Ucraina: resistenza? No, “regime change”. Il totem Zelensky si sbriciola in tv

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 3 luglio 2023

Per il momento non è dato sapere quale sarà la strategia statunitense, dopo la breve ma traumatica insurrezione di Prigožin. Se prevarrà un atteggiamento più guardingo, mosso dal timore che il crollo del potere centrale a Mosca generi un caos ingovernabile, mettendo a repentaglio il controllo di oltre 6000 testate nucleari russe (oggi dispiegate anche in Bielorussia, in risposta all’insistente domanda polacca di ospitare atomiche Nato sul modello italiano della “condivisione nucleare”). Oppure se prevarrà la bellicosa soddisfazione che regna nel governo ucraino, convinto che sia proprio questo il momento ideale per non solo battere, ma abbattere Putin.

È il “dilemma israeliano” in cui Biden è intrappolato. In effetti il rapporto Usa-Ucraina somiglia sempre più alla dipendenza reciproca che lega Stati Uniti e Stato d’Israele, e che ha permesso a quest’ultimo di sviluppare un regime di supremazia etnica che soggioga i palestinesi, equivalente all’apartheid.

Kiev vuole a ogni costo una guerra di regime change, e per questo chiede a Washington missili a lungo raggio (tra cui gli Atacms, atti a colpire terre russe, oltre ai caccia F-16). Nell’amministrazione Usa c’è chi comincia a temere, dopo le gesta di Prigožin, gli effetti catastrofici di un bellicoso cambio di regime applicato, per la prima volta, a un’imponente potenza atomica.

Tanto più impressionante, in questo quadro, la puntata di Otto e Mezzo che il 29 giugno ha affrontato proprio questi temi. Il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, era intervistato da Lilli Gruber, Marco Travaglio e Lucio Caracciolo: una vera intervista finalmente, non gli osanna a Zelensky dei salotti di Vespa. Tutti e tre lo hanno incalzato con grande maestria, e Kuleba ha dovuto infine ammetterlo: la resistenza ucraina mira in realtà a smembrare quello che Kiev chiama impero russo; l’ultimo restato anacronisticamente in piedi, secondo il ministro, “dopo il crollo degli imperi austro-ungarico e ottomano”.

Il ministro non si cura minimamente dei dubbi espressi da Mark Milley, capo di stato maggiore degli Stati Uniti, sulla fattibilità di una vittoria ucraina che comunque non è ottenibile – Kuleba pare dimenticarlo – senza assistenza Usa. Si rallegra all’idea che Putin sia indebolito dalla secessione del gruppo Wagner. Finge inesistenti libertà linguistiche dei russofoni del Donbass, nonostante la legge che vieta l’uso del russo nella sfera pubblica. Finge inesistenti rapporti democratici con gli oppositori e la stampa, accettata in guerra solo se embedded, ligia ai comandi militari ucraini. Vede questa guerra come una partita di calcio: qui non si gioca per fare compromessi, ma per vincere!

Ecco, gli Occidentali stanno sostenendo e super-armando un governo che ha questi progetti, che non spende neanche una parola sul rischio di guerra atomica. Stanno per inserire nella Nato, al vertice di Vilnius l’11 e 12 luglio, quest’impasto di risentimento monoetnico e furia distruttiva.

Forse l’adesione sarà sostituita da garanzie di sicurezza sul modello israeliano, forse no. Resta che per la prima volta è parso sbriciolarsi – grazie alla professionalità degli intervistatori di Otto e Mezzo – l’oggetto di culto occidentale che è il totem Zelensky.

Lilli Gruber ha ricordato a Kuleba che esistono altri modi – non distruttivi – di affrontare la questione delle minoranze etnico-linguistiche: per esempio, il “pacchetto Alto Adige” negoziato da Roma con Vienna fra il 1962 e il 1969.

Travaglio ha insistito sull’accordo di pace che Kiev negoziò con Mosca nel marzo 2022, poco dopo l’invasione, e che fu bloccato in extremis dal veto di Londra e Washington. Il trattato s’intitolava “Permanente Neutralità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina”, e prevedeva l’inserimento nella costituzione ucraina della neutralità permanente. Non era una resa: si tornava alla neutralità perpetua, costituzionalmente garantita al momento dell’indipendenza nel 1990. Messo alle strette, Kuleba ha finto di non sentire.

Infine, quando Kuleba è stato spinto ad ammettere il vero scopo ucraino – frantumazione della Federazione Russa – Caracciolo lo ha messo all’angolo chiedendo se Kiev è dunque favorevole all’incameramento di parti della Siberia da parte cinese. Anche a questa domanda Kuleba non ha risposto. È lecito domandarsi se la non risposta equivalga ad assenso.

La puntata di Otto e Mezzo colpisce perché costituisce un’eccezione nel panorama tv. Forse perché finalmente le domande sostituiscono le asserzioni, come si addice alla professione giornalistica. L’insurrezione di Prigožin suscita infatti reazioni ben diverse da quelle di Gruber, Travaglio e Caracciolo, nei giornali scritti e parlati del pensiero unico. I principali commentatori si sono mostrati euforicamente assertivi, nel diagnosticare l’indebolirsi del potere russo. Come se sapessero quel che davvero succede al Cremlino, e sognassero lo stesso sogno distruttore di Kuleba.

Anche se per ora sedata, l’insurrezione ha mostrato che il pericolo di un collasso del potere russo esiste, a cominciare dall’esercito. Che al collasso potrebbe far seguito – come auspicato esplicitamente da Kiev – lo sfaldarsi della Federazione. Le atomiche russe finirebbero in mano a poteri ben più infidi di Putin; il cosiddetto Armageddon si avvicinerebbe.

Persino quando il pericolo dell’insurrezione di Prigožin è apparso chiaro, ci sono stati giornalisti e politici che con visibile compiacimento, e all’unisono con quanto detto e non detto da Kuleba, hanno concluso che la resistenza ucraina aveva infine ottenuto questo gran risultato: Putin era debole, forse aveva i giorni contati. Vale dunque la pena assistere Kiev con invii di armi sempre più offensive e sanzioni antirusse sempre più pesanti, visto lo sfaldamento del barbarico impero che ne può discendere. Neanche per un minuto i commentatori hanno abbandonato la cecità di cui hanno dato prova da quando la guerra è de facto cominciata: non nel 2022 ma nel febbraio 2014, quando è stato evidente che il potere centrale a Kiev non intendeva in alcun modo integrare pacificamente le popolazioni russofone del Sud-Est: 14.000 circa sono i morti della guerra civile fra il febbraio 2014 e il febbraio 2022. L’annessione della Crimea resta illegale, ma non è avvenuta senza motivi, di punto in bianco.

Washington tergiversa, incerta fra due strade opposte (escalation militare ucraina, o pressione su Kiev perché accetti un negoziato e metta fine alla guerra). Quanto all’Europa, per ora sta a guardare, senza pronunciarsi sulla guerra di regime change caldeggiata da Zelensky. Anche in questo caso, chi tace acconsente di fatto. L’Europa continua a fingere ignoranza, sulle radici della guerra e gli allargamenti Nato temuti a Mosca da vent’anni. Il sì dei suoi governi all’ingresso di Kiev nella Nato conferma lo status servile –e l’egemonia nell’Ue di interessi polacchi e baltici– assegnato all’Unione europea da Stati Uniti e Nato. Borrell dixit: dovrà pur finire l’“assedio della giungla al giardino europeo”.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Il Berlusconi che non è in noi

di domenica, Giugno 18, 2023 0 Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 giugno 2023

Vale la pena prendere le distanze dal lutto nazionale, quando canuti rappresentanti dell’establishment giornalistico e arcivescovi confusamente riluttanti evocano con frasi piene di caritatevole delicatezza, e di nostalgia, l’epoca della propria bella gioventù all’ombra di Berlusconi. Come se rendessero segreto omaggio a quella gioventù, più che al defunto.
Hanno preso le distanze Rosy Bindi e poi Tomaso Montanari, unico a rifiutare la bandiera a mezz’asta nella propria università. Si è rifiutato di partecipare alle esequie Giuseppe Conte, unico leader a tenersi alla larga da quello che ha chiamato, correttamente, il “parossismo celebrativo” dei giorni scorsi. C’è stato chi, inarcando sdegnoso le sopracciglia, gli ha ricordato che Almirante andò alle esequie di Berlinguer. Come se il paragone avesse senso. Come se tutti dovessimo per forza temere il famoso “Berlusconi che è in noi”.
Di Berlusconi si ricordano le gesta, ma selettivamente. Si trascura l’essenziale, e cioè come si arricchì, da bancarottiere che era, accumulando immani ricchezze. Si tacciono i patti con la mafia, stretti dal 1974 al 1992 da Dell’Utri, in suo nome (sentenza definitiva della Cassazione, 2014). Si parla di come sdoganò l’estrema destra, prima che Fini ripudiasse il fascismo, ma si tace su ben più cruciali e ramificati sdoganamenti, che hanno trasformato antropologicamente l’Italia.
Nel vocabolario Treccani sdoganare significa, per estensione, rendere socialmente accettabile un comportamento precedentemente condannato, censurato. Berlusconi ha reso oggi del tutto accettabili: l’ingresso in politica come arte per far soldi; la corruzione e l’abuso d’ufficio come peccatucci veniali (il disegno di legge annunciato il giorno dei funerali cancella l’abuso); la libertà di voto degradata a elezionismo e arbitrariamente equiparata alla democrazia costituzionale.

