Recent Posts by Barbara Spinelli

Tajani e il refoulement dei migranti in Libia

Bruxelles, 1 marzo 2017

Barbara Spinelli è intervenuta all’inizio della miniplenaria del Parlamento europeo per chiedere chiarimenti a nome del gruppo Gue-Ngl sull’intervista rilasciata da Antonio Tajani al gruppo di stampa tedesco Funke Mediengruppe, in cui il neo eletto Presidente del Parlamento europeo ha sostenuto la necessità di tenere migranti e rifugiati nei campi di detenzione libici per un periodo di tempo indefinito. 

Nella sua risposta, il Presidente ha dichiarato di non aver auspicato la costruzione di campi di concentramento: un’accusa mai formulata da Spinelli, e purtroppo ripresa da alcuni giornali internazionali.

Di seguito l’intervento in aula:

«Mi rivolgo a lei, Presidente, appellandomi all’articolo 22 del regolamento, perché sono stupita da quanto ha detto ieri alla stampa tedesca sugli accordi di rimpatri in Libia. Senza che il Parlamento ne avesse ancora discusso, e conoscendo le obiezioni di tanti deputati, si è dichiarato favorevole a campi di detenzione in Libia, dove migranti e rifugiati potranno essere rinchiusi – cito – “anche per anni”.

Il mio gruppo, ma non solo, è contrario all’accordo. Anche l’Alto Commissariato Onu per i diritti dell’uomo ritiene la Libia uno Stato non sicuro dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Nell’intervista Lei dice che non dovranno essere campi di concentramento, e ci mancherebbe! Non so però come l’Unione possa garantirlo, non essendo la Libia un protettorato. Sono stupita perché a suo tempo Lei promise di essere un Presidente imparziale, rispettoso delle diversità di quest’aula. Temo sia una promessa non mantenuta».

Si veda anche:

Tajani’s position on locking up refugees in Libya condemned by GUE/NGL

Le oligarchie e il suicidio delle vecchie sinistre

Articolo pubblicato su «Il Fatto Quotidiano» del 12 novembre 2016

Analizzando la socialdemocrazia nel 1911, Robert Michels parlò di legge ferrea dell’oligarchia: per come si organizzano, e per come tendono a occuparsi della sopravvivenza degli apparati, i partiti diventano pian piano gruppi chiusi, corrompendosi. Il loro scopo diventa quello di conservare il proprio potere, di estenderlo e di respingere ogni visione del mondo che lo insidi. Si fanno difensori dei vecchi ordini che Machiavelli considerava micidiali ostacoli al cambiamento e al buon governo delle Repubbliche. Anche le menti si chiudono, e la capacità di riconoscere e capire quel che accade nel proprio Paese e nel mondo circostante si riduce a zero.

Una risposta popolare a questa legge ferrea la stiamo osservando con la vittoria di Donald Trump. Ma ovunque in Europa un numero crescente di elettori boccia i poteri costituiti, se ha l’opportunità di esprimersi in elezioni o referendum. È un rigetto diffuso dell’establishment globalizzato, delle politiche che quest’ultimo ha fabbricato per far fronte alla crisi e dei metodi opachi, concordati e decisi “a porte chiuse”, con cui tali strategie continuano a essere imposte. A questa politica del disprezzo i popoli stanno rispondendo in modi diversi e distinti fra loro: con la rabbia, con il risentimento, o con la tendenza a cercare capri espiatori. Le tre modalità vengono tutte respinte allo stesso modo, senza alcuno sforzo di distinguerle, e la risposta viene in blocco definita populista o estremista. Hillary Clinton ha addirittura parlato di fine del mondo, rivolgendosi agli elettori: “Io sono l’unica cosa frapposta tra voi e l’apocalisse”. Allo stesso tempo, non ha esitato ad ammettere la sua “lontananza” dalle classi medie sempre più depauperate e incollerite. In un discorso alla Goldman Sachs nell’aprile 2014 rivelato dalle email pubblicate da Wikileaks, ha detto: “In qualche modo mi sento lontana [dalle lotte della classe media], e questo per la vita che ho vissuto e per il patrimonio economico di cui io e mio marito oggi godiamo”.

Ma Wikileaks ha rivelato altro. Il Comitato nazionale democratico ha commesso un suicidio, facendo di tutto per per garantire la vittoria alle primarie del candidato meno competitivo contro Trump, ossia Clinton stessa. Ha sabotato altre candidature: prima fra tutte quella di Bernie Sanders, dato per vincente contro Trump da almeno tre sondaggi (in uno di essi con un distacco di ben 15 punti). Ha trasmesso in anticipo allo staff di Clinton domande essenziali che sarebbero state poste nel dibattito con Sanders dello scorso marzo. Il campo delle cosiddette sinistre negli Stati Uniti avrebbe forse potuto vincere contro Trump. Era più forte, organizzativamente, di un fronte repubblicano disgregato da un decennio. Non ha voluto farlo, ha ceduto alla lobby clintoniana, e di fatto ha preferito perdere, precipitando nel baratro senza nemmeno guardarci dentro.

