Indagine Aquarius

Indagine Aquarius: l’ipotesi è omissione di un atto d’ufficio, di Valeria Pacelli e Antonio Massari, «Il Fatto Quotidiano», 7 gennaio 2019

 

Se rifiutare un porto sicuro è reato, il corso impartito dal governo gialloverde sulle politiche migratorie è destinato a cambiare, salvo che Matteo Salvini e il Viminale imbraccino la disobbedienza al codice penale. Se invece risulterà lecito, la loro scelta ne uscirà rafforzata. A stabilirlo sarà la procura di Roma che – proprio per il rifiuto di fornire un porto sicuro alla nave Aquarius, la nave dell’Ong “Sos Mediterranée” – indaga per il reato di omissione in atti di ufficio. Il fascicolo, curato dal pm Sergio Colaiocco, per il momento non conta alcun indagato.

Il caso risale a giugno scorso, quando la Aquarius vaga per nove giorni, con 629 migranti a bordo, tra i porti chiusi di Malta e Italia, riuscendo infine a sbarcare in Spagna. Gli investigatori adesso devono capire se le modalità con le quali è stata gestita questa vicenda costituiscano un reato. E, se così fosse, si stabilirebbe che la scelta operata dal governo è illegale. A chiedere di fare chiarezza – con un esposto presentato mesi fa – sono tra gli altri, l’ex parlamentare, ora leader di Possibile, Pippo Civati e l’europarlamentare Barbara Spinelli, con un pool di avvocati, tra i quali Alessandra Ballerini, legale della famiglia di Giulio Regeni.

Il caso Aquarius, rispetto alle altre vicende, rappresenta peraltro un’eccezione: fu la Guardia Costiera, infatti, a chiedere l’intervento dell’Ong. In sostanza, pur contattata e coordinata dai nostri marinai – che dipendono dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli – la Aquarius si vide prima concedere, e poi negare, la possibilità di sbarcare in Italia.

Tutto comincia quindi il 9 giugno scorso quando la Guardia Costiera recupera, dai mercantili Jolly Vanadio, Vos Thalassa ed Everest, i 405 naufraghi che i tre comandanti hanno salvato. Una volta recuperati a bordo delle proprie motovedette, la Guardia Costiera contatta la Aquarius per trasbordarli sull’imbarcazione della Ong. Le 405 persone trasbordate dalle motovedette della Guardia Costiera si aggiungono ad altri 224 naufraghi che l’Aquarius aveva già a bordo. E da quel momento inizia l’odissea di 629 persone in giro per il Mediterraneo.

In un primo momento – si legge nella denuncia – la Guardia Costiera, dopo essersi raccordata secondo le norme con il Viminale, indica alla Aquarius il porto sicuro di Messina. In poche ore però tutto cambia. Arriva il “no” della politica. E il governo in quel momento è in piena sintonia. In un comunicato congiunto, i ministri Danilo Toninelli e Matteo Salvini – dal quale dipende il dipartimento che fornisce il porto sicuro – puntano il dito contro Malta “che non può voltarsi dall’altra parte”.

Pur non accennando alla chiusura dei porti, da Facebook, il titolare del Viminale ribadisce: “Da oggi anche l’Italia comincia a dire no”. Alle 18.11 Salvini pubblica su twitter la sua foto a braccia incrociate con l’hastag #chiudiamoiporti. In realtà nessun provvedimento per la chiusura dei porti pare sia mai stato emanato.

I denuncianti adesso chiedono alla Procura di “accertare l’esistenza e la comunicazione di divieti ministeriali circa la possibilità di approdare in Italia ovvero di ‘chiusura dei porti’”.

Il fatto certo è che alla fine il porto sicuro è stato trovato in Spagna, mentre l’Italia decide di mettere a disposizione due navi, una della Marina e una delle capitanerie di porto, per assistere il viaggio dell’Aquarius fino a Valencia, dividendosi i migranti a bordo. E così l’odissea finisce solo il 17 giugno.

I denuncianti non puntano il dito solo contro i due ministri – Salvini e Toninelli – ma anche contro la Guardia costiera.

Nell’esposto si elencano le norme internazionali che sarebbero state violate nel momento in cui il porto di Messina non è stato più reso disponibile. A cominciare dall’articolo “98 della Convezione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982” e il conseguente “obbligo del comandante di una nave di assistere… e prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo”. Si fa anche riferimento alla presunta “violazione dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e l’articolo 4 del quarto protocollo della Convenzione europea dei diritti umani, dai quali discende il principio di non refoulement…” che “si traduce nell’obbligo di consentire un accesso e una protezione temporanei (…), nei confronti di chi chiede ospitalità per preservare la propria integrità fisica e la propria libertà”.

Nell’esposto si chiede alla Procura anche di acquisire gli atti dal Viminale e “accertare le comunicazioni intercorse tra ministero degli Interni e il ministero dei Trasporti e delle Mrcc in riferimento al divieto di sbarcare in Italia”, incluse le comunicazioni tra la centrale di soccorso della Guardia costiera italiana, Malta e la nave Aquarius.