È stata poi sdoganata la menzogna continua: l’improponibile caccia agli scafisti in tutto “l’orbe terracqueo” promessa da Meloni, o il “piano Mattei” per l’Africa (espressione non identificata della sua neolingua). E soffriamo ancor oggi lo sdoganamento di parole incompatibili con la democrazia: gli oppositori e giornalisti critici ribattezzati odiatori o invidiosi cultori della gogna; le carriere politiche narrate come epica rivincita dei reietti (underdog). Meloni vede in Berlusconi, all’inizio un underdog come lei, il precursore della propria ascesa.

Berlusconi è il signore che ci ha fatto divenire, e apparire, peggiori. Ha sdoganato il peggio e ce l’ha lasciato.

Dissociarsi da tutto ciò vale la pena, ma sapendo che la dissociazione va usata cum grano salis, non dimenticando come Berlusconi fu spodestato. Non fu scalzato da governi di sinistra, che salvaguardarono l’insieme di leggi escogitate a difesa dei suoi soldi e del suo potere mediatico. Non l’hanno spodestato i giudici: le condanne son rare, le prescrizioni molte. L’hanno spodestato, nel 2011, l’alta finanza e l’establishment europeo.

Quello fu il suo Anno Terribile. Si scatenarono i grandi giornali stranieri: «Spiegel» in testa, che già l’aveva chiamato Il Padrino. Nel luglio 2011 il settimanale titolava in copertina: “Ciao bella!”. Nel sommario si lesse: “I mercati finanziari internazionali hanno perso la fiducia nell’Italia. Dopo 17 anni di Berlusconi il Paese è pesantemente indebitato e maturo per un cambio di governo. Uno dei Paesi fondatori dell’UE appare paralizzato dall’incapacità del suo premier, occupato innanzitutto dai suoi affari personali”. Sotto tiro era anche la sua politica russa. Il 16 novembre il potere passava a Mario Monti. Cominciava l’èra del sempreverde assioma: “È l’Europa che ce lo chiede!”.

Per chi ha investigato crimini e misfatti del leader non è facile identificarsi con l’onda perbenista e atlantista che nel 2011 scippò le battaglie degli investigatori e l’affondò. Non fu forse un golpe – Berlusconi s’è autodistrutto – ma di certo fu un torbido snodo storico che conferma con evidenza brutale la nostra sovranità limitata.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Anatomia mancata del tracollo Pd

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 1° giugno 2023

È vero quel che dice Elly Schlein sulla disfatta del centro-sinistra alle elezioni amministrative: “Non si cambia il Pd in due mesi, il cambiamento non passa mai da singole persone. C’è molto da fare a sinistra. È un lavoro di squadra”.

Ma ci sono verità che se le ripeti si trasformano in manovre di escamotage. La squadra del cambiamento non c’è e il giglio magico di Schlein si limita a inveire contro Meloni, offre slogan e non idee proprie. E poi il cambiamento è spesso fatto da singole persone, lo sappiamo.

Quel che drammaticamente manca è l’analisi più che l’ammissione passiva-aggressiva della sconfitta, e lo sguardo autocritico sulla progressiva metamorfosi di un Pd che per 15 anni – sotto la guida di Veltroni, D’Alema, Renzi, Letta – ha rinunciato all’identità e al radicamento dell’ex Pci e dei cattolici di sinistra, nell’ansia di saltare l’era Brandt e apparire forza centrista, ligia all’Europa dell’austerità e alla scelta atlantica di riaccendere la guerra fredda contro l’Asse del Male impersonato da Putin aggressore in Ucraina e in prospettiva da Pechino. Per questo è ex sinistra e non sinistra. Al Parlamento europeo l’ex sinistra sposa le tesi del centro-destra: su Ucraina e sull’aumento degli aiuti militari, anche se finanziati spudoratamente con i soldi del Pnrr. Si dissocia ogni tanto qualche europarlamentare Pd, fin qui mai appoggiato dalla propria direzione. Fuori tempo massimo, ieri Schlein si è detta contraria non all’invio di armi, ma all’uso a scopi militari del Pnrr. Si vedrà oggi se gli europarlamentari Pd seguiranno la troppo tardiva direttiva Schlein, quando si voterà su Ucraina e Pnrr.

Giuseppe Conte queste cose le sa, e giustamente preferisce per ora separare il suo Movimento dal Pd, per meglio affrontare le elezioni europee del 2024 dove si vota con il proporzionale. Nel Parlamento europeo i 5 Stelle hanno idee spesso diverse dai socialisti, votano contro risoluzioni e direttive che rinfocolano una guerra fredda che rischia anche nel Kosovo di sfociare in conflitto per procura. Sono più esigenti dei socialisti anche sull’austerità economica, che l’Ue potrebbe reimporre dopo il Covid.

Ma anche per i 5 Stelle son giorni amari. Ogni volta che c’è un’elezione locale, i commentatori ripetono la stessa litania, peraltro corretta: il Movimento non ha radici, non ha classi dirigenti che curino i territori. Tra i motivi per cui non le ha, spicca il dogma del limite ai due mandati: un tabù. Impossibile in queste condizioni – dettate da Grillo – far nascere classi dirigenti affidabili perché durature. Il limite dei due mandati, l’appoggio al governo Draghi scambiato dal fondatore per un compagno grillino: questa l’eredità da cui Conte pur volendo non riesce ancora a emanciparsi.

Ma il punto cruciale è il disastro mentale che Pd e Conte non sanno sanare. È l’idea, ricorrente nei commenti di Schlein, che tutto quel che accade – disfatta a sinistra, smantellamento del welfare, impotenza sul clima – sia ascrivibile a una legge naturale ineludibile e non sia opera dell’uomo, politico o economico che sia. Ha detto la segretaria del Pd, credendo di spiegare l’esito del voto: “La sconfitta è netta, il vento a favore delle destre è ancora forte. È evidente che da soli non si vince”.

È significativo che pochi giorni prima Achille Occhetto, massimo sostenitore di Schlein, avesse proferito parole inaudite ma non dissimili sull’alluvione in Romagna: “È stato il Signore che ha creato la terra che da tempo vedeva questi ragazzi che con la vernice lanciavano allarmi ma erano inascoltati. E allora il Signore ha detto: ‘Ci penso io a fare capire chi non vi ascolta’. E ha fatto come quando mandò l’invasione delle cavallette: in tre giorni ha inviato la pioggia di sei mesi”.

Se è stato il Vento, se è stato Dio, non esistono macchie nelle scelte del Pd che Schlein pretende riportare a sinistra, non ci sono responsabilità da assumere: comprese le sue responsabilità di vicepresidente dell’Emilia-Romagna incaricata del Patto per il Clima e del Welfare (quindi della cura del territorio, del dissesto idrogeologico legato alla cementificazione della Romagna, dei soldi non spesi per la manutenzione dei fiumi).

Nessuna differenza dall’ideologia di Meloni, che esalta patria e famiglia considerandole costitutive di quella che chiama “società naturale”. Analogamente al Pd che evoca i Venti e Dio, Meloni ha evocato la Natura, il 30 maggio in un convegno organizzato da Marcello Pera, noto per esser stato già nel 2005 fiero avversario di un’Italia e un’Europa “meticcia”, vittima – si dice oggi – di sostituzioni etniche: “Ho sempre pensato – così Meloni – che tanto la Nazione quanto la Patria fossero società naturali, cioè qualcosa che è naturalmente nel cuore degli uomini […] e prescinde da ogni convenzione. Esattamente com’è una società naturale la famiglia”. Una società naturale non si cambia.

Insensato lamentare l’assenza di “venti di sinistra”. È l’idea del vento e di Dio che punisce i romagnoli che è perversa, o diabolica visto che la teologia politica ci sommerge. La società naturale che “prescinde da ogni convenzione” – Costituzione, leggi internazionali – accantona la società politica e storica. Esclude la responsabilità dei politici, e a sinistra imbavaglia la ricerca di un’identità miseramente abbandonata da quando il Pd abbracciò la Terza Via, screditata dall’austerità e da rovinose guerre di regime change: la via di Blair, Schröder, Clinton, Obama, che sciaguratamente affonda la socialdemocrazia e la distensione di Willy Brandt. Un triste salto della quaglia, nella storia dell’ex Pci. Due Dèi, quello biblico ed Eolo Dio dei Venti, sono alla guida di un’Italia senz’alcuna sovranità se non quella detta “valoriale”. A patire le giuste punizioni divine sono i cittadini che ora hanno le scarpe nel fango.

