Articolo sulla crisi italiana per «Il Fatto quotidiano»

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 4 febbraio 2021

Si dirà che alla fine Matteo Renzi ha ottenuto quello che voleva e cui aspirava da quasi un anno: il siluramento di Giuseppe Conte, uno dei Presidenti del Consiglio più popolari nell’Italia degli ultimi decenni. Troppo popolare per risultare gradito a poteri forti che Renzi vuol rappresentare e favorire. Mario Draghi era sin da principio l’uomo provvidenziale che Renzi proponeva o meglio adulava, nei giorni stessi in cui ha fatto finta di negoziare un rinnovato governo Conte con i partiti dell’ex maggioranza.

È per silurare tale negoziato che Renzi gonfiava sempre più le condizioni e gli attacchi, ben sapendo che non potevano essere digeriti tutti insieme da Pd, 5Stelle e LeU. Quel che praticamente chiedeva era la sconfessione di un governo e di un Presidente del Consiglio che avevano mostrato di combattere la pandemia con determinazione, ricoperto le proprie cariche con disciplina e serietà, ottenuto un cambio fondamentale nell’Ue (l’accettazione d’indebitarsi in comune, le somme del Recovery per l’Italia).

Era un vero piano distruttore quello che Renzi aveva in mente, una specie di golpe bianco attuato bendandosi occhi e orecchie. Prima chiedeva quattro ministeri invece di due e sindacava perfino sui dicasteri Pd e 5Stelle. Contemporaneamente snocciolava ossessivamente i punti del suo piano: approvazione del Mes e dell’Alta velocità, smantellamento del Reddito di cittadinanza, del cashback, delle riforme della giustizia, della campagna di vaccinazione. Poi s’infiammava sulla scuola, ignorando i rischi di contagio ormai riconosciuti e riducendo il delicato capitolo all’insulsa questione dei banchi a rotelle, secondo una sinistra fraseologia umoristica del tutto identica a quella sistematicamente adottata da Salvini e Meloni. Contestualmente, il piano renziano prevedeva lo spodestamento di personalità particolarmente esecrate, anche se avevano fatto bene o proprio perché avevano fatto bene: dal ministro Gualtieri al Commissario anti-Covid Domenico Arcuri – oltre ai presidenti di Inps e Anpal. I vizi e misfatti di cui veniva accusato Conte (giustizia e prescrizione, efficacia delle vaccinazioni e Arcuri, crisi sanitaria ed economia), davano vita a un tessuto di menzogne ben smascherato l’altroieri sul «Fatto» da Salvatore Cannavò.

Draghi avrà a che fare con un’immensa crisi economico-sanitaria ma anche con Renzi, quando costituirà una maggioranza e governerà. Si vedrà, allora, quale sia la sua perspicacia, quanto esteso il suo intuito. Se si renderà conto della pericolosità di un personaggio che ha regolarmente rotto i patti divenendo un liquidatore seriale di politici e alleanze da lui stesso propugnate (prima dell’alleanza 5 Stelle-Lega, poi di quella giallo-rosa). Se capirà che la crisi è stata freddamente scatenata per ottenere quello che in fin dei conti è un commissariamento dell’Italia, e se asseconderà la vulgata diramata dai giornalisti che più frequentano i notiziari Tv e i talk show: la presunta “morte” della politica e dei partiti bollati in blocco come populisti, la “salvezza” ultra-terrena che verrebbe da Draghi, il Recovery Plan riscritto da capo dopo che già era stato migliorato con il concorso di tutti, di Gualtieri, Speranza e Bonafede, e non solo di Renzi.

La politica fu considerata morta anche quando l’Italia venne una prima volta commissariata dopo la lettera della Bce del 5 agosto 2011, in cui si chiedeva “una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala” e una riforma radicale del “sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”.

La lettera era firmata dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi. Venne poi il disastro greco: un ulteriore e ancor più umiliante commissariamento imposto da Bce, Commissione europea e Fondo Monetario. Alcuni indizi lasciano supporre che l’irruzione del Covid-19 abbia mutato alcuni dogmi di Draghi, sul ruolo dello Stato nell’economia e le privatizzazioni che gli erano care nella lunga epoca neoliberista, ma la distinzione operata oggi fra “debito buono” e “cattivo” non mi sembra sufficiente.

È soprattutto urgente sapere se Draghi abbia veramente chiari i poteri di riferimento dell’ex sindaco di Firenze. Da questo punto di vista il viaggio di Renzi in Arabia Saudita, nel mezzo della crisi da lui attizzata, getta una luce sinistra sui probabili aspetti geopolitici del suo piano. Incensare il regime saudita e considerarlo un baluardo neorinascimentale contro il terrorismo internazionale è più di una cantonata: fa balenare il lecito sospetto che Renzi sia un lobbista al servizio di poteri non tanto italiani o europei quanto extra-europei. Corteggia le nuove alleanze tra potentati del Golfo e regime Netanyahu in bellicosa funzione anti-Teheran, proprio nel momento in cui Biden potrebbe, con gli europei, resuscitare gli accordi con l’Iran. La visita di Renzi non è solo scandalosa per gli emolumenti elargiti da Riyad a un senatore che rappresenta l’Italia. Getta ombre sui suoi legami politici e le sue fedeltà, nonché sui suoi seriali assassinii politici in patria.

L’Italia sarà meno pericolante il giorno in cui Renzi verrà davvero neutralizzato. Cosa che quasi sicuramente avverrebbe se andassimo a votare, anche se le preoccupazioni di Mattarella sui rischi sanitari ed economici di un voto a primavera sono più che comprensibili. In assenza di elezioni non c’è che da sperare nella perspicacia di Draghi, ma anche nella riluttanza di Pd e 5Stelle a fare promesse sconsiderate al nuovo alleato Berlusconi.

La falsa coscienza dell’Europarlamento

Lettera al direttore de «La Stampa», 23 agosto 2014

Caro direttore,

poco più di un mese e mezzo di lavori al Parlamento europeo sono un tempo breve, se si vogliono conoscere sino in fondo i meccanismi di funzionamento dell’Unione e soprattutto se si prova a immaginare quale possa essere la via per uscire – con una visione che sia operosa oltre che intellettualmente precisa – dallo stato di prostrazione, apatia, regressione nazionalista in cui versa il progetto di unificazione. Ma fin d’ora alcune cose importanti si possono dire.

Continua a leggere