Clima, i fallimenti che Draghi nasconde

di venerdì, novembre 5, 2021 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 5 novembre 2021

C’è qualcosa di veramente storto nel governo e in gran parte dei nostri giornali (telegiornali compresi) se si comparano i loro giudizi sui risultati del G20 con quelli espressi da giornali stranieri e scienziati: un gran successo per il futuro del clima a sentire Draghi, un compromesso minimo o quasi fallimento secondo chi osserva da fuori.

A lamentarsi delle divisioni che impediscono impegni concreti a riportare il riscaldamento della terra a 1,5 gradi non è solo Greta Thunberg. Il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha commentato: “Mentre accolgo con favore l’impegno del G20 verso soluzioni globali, lascio Roma con le mie speranze insoddisfatte, anche se non sepolte per sempre”, per poi rincarare alla Cop26 di Glasgow: “Basta trattare la natura come un gabinetto. Basta bruciare, trivellare e scavare sempre più in profondità. Stiamo scavando le nostre stesse tombe”.

Ancora più severo il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, intervistato dal «Corriere»: “Se non si realizza un piano dettagliato e condiviso dalle nazioni, è difficile pensare che la promessa sia mantenuta”. Siamo alle prese con “economie nazionali in concorrenza fra di loro. Il problema fondamentale è ‘frenare’ queste economie per rallentare le emissioni e farlo con il consenso delle popolazioni”. Gli italiani fanno abbastanza? “Non vedo la gente che installa pannelli solari sui tetti. A Roma, sui tetti vedo più piscine che celle solari”.

Nemmeno come negoziatore il governo ha fatto abbastanza. L’agenzia Bloomberg scrive che i deludenti risultati del G20 sono dovuti alla cattiva gestione italiana, poco rispettosa dei Paesi – delegazione russa in primis – che non sono nel ristretto gruppo dei G7. Il ministro degli Esteri Lavrov accusa la presidenza italiana del G20 di aver preconfezionato il comunicato finale con i colleghi del G7, mostrandolo in extremis ad altre delegazioni. Un po’ come fa Draghi nei Consigli dei ministri.

È uno dei motivi per cui è caduta, secondo Lavrov, la scadenza del 2050 per l’azzeramento delle emissioni di gas serra: data prevista nel comunicato preconfezionato e che è sostituita da una nebbiosa scadenza: “Attorno alla metà del secolo”. Ogni Stato farà comunque a modo suo, mentre già ora la terra brucia (l’Ue si impegna per il 2050, l’India per il 2070). Conclusione di Bloomberg: “Il team italiano è stato lento nel capire quanto dovesse sforzarsi per convincere Paesi come Cina e Russia, e ha commesso errori che senza necessità hanno infiammato risentimenti”.

È ingannevole anche l’ennesimo euforico annuncio di una tassazione globale delle multinazionali. Lo smonta con argomenti convincenti Nicoletta Dentico sul «Manifesto»: manca “la riflessione sul fatto che il tasso del 15% concordato dal G20 risulta appena superiore alle aliquote medie del 12% nei paradisi fiscali, sicché l’esito finale è quello che trasformare tutto il mondo in un grande paradiso fiscale a partire dal 2023 – l’aliquota delle tasse sulle multinazionali è intorno al 27,46% in Africa, 27,18% in America latina, 20,71 in Ue, 28,43% in Oceania e 21,43 % in Asia: la media globale si assesta intorno al 23,64%”. E conclude: “Senza obblighi vincolanti, e una rotta temporale cogente all’altezza, il G20 consegna alla Cop26 di Glasgow declamazioni senza credibilità, perché ancora orientate alle vecchie ragioni della economia globalizzata piuttosto che a un improrogabile nuovo pensiero sul modello di sviluppo ecologico”.

Alcuni passi avanti sono stati compiuti, anche se il più delle volte confermano impegni solo verbali, cioè già presi anni fa ma non mantenuti. Si riconosce di nuovo che la terra non deve scaldarsi oltre 1,5 gradi, come nell’accordo di Parigi del 2015. Si torna a promettere aiuti ai Paesi poveri che più patiranno delle riconversioni verdi (100 miliardi di dollari all’anno entro il 2025). La data fissata nel 2009 dall’Onu a Copenaghen era il 2020: non è stata rispettata da nessuno dei Paesi sviluppati, che pure sono i grandi predatori delle risorse del pianeta. Visti i precedenti c’è da dubitare che saranno rispettati gli impegni principali presi a Glasgow: freno alle emissioni di metano (ma Cina, Russia e India dissentono) e stop alle deforestazioni.

