Esclusione di Rom, Sinti e Caminanti dal ruolo di rappresentanti istituzionali nella creazione della Strategia Nazionale di Inclusione della città di Roma

Interrogazione con richiesta di risposta scritta
alla Commissione
Articolo 130 del regolamento
Barbara Spinelli (GUE/NGL)

Oggetto: Esclusione di Rom, Sinti e Caminanti dal ruolo di rappresentanti istituzionali nella creazione della Strategia Nazionale di Inclusione della città di Roma

La Comunicazione COM(2011) 173 della Commissione Europea sollecita gli Stati membri a elaborare strategie nazionali di inclusione dei Rom. Secondo tale Comunicazione gli Stati membri dovrebbero concepire, realizzare e monitorare le strategie nazionali di integrazione dei Rom in stretta cooperazione e basandosi su un dialogo ininterrotto con la società civile Rom e con le autorità regionali e locali;

Il Consiglio dei Ministri Italiano ha emanato il 28 febbraio 2012 la Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti e prevede la nascita di tavoli di inclusione ove la società civile Rom è chiamata a decidere, in concerto con le prefetture e le amministrazioni, le politiche su casa, lavoro, scuola, sanità e uso del denaro pubblico stanziato dall’Unione Europea sulla base della Comunicazione della Commissione Europea.

Ciò nonostante, rapporti di fonti giornalistiche e attivisti rilevano che tali tavoli non sono stati attuati dalla città di Roma escludendo dunque Rom, Sinti e Caminanti dal ruolo di rappresentanti istituzionali previsto dalla Comunicazione della Commissione e dalla Strategia.

La Commissione è al corrente di questa situazione e ne terrà conto durante le sue prossime valutazioni dei piani di integrazione nazionali?

Fonte: http://www.agenziaradicale.com/index.php/diritti-e-liberta/4370-campi-nomadi-a-roma-la-montagna-ha-partorito-un-topolino

103 firme per un fondo di sostegno agli accademici licenziati in Turchia

Dear HR/VP Federica Mogherini,

Dear Commissioner Tibor Navracsics,

Please find enclosed a letter regarding a recent new purge in Turkey of 4464 public workers, that involved 330 academics and scholars who have been expelled from their positions.

On June 8th, 2016, You presented a new ‘Strategy for international cultural relations‘, which aims to encourage cultural cooperation between the EU and its partner countries and promote a global order based on peace, the rule of law, freedom of expression, mutual understanding and respect for fundamental values.

In the press release, You affirmed that cultural exchange and cultural institutions will be called upon to play a crucial role in strengthening international partnerships.

Considering the grave situation in Turkey, as described also by President Jean-Claude Juncker during the last sitting of the European Parliament, held on the 1st of March, we propose in our letter, co-signed by 102 academics and Members of the European Parliament, the creation of an EU fund having the aim of supporting the Turkish academics and scholars in need.

This fund could be based in Brussels and created in accordance with the framework of EU strategy on the central role of culture in foreign policy. Such a fund would prioritize the protection of Turkish intellectual and cultural life, with a particular focus on freedom of expression and information and the right to have rights.

Thank you very much,

barbara spinelli

Un’Unione al riparo del suffragio universale?

Strasburgo, 14 febbraio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda:

Discussione congiunta – Il futuro dell’UE

  • Relazione sulla possibile evoluzione e l’adeguamento dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea (Relatore Guy Verhofstadt – ALDE)
  • Relazione sul miglioramento del funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona (Relatori Mercedes Bresso – S&D, Elmar Brok – PPE)
  • Relazione sulla capacità di bilancio della zona euro (Relatori Reimer Böge – PPE, Pervenche Berès – S&D)

Presenti al dibattito:

Frans Timmermans – Vicepresidente della Commissione e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL delle Relazioni Verhofstadt e Bresso-Brok.

Se avete letto i due rapporti Verhofstadt e Bresso-Brok, vedrete che mancano le chiavi per risolvere la crisi europea. Non c’è nemmeno il tentativo di capirla, dato che nessuno dei sostanziali errori compiuti è riconosciuto come tale. La soluzione è meramente tecnico-istituzionale, perché le crisi  sono viste come eventi esterni o alieni, non come fallimenti dell’Unione e delle sue politiche: parlo delle politiche migratorie sempre più fondate su refoulement, del devastante dibattito sul Grexit, del Brexit che è figlio del Grexit. Parlo del disastro sociale che spinge tanti cittadini a disperare dell’Unione: il rapporto Bresso-Brok si limita a promuovere “l’idea” – giusto l’idea – di un salario minimo, quando oggi urge un reddito di cittadinanza. Il rapporto Verhofstadt tace sulla questione sociale.