I cittadini castigati si aggiungeranno ai milioni che non votano più, e che già sono una maggioranza. A loro converrebbe rivolgersi, non limitandosi a inveire contro Meloni ma osando un’anatomia del tracollo. L’ennesimo appello al “campo largo” di sinistra è inane se Schlein si paralizza davanti al Terzo Polo, questo grumo scomposto che s’ostina a imitare Macron, il distruttore dei socialisti. Macron in Francia naufraga, e sta mimetizzandosi con discorsi sempre più retrogradi sulla “de-civilizzazione” delle proteste sociali.

Pericolosa è l’idea di una società naturale governata da Dèi, che d’un tratto accomuna i nostri partiti. Conferma che l’escamotage e la fuga dalla realtà sono sintomi della sovranità limitata cui l’Italia si sente ed è condannata dal dopoguerra: limitazione bene evocata nel 2019 da Carlo Galli (Mulino) e oggi da Luciano Canfora (Laterza). Sui temi che contano di più – guerra, invio di armi, fisco che favorisce evasori, precariato – il principale partito di opposizione dice poco o niente.

E certo Schlein è appena arrivata, bisogna darle tempo, già così viene considerata un’estremista. Ma se arriva per dire che le “scelte già prese” sono intoccabili (è quanto ha affermato il 19 aprile sul termovalorizzatore a Roma) non si vede per far che sia arrivata. Se il Pd parla di Venti e di Dio aderendo di fatto alla “società naturale” di Meloni e all’austerità da anni presentata dall’establishment come legge naturale, allora decisamente Godot non è arrivato, nonostante tante sempre più fioche attese.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Democrazie decidenti e vecchie trappole

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 12 maggio 2023

Prima di discutere la riscrittura della Costituzione, l’opposizione farebbe bene ad approfondire quel che Meloni intende quando elogia la “democrazia decidente”, e a chiedersi quali siano le radici di alcuni concetti a essa perversamente legati.

Il concetto di stabilità e governabilità innanzitutto, indicato come prioritario a partire dal 1975, quando tre studiosi incaricati dalla Commissione Trilaterale (Michel Crozier, Samuel Huntington, Joji Watanuki) pubblicarono un pamphlet – La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie – con l’intenzione di rispondere ai movimenti che nel ’67-’68 si erano battuti per democrazie più estese e contro la guerra in Vietnam, spaurendo le classi dirigenti.

La risposta che aveva dato Willy Brandt, quando divenne Cancelliere nel ’69, fu tutt’altro che gradita a queste classi, decise a prendersi una rivincita non solo sul Sessantotto e sull’opposizione alle guerre Usa, ma su tutti i Paesi che vantavano Costituzioni antifasciste. “Vogliamo osare più democrazia”, aveva detto Brandt. Non era la Controriforma pensata per sottomettere i protestanti del ’67-’68. La Trilaterale (un Concilio di Trento composto da Usa, Europa e Giappone) infine prevalse, con conseguenze che tuttora soffriamo.

Secondo i tre propagandisti della Trilaterale, l’ingovernabilità nelle democrazie era dovuta a un “eccesso di democrazia”, che andava eliminato “ripristinando il prestigio e l’autorità delle istituzioni del governo centrale”. Era nata la parola d’ordine del governo forte che abbassa i poteri dei Parlamenti, tiene a bada le classi popolari divenute “classi pericolose”, riduce le tutele sociali. Le Costituzioni andavano adattate a queste esigenze. Va ricordato che il Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli fu redatto subito dopo il pamphlet sulla Crisi della democrazia e che gli “eccessi democratici” sotto accusa sono, oltre al Sessantotto, i movimenti contro la guerra in Vietnam e lo scandalo Watergate che travolse la presidenza Nixon.

A partire da quel momento prende quota il farmaco salvavita chiamato democrazia decidente, caro alla Meloni: un concetto che riecheggia le invettive ottocentesche di Donoso Cortés contro i Parlamenti dediti alle chiacchiere (clasas discutidoras) e prive di “cultura del fare”. L’invettiva di Cortés verrà ripresa da Carl Schmitt, giurista vicino a Hitler. Ma l’offensiva non si ferma qui: a riproporre la democrazia decidente, dopo la crisi dell’euro, fu l’alta finanza. Nel suo mirino: i Paesi sudeuropei – Italia, Grecia, Spagna, Portogallo – dichiarati instabili e inetti perché dotati di Costituzioni antifasciste.

Chi imboccò più spudoratamente tale sentiero fu la grande banca d’affari JP Morgan, che il 25 maggio 2013 pubblicò un Rapporto che rispolverava la ricetta della Trilaterale (poco prima alle Politiche il M5S aveva ottenuto il 25,5%: i populisti andavano fermati!). Riportiamo il passaggio chiave del Rapporto: “I sistemi politici della periferia sudeuropea sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le loro Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici e costituzionali del Sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei Parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo [il corsivo è mio]. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

L’assalto alla Costituzione antifascista non è dunque appannaggio esclusivo di comparse come La Russa. Ha ramificazioni nei poteri forti che dominano i mercati e traggono profitti dalle guerre Nato (non solo Ucraina). I talk show che denunciano fascisti col braccio teso farebbero bene a indagare invece su riforme decisioniste che vogliono far proprie le “buone pratiche di governance” preconizzate da JP Morgan.

Nel suo ultimo libro (Tempi difficili per la Costituzione) Gustavo Zagrebelsky ritiene ideologica e pretestuosa la “Grande Riforma” istituzionale desiderata da Bettino Craxi (e Giuliano Amato) e critica l’odierno servilismo degli intellettuali (aggiungerei i giornalisti): non indipendenti, ma “arredo e, se si vuole, corredo del potere”.

I fautori della “democrazia decidente” non si limitano a prospettare riforme che migliorino la funzione dell’esecutivo (a esempio la sfiducia costruttiva tedesca, che impone a chi vuol sfiduciare i governi la contemporanea fiducia a una maggioranza alternativa). Aspirano ai modelli francese e statunitense, prediligendo la V Repubblica di De Gaulle introdotta nel 1958 e perfezionata nel 1962 con l’elezione diretta del presidente. L’obiettivo è l’abbassamento del Parlamento, del potere giudiziario e della Presidenza super partes, che sarebbe neutralizzata o liquidata, divenendo emanazione della maggioranza. Un effetto ottenibile sia con l’elezione diretta del presidente, sia con quella del premier: l’esecutivo ha comunque da prevalere, e l’equilibrio di Montesquieu tra poteri distinti svanisce (“Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere”).

Perché la controriforma riesca bisogna riscrivere anche la storia. È quello che fanno gli avversari della Costituzione, quando nascondono il doppio naufragio del presidenzialismo statunitense – oggi alle prese con due candidati inetti come Trump e Biden – e di quello francese. Uno degli aspetti più stupefacenti dei nostri dibattiti è il prestigio di cui gode ancora Macron. Renzi e Calenda vogliono svuotare il Pd seguendo il suo esempio, e fingono d’ignorare il precipizio in cui è caduto: nel primo mandato (lunga rivolta dei Gilet gialli) e nel secondo (popolarità del movimento contro la riforma delle pensioni). È come se l’inquilino dell’Eliseo non sapesse che non è stato il programma a dargli due volte la vittoria, ma il rigetto dell’alternativa Le Pen. Da tempo non è più solo l’allungamento dell’età pensionabile che imbestialisce i francesi: l’intera politica economica di Macron è giudicata generatrice di disuguaglianze. E lo scontento concerne più che mai la “verticale del potere”: cioè la natura monarchica della Quinta Repubblica.

Guardare in faccia le insidie del presidenzialismo, prendere atto del fallimento di Macron e delle presidenze Usa, ricordare il nefasto sopravvento della Controriforma sulle promesse di Brandt alla fine degli anni Settanta: solo a queste condizioni, scegliendo stavolta l’opzione Brandt, ha senso un’ennesima Bicamerale.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Il vuoto di Macron, egemone mancato

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 23 aprile 2023

Impossibile edificare nuove politiche limitandosi a declamazioni presto appassite, come quella di Macron sul vassallaggio europeo o del governo italiano e delle istituzioni Ue su nuovi accordi di rimpatrio verso Paesi africani, se non vengono rispettate almeno tre condizioni.