Difficile in queste condizioni che i cittadini comprendano quel che i governi intendano fare qui e ora. Difficile prevedere come se la caveranno Paesi come l’India e in genere l’Asia, dove vastissime regioni dipendono dal carbone per sopravvivere. Viviamo dilemmi di natura tragica, che i sorrisi compiaciuti di Draghi e la foto da Dolce Vita dei Grandi che gettano monete nella Fontana di Trevi trasformano in incubo.

Tutti questi dilemmi e trionfi dell’inerzia sono chiari a molti, ma il principale dramma viene occultato nelle conferenze stampa ed è geopolitico, come si capisce bene dal commento di Bloomberg. È impossibile che i G20 o i Paesi della Cop26 si accordino seriamente, ingolfati come sono in una nuova guerra fredda che vede Usa e Nato in croniche posture bellicose contro Russia e Cina, con lo scontro su Taiwan che incombe. È improbabile una riduzione drastica di produzione petrolifera nei Paesi nel Golfo, cui la Nato è legata anche militarmente. L’assenza di Putin e di Xi Jinping a Roma e Glasgow è un segno funesto, di cui i leader occidentali dovrebbero rammaricarsi in maniera molto più ragionata e meno bellicosa.

Nella sua rubrica “L’arte della guerra”, sul «Manifesto», il geografo Manlio Dinucci riassume il dilemma geopolitico, spiegando come la rovina non riguardi solo il clima ma anche la corsa agli armamenti nucleari e le recenti manovre nucleari della Nato, in funzione anti-Cina e anti-Russia. Poco prima del G20, il nostro Paese è stato teatro di un’“esercitazione Nato di guerra nucleare Steadfast Noon nei cieli dell’Italia settentrionale e centrale. Vi hanno partecipato per sette giorni, sotto comando il Usa, le forze aeree di 14 Paesi Nato, con cacciabombardieri a duplice capacità nucleare e convenzionale dislocati nelle basi di Aviano e Ghedi. Ad Aviano è schierata in permanenza la 31ª squadriglia Usa, con cacciabombardieri F-16C/D e bombe nucleari B61”.

“Per il clima non c’è più tempo”, s’inquietano i governanti, ma per una guerra nucleare il tempo pare si trovi. Siamo ben lontani dallo spirito del Secondo dopoguerra, quando furono create le Nazioni Unite per metter fine alle impotenze e inerzie della Società delle Nazioni. Chi si meraviglia solo arrabbiandosi e non allarmandosi per l’assenza di Putin e Xi Jinping o è cieco, o mentendo ci imbroglia.

© 2021 Editoriale Il Fatto S.p.A.

La guerra oscena dei soldi mischiati a valori e sangue

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 20 agosto 2021

Al pari di altri leader europei, Draghi ha speso poche parole sul ritiro di Washington e della Nato dall’Afghanistan. Si è limitato a dire che il rientro degli italiani e dei cooperanti afghani avverrà nel rispetto dei diritti umani, e che una cooperazione mondiale dovrà avere come sede il G20. Ha poi invitato a “riflettere sull’esperienza” passata, ma non ha azzardato alcun tipo di riflessione visto che “non è questa la cosa più importante”.

È la più importante, invece. Sapere perché la guerra d’invasione sia stata inutile oltre che nefasta, e come abbia potuto durare 20 anni, mietere tanti morti, non produrre alla fine altro che caos: rispondere a tali domande è cruciale, altrimenti non proveremo che smarrimento di fronte a un conflitto che finisce in modo così catastrofico: ben più catastrofico di quanto avvenne dopo la guerra di 9 anni condotta dall’Urss. Il governo pro-sovietico sopravvisse qualche anno dopo il ritiro del 1989; il governo di Ashraf Ghani protetto da Washington si è dato alla fuga immediatamente.