I relatori assicurano di ispirarsi ai padri fondatori. Non credo l’abbiano fatto, perché i fondatori non avevano in mente una determinata linea politica. Contestavano la sovranità assoluta degli Stati per metter fine alle guerre e alla povertà che aveva distrutto l’Europa negli anni Trenta. Avevano in mente una Costituzione che permettesse l’alternarsi di scelte politiche diverse, senza pronunciarsi su di esse. I due rapporti propongono tecniche istituzionali più efficienti e rapide per perpetuare le stesse politiche che ci hanno portato alla crisi. Il destino del Fiscal Compact è esemplare: una politica rovinosa, che divide l’Europa ed estrania milioni di cittadini, viene iscritta nel marmo dei Trattati, messa al riparo dal suffragio universale, confermando spettacolarmente che l’Unione è un mercato al servizio dei più forti, non ha nulla di federale, ed è profondamente ideologica, dunque indifferente al principio di realtà.

L’Europa dia protezione al whistleblower Edward Snowden

di sabato, febbraio 4, 2017 0 , Permalink

Bruxelles, 4 febbraio 2017

Barbara Spinelli (GUE/NGL) e i deputati del Parlamento europeo Claude Moraes (S&D, Presidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni), Jan Philipp Albrecht (Verdi/ALE), Ana Gomes (S&D), hanno presentato un’interrogazione scritta prioritaria al Consiglio dell’Unione europea perché accolga urgentemente la richiesta di offrire protezione a Edward Snowden, come già domandato dal Parlamento europeo nelle raccomandazioni contenute in una risoluzione del 29 ottobre 2015.

Interrogazione con richiesta di risposta scritta (prioritaria) al Presidente del Consiglio

Regola 130 del Codice di procedura

Jan Philipp Albrecht (Verdi/ALE), Ana Gomes (S&D), Claude Moraes (S&D), Barbara Spinelli (GUE/NGL)

Oggetto: Risposta alla risoluzione del Parlamento che chiede la protezione di Snowden

Il 24 gennaio 2017, Mike Pompeo, candidato di Donald Trump a direttore della CIA, ha prestato giuramento davanti al Senato degli Stati Uniti. Lo scorso febbraio, l’ex deputato aveva chiesto la pena di morte per «il traditore Edward Snowden». Nel 2013 Donald Trump aveva espresso osservazioni analoghe, riferendosi a Snowden come a una «terribile minaccia» e a un «terribile traditore», ricordando che, in passato, i Paesi avrebbero giustiziato chi fosse stato considerato un traditore.  La risoluzione del Parlamento europeo del 29 ottobre 2015 sul seguito da dare alla risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2014 sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell’UE invitava gli Stati membri a «ritirare ogni imputazione penale nei confronti di Edward Snowden, a offrirgli protezione e, di conseguenza, a evitare la sua estradizione o consegna da parte di terzi, riconoscendo il suo statuto di whistleblower e di difensore internazionale dei diritti umani». Le attività di Edward Snowden hanno considerevolmente aiutato i cittadini statunitensi ed europei ad avere finalmente accesso a quell’informazione trasparente che è un elemento centrale della democrazia.  Data la gravità delle affermazioni statunitensi e il deterioramento del clima politico che circonda il caso Snowden, quali iniziative intende prendere il Consiglio dei Ministri al fine di sollecitare gli Stati membri a rispondere alle raccomandazioni contenute nella risoluzione del Parlamento?

Versione inglese

Si veda anche:

Is Edward Snowden set to be given asylum by Europe? MEPs push EU to take in whistleblower, Nick Gutteridge, Express.co.uk

Due rapporti senza rapporto con la realtà europea

Bruxelles, 1 febbraio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL.

Punto in Agenda:

  • Package on the future of the EU (Brok/Bresso, Verhofstadt and Böge/Berès reports)

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatrice ombra, per il Gruppo GUE/NGL, delle Relazioni “sul miglioramento del funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona” (Relatori Mercedes Bresso, S&D, e Elmar Brok, PPE), e “sulle evoluzioni e gli adeguamenti possibili dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea” (Relatore Guy Verhofstadt, ALDE), che saranno discusse e votate nel corso della Sessione Plenaria di febbraio (Strasburgo, 13-16 febbraio 2017).

Oggi discuteremo di quello che viene ormai comunemente soprannominato “Pacchetto sul futuro dell’Unione”. Si tratta di una triade di Relazioni – Relazione Bresso-Brok, Relazione Verhofstadt, Relazione Böge-Berès sulle capacità di bilancio della zona euro – tramite la quale il Parlamento è chiamato a esprimere la propria visione dell’Unione futura, e la propria risposta al Brexit. Mi concentrerò sulle prime due, come shadow in Commissione Affari Costituzionali.