Chiarire in cosa consista il vassallaggio (anche della Francia) e dunque spiegare a se stessi la genealogia di una guerra in Ucraina scatenata tecnicamente da Putin, ma favorita da una serie di provocazioni di Washington, della Nato e dell’Unione europea; sapere sino in fondo come funziona oggi l’Unione europea e come funzionano i Paesi chiamati a riprendersi i migranti nel Sud Mediterraneo o in Afghanistan e in Pakistan; stringere alleanze ben congegnate con i Paesi che potrebbero condividere l’idea di un’Europa indipendente da Nato e Usa. Nessuna di queste condizioni è oggi rispettata. Ci sarebbe poi una quarta condizione – l’obbligo di adattare le politiche alle parole – anch’essa non rispettata. Quando è senza conseguenze, la parola è un sacco vuoto. La verità perisce non solo quando scoppia una guerra in casa ma anche, e più insidiosamente, nelle guerre per procura.

Prendiamo il vassallaggio e lo “spirito gregario” (suiviste, in francese) dell’Unione Europea, denunciati da Macron dopo la visita in Cina: vassallaggio per quanto concerne i rapporti con Russia, Cina, e l’impropria “extraterritorialità del dollaro Usa”. Denuncia più che opportuna: meglio tardi che mai. Ma il concetto diventa significativo solo se spieghi come mai – una volta appurato che Mosca è responsabile dell’aggressione del febbraio 2022 – si è scivolati a partire dal 2014 in una guerra per procura; e come mai l’Europa non trova un suo modo indipendente di uscirne presto, e lascia incredibilmente che sia il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg a dettare l’agenda, giovedì scorso a Kiev: “Il posto dell’Ucraina è nella Nato. I membri sono d’accordo. La priorità ora è che l’Ucraina prevalga in questa guerra. Proprio per questo motivo dobbiamo continuare a sostenerla militarmente”. Dove stanno l’indipendenza Ue e la fine del vassallaggio, se continuiamo a far finta che Putin non abbia mai indicato come linea rossa l’adesione di Kiev alla Nato?

Non solo: il concetto d’indipendenza cesserebbe di essere il sacco vuoto che è se Macron s’accollasse la fatica di raccogliere consensi europei, come fece Conte durante il Covid, quando convinse Merkel ad accettare un indebitamento comune avversato da Berlino per decenni. Tutto questo Macron non l’ha fatto, come se ignorasse che i Verdi tedeschi sono più atlantisti che mai e che tutto il fronte Est – egemonizzato dalla Polonia – non si sente affatto vassallo di Washington, ma piuttosto dell’Unione europea.

Non meno responsabili sono le cosiddette sinistre europee, gregarie sul fronte guerra (la sinistra francese è divisa). Elly Schlein aveva annunciato svolte decisive, ma erano proclami futili, e anche sulle parole di Macron tace. “Ereditiamo scelte già fatte e non è sul terreno delle scelte già fatte che si misura come noi proviamo a costruire ciò che c’è nella piattaforma congressuale”, ha detto mercoledì sul “termovalorizzatore” a Roma, ma l’eredità Letta pare intatta anche per l’Ucraina. In che consista la svolta Schlein, su guerra e pace, non è dato sapere. Come svoltare senza ribaltare “scelte già fatte”?

Se le cose stanno così non ha senso parlare di difesa comune europea: con quali alleanze nell’Ue? Contro chi? Contro Mosca e Pechino? O Mosca va umiliata, ma Pechino non tanto, come suggerisce il segretario al Tesoro Usa Janet Yellen (il tetto al prezzo del petrolio russo è una sua idea, Draghi s’è accodato)? L’Ue non segue Macron, secondo il quale non è nel nostro interesse schierarsi su Taiwan. Fino a oggi, difesa europea significa aumento delle spese militari, uniformi tagli al Welfare State ed equiparazione fra interessi geopolitici europei e atlantico-statunitensi, visto che torna la guerra fredda e l’Ue allargata ha stravolto l’Unione dopo la caduta del muro di Berlino. La monotona, istupidita menzione dell’asse franco-tedesco perde senso da quando l’egemone effettivo è la Polonia.

Egualmente sconsiderato è, sulle migrazioni, l’appello ai Paesi terzi in Africa perché impediscano le fughe, anche con la forza. Non dimentichiamo che l’Europa ha la faccia tosta di difendere la democrazia e i nostri cosiddetti valori, esportandoli anche con le armi. Che si guarda dal confutare l’aspirazione Usa all’unipolare supremazia sulla terra, nonostante l’opposizione della maggior parte degli Stati Onu. Non si capisce cosa c’entri Enrico Mattei con simile vassallaggio. E se dall’Ucraina spostiamo lo sguardo verso Africa del Nord, Asia occidentale, Afghanistan, dobbiamo ricrederci.

Gli Stati Europei non hanno mai fatto autocritica sulle guerre di regime change (Afghanistan, Iraq, Libia). Con la Libia abbiamo stretto accordi che dal 2017 finanziano con soldi europei e nazionali le guardie costiere e i campi di tortura che rinchiudono chi tenta la traversata del Mediterraneo. Lo stesso era accaduto nel 2016 con la Turchia (aiuti Ue per 6 miliardi di dollari), dove i migranti sono spesso rispediti nella Siria da cui erano scappati.

Lo stesso succede ora in Tunisia, con cui Italia e Ue stanno negoziando accordi che blocchino le fughe. Il guaio è che Kais Saied, presidente tunisino dal 2019, sta adottando forme violente di xenofobia (pogrom ricorrenti) verso gli immigrati dall’Africa nera. Una dichiarazione pubblicata il 17 aprile da una sessantina di associazioni certifica che “la Tunisia non è né un Paese di origine sicuro né un Paese terzo sicuro e pertanto non può essere considerato un luogo sicuro di sbarco (Place of Safety, POS)”. L’Unione europea ha stanziato per la Tunisia, fra il 2016 e il 2020, più di 37 milioni di euro attraverso il Fondo fiduciario Ue per l’Africa, per esternalizzare la “gestione dei flussi migratori e delle frontiere”. Altri milioni sono in arrivo. L’Ue “sostiene Tunisi attraverso l’addestramento delle forze di polizia, la fornitura di attrezzature per la raccolta e la gestione di dati, il supporto tecnico, l’equipaggiamento e la manutenzione delle imbarcazioni per il pattugliamento delle coste e altri strumenti per il tracciamento e il monitoraggio dei movimenti”.

Quando Meloni annuncia cacce agli scafisti lungo il globo terracqueo c’è da domandarsi se sappia o non sappia quel che dice. Con quali Stati abbiamo negoziato o negoziamo il diritto a operare in acque territoriali non nostre? Oppure Meloni finge che esista una giurisdizione italiana sull’intero globo terracqueo?

Macron si presenta come nuovo De Gaulle, a parole, ma nei fatti la sua strategia è succube della strategia Usa e isolata. Le sue sono parole senza contenuto, dette per occultare dissennate politiche interne di repressione dei movimenti sociali e della democrazia parlamentare. Non è uno stratega, ma un “dilettante senza febbre da palcoscenico”, come diceva Karl Kraus dell’arte teatrale del suo tempo.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

L’Occidente: un “giardino” che ci fa feroci

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 28 marzo 2023

Si stanno pagando con decine di migliaia di morti in Ucraina gli errori, le promesse tradite, la tracotanza, l’assenza di intuito e di capacità di penetrazione con cui l’Occidente ha gestito, sotto la guida di sei amministrazioni Usa, il dopo Guerra fredda e i rapporti con la Russia.

Guida priva di sagacia, che negli ultimi trentaquattro anni ha creato caos ovunque e l’ha chiamato “ordine basato sulle regole”, rules-based international order – le regole essendo quelle statunitensi.

La Russia di Putin ha invaso l’Ucraina, ma la storia di questa violenza illegale ha radici in un passato sistematicamente occultato da chi, a Washington e in Europa, vede solo il segmento ucraino di un trentennio disastroso, che le amministrazioni Usa narrano come lotta del bene contro il male – come fantasticata ripetizione della guerra contro Hitler o favola di Cappuccetto Rosso, secondo il Papa. Qui in Occidente il bene, lì i barbari dell’inciviltà. Qui la potenza Usa, disperatamente ansiosa di apparire vincitrice della guerra fredda e unico egemone nel pianeta, lì gli Stati e popoli che quest’egemonia la rigettano perché rivelatasi incapace di produrre stabilità e convivenze incruente. È toccato a un europeo, il responsabile della politica estera Ue, Josep Borrell, impersonare la hybris atlantista con le parole più demenziali: “L’Europa è un giardino. Il resto del mondo è una giungla, e la giungla può invadere il giardino”. Quale giardino? Quantomeno incongruo sproloquiare su giardini con la Francia di Macron sull’orlo dell’insurrezione popolare, l’Italia di Meloni che vuol abolire il reato di tortura (ma è vietato dalla Convenzione Onu contro la tortura del 1984), la Polonia affamata di guerra nucleare, le guardie costiere libiche pagate dall’Ue che sparano sulla nave Ocean Viking per rimandare in Libia, in campi mortiferi, 80 migranti in fuga verso l’aiuola europea che ci fa tanto feroci.