Quanto al G20, Draghi e molti suoi colleghi ignorano la necessità di trattare non solo con Russia, Cina e Turchia ma anche e soprattutto con i due Paesi che pesano maggiormente sulle sorti afghane e che tuttavia non sono nel Gruppo dei Venti: l’Iran che ha un lungo confine con l’Afghanistan (4 milioni di Hazara sciiti vivono nel timore), e il Pakistan che è il primo interlocutore-garante dei talebani. Senza di loro la guerra civile afghana è assicurata.

Nessun dirigente europeo ha mostrato di voler imparare dalla disfatta, e infatti la parola sconfitta è assente. Fa eccezione Angela Merkel, che ha ammesso errori ma non ha specificato quali, né quando e perché furono commessi: dunque le sue parole restano vacue. In Europa ci si preoccupa giustamente degli afghani traditi, che fuggiranno dal proprio paese. O del peso esercitato dai talebani sul narcotraffico (Roberto Saviano). O delle donne che potrebbero patire persecuzioni. Ma il vero dramma è occultato: la fine di un’Alleanza Atlantica creata per fronteggiare l’Urss ma che nel dopo Guerra fredda non ha saputo far altro che provocare o indirettamente favorire ulteriori guerre, tutte fallimentari: in Afghanistan, Siria, Iraq, Somalia, Libia, Sahel. L’appoggio sistematico agli integralisti più radicali: contro l’Urss in Afghanistan, contro Assad in Siria. L’incapacità di costruire un sistema di sicurezza internazionale che oltrepassi il multilateralismo – la forma gentile dell’atlantismo – e diventi infine multipolare, composto di potenze non omologabili alle idee di civiltà di volta in volta dominanti in occidente.

I difensori dei diritti delle donne conducono giuste battaglie ma non sempre in buona fede. Non solo perché la politica dei talebani è ancora incerta, ma perché i diritti sono stati in questo ventennio una conquista nelle grandi città, non nei villaggi. Perché sono migliaia le donne e i bambini morti sotto le bombe Usa. Perché l’Afghanistan, come del resto l’Iraq, non ha mai sopportato le aggressioni, anche liberatrici, dei forestieri. E chissà, forse i talebani, o una parte di essi, hanno imparato dalle ultime guerre più cose di noi. Forse daranno vita a governi più inclusivi delle varie etnie, e a forme di pacificazione con i Paesi limitrofi che scongiurino devastanti guerre civili.

La confusione delle nostre menti è rafforzata da ventennali menzogne. Ed è una confusione che persiste perché buona parte delle sinistre e dei commentatori sono figli più o meno consapevoli del pensiero neo-conservatore, del suo falso umanitarismo, delle teorie sullo scontro fatale tra culture. Tessono le lodi di Gino Strada, ma in cuor loro sperano che alle guerre infinite facciano seguito guerre civili altrettanto infinite, che diano diritti alle donne bombardandole.

Riflettere sull’esperienza passata vuol dire fare il punto sulle origini di una guerra che apparentemente fu una risposta all’attentato dell’11 settembre 2001. Fu la prima finzione, subito seguita dalle menzogne sulle armi di distruzione di massa detenute da Saddam in Iraq. Gli attentatori dell’11 settembre trovarono rifugio in Afghanistan ma erano legati all’Arabia Saudita, alleata di Washington.

Un’altra bugia riguarda il denaro “speso in Afghanistan”: oltre 3000 miliardi di dollari. Non sono stati spesi “in Afghanistan”. Hanno arricchito rappresentanti dei governi fantoccio, e in primo luogo le industrie delle armi in Usa ed Europa. Andrew Cockburn spiega bene come il complesso militare-industriale esca non perdente ma vincente dal conflitto, avendo accumulato profitti enormi dalla vendita di armi spesso inutilizzabili («The Spectator», agosto 2021). Il caso più spettacolare: la vendita degli aerei da trasporto italiani G-222, comprati dagli Usa per questa guerra (500 milioni di dollari). John Sopko, l’Ispettore Generale per la Ricostruzione Afghana nominato nel 2012 dal Congresso Usa ha rivelato: “I G-222 erano aerei del tutto inadeguati, inadatti alle altitudini e al clima”. I loro relitti giacciono oggi nei pressi dell’aeroporto di Kabul. La sentenza di Sopko: “La ricostruzione afghana è un villaggio Potemkin”. Una finzione.