Non siamo di fronte a un’incapacità di percepire lo stato d’animo degli elettorati. Siamo di fronte a una precisa non-volontà di capire e imparare. La democrazia comincia a essere qualcosa che mette paura e lo stesso suffragio universale viene messo in questione: il comportamento delle vecchie sinistre europee sdogana un’offensiva che ricorda polemiche ottocentesche e che riappare nelle strategie di Renzi in Italia (mantenimento delle strutture delle province senza partecipazione diretta dei cittadini; creazione di un Senato non più eletto direttamente). Vengono messe in questione perfino le Costituzioni nazionali, sospettate di ostacolare la “capacità di agire rapidamente” degli esecutivi: qualsiasi richiamo al rapporto JP Morgan è diventato lo zimbello della rete highbrow, alla stregua delle scie chimiche. Ma contrariamente alle scie chimiche, quel rapporto esiste davvero. Quanto ai giornali, appaiono elogi disinibiti dell’oligarchia, presentata come sviluppo naturale e auspicabile della democrazia: anzi, come la natura stessa della democrazia. Clinton simboleggiava tale involuzione delle cosiddette sinistre, oggi al servizio di lobby non solo nazionali ma transnazionali. Questa sinistra e il giornalismo mainstream sono ovunque sconfitti e smentiti, ma non sembrano voler imparare nulla. L’elettore fa loro sempre più paura, e per questo le sue espressioni di rabbia o risentimento vengono sommariamente declassate come populiste. Lo stesso accade con i Parlamenti: in vari modi si tenta di depotenziarli, perché accusati di impedire politiche decise nei piani alti. Il Partito democratico americano, i Partiti socialisti in Francia e Spagna, il Partito democratico guidato da Renzi: tutti sono chiusi in trincea, lavorando a larghe intese per fronteggiare il populismo che incomberebbe.

È un fenomeno che dura da tempo. Ricordiamo la paura suscitata nelle vecchie sinistre dalle elezioni e dai referendum in Grecia o dalle elezioni spagnole. Andando più indietro, fu assordante il silenzio del Pd di fronte all’offensiva di Mario Monti contro il Parlamento italiano e, indirettamente, contro il suffragio universale. Il 6 agosto 2012, l’allora Presidente del Consiglio rilasciò un’intervista a Der Spiegel e senza remore dichiarò: «Capisco che [i governi] debbano tener conto del loro Parlamento, ma ogni governo ha anche il dovere di educare le Camere: se io mi fossi attenuto meccanicamente alle direttive del mio Parlamento non avrei mai potuto approvare le decisioni dell’ultimo vertice di Bruxelles». Poco dopo, nel settembre dello stesso anno, in un incontro bilaterale a Cernobbio, Monti propose a Herman Van Rompuy, allora presidente di turno del Consiglio europeo, un vertice dell’Unione interamente dedicato alla minaccia del populismo: “Per fare il punto e discutere su come evitare che ci siano fenomeni di rigetto […] Siamo in una fase pericolosa […] In Europa c’è molto populismo che mira a disintegrare anziché integrare”.

Tutte ciò è stato completamente assorbito dalle sinistre, fin nel linguaggio. In questa maniera esse hanno legittimato il discorso antidemocratico che serpeggia sempre più insistente nelle élite. Sono entrate anch’esse, senza complessi, nella postdemocrazia descritta da Colin Crouch (Postdemocrazia, Laterza 2003). In Europa si mostrano ogni giorno favorevoli a larghe intese con i Popolari per meglio far quadrato contro i cosiddetti estremismi.

Un’ultima considerazione sul movimento Cinque Stelle, sbrigativamente assimilato dalla grande stampa ai populismi di Trump o di Le Pen. Poco conta quel che il M5S propone, o le sue battaglie nel Parlamento europeo per una diversa politica economica, per il rispetto delle leggi internazionali nelle politiche di migrazione e asilo, per una politica estera che non trascini l’Europa nella nuova guerra fredda con la Russia che la Clinton favoriva. L’unica frase di Grillo messa in rilievo in questi giorni è quella sul “vaffa day americano”, come se fornendo quest’analisi avesse anche “esultato” per la vittoria di Trump, e non l’avesse invece descritta realisticamente. Non è dato sapere se abbia davvero esultato: tanto più che sul finire della campagna elettorale non si è pronunciato, a differenza di Salvini, in favore di Trump. Grillo ha solo puntato il dito su quel che spinge gli elettori a reagire all’establishment, di volta in volta con rabbia o risentimento o anche con slogan xenofobi. L’Italia è l’unico paese nell’Unione dove l’estrema destra viene “trattenuta” e assorbita da un Movimento per forza di cose contraddittorio, ma comunque democratico. Se Salvini ha un elettorato ristretto lo dobbiamo al M5S.