A queste demenze siamo arrivati – accompagnate all’invio di armi sempre più offensive, uranio impoverito compreso – e c’è ancora chi parla, serio, di ritorno della guerra fredda. Non è guerra fredda quella che uccide l’Ucraina, ma esercitazione in guerre calde tra potenze atomiche. La Guerra fredda fu violenta e bugiarda, ma mai mancò la capacità di negoziare, di scansare la catastrofe, di aprire epoche di distensione, di Ostpolitik e di disarmo.

Oggi niente chiaroscuro, è tutto nero. A più riprese si è sfiorata la pace, tra Mosca e Kiev, e ogni volta Washington e Londra hanno messo il veto e imposto il proseguimento della guerra a un’Ucraina trattata al tempo stesso come eroe e vassallo. È accaduto una prima volta il 5 marzo ’22, subito dopo l’invasione, come rivelato lo scorso 4 febbraio dall’ex premier israeliano Naftali Bennett: Putin “capiva totalmente le costrizioni politiche di Zelensky e non chiedeva più il disarmo dell’Ucraina”, Zelensky era pronto a seppellire l’adesione alla Nato (impegno iscritto nella Costituzione dal 2019). Ma venne il veto di Boris Johnson e poi di Biden (l’obiettivo secondo Bennett era “distruggere Putin” –smash Putin). Lo stesso è successo dopo la proposta di tregua in 12 punti (la pace appare solo come prospettiva) avanzata il 24 febbraio da Pechino: prima ancora di conoscere le reazioni di Zelensky e i risultati della visita di Xi Jinping a Mosca, Washington respingeva non solo la pace ma anche il cessate il fuoco.

Subito prima della visita a Mosca di Xi, tanto per mettere le cose in chiaro, la Corte penale internazionale emetteva il 17 marzo un mandato di arresto nei confronti di Putin per crimini di guerra. Washington ha applaudito, anche se una legge autorizza il presidente a usare la forza ogni qualvolta un americano è incolpato dalla Corte. Difficile trattare con chi hai appena definito un criminale. Negare l’esistenza di una guerra per procura in Ucraina cozza contro il ripetersi di veti opposti alle tregue e l’evidente interesse Usa a demolire Putin.

Qualcosa però sta accadendo fuori del piccolo recinto Nato (e dell’alleanza tra servizi segreti dei cosiddetti “Five Eyes”: Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito). Qualcosa di planetario che il conflitto dissigilla. Due terzi dell’umanità sono contro guerra e sanzioni. L’egemone ha clamorosamente fallito in Afghanistan, dopo vent’anni di guerra. Ha fallito in Iraq, Libia, Siria. Ha partorito mostri come lo Stato Islamico. Da oltre mezzo secolo ignora l’occupazione illegale della Palestina e accetta la “clandestinità” dell’atomica israeliana. Gli Stati Uniti sono più che mai egemonici dunque vittoriosi nell’Ue, ma collassano nel Sud globale: un territorio sempre più ostile all’interventismo Usa, più rassicurato da Cina e Russia. È il “momento Suez” degli Stati Uniti, dicono alcuni, evocando il fiasco di Londra, Parigi e Tel Aviv quando sfidarono Nasser occupando militarmente il canale egiziano nel 1956.

Il passato occultato da governi e giornali mainstream, in Occidente, sta già passando da quando è entrato in scena, con forza inattesa e formidabile, il nuovo attivismo di Pechino: prima con il piano di tregua in Ucraina, il 24 febbraio, seguito dalla visita di Xi a Mosca il 20 marzo; poi con la riconciliazione fra Iran e Arabia Saudita patrocinata da Xi, il 10 marzo. La riconciliazione scompiglia radicalmente il Medio Oriente allargato. Rassicura Assad in Siria, spunta i piani bellici israeliani, facilita la pace in Yemen, tranquillizza lo Stato afghano, che teme nuovi interventi Usa di “regime change”. A Iran e Arabia Saudita è stata prospettata l’adesione al gruppo non allineato dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica): una vistosa promozione.

È consigliabile la lettura del rapporto pubblicato il 20 febbraio dal ministero degli Esteri cinese, intitolato “L’egemonia Usa e i suoi pericoli”. Si parla di una quintupla egemonia, sempre più destabilizzante: egemonia politica (esportazioni della democrazia che “producono caos e disastri in Eurasia, Africa del Nord, Asia occidentale”), militare (uso sfrenato della forza), economica (egemonia del dollaro, politiche predatorie), tecnologica, culturale.

Il piano cinese sull’Ucraina è vago, certo. Volutamente vago. Ma letto assieme al testo sull’egemonia Usa diventa una forma di empowerment, di coscienza della propria forza condizionante. Il primo punto dovrebbe piacere a Kiev e a Mosca, visto che difende la sovrana integrità territoriale di tutti gli Stati Onu, e si accoppia a esigenze precise: applicazione non selettiva della legge internazionale (punto 1); architettura di una sicurezza europea senza espansioni delle alleanze militari (punto 2); neutralità delle operazioni umanitarie (punto 5), fine delle sanzioni unilaterali (punto 10).

Tra le righe, quel che si legge è un’alternativa al disordine causato dal suprematismo Usa. Inutile temere il passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo: sta già succedendo, benvenuti nella realtà. I Brics contestano anche l’uso politico del dollaro. Gli scambi tra Cina, Russia, Arabia Saudita e Iran non avverranno più in dollari. È l’inevitabile trauma che viviamo. È la conferma solenne che oltre il giardino c’è ben più di una giungla.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Schlein, non basta dire “novità”

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 7 marzo 2023

Se davvero vuol rappresentare una novità, e riportare in vita il Partito democratico, Elly Schlein non potrà ignorare un fatto difficilmente confutabile: la resurrezione di un pensiero profondo, su guerra e migranti, non coincide al momento con l’europeismo, articolo di fede imposto a chiunque voglia governare o legittimamente opporsi o dirigere un giornale mainstream.

Invocare l’Unione europea così com’è oggi – impossibile distinguerla dalla Nato, europeismo e atlantismo son diventati sinonimi – significa consentire alla sua esorbitante e crescente militarizzazione, sia quando si adopera per prolungare la guerra in Ucraina, sia quando risponde al disastro di Crotone con promesse di presidi ancor più impenetrabili delle proprie frontiere (lettera di Ursula von der Leyen ai capi di governo in vista del vertice Ue del 9 febbraio).

Il più micidiale tetto di cristallo non è oggi il divieto opposto alle donne aspiranti al comando. Il tetto di cristallo è il conformismo di gruppo – detto anche groupthink – che ostracizza ogni dissenso su guerra e migrazione.

La guerra innanzitutto. L’Unione in quanto tale sta seguendo pedissequamente i dettami di una Presidenza Usa tuttora influenzata dalla lobby dei neoconservatori (già responsabili di guerre totali tese a cambiare regimi in Afghanistan, Iraq, Libia, in prospettiva Iran tramite Israele), e ansiosi fin dal 2014 di immettere Ucraina e Georgia nella Nato per meglio minare i confini della Russia. Della lobby fanno parte Biden, il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan, Hillary Clinton, l’attuale sottosegretario di Stato Victoria Nuland, già nota per aver promosso il colpo di Stato ucraino del 2014 sapendo di “fottere” l’Europa (“Fuck Europe!”, disse all’ambasciatore Usa a Kiev). Le parole proferite dalla Von der Leyen non sono diverse dagli appelli di Hillary Clinton ai collaboratori di Putin, perché rovescino il loro capo: questo è l’obiettivo degli occidentali, cioè di chi aspira non già all’ordine internazionale ma a un caotico rules-based world order, un “ordine mondiale fondato sulle regole” bellicose prescritte da Washington ai satelliti europei e asiatici.

Nelle élite italiane non esiste contrasto di opinioni sull’Ucraina, con l’eccezione di Conte che durante il governo Draghi votò l’invio di armi ma nutrì presto dubbi sugli invii senza sbocchi negoziali. Il Pd invece non conosce dubbi, né con Letta né con Schlein. Da quando Mosca ha inopinatamente invaso l’Ucraina è stato uno dei più ardenti fautori non tanto della resistenza all’aggressore, ma dell’escalation di una guerra che è per procura, essendo prolungata da Washington per abbattere Putin e forse smembrare la Russia, se si considera la natura sempre più offensiva delle armi garantite a Kiev e le ripetute offensive ucraine in territorio russo.

C’è da temere che Elly Schlein continui a tergiversare su questa questione. Reclamare negoziati è fatuo, se si insiste nell’invio di armi e non si indica chiaramente cosa potrebbe cedere Mosca e cosa Kiev, perché l’ecatombe finisca. In sostanza non viene smentito quel che garantirono Draghi e Letta: le armi favoriranno la trattativa. L’equazione non ha funzionato. Non basta l’invito retorico alla “pace giusta”, specie se decisa sul terreno di battaglia.

