimaste senza risposta.

Sono stati i suoi colleghi e la vedova di Marco Biagi i primi a protestare pubblicamente contro un provvedimento immeritevole di un Paese che ben conosce le conseguenze cui può condurre l’isolamento di un servitore dello Stato.

Non vogliamo credere che dietro la decisione di revocare la scorta a Ingroia vi sia stata una rappresaglia nei confronti di un magistrato che ha dato fastidio, né vogliamo credere che dietro l’indifferenza del nuovo governo vi sia un’incapacità burocratica di distinguere tra privilegi da tagliare e protezioni che è inconcepibile non garantire.

La scorta è un’istituzione che protegge la vita di chi, a causa di una meritoria attività di denuncia e contrasto, è diventato nemico di oscuri poteri criminali. Toglierla – o minacciare di toglierla, come ha fatto il nuovo ministro dell’Interno con Roberto Saviano – è una scelta che mette a repentaglio non solo la persona minacciata, ma anche la credibilità dello Stato responsabile della revoca. Ricordiamo che già Giovanni Falcone ebbe a subire polemiche sulle scorte, e che Marco Biagi venne ucciso dopo un provvedimento della stessa natura.

Chiediamo che venga urgentemente revocata la decisione di privare Antonio Ingroia di un affidabile dispositivo di protezione e che sia al più presto tutelata l’incolumità di un uomo che per più di venticinque anni è stato un simbolo della lotta alla mafia.

 

Barbara Spinelli
Pietro Grasso
Salvatore Borsellino
Giancarlo Caselli
Marco Travaglio
Antonio Padellaro
Peter Gomez
Tomaso Montanari
Alessandra Ballerini
Beppe Giulietti
Ivano Marescotti
Moni Ovadia

 

 

Discorso di Palermo, 12 maggio 2014

Se mi sono candidata capolista nelle isole, e se sono qui con voi a Palermo proprio oggi, è per una ragione precisa. È perché Palermo in queste ultime settimane è di nuovo al centro di una vasta operazione politica, che tende ancora una volta a svilire l’enorme battaglia che qui viene condotta contro la mafia, e in particolare contro il processo Stato-mafia. Abbiamo alle nostre spalle più avvenimenti concomitanti (successivi alle minacce di morte pronunciate da Totò Riina contro Di Matteo).

Primo, la circolare del 5 marzo del Csm, che toglie le inchieste sulle trattative Stato-mafia e sul possibile coinvolgimento dei servizi militari nelle stragi del ’92-’93 ai pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. Si tratta, come ha detto Messineo, di una vera e propria «norma anti Di Matteo e anti Tartaglia».

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