Marco D’Eramo ha ragione, quando scrive sul sito di Micromega: “Non è per niente certo che si realizzi l’auspicio di Slavoj Žižek, che si augurava la sconfitta di Clinton e l’elezione di Trump perché, secondo lui, avrebbe dato una sveglia alla sinistra. Troppo profondo è il sonno della ragione in cui la sinistra è piombata, da decenni”. Il guaio è che la vecchia sinistra non crede di vivere il sonno della ragione. Crede di incarnare la ragione e di essere più sveglia di tutti gli altri.

L’emergenza rifugiati che emargina il Parlamento

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “sulla ricollocazione di richiedenti asilo da Grecia e Italia verso il resto dell’Unione Europea”, nel corso della Sessione Plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 14 settembre 2016.

La Risoluzione è stata votata dal Parlamento europeo il 15 settembre 2016.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, condivido la relazione di Ska Keller sulla proposta della Commissione.

Vorrei tuttavia richiamare l’attenzione sulla base giuridica della proposta. Non è la prima volta che la Commissione tende a escludere il Parlamento, adducendo come pretesto l’emergenza legata a improvvisi afflussi di rifugiati; l’altro esempio è l’accordo con la Turchia. Da tempo però gli afflussi non sono improvvisi, sicché non c’è motivo alcuno per cui il Parlamento non sia coinvolto a pieno titolo come co-legislatore.

Invito dunque a considerare il mio emendamento. Esso evidenzia come la base giuridica della proposta – articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea – vada sostituita dall’articolo 78, paragrafo 2, che coinvolge il Parlamento a pieno titolo. Mi sembra un buon metodo per mettere fine al poco democratico stato di emergenza in tema di rifugiati.

Left stands up for women’s rights in Poland

Di seguito, il comunicato stampa del Gruppo GUE/NGL relativo al voto sulla Risoluzione sulla Polonia (svoltosi il 13 aprile).

Questo il testo della Risoluzione approvato in plenaria (edizione provvisoria) e questi gli emendamenti, presentati dal gruppo, di cui si parla nel comunicato e che non sono stati adottati dall’aula.

Strasbourg  13/04/2015

Left stands up for women’s rights in Poland, while S&D and ALDE groups sacrifice them in EP vote today

GUE/NGL MEPs have condemned the failure of the European Parliament to show support for the rights of women in a vote on a resolution concerning the situation in Poland today.

While GUE/NGL MEPs co-signed and supported the contents of the motion, many criticised the failure of other political groups in the Parliament to include concerns over women’s rights and changes to media and police laws in the resolution.

To rectify this situation, GUE/NGL MEPS proposed a series of amendments to the motion. While these were supported by The Greens/European Free Alliance and some S&D MEPs, the amendments were not passed by the Parliament.

While there has always been majority support for the right to abortion in the European Parliament, ALDE and S&D leaders gave up on women’s rights in a deal with the EPP over the resolution that was passed today.

GUE/NGL Coordinator on the Women’s Rights and Gender Equality Committee, Malin Björk, addressed the lack of support for women’s rights, including the right to abortion: “Contrary to the right and centre political parties, GUE\NGL recognises that the Polish Government’s authoritarian conflation of the rule of law and fundamental rights is deeply linked to repression of women’s and girls’ bodies. Women’s rights and bodies are not something one can opt in or opt out from when we are working towards more democratic societies. Women’s rights belong at the very core of those discussions. That is why it is important that these issues were raised in this context, in this resolution.”

“The left is the only political force today that fully recognises women’s fundamental rights to make decisions about our own bodies. We clearly stand in solidarity with all the Polish people mobilising for women’s right to choice.”

Italian MEP, Barbara Spinelli, highlighted that: “With this important resolution and the amendments tabled by our group, we wanted, once again, to point out that constitutional democracy, the independence of judges, fundamental rights, including freedom of the media and women’s freedom of choice, are principles that shall always be respected and promoted by all the member states, not only during the accession process, but also and especially as essential and primary conditions for the belonging to the European Union.”

French MEP, Marie-Christine Vergiat, added: “In Poland, citizens are mobilising against their government which is calling fundamental rights – most notably, women’s rights – into question. The Polish Government’s current attempt to put a complete ban on abortion – when its abortion laws are already some of the most restrictive in Europe – is a symbolic example of that.”

“Our amendments demonstrated unconditional and immediate support to those who are struggling for their fundamental rights in Poland. We believe that fundamental rights and especially women’s rights cannot be submitted to any internal arbitration within the European Parliament. I regret that the majority of parliamentarians have not understood this,” Vergiat concluded.

Le lacune di un rapporto sull’immigrazione senza condanna dell’accordo UE-Turchia

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 12 aprile 2016

Il Parlamento ha votato il rapporto sulla “situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione” redatto dalle co-relatrici Roberta Metsola (PPE) e Kashetu Cecile Kyenge (S&D).