Lo stesso si dica sulle sanzioni, che l’Ue privilegia dal giorno in cui la guerra è cominciata: non nel febbraio 2022 ma nel 2014, quando Kiev mobilitò i neonazisti del battaglione Azov contro il Donbass secessionista e Mosca incamerò la Crimea. Nove anni di sanzioni non hanno impedito la sconsideratezza di Putin, e il loro inasprimento ha atterrato noi più che l’economia russa. Ha semmai accentuato la volontà del Cremlino di dar vita a un ordine internazionale non più unipolare ma multipolare, con India e Cina protagonisti. Ha rafforzato i rivali oltranzisti di Putin. E ha accresciuto la sudditanza europea a una strategia Usa che punta a disintegrare la Russia in vista dello scontro decisivo con Pechino. In questo Grande Gioco l’Ue conta zero, l’Italia ancor meno di zero, e gli appelli alla sovranità strategica europea sono fame di vento.

Viene poi la politica migratoria. Schlein ripete che solo l’Europa può rintuzzare gli scempi di Giorgia Meloni, ma l’Unione è da tempo in favore di accordi con Paesi del Nord Africa e con Turchia volti a “esternalizzare” le politiche di asilo: anche questo è “pensiero di gruppo” e Meloni è in ottima compagnia. Lo era nel 2017 quando Gentiloni era presidente del Consiglio e Marco Minniti ministro dell’Interno, e quest’ultimo concluse un memorandum con Tripoli accettando che i migranti venissero riportati nei mortiferi lager libici e imponendo regole restrittive alle Ong che fanno Ricerca e Salvataggio.

Il naufragio di Crotone non sorprende. Si poteva evitare, se l’Italia e l’Unione europea si fossero dotati di una politica di Ricerca e Salvataggio (Sar) dopo l’abbandono dell’operazione Mare Nostrum: operazione che l’Ue si rifiutò di europeizzare. Queste cose Elly Schlein non le dice, pur sapendole. Denuncia opportunamente la cialtroneria del ministro dell’Interno Piantedosi (denota abissale ignoranza l’uso della frase di Kennedy: che i profughi evitino di “mettere in pericolo i figli” e pensino non a se stessi ma “a quel che possono fare per i propri Paesi”) ma non dice che la militarizzazione delle frontiere – nel caso di Crotone le operazioni poliziesche della Guardia di finanza anziché l’invio in mare della Guardia Costiera specializzata in Ricerca e Salvataggio – è una scelta fatta propria dall’Unione, non solo dall’Italia.

Schlein ripete spesso che la revisione del Trattato di Dublino approvata nel 2017 dal Parlamento europeo (relatrice Cecilia Wikström, liberale, Schlein era relatrice-ombra per il gruppo socialista) fu avversata dall’estrema destra. Ma non può non sapere che il rapporto Wikström era giusto un primo passo, e non avrebbe mai ottenuto l’approvazione degli Stati membri sui ricollocamenti “automatici” e non semplicemente volontari dei profughi che approdano prioritariamente in Italia e Grecia.

Anche in questo caso non basta ricordare che i migranti fuggono da guerre e dispotismi, e per legge hanno diritto all’asilo. È l’ora di dire che gran parte di quelle guerre e carestie le attizziamo noi occidentali con sanzioni o investimenti predatori che impoveriscono i popoli, e con guerre di “cambi di regime” che fanno comodo geopoliticamente (non fa comodo, invece, difendere i palestinesi dall’occupazione israeliana). Delle conseguenze di tali guerre siamo responsabili.

Il Pd si rinnoverà quando criticherà radicalmente non solo la destra al governo, ma anche l’Europa di oggi. Un po’ come fece Giuseppe Conte durante il Covid, quando costruì un’alleanza fra nove Paesi membri (tra cui Francia e Spagna), decisi a ottenere un comune indebitamento Ue e un Recovery Plan che superasse la nefasta divisione fra l’austerità imposta dai Paesi creditori e la sottomissione dei debitori. Fu l’ultimo gesto dignitoso dell’Unione europea.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Guerra in Ucraina, chi ha ucciso la pace in 12 mesi di guerra

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 17 febbraio 2023

Invece di insistere come ebeti su una distinzione del tutto scontata – il 24 febbraio 2022 ci fu un aggressore e un aggredito in Ucraina – converrebbe cominciare a porsi qualche domanda magari scomoda ma utile.

La più ovvia concerne l’opportunità di inviare a Kiev armi sempre più offensive, che troncano ogni trattativa. La risposta a questa domanda è negativa: è ormai evidente che accrescere l’armamento ucraino non genera tregue, ma aumenta il numero di morti e la possibilità di un conflitto nucleare. Per le industrie belliche occidentali è una manna, ma non per i cittadini, né aggrediti ucraini né europei, che pagano il prezzo della guerra.

La seconda domanda riguarda le ragioni del conflitto. Dopo i negoziati con Gorbaciov del 1991 e negli anni che vanno dalla Rivoluzione delle Rose in Georgia nel 2003 a quella Arancione in Ucraina del 2014, è stato fatto tutto il necessario, per rassicurare Mosca che pure aveva sciolto l’Urss aprendosi all’Occidente? Niente affatto, visto che dopo poco tempo l’Occidente decise, per volontà degli Stati Uniti e dell’Est europeo, di espandere la zona di influenza Usa-Nato fino alle porte russe. La menzogna più dura a morire è quella che ritrae Vladimir Putin nelle vesti di zar imperiale. I veri imperiali sono gli occidentali, guidati da Washington. È ormai palese che l’ottocentesca dottrina Monroe (nessuna interferenza è tollerata nelle aree attorno agli Usa) si applica oggi all’Europa sino alle frontiere russe. Non aver capito che tale estensione ha non solo infranto le promesse fatte a Gorbaciov nel ’91, ma ha rappresentato una micidiale provocazione è il peccato originale dell’Occidente. Mosca è l’aggressore e Kiev l’aggredito, ma questo non implica che la guerra fosse “non-provocata” e inevitabile.

Terza domanda, legata alla seconda: i giornali europei mainstream hanno fatto abbastanza per capire le radici della guerra cominciata nel 2014 in Donbass, ben prima del febbraio 2022? La risposta è no. I media scritti e parlati non fanno il loro mestiere di cani da guardia. Non sono al servizio dei cittadini-lettori, ma degli interessi geostrategici Nato. Esercitandosi in censura e autocensura giungono sino ad accusare di disinformazione uno dei massimi giornalisti occidentali – Seymour Hersh, premio Pulitzer, noto per aver rivelato la strage di My Lay del 1968, i retroscena dell’assassinio nel 2011 di Bin Laden, le torture nelle carceri di Abu Ghraib nella guerra in Iraq – che l’8 febbraio ha svelato con dovizia di fonti gli autori – governo Usa, aiutato da Norvegia e Svezia – del sabotaggio che nel giugno scorso ha distrutto i due gasdotti Nord Stream.

Fu un atto di guerra preparato molti mesi prima del 24 febbraio ’22, e scatenato non solo contro Mosca, ma anche contro la Germania e contro i rapporti energetici Europa-Russia (uno degli obiettivi è facilitare la dipendenza Ue dal gas liquefatto Usa).

Le rivelazioni sono occultate non solo da giornali e Tv, ma anche da Facebook, dove la notizia viene segnalata come fake news (segnaliamo che il fact checker di Facebook per l’Italia è Open di Enrico Mentana).

Hersh è accusato di nascondere le fonti. Sappiamo che fine farebbero queste ultime, se rivelate: la fine di Snowden e Assange.

La domanda da porsi dentro questa terza domanda è se i cittadini siano pronti a proteste massicce, come fecero per il Vietnam e un po’ per l’Iraq (non per le guerre di Corea o Afghanistan). La risposta è no, anche se i popoli europei sono ostili all’escalation militare. I cittadini che non si sentono più rappresentati smettono oggi di votare, forse immaginando che il messaggio sarà compreso. Non lo sarà. Il non ascolto dei cittadini è oggi la norma gradita da Nato, Ue, governi e lobby militari.

Quarta domanda: l’Europa si è impegnata sovranamente nel conflitto, oppure partecipa alla guerra per servitù volontaria nei confronti degli Stati Uniti? Tutto fa propendere per la seconda ipotesi. Una decisione che sia sovrana in stato di emergenza, cioè libera di difendere i propri interessi geostrategici, implica un calcolo dei danni che possono derivare da un impegno bellico prolungato: crisi economica, prezzi energetici devastanti, crisi della rappresentanza democratica, impossibilità di un accordo mondiale sul clima. Nell’ottica Usa questa guerra è intesa a facilitarne altre, a cominciare da quella con la Cina su Taiwan (già programmata per il 2025, ha annunciato il 27 gennaio il generale dell’aviazione Usa Minihan).