Fin da subito è stato chiaro che i due rapporti erano stati pensati come frutto della grande coalizione tra le forze maggioritarie del Parlamento: la coalizione che oggi Gianni Pittella ritiene defunta. Due testi compatti e inscindibili in cui la relazione Bresso-Brok vorrebbe rappresentare la risposta, a Trattati costanti, alle crisi dell’Unione, introducendo però, allo stesso tempo, le proposte di modifica dei Trattati che troveranno attuazione nella Relazione Verhofstadt. Il nesso inscindibile è stato anche di carattere procedurale. Il Rapporto Verhofstadt doveva partire non appena il suo predecessore avesse trovato una forma più o meno definitiva.

Anticipo fin da subito il mio giudizio finale sulle relazioni. Come shadow ho dato indicazione di votare contro entrambi i testi in Commissione AFCO e tale sarà la posizione che suggerirò per la plenaria. Questo per due ordini di motivazioni: una di carattere procedurale, l’altra sostanziale.

Quanto alla procedura: sin dal principio i testi sono stati presentati come blindati, impenetrabili. La discussione tra relatori ombra è stata evitata, e il Brexit ha acutizzato la “fretta politica” di adottare i testi prima dell’attivazione dell’articolo 50 da parte del Governo britannico. Giusto per darvi un’idea: la relazione Bresso-Brok è stata presentata in Commissione AFCO il 14 gennaio 2016, ma distribuita solo la sera precedente ai relatori ombra. La scadenza per emendamenti è stata fissata al mese seguente senza alcuno scambio intermedio. Vi è stata un’unica riunione con i relatori ombra il 7 novembre che è stata interrotta in modo burrascoso, con la scusa che mancava l’accordo sulla procedura da seguire. È stato quindi chiesto ai relatori ombra di fornire input scritti sui compromessi, ma soltanto su quelli in cui fosse stato integrato almeno un proprio emendamento. Ancora più incredibile il rapporto Verhofstadt. Prima discussione in AFCO il 12 luglio. Unica riunione con gli shadow a metà novembre, a giochi fatti. Il relatore ombra veniva tramutato in osservatore esterno, e impotente.

2) Veniamo ora alla sostanza dei testi, che affronterò insieme visto che formano un unico pacchetto. Entrambi partono dal presupposto che l’Unione sia attraversata da crisi multiple. Diagnosi ovvia, di per sé. Sono le radici della crisi che vengono obnubilate, producendo un’analisi che ritengo profondamente fuorviante. Si tratta in tutti i casi, a parere dei relatori, di crisi esterne – rifugiati, terrorismo, economia, euroscetticismo – che non solo avrebbero colpito l’Unione come una calamità imprevista ma che sarebbero tutte dovute a difetti istituzionali dell’Unione (lentezza del decision making, sovranazionalità insufficiente) e mai originate da scelte politiche sbagliate dell’Unione. Per forza di cose la soluzione rispecchia i vizi di tale analisi: non è la natura stessa delle politiche a dover essere rimessa in questione, ma la modalità con cui sino a ora sono state applicate. Non è la policy a dover essere ripensata e riscritta, cioè le scelte programmatiche, ma la politics, cioè la gestione tecnica del potere (il rapporto di forza tra Stati, e tra Stati e organi comunitari). La politics (le “regole”, per usare il linguaggio di Draghi) deve servire a perpetuare scelte indiscusse (Fiscal compact, moneta, migrazione), o che sono da promuovere alla luce dell’elezione di Donald Trump (difesa). Di qui l’appello dei Rapporteurs a una governance che sia snellita, velocizzata, di fatto accentrata, e che addirittura costituzionalizzi tali scelte, inserendole nei Trattati. In parte è l’istituzionalizzazione dello status quo, in parte è la proposta di una politica più assertiva – in politica estera e di difesa, nei rapporti con la Nato – che non sia intralciata in Parlamento da pareri discordanti. Questo dovrebbe avvenire attraverso l’aumento delle decisioni prese a maggioranza qualificata invece che all’unanimità; la creazione di un Consiglio degli Stati che inglobi i Consigli specializzati; la trasformazione della Commissione Europa in vero governo dell’Unione; la creazione di un ministro comune delle Finanze e degli Esteri; la fusione del Presidente dell’Eurogruppo con il Commissario economico; la riduzione drastica delle “eccezioni alle regole UE”.

Nonostante i relatori abbiano, a più riprese, insistito sulla natura prettamente istituzionale dei testi presentati, le proposte di riforma della governance contengono chiare linee politiche, riproponendo e consolidando le medesime misure che hanno condotto al marasma dell’Unione: crisi economica e sociale; violazione dei principi di solidarietà tra Stati membri; volontà di impotenza davanti all’afflusso dei rifugiati e crescente esternalizzazione delle politiche d’asilo; disprezzo sistematico dei principi di diritto internazionale, frantumazione dello spazio Schengen, da restaurare solo a condizione che l’esternalizzazione funzioni alla perfezione. Tutto ciò senza la sia pur minima ombra di rimessa in questione di se stessa, da parte dell’Unione, e di analisi dell’inadeguatezza delle politiche proposte.