Secondo Barbara Spinelli, relatrice ombra per il Gruppo GUE/NGL, i negoziati sono stati difficili a causa del patto di ferro stretto tra Popolari e Socialisti, i due gruppi cui appartengono le co-relatrici. «Avevo inizialmente pensato di consigliare al mio gruppo il voto favorevole al rapporto, ritenendo rilevanti alcuni punti senz’altro positivi, come la richiesta di azioni umanitarie europee di ricerca e soccorso in mare, il mutuo riconoscimento delle decisioni nazionali di asilo e la protezione temporanea che contempla l’apertura di corridoi umanitari in cooperazione con l’UNHCR», ha dichiarato l’eurodeputata. «Da mesi, tuttavia, le politiche dell’Unione vanno in tutt’altra direzione e assistiamo a un degrado senza precedenti. Siamo di fronte a un accumulo di scelte, della Commissione e del Consiglio, che sanciscono al tempo stesso la chiusura delle frontiere come conditio sine qua non della sopravvivenza di Schengen, e un’indifferenza di natura criminosa  verso la sorte dei rifugiati. La più decisiva di queste scelte è l’accordo con la Turchia, accordo giudicato illegale dall’ONU e da molti esperti di diritto internazionale ed europeo».

In proposito Barbara Spinelli ha presentato – tra gli altri – tre emendamenti volti a criticare gli effetti dell’accordo UE-Turchia, che non sono passati a causa del voto negativo di parte del Partito socialista. Per questo l’eurodeputata del GUE/NGL ha consigliato al proprio gruppo politico l’astensione.

«Eravamo partiti con due ambizioni forti», ha detto in Plenaria, «darci una visione olistica del Mediterraneo e delle migliaia di morti in mare; capire che non siamo di fronte a una “questione immigrati” ma a una “questione rifugiati”. Se “olistico” vuol dire superare una difficoltà affrontando insieme i suoi diversi aspetti, e se penso alle politiche europee dell’ultimo anno e mezzo, mi domando se siamo stati all’altezza. Non è visione olistica la concentrazione degli Stati membri e della Commissione (Frontex compresa) sul controllo delle frontiere e sul respingimento dei rifugiati, con la scusa che Schengen si salva solo così; non è visione olistica la frase vergognosa di Donald Tusk che invita i fuggitivi da guerre e dittature e non venire “soprattutto” in Europa; non è olistica Frontex trasformata in Nuova agenzia per i respingimenti collettivi; non è olistico, sopra ogni altra cosa, l’accordo con il regime turco, che respinge tanti rimpatriati nelle zone di guerra siriana mentre in casa reprime i connazionali curdi».

Altri importanti emendamenti di Barbara Spinelli sono stati bocciati, lasciando unicamente un richiamo all’Articolo 3 della Convenzione di Ginevra: questo spiega il voto negativo di molti parlamentari del GUE/NGL. Nonostante questo l’eurodeputata ha confermato l’astensione, convinta che il rapporto rappresenti comunque un progresso rispetto alle politiche decise ultimamente da Commissione e Consiglio.

Qui si può trovare l’esito nominale dei voti sugli emendamenti presentati da Barbara Spinelli


Si veda anche:

GUE/NGL abstention largely due to lack of criticism of recent EU-Turkey deal on refugees

Il delirio dell’Europa sui rifugiati, di Annamaria Rivera, «il manifesto», 17 aprile 2016

I rifugiati intrappolati in Grecia

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 3 marzo 2016

«Il blocco della rotta balcanica è uno strumento usato per destabilizzare uno Stato Membro dell’Unione: la Grecia», ha detto questa mattina Barbara Spinelli nel corso di un dibattito del gruppo Gue/Ngl dedicato ai confini esterni dell’Unione e al tracollo di Schengen. «Penso che l’accusa fatta al governo greco di “spingere i popoli a fuggire” sia di un infantilismo estremo.

«In primo luogo,  chi fa simili accuse sa perfettamente come stanno le cose: i rifugiati sono oggi intrappolati in Grecia perché la rotta balcanica è stata chiusa al confine greco-macedone in seguito a una decisione adottata dall’Austria in accordo con il gruppo di Visegrad e, soprattutto, in un vertice di qualche giorno fa, con nove Paesi balcanici.

«Vienna sta organizzando una sorta di sottogruppo dell’Unione, una sua “area di influenza”,  e con l’aiuto di Paesi che non appartengono all’UE mette in ginocchio uno Stato dell’Unione. Il ministro della migrazione greco fa bene a parlare di caduta dell’Ue in politiche di potenza che ricordano l’Ottocento.

«C’è poi un secondo segno di infantilismo o malafede: non vedere i motivi per cui la gente fugge in massa verso l’Europa da Stati devastati da anni di guerra serve in realtà a nascondere il fatto che queste guerre sono state attivamente promosse o addirittura fatte dall’Occidente, e a sviare l’attenzione da quelle che si accinge a fare di nuovo in Libia», ha continuato l’eurodeputata del Gue-Ngl. «Per questo chiedo di riflettere sul fatto che alla seconda guerra in Libia intendono partecipare, accanto agli Usa, due Stati dell’Unione: Italia e Libia.