Biden ha mantenuto la promessa del ritiro, anche se la gestisce male, ma quel che dice sulla colpa del governo e dell’esercito di Kabul è in minima parte verosimile (“Le truppe americane non dovrebbero combattere e morire in una guerra che le forze afghane non sono disposte a combattere per conto proprio”). Se gli afghani non erano “disposti” è colpa di quattro amministrazioni Usa che li hanno male attrezzati e infine abbandonati.

Dopo aver fatto il guaio, i belligeranti temono ora i suoi effetti inevitabili: l’arrivo dei profughi. Macron chiede di “irrobustire” i confini contro i “flussi migratori irregolari”, come se i profughi avessero il tempo di verificare la “regolarità” della loro fuga. La speranza è di mantenere, come se nulla fosse, gli accordi sui respingimenti negoziati fra Ue e Kabul nell’ottobre 2016 (Joint Way Forward on migration issues).

La parola d’ordine è dunque: guardare avanti, non attardarsi in autocritiche. Non imparare dagli errori, ma commetterne di nuovi preservando strutture fallimentari come la Nato, proteggendo le lobby militari che mischiano oscenamente “valori” e guerre, tuonando contro la Cina che minaccia Taiwan. Il vuoto di riflessioni non promette niente di buono. La spedizione in Afghanistan finisce ma già gli apparati militari-industriali d’occidente si preparano a future guerre, dirette o per procura.

© 2021 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Russia e Cina, i nemici ritrovati

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 giugno 2021

Quando illustrò in Parlamento il suo programma di governo, a febbraio, Mario Draghi non disse nulla su politica estera e difesa, ma si limitò a proclamarsi “convintamente europeista e atlantista”. Era un po’ di tempo che i due aggettivi non s’accoppiavano con tanta disinvoltura, e d’un tratto ecco che l’equivalenza veniva ribadita quasi fosse legge di natura.

Essere europei significa automaticamente essere più attivi nella Nato, e viceversa. Nessun bisogno di spiegare il perché di quest’apodittica certezza. Basta dire che Trump è finito e che Biden ha iniziato la felice retromarcia.

In realtà Biden non ha cambiato marcia nei rapporti con Putin, ma incontrando quest’ultimo a Ginevra ha solo evitato il surriscaldamento delle tensioni. Nei giorni precedenti in Cornovaglia i governi Nato avevano in effetti chiarito quel che nel discorso di Draghi restava velato: la guerra fredda ricomincia, e la Nato ha di nuovo i nemici che le servono per vivere e operare. Ne ha addirittura due: Cina e Russia. Ambedue sono dichiarati “minacce per la sicurezza dell’Occidente”. Ambedue svolgono il ruolo, prezioso per le industrie militari-industriali, di “nemici esistenziali” o “sistemici”.

L’euforia è di rigore, non solo nei governi ma anche – in Italia – nei giornali che applaudono l’armonia atlantica ritrovata (eufemismo per egemonia statunitense). Rilanciare la Nato vuol dire riaccendere gli animi, giustificare guerre che hanno ucciso civili, non imparare alcunché dai fallimenti in Afghanistan, Iraq, Somalia, Siria, Libia, e per quanto riguarda Parigi nel Sahel e nel Sahara. All’inizio di giugno l’operazione francese Barkhane, cui si erano associati nel 2018 alcuni Paesi Ue, è stata sospesa.

Restano da indagare gli impegni di riarmo assunti nell’epoca Conte, ma di certo il successore ha impresso una svolta nella politica estera italiana. Si moltiplicano le critiche di Palazzo Chigi alla strategia cinese dei governi Conte: nel mirino l’adesione alla Via della Seta, invisa negli ambienti Nato. I tecnici più fedeli a Draghi incitano a un indurimento dei rapporti con Mosca, anche quando non hanno alcuna esperienza diplomatica (è il caso del banchiere Franco Bernabè, intervistato a Otto e Mezzo). Completano l’opera la promessa di ulteriori aiuti alle guardie costiere libiche, e l’appoggio incondizionato a quella che Biden chiama la “sacra obbligazione” dell’Alleanza atlantica (alleanza che “consente agli Stati Uniti di avere un posto a tavola anche quando si tratta di affari europei”, scrive opportunamente Sergio Romano sul «Corriere»).