Così nella sfera economica, attraverso la “costituzionalizzazione” delle misure di austerità; così nella gestione della questione migratoria, incentrata sulla deliberata violazione del principio di non refoulement; così nella politica estera e di difesa, attraverso la creazione di una difesa comune fondata su un riarmo stile guerra fredda (alle frontiere orientali) e volta a cristallizzare le fallimentari politiche di regime change perpetrate a partire dagli anni ‘90.

Spicca l’assenza di una qualunque credibile alternativa per affrontare la crisi sociale e la crescente sfiducia dei cittadini verso l’attuale progetto europeo. Sfiducia chiamata sbrigativamente populista o nazionalista. I diritti sociali sono sì menzionati nella Relazione Bresso-Brok, ma sempre come elementi funzionali alla competitività del mercato interno e dell’Unione economica e monetaria. La relazione Verhofstadt è assolutamente silente sulla questione sociale. Un breve capitolo è dedicato ai diritti umani, sotto forma di precetti generici e sconnessi da analisi profonde della materia. Una sorta di omaggio che il vizio rende alla virtù: una strategia che chiamerei di volontaria negazione della realtà.

Purtroppo le nuove regole di procedura (frutto anch’esse della grande coalizione) rendono più difficile proporre emendamenti in plenaria. Sarà mia cura proporre vari emendamenti, la cui presentazione sarà tuttavia legata all’appoggio di altri gruppi politici, visto che abbiamo ora bisogno di ben 76 firme per ogni emendamento. In effetti, abbiamo a che fare con un’ampia maggioranza favorevole a entrambe le relazioni, che comprende il PPE, S&D, ALDE e anche i Verdi.

Per questo motivo, la mia intenzione sarebbe quella di concentrarmi su emendamenti nuovi che possano introdurre elementi migliorativi e attualmente assenti dalle Relazioni, piuttosto che cercare di modificare paragrafi già esistenti – tenendo ferma comunque la mia generale contrarietà ai testi e a singoli paragrafi.

I temi su cui focalizzerò gli emendamenti saranno perciò: la centralità della politica sociale, compresa la piena applicazione della Carta Sociale Europea, e la necessità di un’inversione di rotta delle politiche economiche con abbandono totale dell’austerità a fronte di un rilancio di consistenti piani di investimenti (New Deal); la possibilità legale di un’uscita ordinata dall’Euro senza che ciò implichi l’uscita dall’Unione; l’urgenza della questione ambientale con un richiamo al “diritto della natura” presente in alcune costituzioni latino-americane; una politica migratoria fondata sul diritto e non sull’esternalizzazione e sulla violazione della Convenzione di Ginevra; una politica estera e di sicurezza fondata sulla promozione della pace, il disarmo e la centralità dei diritti.

Quel che mi auguro, è di riuscire a costruire più ampie maggioranze in seno al Parlamento, su questi temi fondamentali. Sarà difficile, ma vale la pena provare cose difficili.

Interrogazione scritta sui pericoli dell’accordo UE-Libia

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 3 febbraio 2017

Barbara Spinelli ha redatto un’interrogazione scritta all’Alto rappresentante e vicepresidente della Commissione Federica Mogherini per chiedere conto dei piani della Commissione sulla cooperaziono con la Libia in materia di migrazione. Il testo dell’interrogazione – diffuso nel Parlamento europeo lo scorso 27 gennaio, alla luce del rapporto della Missione di supporto dell’ONU in Libia (UNSMIL) e dell’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani (OHCHR) – è stato co-firmato ad oggi da quarantuno eurodeputati di vari gruppi politici (PPE, ALDE, Verdi, S&D, EFDD, GUE/NGL) e verrà depositato a breve presso lo stesso Parlamento.

Secondo un rapporto dell’UNSMIL e dell’OHCHR del 13 dicembre 2016, il crollo del sistema giudiziario in Libia ha portato a uno stato di impunità in cui gruppi armati, bande criminali, trafficanti e persino pubblici ufficiali controllano nel modo più illegale il flusso di migranti e richiedenti asilo nel Paese. I migranti sono trattenuti arbitrariamente in centri di detenzione gestiti per lo più dal Dipartimento per la lotta alle Migrazioni Illegali (DCIM), sottoposti a tortura e altri maltrattamenti da parte delle guardie. Le condizioni di detenzione sono degradanti e inumane: i migranti sono sottoposti a detenzione illegale, tortura, uccisione, sfruttamento sessuale e altre violazioni dei diritti umani. L’UNSMIL ha raccolto informazioni attendibili secondo cui membri delle istituzioni statali e funzionari locali hanno preso parte al processo di tratta, allo sfruttamento e alle violenze perpetrate ai danni dei rifugiati.
Alla luce di quanto esposto, in base a quali criteri la Commissione intende cooperare con la Libia, sapendo che secondo le Nazioni Unite non è un Paese sicuro?
L’esternalizzazione delle operazioni di ricerca e soccorso in mare può equivalere a un refoulement de facto?
Qual è la base sostenibile per considerare opportuna la conclusione di un accordo con questo Paese terzo, che non ha ancora una struttura statale stabile e non ha nemmeno firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati?