© 2019 Il Fatto Quotidiano

Aquarius: l’accanimento continua

di martedì, novembre 20, 2018 0 , , , , Permalink

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 20 novembre 2018

Le deputate del Parlamento europeo Barbara Spinelli e Marie-Christine Vergiat, del gruppo GUE-NGL, hanno rilasciato la seguente dichiarazione:

Siamo venute a conoscenza con preoccupazione della richiesta delle autorità italiane di mettere l’Aquarius sotto sequestro. Motivo: sospetto di trattamento illegale di rifiuti pericolosi. Secondo gli inquirenti, i rifiuti pericolosi sono costituiti dai vestiti dei migranti, dagli avanzi di cibo e da rifiuti sanitari.

In un comunicato pubblicato il 20 novembre, Médecins Sans Frontières ha definito questa misura sproporzionata e infondata e ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso. L’Ong assicura che tutte le operazioni di gestione dei rifiuti della nave hanno sempre seguito procedure standard, mai contestate dalle autorità competenti.

Questo nuovo episodio si inscrive in una lunga saga giudiziaria. Accusata di non aver rispettato le procedure legali internazionali riguardanti il salvataggio in mare, l’Aquarius è stata privata della bandiera da parte di Gibilterra proprio nel momento in cui l’Italia le vietava di sbarcare nei propri porti.

A settembre è stato il Panama a ritirare a sua volta la bandiera, dietro pressioni italiane. Da allora la nave è bloccata nel porto di Marsiglia, malgrado la concessione di una bandiera liberiana, una bandiera tecnica che non le consente di riprendere il mare.

Dal 2015 MSF, durante le operazioni cui ha preso parte, ha soccorso e assistito più di 80.000 persone. Nel Mediterraneo, il 25 per cento delle operazioni di ricerca e salvataggio (SAR) è condotto dalle Ong, una percentuale pari ai salvataggi operati dall’Agenzia europea della Guardia costiera e di frontiera (Frontex)

Poiché la criminalizzazione del soccorso umanitario si sta intensificando in tutta Europa, molte di queste Ong non possono più prendere il mare e quelle che ancora operano nel Mediterraneo possono essere contate sulle dita di una mano.

Eppure la loro presenza è cruciale. Dall’inizio dell’anno, più di 2.000 persone sono già morte annegate. Mentre il numero di attraversamenti è diminuito drasticamente, il numero di morti è in costante aumento. A settembre, su 10 persone che hanno cercato di attraversare il mare, solo una è arrivata in Europa, 7 sono state restituite alla Libia con le conseguenze che conosciamo, e 2 sono morte.

Nel Mediterraneo c’è un solo crimine: lasciar morire e soffrire migliaia di persone.

 

Marie-Christine Vergiat, Barbara Spinelli (europarlamentari GUE/NGL)

Salvati e sommersi in Mediterraneo

Intervento (interrotto dalla presidenza) di Barbara Spinelli in apertura delle votazione nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo:

«Una mozione d’ordine su una questione di vita o di morte. Abbiamo avuto notizia che la nave militare USA Trenton ha salvato 41 persone da un naufragio presso la Libia, chiedendone il trasbordo su SeaWatch3, l’unica nave che fa salvataggi in Mediterraneo. Operazione impossibile perché SeaWatch3 deve poter sbarcare in un porto sicuro, ma il centro di coordinamento italiano, contattato tre volte da SeaWatch3 e Trenton, lo ha negato non avendo coordinato il salvataggio.

Chiaro che urgono redistribuzioni delle responsabilità in Europa (Malta inclusa). Ma sono questioni da risolvere a terra e non in mare dove invece prevale l’imperativo umanitario immediato.

Non denuncio ma chiedo a tutta l’Unione atti concreti, ORA. E per l’Aquarius, che si apra un porto in Sardegna, le condizioni di navigazione sono estreme».

 

Apprendiamo dall’IOM che la nave Trenton si trova di fronte al porto siciliano di Augusta con i 41 sopravvissuti a bordo, tra cui una donna incinta. Tutti hanno urgente bisogno di assistenza. Chiediamo che venga consentito immediatamente l’attracco della nave e che vengano chiarite le modalità del soccorso.

Il sonno della solidarietà genera mostri

di mercoledì, giugno 13, 2018 0 , , , , Permalink

Comunicato stampa

Strasburgo, 13 giugno 2018. Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata a “Emergenze umanitarie nel Mediterraneo e solidarietà all’interno dell’Unione europea, Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione”.

Presenti al dibattito:

  • Monika Panayotova – Vice Ministro incaricato della presidenza bulgara del Consiglio dell’UE nel 2018
  • Dimitris Avramopoulos – Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza

Di seguito l’intervento:

«Dal 2012 l’Italia è stata condannata tre volte dalla Corte di Strasburgo, per respingimenti collettivi attuati da governi pro-establishment. Ricordiamocelo, evocando l’iniqua chiusura dei suoi porti alla nave Aquarius.

In Italia si discute sulle colpe di Malta. È comprensibile, ma Malta non aderisce purtroppo alle riforme delle convenzioni SAR e Solas relative ai salvataggi in mare, e considera di non avere gli obblighi di firmatari come l’Italia. Ancora: Macron accusa Roma di cinismo, ma cinicamente chiude i confini con l’Italia.

Teniamo conto di queste cose, nel criticare il governo Conte. Soprattutto, teniamo conto della paralisi negoziale su Dublino IV: il sonno della solidarietà genera mostri quasi ovunque nell’Unione.

Per questo appoggio la proposta di Verhofstadt: un ricorso del Parlamento ai sensi dell’articolo 265, per inazione del Consiglio (failure to act). Per questo approvo il no del governo italiano alle ultime proposte della presidenza bulgara sulla riforma di Dublino».