Infine la quinta domanda, cruciale. Ci si è sforzati in Europa di capire le motivazioni degli Stati Uniti, così lontani dalla zona di guerra? Vincere, per i neocon Usa, significa neutralizzare Mosca in vista dello scontro decisivo con Pechino, e per riuscire Washington ha bisogno di rianimare l’Alleanza atlantica e accrescere il peso nell’Ue di Stati più atlantisti che europei (Polonia, Baltici, Nord Europa). Questa battaglia il governo Usa la sta vincendo. Sta adoperando gli europei come pedine nel suo Grande Gioco inteso a vendere armi, gas ed esercitare un’egemonia planetaria che produce solo caos.

Lungo quest’anno è apparso che almeno in due occasioni Biden determinò l’escalation di un conflitto che poteva essere evitato, o quantomeno abbreviato. Abbiamo accennato alla distruzione dei gasdotti, che ha demolito i legami Russia-Europa. Ma c’è stato anche un costante boicottaggio dei negoziati. Lo ha rivelato l’ex premier israeliano Naftali Bennett, in un video del 4 febbraio scorso. Il 5 marzo 2022, Bennett incontrò Putin e ottenne il sì di Mosca e Kiev a una serie di condizioni. Putin disse che avrebbe rinunciato al disarmo di Kiev e alla denazificazione (dunque all’uccisione di Zelensky: Zelensky ne gioì e uscito dal bunker proclamò: “Io non ho paura!”). Zelensky offrì la non adesione alla Nato. La mediazione di Bennett fallì, nonostante l’evidente “pragmatismo di Putin che capiva totalmente le costrizioni politiche di Zelensky” e il pragmatismo parallelo di Kiev. Poi ci fu il massacro da Bucha e “a quel punto – così Bennett – non c’era più nessuno pronto a pensare in maniera non ortodossa (out of the box)”. Su spinta di Biden e Boris Johnson ]prevalse la “legittima decisione degli occidentali di continuare a colpire Putin […], non so se avevano ragione […]. Hanno bloccato la mediazione […]. Pensai che era sbagliato […]. Dopo molti anni Biden ha creato un’alleanza contro l’aggressore: nella percezione generale i riflessi sono palesi su arene come Cina e Taiwan. Credo davvero che esistesse una chance per il cessate il fuoco”.

Se Washington ha vinto questo primo round, non è così per l’Europa: del tutto incapace di sovranità, essa è la retroguardia degli Usa. E a dominare non è l’asse franco-tedesco, ma l’asse Polonia-Baltici-Usa (la “Nuova Europa” esaltata da Rumsfeld nella guerra d’Iraq). Quanto alla Russia, indebolita dalle sanzioni, dovrà tollerare la dipendenza da Pechino. Ma resiste più efficacemente di noi alle strategie punitive, come testimoniano i preziosi documentari girati per Tv Loft da Alessandro Di Battista nelle terre russe.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

I biscazzieri di Bruxelles

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 22 dicembre 2022

Quel che è sicuro, nello scandalo delle colossali tangenti versate a eurodeputati, ex eurodeputati e loro assistenti dal Qatar e dal Marocco, è l’inadeguatezza, la cecità, l’abissale mancanza di autocritica del Parlamento europeo.

Neanche chi lo presiede pare all’altezza. “L’Europa è sotto attacco, la democrazia è sotto attacco”, ha esclamato il 12 dicembre Roberta Metsola, conservatrice maltese, aggiungendo che gli attaccanti sono Stati terzi che interferiscono nelle politiche dell’Unione. “Meglio stare al freddo che essere comprati!” ha concluso, mimando la gravitas d’una Sibilla.

Troppo facile tuttavia e soprattutto fuorviante prendersela con le lobby straniere anziché con se stessi. “Lo scandalo non è l’attacco, ma il danno autoinflitto da un’assemblea storicamente refrattaria a regole vincolanti di integrità”, commenta Alberto Alemanno, fondatore dell’associazione Good Lobby. Il Parlamento è certo screditato dall’ipercorruzione di alcuni deputati, in special modo italiani. Ma veramente “sotto attacco” sono i cittadini che eleggono i propri rappresentanti in Europa, che pagano le risorse delle sue istituzioni, e che si trovano beffati da una truffa che ha arricchito con centinaia di migliaia di euro una serie di eletti e assistenti.

Il linguaggio bellico è inoltre del tutto inappropriato: le lobby – straniere ma anche europee– non irrompono col mitra negli uffici dei deputati o della Commissione ma, dopo aver individuato i più corrivi, “attaccano” con valigie colme di banconote e offerte di viaggi lussuosi. Chi è seduto in quegli uffici può dire, senza timore di cadere per terra stecchito: ‘No, guardi ha sbagliato porta’. C’è qualcosa di marcio nell’Unione, se c’è chi non sa dirlo. Già sono pochi i cittadini che votano alle Europee. Chi vorrà ancora farlo, dopo simili sbandate?

La faccenda ha molti aspetti che vanno esaminati, per capire come sia stato possibile che le istituzioni Ue – compreso il decantato Parlamento – siano scese così in basso.

C’è in prima linea l’aspetto istituzionale. Quel che andrebbe finalmente ammesso è che una parte cospicua di parlamentari, italiani ma non solo, si fa eleggere perché desiderosa di più vistose carriere nazionali (è il caso di tanti eletti che presto tornano in patria come ministri o deputati: come spiegano agli elettori questi traslochi, se mai li spiegano?). Ma l’essenziale è la “mal-amministrazione” di cui si macchiano, il gusto di soldi che diventa una loro seconda pelle: per forza la metamorfosi colpisce anche i parvenu dell’ex sinistra, da quando s’è fatta establishment.

Lo stipendio percepito dagli eurodeputati, al netto delle tasse dovute all’Unione, è di circa 7.300 euro. Accanto a questa somma incassano un compenso di 338 euro per pagare soggiorno, vitto e trasporti, per ogni giorno che firmano il registro delle presenze (non di rado arrivano la sera per intascare il bonus giornaliero). Ma soprattutto ricevono l’indennità Spese Generali: circa 4.500 euro esentasse al mese, per il funzionamento degli uffici (computer, carta, basi d’appoggio nazionali, ecc.). Una somma esorbitante – che fai con tutti quei soldi, una volta acquistati computer e simili? – e non rendicontata, malgrado i soldi siano dell’Ue, non tuoi. I deputati non sono obbligati a restituire all’Unione le somme non spese: né durante né dopo il mandato. Il manuale di fine mandato invita il deputato a restituire il non speso, “se vuole”. Se non vuole l’intasca e non sono bruscolini.

C’è poi l’aspetto politico. Il legislativo europeo non è paragonabile a quello nazionale, non avendo di fronte a sé un esecutivo che rispecchi gli equilibri scaturiti dal voto. Non esiste divisione fra sinistra e destra, fra governativi e non governativi, tra chi vince e chi perde alle urne. La Commissione non risponde davanti al popolo: è una tecnostruttura, non un governo. E in Parlamento si perpetua un ferreo patto maggioritario, sulle questioni fondamentali e quale che sia l’esito delle elezioni, fra Popolari, Socialisti, Alleanza dei Democratici e Liberali, che include sempre più spesso i Verdi ed esclude le cosiddette estreme: destra, M5S, sinistra. È il granitico blocco centrale che nega sistematicamente, da anni, provvedimenti stringenti che obblighino i parlamentari a una cultura della rendicontazione e della trasparenza. Contro tale mal-amministrazione si è rivolta l’Ombudsman dell’Ue, l’impeccabile Emily O’Reilly, denunciando nel maggio 2019 il rifiuto opposto da tale blocco a concedere l’accesso della stampa alla documentazione sulle Spese generali dei deputati. In spagnolo l’Ombudsman ha un nome ben più attraente: Defensor del Pueblo.

Chi scrive era deputato nella penultima legislatura, e nel luglio 2018 si dissociò pubblicamente dall’Ufficio di presidenza del Parlamento – a quel tempo presiedeva Tajani – che aveva respinto le modeste proposte avanzate da un gruppo di lavoro sulla gestione delle Spese generali. “Sebbene siano previste linee guida sulla loro gestione – dichiarai – l’attuale normativa prevede che tale somma forfettaria sia assegnata al conto del deputato ed esclusivamente sottoposta al suo controllo. Il minimo che ci si possa aspettare è che un revisore dei conti esterno e indipendente verifichi le spese dei deputati. I Popolari e parte dei Socialisti hanno giudicato non accettabile questa semplice richiesta. Sono rimasti in minoranza Sinistra unitaria, 5 Stelle, Verdi e Alde”. Fu respinto perfino l’obbligo di tenere gli scontrini delle spese d’ufficio.

Naturalmente non c’è rapporto fra la mal-amministrazione e l’enormità delle tangenti odierne. Ma conoscere le abitudini opache che regnano nella piazza di tutti gli affari (i caffè della Place du Luxembourg davanti al Parlamento di Bruxelles) serve a capire come si possa arrivare alle attuali vette di corruttela.