Qui il testo dell’interrogazione. A causa di problemi con il servizio di registrazione elettronica delle firme, i seguenti eurodeputati che avevano co-firmato l’interrogazione non sono stati registrati: Soraya Post (S&D), Ana Gomes (S&D),Norica Nicolai (ALDE), Rina Ronja Kari (GUE/NGL), Philippe Lamberts (Verdi/ALE), Pascal Durand (Verdi/ALE).

Il Consiglio d’Europa richiama l’Italia sulla protezione di vittime di tratta e minori non accompagnati

Il Consiglio d’Europa richiama l’Italia sulla protezione di vittime di tratta e minori non accompagnati. Barbara Spinelli: «Un successo nato dalla collaborazione tra società civile e istituzioni europee»

Bruxelles, 30 gennaio 2017

Barbara Spinelli si congratula per il rapporto pubblicato in data odierna dal Gruppo di esperti sulla lotta contro la tratta degli esseri umani del Consiglio d’Europa (GRETA) che denuncia le gravi carenze registrate in Italia riguardo la protezione delle vittime di tratta e dei minori non accompagnati.

«Accolgo positivamente – ha dichiarato l’eurodeputata del gruppo GUE/NGL – il rapporto del gruppo di esperti anti-tratta incaricato dal Consiglio d’Europa di monitorare l’attuazione della Convenzione sulla lotta contro la tratta degli esseri umani nel nostro Paese. Benché l’Italia abbia ratificato la Convenzione, permangono gravi lacune e violazioni verificate dal GRETA durante una visita effettuata a settembre dello scorso anno negli hotspot e nei centri di accoglienza.

Il procedimento d’urgenza avviato nel 2016 sull’Italia ha messo in luce preoccupanti falle nell’accoglienza, nella detenzione e nel rimpatrio delle vittime di tratta e una grave situazione di incuria nei riguardi dei minori non accompagnati. Oltre che alle denunce delle ong che con competenza e determinazione si occupano di vittime di tratta e minori non accompagnati, la visita ha fatto seguito a una mia lettera inviata a Frontex, al Ministero dell’Interno italiano e per conoscenza all’Ombudsman il 14 ottobre 2015, e a un’interrogazione scritta alla Commissione europea del 10 novembre 2015, in cui criticavo il rimpatrio forzato di venti donne nigeriane dal CIE romano di Ponte Galeria, e a un’interrogazione scritta alla Commissione europea del 13 maggio 2015 in cui denunciavo l’uso del manganello elettrico nel CPA di Pozzallo per il rilascio forzato delle impronte, anche di minori.

Entrambe le denunce sono state possibili grazie a una stretta collaborazione con attivisti e associazioni della società civile, tra cui BeFree, Terre des Hommes, Campagna Lasciatecientrare e Clinica legale dell’Università Roma3.

Unendomi alla richiesta del Consiglio d’Europa affinché il governo italiano metta al più presto in atto le misure necessarie per proteggere adeguatamente i migranti e i rifugiati in balia dei trafficanti di esseri umani e agisca con determinazione per combattere il fenomeno della tratta in Italia, auspico che la collaborazione tra rappresentanti della società civile e istituzioni – che ha prodotto questo importante risultato – venga sostenuta e incoraggiata nelle democrazie dell’Unione come un elemento chiave per la tutela dei diritti, anziché subire crescenti e preoccupanti limitazioni.

Verità e giustizia per Giulio Regeni

di mercoledì, gennaio 25, 2017 0 , Permalink

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli e cinque eurodeputati italiani chiedono verità e giustizia per Giulio Regeni

Bruxelles, 25 gennaio 2017

Nell’anniversario dell’omicidio di Giulio Regeni, Barbara Spinelli e cinque eurodeputati italiani hanno inviato un messaggio alla famiglia, ad Amnesty International Italia, al ministro dell’Interno Marco Minniti e al ministro degli Affari esteri Angelino Alfano per esprimere, ancora una volta, la più profonda vicinanza e solidarietà, e avanzare la ferma richiesta di verità e giustizia sul sequestro, la tortura e l’assassinio di Giulio.

Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giulio Regeni al Cairo, desideriamo esprimere la nostra vicinanza alla famiglia di Giulio e ai molti attivisti che si stanno mobilitando per chiedere ancora una volta, con forza, la verità sulla sua morte.