«Quanto alle operazioni della Nato alle frontiere Sud dell’Europa, sono d’accordo con il collega Nikolaos Chountis (Unità Popolare, Grecia): stiamo assistendo a un salto di qualità che va denunciato, perché stravolge la politica europea di asilo trasformandola in una politica concentrata per intero sui respingimenti, in violazione palese della Convenzione di Ginevra».

Ricominciare dall’economia sociale e solidale

Barbara Spinelli ha tenuto un discorso di inaugurazione del Forum europeo dell’Economia Sociale e Solidale organizzato a Bruxelles il 28 gennaio 2015 dal gruppo GUE-NGL. A dare il benvenuto ai partecipanti erano presenti i deputati Miguel Urbán Crespo (Podemos), Kostadinka Kuneva (SYRIZA) e Luke “Ming” Flanagan (Gue/NGL Indipendente), il vicepresidente di Social Economy Europe Alain Coheur, Josette Combes di RIPESS e Agnès Mathis di Cooperatives Europe. Il Forum europeo dell’Economia Sociale e Solidale è stato organizzato da nove delegazioni del GUE/NGL: Die Linke (Helmut Scholz), SYRIZA (Stelios Kouloglou e Kostadinka Kuneva), Bloco de Esquerda (Marisa Matias), Front de Gauche (Marie-Christine Vergiat), l’Altra Europa con Tsipras (Eleonora Forenza), Luke “Ming” Flanagan (Gue/NGL Indipendente), Podemos (Miguel Urban Crespo), Barbara Spinelli (Gue/NGL Indipendente), Eh Bildu (Josu Juaristi).

Intervento di Barbara Spinelli

Sessione plenaria di apertura

Cos’è l’economia Sociale e Solidale (ESS)? È al tempo stesso un rimedio alla crisi in cui siamo immersi da quasi dieci anni e un rivelatore di “grandi trasformazioni” – penso alle grandi trasformazioni di cui parlava Karl Polanyi. Continuiamo a parlare infatti di crisi, ma dobbiamo affrontarla sapendo, grazie a Polanyi, che di trasformazione si tratta.

Fu così nella rivoluzione industriale, quando per la prima volta apparve il termine “economia sociale”, intorno al 1830, e già prima, nella seconda metà del Settecento, quando nacquero organizzazioni di “aiuto e sostegno mutualistico” che davano voce e spazio ai gruppi sociali più colpiti dalle nuove condizioni lavorative.

Fu così all’inizio del secolo. Esperienze simili erano diffuse in Gran Bretagna, Spagna, Francia, Italia, fin dall’800. La Germania le conobbe dopo la prima guerra mondiale e negli anni della recessione che, non essendo combattuta, sfociarono nella vittoria di Hitler.

Ora ci troviamo in una situazione simile: alla recessione, l’establishment europeo reagisce esaltando la competitività nei sistemi fiscali e nel mercato del lavoro – una competitività che attizza i nazionalismi e fa crescere precise imprese ma non l’insieme della società, come spiegano economisti di prestigio come Martin Wolf, Paul Krugman, Robert Reich. Ancora una volta, manca una vera lotta alla recessione.

La questione sociale e la lotta di classe non sono defunte, come pretende il neo-liberalismo quando dice che la storia è finita. Sono vive più che mai. Ed è bene che sia così, se si vuole sostituire una democrazia inclusiva alla “democrazia di mercato” teorizzata da Clinton nel ’93, dopo la fine della guerra fredda. La lotta di classe d’altronde, anche se oggi assume aspetti diversi dal passato, è intrinseca al capitalismo, non al comunismo.

L’economia sociale e solidale ci restituisce esperienze apparentemente sepolte, che risalgono al ‘700, all’800, al ‘900. Nel suo essere rivelatore di grandi trasformazioni si comporta come un fiume carsico che a tratti si inabissa diminuendo la propria portata: quando nel secondo dopoguerra si affermò un Welfare forte, l’economia sociale vide il proprio peso diminuire. È ripartita con forza non appena – nella seconda metà degli anni ’70 – il Welfare cominciò a essere smantellato. [1]

Nel nostro primo incontro, dissi che l’economia sociale e solidale somiglia al minority report di Spielberg. Una parte della nostra storia resta regolarmente minoranza. Si tratta di farla divenire maggioritaria e governante, come chiedeva Pablo Echenique (Podemos) che tra i primi pensò questo Forum.

L’economia sociale e solidale va oltre il tutto-Stato, oltre il tutto-mercato. Per quanto mi riguarda, la parola che la riassume meglio è empowerment: dare potere a chi non ce l’ha, come suggerisce Amartya Sen nei suoi scritti. Penso che l’ora di reagire sia adesso, perché veniamo da quarant’anni di progressiva demolizione del Welfare e di politiche fallimentari, se guardiamo alle diseguaglianze che hanno creato e di cui sono espressione.

Questa economia si è comportata spesso come un settore di nicchia, che fatica a trovare i propri spazi. Penso che oggi debba presentarsi con aspirazioni maggioritarie, mettere “in rete” le esperienze, inventare nuove forme di produzione e distribuzione solidali.