Quanto alla disciplina delle lobby, va detto che i criteri sono anche geopolitici e che gli abboccamenti non sono imputabili solo al Qatar o al Marocco. Sono praticati massicciamente anche da lobby dei Paesi membri, degli Usa – rivali del Qatar come fornitori di gas liquido – e di innumerevoli Stati terzi (lobby farmaceutiche, militari, alimentari, ecc.). È quantomeno sospetto che l’attenzione non si concentri su tutti i gruppi di pressione e le Ong di copertura, esterni e interni all’Ue. Quanti rotoli di banconote circolano a Bruxelles, non qatarioti o marocchini?

Per concludere, va menzionato uno degli aspetti più nauseabondi dello scandalo: l’intreccio fra sbandieramento dei “valori europei” e malversazioni. Quasi tutti i deputati con bauli pieni di banconote si sono occupati primariamente di diritti umani, e perfino di lotta all’impunità. Il Parlamento europeo straparla di valori all’estero e tace sui disvalori in casa. Non se ne può davvero più di “quei filantropi” descritti da George Eliot in Middlemarch: “che traggono profitto da imbrogli velenosi per dichiararsi nemici della corruzione, o possiedono delle azioni in una bisca per poter meglio difendere la causa della moralità pubblica”.

© 2022 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Perché bluffano sulla pace ucraina

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 4 dicembre 2022

È abbastanza incomprensibile, perché illogica, l’euforia sprigionata per qualche ora, mercoledì, dai colloqui Biden-Macron a Washington.

Si è parlato di mano tesa a Putin; di una conferenza di pace imminente, fissata per il 13 dicembre a Parigi e destinata in origine al sostegno di Kiev. Si è ipotizzato un allineamento di Biden a Macron, più incline alla diplomazia e portavoce anche se timido dei malumori popolari in un’Europa che paga gli effetti economico-sociali della guerra ben più degli Stati Uniti. Perfino nel governo italiano, che di trattative non discute mai – né con Draghi né con Meloni – si comincia a sussurrare, per tema di figurare come Ultimo Mohicano, che pace o tregua sarebbero auspicabili.

Basta ricordare alcune circostanze per capire che si è trattato, almeno per ora, di un fenomenale bluff. Da mesi esistono sotterranee trattative russo-statunitensi, ed è vero che le guerre si concludono spesso con una finale escalation, come in Vietnam. Ma resta il fatto che nelle stesse ore in cui Macron incontrava Biden, Washington annunciava nuovi invii di armi e ripeteva che Mosca dovrà rispondere di crimini di guerra in tribunali internazionali. La stessa cosa diceva Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, mentre il Parlamento europeo accusava Mosca, il 6 ottobre, di “sponsorizzare il terrorismo” (unici italiani contrari i 5 Stelle e tre eurodeputati Pd). Intanto Roma e Berlino approvavano nuovi invii di armi a Kiev: 50 carri antiaerei Gepard la Germania, dell’Italia non sappiamo perché vige scandalosamente il segreto.

Ma soprattutto un dato avrebbe dovuto mitigare l’inappropriata euforia. Appena due giorni prima del viaggio di Macron, il 29 novembre, i ministri degli esteri Nato riuniti a Bucarest avevano emesso un comunicato in cui si “riaffermano le decisioni prese nel 2008 a Bucarest, insieme a tutte le susseguenti decisioni concernenti Georgia e Ucraina” (“Porte Aperte” Nato ai due paesi). Il 25 novembre, il segretario generale della Nato Stoltenberg giudicava “irricevibile il veto russo” sugli allargamenti. Non sono stati sufficienti quindici anni di messe in guardia del Cremlino, più otto anni di conflitto in Donbass, più quasi nove mesi di guerra micidiale in Ucraina, per aprire un po’ le menti di Washington, della Nato, dell’Europa. Per capire che almeno quest’ostacolo a un ordine pacifico paneuropeo andava imperativamente rimosso.

Incomprensibile e illogico è appunto questo: l’illusione, la cocciuta coazione a ripetere che spinge il fronte occidentale a infrangere sistematicamente, con qualche effimero ravvedimento, quella che Putin ha definito invalicabile linea rossa sin dalla Conferenza sulla sicurezza del 2007 a Monaco. Nel vertice Nato di novembre tutti hanno sottoscritto il comunicato, Parigi compresa: dov’è il disallineamento di Macron?

Non meno illogica è la volontà Usa – dunque atlantica, dunque europea – di lasciare che sia Kiev a decidere l’ora del negoziato. Difficile “parlare con Putin”, se lo ritieni uno sponsor del terrorismo e se lasci che a decidere sia Zelensky, che oggi non può più fare marcia indietro senza perdere la faccia e forse la vita. Quanto al processo contro Mosca, l’accusa di violazione del diritto internazionale è giustificata ma a formularla non possono essere Washington o la Nato o alcuni Stati europei, colpevoli di ben più numerose violazioni in una lunghissima serie di guerre, da quella di Corea a quelle in Afghanistan, Iraq, Libia.

Gli Stati Uniti non hanno aderito alla Corte Penale, assieme a Russia e Cina oltre a Israele e Sudan. Washington ha auspicato l’intervento della Corte per Belgrado e Libia, e si è scatenata contro la domanda palestinese di processare l’apartheid israeliano nei territori occupati. Ma gli Stati Uniti, che hanno centinaia di basi militari sulla terra, vanno schermati da qualsiasi incriminazione. È il privilegio di una potenza il cui solo scopo è il mantenimento dell’ordine unipolare (detto anche “ordine basato sulle regole”, tutte nordamericane) che Washington ha riservato a sé stessa dopo la prima guerra fredda. L’Italia ne sa qualcosa, dopo la strage del Cermis nel 1998. Nell’ordine unipolare c’è un unico padrone e il padrone non si processa. Nemmeno il dissenso di giornalisti investigatori è ammesso: Julian Assange ha rivelato crimini commessi da Stati Uniti e alleati in Afghanistan e Iraq, e il giorno in cui sarà estradato negli Usa rischia una pena di 175 anni.

La verità è che c’è del metodo, nella marcata volontà d’ignorare le linee rosse indicate da Mosca. Non è per patologica cocciutaggine che si nega al Cremlino il diritto a spazi pacifici e neutrali ai suoi confini ma perché si ritiene che tali spazi appartengono alla sfera d’interesse Nato, quasi che Ucraina, Georgia o Moldavia fossero paragonabili a Cuba, immerse nell’Atlantico. Per questo la guerra ha da esser lunga e per procura, in modo da sfibrare la Russia in vista dello scontro giudicato prioritario: quello con la Cina. Con un alleato russo sfibrato, Pechino sarà meno forte.

Il problema è che a patirne è l’Ucraina. Il paese sta morendo sotto i nostri occhi, ridotto a un moncone privato dei territori più produttivi a Sud-Est, e a noi sta evidentemente bene così. Sta morendo perché l’invasore ha violato la sua sovranità ma anche a causa di un nazionalismo che Bush senior denunciò fin dal 1991 a Kiev, commentando la fine dell’Urss e l’indipendenza ucraina: “Non appoggeremo chi aspira all’indipendenza per sostituire una remota tirannia con un dispotismo locale. Non aiuteremo chi promuove un nazionalismo suicida fondato sull’odio razziale” (sia detto per inciso: anche la Lettonia che è nell’UE attua politiche segregazioniste verso il 48% dei cittadini, che sono di etnia russa). La guerra di Kiev e delle milizie naziste contro i russofoni del Donbass, iniziata nel 2014, convalida i timori di Bush sr, oggi dimenticato. L’inverno senza elettricità sarà atroce per gli ucraini, e noi guardiamo rapiti l’eroe che stramazza.

Chi esce spezzato dalla tragedia è l’UE: impoverita dalle sanzioni a Mosca, egemonizzata da un Est che ancora regola i conti (Ungheria esclusa) con l’ex Urss. Ursula von der Leyen ama indossare completini colorati di ucraino giallo-blu, sbaglia il numero dei morti ucraini, reclama sempre più sanzioni. Macron prova a differenziarsi ma è debole in patria e nell’UE.

Il governo italiano è allineato a Washington fin dai tempi di Draghi, manda armi ma non ha peso, affetto com’è da afonia. È ancora più afono con Meloni, perché ogni discordanza dalla Nato è fatale per l’estrema destra. Aveva un’occasione con Draghi, visto il prestigio. L’ha persa.

E forse nell’UE siamo uno Stato tra i più torbidi: perché l’unico a chiedere trattative, trasparenza, dibattiti parlamentari chiarificatori su guerra e pace è Giuseppe Conte, leader di un partito cronicamente etichettato come filorusso e filocinese e che tutti – a destra, al centro, nell’ex sinistra, nei media dominanti – desiderano delegittimare, senza riuscirci.

© 2022 Editoriale Il Fatto S.p.A.