Sosteniamo la necessità che si continui a ricercare la verità, per quanto scomoda possa essere: quella che ci dica chi ha ordinato, chi ha eseguito, chi ha coperto e chi ha finora reso impunite la tortura e l’uccisione di Giulio.

Ricordiamo all’Unione europea e ai suoi Stati membri che non è possibile, date le condizioni attuali dei diritti umani all’interno del Paese, normalizzare completamente i rapporti con l’Egitto. Ci troviamo infatti di fronte al rischio che, dopo mesi di depistaggi e insabbiamenti, ci si possa accontentare di una verità di comodo che chiuda la vicenda al solo fine di favorire il ripristino di normali relazioni tra Italia ed Egitto. Una verità di comodo di cui accontentarsi per stanchezza o per la constatazione che è impossibile ottenere di più. Questo non deve accadere.

Barbara Spinelli, Membro del Parlamento europeo (gruppo GUE/NGL)
Sergio Cofferati, Membro del Parlamento europeo (gruppo S&D)
Eleonora Forenza, Membro del Parlamento europeo (gruppo GUE/NGL)
Curzio Maltese, Membro del Parlamento europeo (gruppo GUE/NGL)
Pier Antonio Panzeri, Membro del Parlamento europeo (gruppo S&D)
Elly Schlein, Membro del Parlamento europeo (gruppo S&D)

 

Profughi. Lettera aperta al commissario Ue Avramopoulos

L’Agenzia Habeshia per la cooperazione allo sviluppo scrive una lettera aperta – cofirmata da Barbara Spinelli e da altri europarlamentari – al Commissario europeo alla migrazione, denunciando una politica di chiusura e respingimento. Qui il testo in inglese.

Gentile commissario,

le scriviamo a nome dell’Agenzia Habeshia che, come forse saprà, si occupa della tragedia dei profughi e dei migranti e che, dunque, vorrebbe vedere in lei un alleato nel difficile cammino teso a dare libertà, dignità e sicurezza ai milioni di persone costrette ad abbandonare la propria terra.

Partiamo da una delle ultime, drammatiche richieste di aiuto. Certamente conoscerà il rapporto dell’Onu che appena poche settimane fa ha denunciato che oltre 400 mila bambini sono vittime della carestia, in Nigeria, a causa della situazione provocata dai miliziani fondamentalisti di Boko Haram. Anzi, secondo l’Unicef, 75 mila rischiano di morire di fame nei prossimi mesi, al ritmo di 200 al giorno. Senza contare le uccisioni, i rapimenti, i saccheggi che investono interi villaggi, gli attentati, le stragi e tutto il nord del paese precipitato da anni sotto il controllo diretto dei fondamentalisti fedeli all’Isis. E allora qualcosa non torna se ripensiamo alle sue dichiarazioni, diffuse da tutti i media europei, secondo cui non occorre cambiare i criteri delle nazionalità dei rifugiati da accogliere e “ricollocare” in qualcuno degli Stati dell’Unione.

“Se confrontiamo Italia e Grecia, vediamo che fino all’80 per cento dei migranti che attraversano l’Egeo sono profughi, mentre la maggioranza di quelli che arrivano in Italia dal Mediterraneo centrale, anche in questo caso l’80 per cento, sono irregolari. Non intendiamo cambiare i criteri…”: questa è la dichiarazione che le ha attribuito la stampa, in risposta a chi le chiedeva se non pensasse a qualche modifica per le nazionalità da ridistribuire, visto che in Italia non ci sono “abbastanza siriani ed eritrei”. Ecco, già questa idea delle nazionalità come “requisito a priori” sembra a dir poco assurda. Se non altro perché – lei lo sa bene – secondo il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra, le richieste di asilo vanno esaminate caso per caso, ascoltando le storie individuali di ciascuno e non, invece, espletate in base a criteri di “appartenenza nazionale” come purtroppo si sta ormai facendo, tanto da accogliere solo coloro che fuggono dalla Siria sconvolta dalla guerra o dall’Eritrea schiavizzata dalla dittatura di un regime autoritario.

Se proprio vuole, tuttavia, parliamo pure di nazioni e paesi. Abbiamo detto della Nigeria, dove per migliaia di persone l’alternativa è morire sotto i colpi di Boko Haram o di fame. Andiamo oltre: ad esempio, prendiamo il Sud Sudan. Anche in questo caso, lei è troppo ben informato, per il ruolo che riveste, per non sapere che la guerra civile che sta devastando il paese da tre anni, tanto da provocare almeno 10 mila morti e 3 milioni di profughi, rischia di trasformarsi in un vero e proprio genocidio, con le fazioni in lotta pronte ad ammazzare e a fare strage in base all’etnia, seguendo la logica perversa della pulizia etnica. Lo denuncia un rapporto dell’Onu pubblicato all’inizio di dicembre, in aggiunta all’ormai “abituale” corollario di uccisioni, rapimenti, villaggi saccheggiati e incendiati, incursioni persino all’interno dei campi profughi posti sotto le insegne dell’Unhcr. Per non dire della “carestia provocata”: già, a parte i cambiamenti climatici e la siccità, da almeno due anni non si fanno più le semine a causa della guerra e, dunque, non ci sono raccolti per soddisfare almeno in parte i bisogni alimentari della popolazione.