Per la verità è da tempo che i governi dell’Unione europea partecipano alla resurrezione dell’Alleanza, del tutto anomala se si considera che la Nato nacque per contenere l’Urss e che quest’ultima s’è dissolta nel 1991 assieme al Patto di Varsavia. Nei Trattati è scritto che l’Ue “promuove la pace” (articolo 3), ma il rappresentante della sua politica estera Josep Borrell ha detto nel 2020 che “per silenziare i fucili abbiamo sfortunatamente bisogno di fucili […] La sicurezza dei nostri amici africani è la nostra sicurezza”.

Biden ha riscoperto la centralità strategico-militare dell’Europa e quel che le chiede è chiaro: resistenza all’espansione commerciale o militare di Cina e Russia; allineamento incondizionato a future iniziative statunitensi di regime change a Est dell’Unione (Ucraina, Bielorussia, Georgia); partecipazione a missioni antiterrorismo dopo il ritiro dall’Afghanistan. Draghi sembra deciso ad assecondare la nuova guerra fredda, dopo aver appeso nel vuoto i suoi due “pilastri”: europeismo e atlantismo.

Lo strumento cui l’Ue ricorrerà per contribuire a queste strategie di allineamento si chiama European Peace Facility (EPF), adottato il 22 marzo dal Consiglio europeo. L’investimento iniziale ammonta a 5 miliardi di euro. Si tratta, scrive Michael Peel sul «Financial Times», dell’“espansione più significativa sin qui operata negli sforzi europei di proiettare hard power e influenzare i conflitti alle frontiere dell’Est e in Africa”.

I giornali e i notiziari tv non possiedono neanche un grammo di memoria e di prudenza politica, dunque esultano davanti alla doppia resurrezione: quella della Nato, data per “cerebralmente morta” da Macron nel 2019, e quella dei nemici “sistemici” di cui la Nato ha bisogno per continuare a esistere, cioè Russia e Cina. Per adattarsi a quest’ennesima restaurazione il Movimento 5 Stelle che in passato aveva criticato la Nato si ravvede, e quasi quotidianamente si proclama europeista e atlantista.

Eppure non era sempre questo il clima, quando finì la prima guerra fredda. Nel 1998, 10 senatori Democratici e 9 Repubblicani americani si opposero ai primi allargamenti della Nato a est dell’Europa. Washington e Berlino avevano promesso a Gorbaciov di non estendere l’Alleanza, in cambio della pacifica riunificazione tedesca, ma i patti furono presto violati. Fu la prima goccia di veleno iniettata nei nostri rapporti con il Cremlino. Un veleno che oggi non serve ad altro che a rafforzare l’alleanza Mosca-Pechino.

Russia e Cina sono osteggiate per diversi motivi: la Cina è la seconda potenza economico-finanziaria del pianeta, la Russia ha perfezionato i propri armamenti dopo l’espulsione dal G-8 e l’interventismo occidentale ai propri confini, in Georgia e Ucraina. A ciò si aggiunga la selettiva offensiva Nato sui diritti umani (la persecuzione dei musulmani Uiguri in Cina è un crimine, ma non lo è quella dei musulmani nel Kashmir indiano). Russia e Cina sono inoltre accusate di interferire nei processi democratici – elezioni Usa, Brexit – come se la vittoria di Trump e dei Brexiteers fosse colpa di hacker russi e cinesi e non frutto inevitabile del declino delle democrazie e di precisi fallimenti dell’Ue.

I nemici esistenziali servono a molte cose, anche se promettono più insicurezza per tutti. Tra il 1989 e il 1990, Georgij Arbatov, consigliere diplomatico di molti governi sovietici, ci minacciò: “Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Aveva visto giusto. Il complesso militare-industriale in Europa e Stati Uniti boccheggiò, disperò. Alcuni governi – tra cui il Conte-2 – trovarono il coraggio di smettere l’invio di armi all’Arabia Saudita, per frenare la guerra in Yemen. Ma la parentesi di “morte cerebrale” non era tollerabile per la Nato e per Washington. I popoli ovviamente non vengono consultati, visto che i cosiddetti populisti sono per ora neutralizzati, almeno in Italia.

© 2021 Editoriale Il Fatto S.p.A.