Per concludere vorrei dire che il nuovo, se è rivelatore di una trasformazione e non una disperata reazione alla crisi, deve includere oggi i rifugiati. Si tratta di predisporre una politica che liberi quelli che saranno milioni di nuovi cittadini europei da forme schiavistiche di sfruttamento – in Italia gestite da mafie e caporalati – e di inserirli sempre più in settori come agricoltura, edilizia, energie rinnovabili, riassetto del territorio, assistenza delle persone in difficoltà. In altre parole, elementi centrali della trasformazione dovrano essere la rule of law, la legalità, il rispetto dei diritti sociali e civili. Tutelando diritti e legalità, penso che si darà un primo contributo alla democrazia inclusiva che ci si prefigge come obiettivo.

[1] Come documenta il Ciriec International (l’istituto che analizza e classifica il settore) il 6,5 per cento dell’occupazione nei paesi dell’Unione europea (che sale al 40 per cento se si considera il solo settore privato), pari a 14 milioni di lavoratori e al 10 per cento delle imprese, è attribuibile all’economia sociale e solidale, volontari esclusi. Otto nazioni hanno già legiferato in materia (Gran Bretagna, Belgio, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Romania, Lussemburgo), così come alcune regioni come la Catalogna e, in Italia, in attesa che il Senato sblocchi la legge delega per la riforma del Terzo settore, l’Emilia Romagna, il Trentino, la Puglia e il Lazio.
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Poland, the rising of the far-right and the responsibilities of the Union

Speech of Barbara Spinelli, shadow rapporteur of GUE/NGL, during the group meeting
Strasbourg, 18 January 2016

Versione italiana

It is already a long time that we are discussing, in the European Parliament, on what the Union should do when facing with clear violations of fundamental rights in Member States. We already raised this issue with regard to Hungary, and we are now considering it again talking of the new Polish government. We ask ourselves if the Union will be able to deal with this situation, considering that it did not get much in the past; if the rule of law mechanism, triggered in these days by the Commission, will really work; if article 7 needs to be revised, since the procedures provided therein are complex and unlikely the Member States will unanimously apply it against one of them. New mechanisms for the protection of the rule of law are currently under discussion.

This analysis is undoubtedly appropriate and necessary but, in this context, I would like now to focus on something different that goes beyond the procedures and their content i.e. the roots of those phenomena and the rising of far-rights movements. The absence of a strong left-wing representation is equally a matter to understand. Having often frequented eastern European countries during the communist period and the transition, I will try to expose some ideas on this issue.

First of all, what is happening in Poland is neither an isolated incident nor an unwelcome surprise falling from heaven. The economic crisis, together with the refugees’ crisis, has uncovered a reality which the European élite wanted to hide for long time. The entire eastern European area seems on the verge of collapsing from the point of view of the principle of democracy founded on human rights and separation of powers (including the fourth power i.e. the independence of the media): I am thinking of Hungary, Czech Republic, Slovakia, the ethnic and russophobic closures in the Baltic countries, and of Poland, where the xenophobic and nationalist right-wing won for two times in 2005 and today with Jarosław Kaczyński – the brother of Lech, who was President and died in the plane crash in 2010.

Why the system is collapsing in this way? In my view it is happening because the transition from communism to constitutional democracy did not work, the enlargement was misconceived and the Polish liberal élites ruled the country without considering what their society demanded or suffered. Some speak of misunderstanding: the old Member States and the European Institutions did not clarify, during the accession negotiations, that the European project is not a merely neoliberal economic project based on an unbridled market. In reality, rather than misunderstanding we should speak about a deliberate strategy, carried out on the basis of a conscience which believes to be correct but, on the contrary, does not perceive its own limitations and deficiencies: a false consciousness, quoting Karl Marx. Europe, in the last thirty years and more, has intentionally reshaped the idea of Union as a neoliberal single market, with the result that the transition moved from the communism to the market democracy – as Clinton named it in 1992-93 – rather than from communism to the rule of law and a constitutional and inclusive democracy. Some argued that a victory against communism had produced an End of History, which means: the social issue belonged already to the past two centuries, the class struggle too; the rage of those left apart could be ignored.

The reality was and is completely different. The economic policies adopted by the Polish liberal élites, abiding by the Union’s central doctrine, still produce social anger. The class struggle is far from being dead – after all it is intrinsic to capitalism and not to communism. If denied – and especially deprived of its social-economic nature – the class struggle tends to appear in any case, following however spoiled and destructive dividing lines. It will express itself along nationalistic or religious or even moralistic dividing lines, as well described by the sociologist David Ost.[1] As long as social inequalities produced by neoliberalism increase, the anger falls in the arms of the far-right, which converts it into hatred towards the different, into research of a scapegoat: hatred for the ethnic, racial, religious, moral “Other” (for instance, think about the unemployed described as “morally lazy”). This is what happened in the “Eastern front”. But it is also what is happening for decades in the Western part of the Union. We cannot hide this.