Allora, che dire? Chi fugge da questo inferno non deve essere accolto in Europa come rifugiato?

Ma l’elenco di situazioni come questa è lunghissimo. La Somalia implosa e in preda alla guerra civile, con i miliziani di Al Shabaab, affiliata ad Al Qaeda, che mettono a segno una media di oltre 900 attentati l’anno, con centinaia, migliaia di morti e, anche qui, una siccità e una carestia che investono milioni di uomini e donne. Il Mali dove, contrariamente a quanto si continua a dire in Europa, la guerra esplosa con la rivolta del 2012 nelle regioni del nord, il cosiddetto Azawad, non è mai finita, come dimostra la lunga, quotidiana catena di attacchi, attentati, agguati, uccisioni. Il calvario del Darfur, la martoriata regione del Sudan che non conosce pace da anni e che alimenta, appunto, un flusso costante di profughi che vedono nella fuga l’unica via di salvezza dalle violenze di ogni genere perpetrate dalla polizia del regime di Al Bashir, i famosi “diavoli a cavallo”. Lo Yemen, travolto dalla guerra tra sciiti e sunniti: anche qui migliaia di morti e milioni di profughi o sfollati, disperati scacciati dalle loro case e dalle loro città anche dalle bombe e dalle armi che l’Europa (e l’Italia in particolare) vende, insieme agli Stati Uniti, ad una delle fazioni in lotta. O, ancora, il Gambia, soggiogato per anni da una dittatura feroce, che speriamo sia stata davvero scacciata dalle elezioni di qualche giorno fa. O la Repubblica Centrafricana. O lo stesso Niger, scelto dall’Europa per farne un grande “hub” di smistamento per i profughi ma che sembra tutt’altro che sicuro, in seguito alla crescente escalation di attacchi terroristici da parte di Boko Haram dalla Nigeria e di jihadisti di Aqim e dell’Isis dal Mali, tanto che nel giugno scorso il coordinatore delle Nazioni Unite, Fode Ndiaye, si è appellato alla comunità internazionale parlando senza mezzi termini di “crisi umanitaria”…

Si potrebbe continuare – lei lo sa – per chissà quanto ancora. Con l’Afghanistan, ad esempio, dove l’Unione Europea vuole “rimpatriare” 80 mila profughi, come se il paese fosse diventato all’improvviso “pacifico e sicuro”. Purtroppo i media parlano poco di queste tragedie e l’opinione pubblica ne sa poco. Ma che si tratti, appunto, di tragedie lo denunciano i profughi che continuano a bussare alle porte dell’Europa, in fuga dalla Nigeria, dal Sud Sudan, dal Sudan, dalla Somalia, dal Gambia e così via: basta scorrere l’elenco delle nazionalità dei tanti giovani sbarcati in Italia. Però, stando alle sue dichiarazioni, a quanto pare queste situazioni non sarebbero “sufficienti” ad aprire le porte della solidarietà in Europa. Non bastano a garantire – come pure prevede il diritto internazionale – aiuto e accoglienza.

Perché questa scelta? Habeshia non riesce a spiegarselo. A meno che il motivo non sia che questi Stati da cui si è costretti a fuggire sono in buona parte proprio gli stessi con cui l’Unione Europea ha stretto tutta una serie di trattati per fermare i profughi prima ancora che arrivino alle sponde del Mediterraneo. Ci riferiamo ai Processi di Rabat e Khartoum, agli accordi firmati a Malta nel novembre 2015, al patto con la Turchia da lei esaltato e che, in effetti, funziona benissimo come “barriera” posta al di là dell’Egeo: peccato che funzioni sulla pelle dei profughi. Già, perché accordi e patti di questo genere servono all’Europa per esternalizzare le sue frontiere addirittura al di là del Sahara o comunque lontano dalla sponda meridionale del Mediterraneo, delegando ad altri il lavoro sporco di sorvegliarle, queste frontiere, e renderle invalicabili. E le sue dichiarazioni, ora, rischiano di dare voce ulteriore a chi vuole alzare ancora di più le barriere dell’egoismo e dell’indifferenza e si appella da sempre a una politica di chiusura e respingimento.

Noi speriamo davvero, come Habeshia, di essere smentiti. Ma – a meno di smentite, appunto – proprio questo emerge dalle sue parole riferite dai media. Parole che sembrano dimenticare che lasci la casa solo quando la casa non ti lascia più stare [1]

Cordiali saluti,

Don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia
Emilio Drudi, portavoce dell’Agenzia
Barbara Spinelli, Gruppo GUE/NGL
Patrick Le Hyaric , Gruppo GUE/NGL
Ana Maria Gomes, Gruppo S&D
Dimitrios Papadimoulis, Gruppo GUE/NGL
Josu Juaristi Abaunz, Gruppo GUE/NGL
Marie-Christine Vergiat, Gruppo GUE/NGL
Rina Rojna Kari, Gruppo GUE/NGL

[1] Giuseppe Cederna, Home. I versi successivi dicono: Nessuno lascia la casa a meno che la casa non ti cacci fuoco sotto i piedi, sangue caldo in pancia, qualcosa che non avresti mai pensato di fare, finché la falce non ti ha segnato il collo di minacce…

Do increased deportations mean more orderly migration?

di mercoledì, dicembre 7, 2016 0 , , Permalink

Bruxelles, 6 dicembre  2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Conferenza “Do increased deportations mean more orderly migration?” organizzata da The Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM) e dall’eurodeputata Birgit Sippel (S&D).

First, I would like to thank Birgit Sippel and PICUM for organizing this important conference.

To the question you ask – “Do increased deportations mean more orderly migration?” – my answer is clearly negative. Increased deportations to countries like Turkey, Libya, Eritrea, Sudan and Afghanistan are deliberately ignoring the reasons of mass flights. They seem to forget that wars, conflicts, State failures which push millions of people out of their country are the consequences of European and US military and foreign policy choices, for which we bear a special responsibility.

It’s an externalisation of European asylum and migration policy, and when I say externalisation I mean de-responsabilisation and something more: EU governments and institution are increasingly falling prey to fear: to be precise, fear of the fear felt by a growing number of EU citizens and voters, incapacity to lead and explain them that the affluence of refugees in our countries represents a mere 0,2 per cent of the EU populations. Roosevelt used to say: “The only thing we have to fear is fear itself”. But we are experiencing something more vicious. The governments themselves are frightened by the fear of their own citizens and voters. Externalization is part of a politics of fear, and that’s the reason why we often have the impression that the EU agenda of migration is de facto in the hands of the extreme rights, and of special private interests representing the security industries.

European governments and institutions are trying to be reassuring, repeating that refugees are returned in safe countries. But the opposition coming from judicial authorities and researchers is growing: their conviction is that readmission agreements, whether bilateral or managed by the EU, infringe the rules of international law on asylum, in particular the principle of non-refoulement recognized in the Refugee Convention and the European Convention on Human Rights. The rules are equally infringed when the migrant is returned to transit states, where he risks being exposed to inhuman and degrading treatment and to a second return to his origin country. Some readmission agreements, also at national level, have been criticized by the EU Courts.

I am thinking in particular of the agreement between Italy and Libya concluded in 2001 (between Berlusconi and Qaddafi) that gave rise to the European Court of Human Rights’ case “Hirsi Jamaa and Others v. Italy”, in which the Court found Italy guilty of violating several articles of the European Convention of Human Rights.

The list of migrant’s returns is long. I personally followed two grave cases: the Italian decision last year to return 20 Nigerian women victims of trafficking, and the deportation of 40 Sudanese migrants to Sudan, last summer: in this case, the forced deportations were prepared and facilitated by an agreement signed on Aug. 3 between Sudan and Italy.

These kind of agreements are extremely dangerous, because they link development aid to migration control. In the Italian-Sudanese deal, they also tend to be secretly negotiated between law enforcement authorities and not by Foreign ministries, excluding the national Parliament from any decision. The same happens in the EU institutions, as we have seen with the EU-Turkey agreement: it has been renamed “statement”, and the scrutiny by European Parliament was avoided. The EU-Turkey agreement has become a role model, imitated in the consecutive Migration compact proposed by the Italian government last April. Exactly the same happened last October 2 with the Joint Way Forward Agreement of the EU with Afghanistan, rebaptised “declaration” to avoid – again – scrutiny by this Parliament. There is a method, in European madness.

Let us consider this last agreement, which allows  Member States to deport an unlimited number of asylum seekers to Afghanistan. Amnesty International and many human rights groups were appalled to see that EU has put the condition for development aid in return for Afghan citizens.

It’s time to stop lying and fearing. Migrants and refugees returned to Afghanistan or Sudan or Eritrea face greatest dangers, these countries are not safe and that’s all. It’s not true that Afghanistan is safe and stable, as pretended by the US administration. The suffering of the people is increasing, the control of entire provinces by the Taliban has never be so extended since 2001. Isis is controlling  parts of the country. It’s simply untrue  what has been guaranteed last march in a non-paper written by the Commission and the European External Action Service: that there are “safe zones” in Afghanistan where migrants can be returned notwithstanding the general insecurity of the country.