How to explain the absence of a strong left-wing, capable of representing the interests of workers and of those who have paid a high price as a result of the choc therapy (the so-called Balcerowicz Plan) adopted in Warsaw after the ’89? The answer is that there was a basic agreement between the leadership of Solidarnosc and the Communist Party to move towards a “market democracy”. Additionally, the heirs of the Communist Party were occupying entirely the left area of the Parliament and were completely in favour of the “choc therapy”. There was no place for another left wing.

Long before 1989, the leadership of Solidarnosc – I refer particularly to Adam Michnik and Lech Walesa – was convinced that the country needed ultra-liberal economic reforms. For them, the greatest danger was represented by the class struggle and an independent and demanding trade union. I would like to quote what Walesa said in ’89: “We will not catch up to Europe if we build a strong trade union (…) We cannot have a strong trade union until we have a strong economy”. [2]

According to some analysts, including David Ost, the “round table” negotiations with the Communist Party in ’88-’89 was possible precisely for these reasons: Solidarnosc had preliminarily decided to commit suicide, abandoning its nature of trade union. I remember some conversation I had with representatives of Solidarnosc just before the ’89: many of them did not hesitate to sing the praises of the economic policy of Pinochet. That seemed to be the model. During the same period, I heard similar arguments concerning the “Chilean transition” in Hungary and in the Baltic countries. The Polish liberal élite is a child of Solidarnosc, albeit one thing must be said: Solidarnosc has many children, including the Kaczyński brothers.

I would like now to provide you with some data regarding the socio-economic situation in Poland.

Today, Poland is characterised – even in a period of economic growth – by a very high rate of inequality, widespread poverty and a serious lack of social protection. Less than a half of the working population has a stable employment, 27 per cent of the workforce is temporary (ten years ago the percentage was 15). 9 per cent of the young population under 18 lives in absolute poverty. 19 per cent of the active population works for paying, through its own income, social insurances, and only 16 per cent of them receive unemployment benefits. In the private sector, only 2 per cent of the working population is member of a trade union. The State has abandoned and practically liquidated key sectors (welfare, rail system, health care, postal services). What strikes me with regard to some Eastern European countries is the opinion that liberal élites have about trade union’s actions. These actions are from their point of view something to fear and hide, and never essential ingredients of an inclusive social system that need to be listened and integrated.

In this case too, the Union does not give any support: the welfare state is experiencing, even in the rest of Europe, the same process of dismantlement, and trade-union representatives are equally perceived as a hindrance. With regard to those States which joined Europe after the transition, the truth is that they acceded almost without any welfare system. In this context, far-right movements have been able to catalyse the anger caused by the austerity policies promoted from the beginning of the ’90, and to present themselves as the spokespersons of the most oppressed citizens.

The European Union appears to be concerned by this involution but – in my view – has actively contributed to the demolition and distortion of the social conflict, even favouring such distortion. The Union was itself the primary promoter of an idea of democracy bent exclusively to the free market, and the main conditions that the Union has created for the accession of new States were based, substantially, on neoliberal features. On one side it is true that Europe has demanded the respect of some rule of law’s criteria – the so-called Copenhagen criteria – in the process of accession but, on the other side, its concept of democracy was minimalistic, i.e. merely procedural.

All of this applies to some Eastern European countries which have been considered excellent pupils for implementing austerity policies.

Now, both the Commission and the President of the European Parliaments seem outraged by these developments, but they have done little to safeguard a European project including the social question and even the social conflict ad an essential ingredient of the project. Nor did they make the effort to abandon the false consciousness of an “ended history”. In other words, the victory of the far right in Poland and Hungary should not be considered an anomaly: “it is rather rooted in the practice and ideology that have dominated over the past quarter of a century”.[3]

The Union made also another mistake i.e. leaving the issue of peace and war in the hands – both from a conceptual perspective and partially in its management – of its front-line States, namely the Eastern and Baltic countries (the same happened during the Cold War with regard to the Federal Republic of Germany: it represented the bulwark of the West). Consequently, Hungary has chosen to strengthen the partnership with Russia while all other States have decided to place their trust more on the United States and NATO than on the European Union.

The above fragmentation originated from the continuous unwillingness of the Union to develop a real and coherent policy with regard to Russia; a policy aiming to become independent from the strategies adopted by the United Stated and NATO. This failure led to the revival, in the Eastern part of the new enlarged Union, of the “bulwark mentality” – in an anti-Russian perspective – which characterised the borderlands of the ancient Community during the Cold War period.

The recent request of the Polish government of establishing a permanent NATO and US troops’ presence in it’s own territory, to ward off security threats coming from Moscow, represents just the latest example in that sense.

I would like to conclude by recalling that in Poland there are left-wing forces which strongly oppose the policies adopted so far and criticise the far-right as well as the liberal élites who ruled the country in the last years. I am referring particularly to the Razem (“Together”) movement, which is inspired by Podemos. It is a small force, not even represented in the Parliament. It could be suitable to invite its representatives to a Group meeting, in order to give them the possibility to explain their positions and the situation in the country, and to support them if we consider this appropriate.

[1]. David Ost, Defeat of Solidarity: Anger and Politics in Postcommunist Europe, Cornell University Press, 2006.

[2] Ibid. pp. 37, 53.

[3]  Cfr. Gavin Rae, http://beyondthetransition.blogspot.be/2015/12/the-liberal-roots-of-polish-conservatism.html

Denunce di costanti abusi commessi dalla polizia bulgara contro i richiedenti asilo

7 dicembre 2015
O-000156/2015

Interrogazione con richiesta di risposta orale
alla Commissione
Articolo 128 del regolamento

Malin Björk, João Ferreira, Josu Juaristi Abaunz, Cornelia Ernst, Martina Anderson, Lynn Boylan, Matt Carthy, Liadh Ní Riada, Kostas Chrysogonos, Kostadinka Kuneva, Stelios Kouloglou, Dimitrios Papadimoulis, Sofia Sakorafa, Marie-Christine Vergiat, Younous Omarjee, Patrick Le Hyaric, Barbara Spinelli, a nome del gruppo GUE/NGL
Judith Sargentini, Josep-Maria Terricabras, a nome del gruppo Verts/ALE

Oggetto: Denunce di costanti abusi commessi dalla polizia bulgara contro i richiedenti asilo

Diversi volontari e ONG hanno recentemente pubblicato informazioni e video che documentano i costanti abusi commessi dalla polizia bulgara nei confronti dei richiedenti asilo che entrano in Bulgaria dalla Turchia. Un’indagine condotta dal Centro per i diritti umani di Belgrado e finanziata da OXFAM attesta che la polizia commette sistematicamente abusi contro i migranti, ad esempio sparando, percuotendoli e colpendoli con armi da fuoco, nonché servendosi di cani per costringere i richiedenti asilo, compresi i minori non accompagnati, a riattraversare la frontiera e tornare in Turchia.

Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, aveva già espresso preoccupazioni a questo proposito; infatti, nella relazione pubblicata in seguito alla visita effettuata in Bulgaria dal 9 all’11 febbraio 2015, il commissario si rammaricava che, a quella data, il governo bulgaro si fosse rifiutato di avviare indagini in risposta alle numerose accuse relative a respingimenti e altre violazioni di diritti umani connesse.

Tali pratiche costituiscono una violazione degli articoli 18 (diritto di asilo) e 19 (protezione dalle espulsioni collettive e principio di non-refoulement) della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dell’articolo 3 della Convezione europea dei diritti dell’uomo, nonché del diritto internazionale dei rifugiati.

Alla luce di quanto precede, si chiede alla Commissione:

– ritiene che le pratiche denunciate siano conformi al diritto dell’UE, ivi inclusa la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea?

– Come intende agire per far fronte agli abusi che sono già stati commessi?

– Come intende agire per impedire che tali abusi si ripetano in futuro?

Scambio di opinioni con Frans Timmermans

AFCO – Riunione ordinaria di commissione del 3 dicembre 2015

Punto in agenda:

Scambio di opinioni con Frans Timmermans, primo Vicepresidente della Commissione europea, competente per il programma “Legiferare meglio”, le relazioni interistituzionali, lo Stato di diritto e la Carta dei diritti fondamentali

Buongiorno Vice-Presidente, grazie per l’introduzione.

Le vorrei porre una domanda su un tema che mi interessa particolarmente in quanto Rapporteur di un Relazione di Iniziativa sull’implementazione della Carta dei diritti. È una domanda che le pongo in seguito ai terribili attacchi terroristici a Parigi, nel Mali, in Tunisia. Mi ha molto preoccupato la decisione del Governo francese – oltre alla scelta di dare l’avvio ad uno stato di emergenza, sicuramente comprensibile, ma molto lungo – di richiedere l’attivazione della clausola derogatoria prevista dall’articolo 15 della Convenzione europea sui diritti umani. [1] Nel frattempo assistiamo alla sospensione della libertà di circolazione nello spazio Schengen, che si estende nell’Unione, e in precedenza Parigi aveva adottato una legge molto controversa sulla sorveglianza, che avrà implicazioni sui diritti dei cittadini. Considerato il rapporto che c’è tra i diritti sanciti nell’European Convention on Human Rights e le disposizioni della Carta dei diritti fondamentali, quello che le vorrei chiedere è se questa decisione di invocare la clausola derogatoria avrà influenza anche sull’applicazione del diritto primario dell’Unione. E che cosa significhi in sostanza questo continuo riferimento a uno stato di guerra e a cambiamenti costituzionali dovuti allo stato di guerra. Lo stato di guerra è una condizione nuova, in grado di sospendere i diritti umani. Mi piacerebbe avere una sua opinione a riguardo.

Grazie

[1] http://www.coe.int/en/web/secretary-general/home/-/asset_publisher/oURUJmJo9jX9/content/france-informs-secretary-general-of-article-15-derogation-of-the-european-convention-on-human-rights?_101_INSTANCE_oURUJmJo9jX9_viewMode=view

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