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Insufficiente risposta della Commissione a due interrogazioni sulla Libia

È giunta la risposta della Commissione all’interrogazione scritta presentata da Elly Schlein, Barbara Spinelli e altri eurodeputati riguardante i finanziamenti alle milizie libiche per bloccare l’arrivo di rifugiati in Europa, nonché a un’interrogazione scritta presentata da Laura Ferrara e cofirmata anche da Barbara Spinelli.

Di seguito il testo della risposta:

IT
E-005531/2017
P-005567/2017

Risposta di Johannes Hahn
a nome della Commissione

(7.11.2017)

La Commissione non è nella posizione di verificare e commentare in merito alle affermazioni cui fanno riferimento gli onorevoli deputati.

Considerata la complessità e la fluidità della situazione in Libia, sono state adottate diverse misure volte a garantire la corretta attuazione e l’adeguato monitoraggio della realizzazione di tutti i programmi. A titolo di esempio, nell’ambito del monitoraggio periodico e degli obblighi di comunicazione applicabili alle organizzazioni che beneficiano del sostegno dell’UE, il programma avente una dotazione finanziaria di 46 milioni di EUR adottato per la Libia, sarà monitorato dal Ministero italiano degli interni, al primo livello di controllo, che sarà integrato da un secondo livello a cura di terzi, incaricati distintamente che effettueranno un monitoraggio indipendente in loco. Un ulteriore livello di controllo può essere costituito dalla sorveglianza rafforzata delle attività mediante un monitoraggio ad hoc. Qualora tali valutazioni periodiche dovessero far concludere che le condizioni in loco non consentono la realizzazione delle predette attività, esse fungeranno da base per una decisione di sospendere i programmi.

Cibersicurezza: gli Stati Uniti non sono un modello

Bruxelles, 11 ottobre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda:

Presentazione del pacchetto recentemente adottato sulla cibersicurezza: “Resilienza, deterrenza e difesa: verso una cibersicurezza forte per l’UE”

  • Presentazione a cura di Julian King, commissario responsabile per l’Unione della sicurezza, Commissione europea

Grazie Sir Julian King,

Avrei alcune domande su questioni che mi interessano in modo particolare per gli effetti che le misure del pacchetto cibersicurezza possono avere sulla libertà di espressione e di stampa, e che pongo in quanto relatore del rapporto di iniziativa del Parlamento europeo su Media pluralism and media freedom in the European Union.

In primo luogo, non vorrei che i pericoli per la cibersicurezza che ha evocato nella sua presentazione fossero sproporzionatamente gonfiati. Dico questo perché lei ha citato come modello da seguire gli Stati Uniti, per i 17 miliardi di dollari investiti quest’anno in tale campo. Io ho qualche dubbio sul modello americano, se penso all’ossessione sulla cibersicurezza che domina il dibattito pubblico negli Stati Uniti fin dalle ultime elezioni presidenziali, a proposito di attacchi cyber su cui non esiste al momento alcun tipo di prova.

Quindi quando si parla di resilienza e deterrenza sono d’accordo, ma secondo me è importante definire chiaramente quali siano i contenuti illegali trasmessi attraverso internet che vanno controllati o tolti, affinché la libertà di espressione non sia violata. In quest’ ambito, lei ha per esempio accennato a intenti criminali e a intenti ostili, mettendoli sullo stesso piano. Non credo che i due tipi di intenti siano paragonabili; l’ostilità non è necessariamente criminalità. Per questo bisogna essere molto chiari e circostanziati nella definizione dei contenuti illegali.

Ho anche dubbi sulla necessità di collaborazione delle piattaforme internet nel rimuovere sistematicamente i contenuti illegali: anche questa collaborazione può essere pericolosa per la libertà di espressione e la libertà di stampa. Basti pensare alla maniera in cui Google ha deciso di eliminare dai propri meccanismi di ricerca informazioni e siti considerati “estremisti”. Anche in questo caso, siamo alla presenza di un’arbitraria equiparazione: estremista non è criminale. Ritengo che la decisione di Google sia una forma di “collaborazione” delle piattaforme internet che produce effetti più che rischiosi dal punto di vista delle libertà.

Missione militare in Libia, ONG e politica del caos nel Mediterraneo

di domenica, agosto 6, 2017 0 , , , Permalink

Il Parlamento italiano ha autorizzato l’invio di navi da guerra nelle acque territoriali libiche con il compito di sostenere la guardia costiera di Tripoli nel contrasto ai trafficanti di uomini e nel rimpatrio di migranti e richiedenti asilo in fuga dalla Libia. La risoluzione, affiancata al tentativo di ridurre le attività di ricerca e soccorso di una serie di ONG, è discutibile e solleva almeno sei interrogativi:

1) Come può la Libia, la cui sovranità sarà secondo il governo italiano integralmente garantita, «controllare i punti di imbarco nel pieno rispetto dei diritti umani», quando non è firmataria della Convenzione di Ginevra, dunque non è imputabile se la viola?

2) Come può dirsi rispettata la sovranità in questione, quando di fatto quest’ultima non esiste? È infatti evidente che il governo di Fāyez al-Sarrāj non esercita alcun monopolio della violenza legittima –  presupposto di ogni autentica sovranità – come si evince dalla condanna dell’operazione militare italiana ed europea da parte delle forze politiche e militari che fanno capo al generale Khalifa Haftar.

3) Come può esser garantito il pieno “controllo” dell’UNHCR e dell’OIM sugli hotspot da costruire in Libia, e rendere tale controllo compatibile con la sovranità territoriale libica affermata nella risoluzione parlamentare?  E come possono UNHCR e OIM gestire “centri di protezione e assistenza” in un Paese in cui, stando a quanto dichiarato il 16 maggio dallo stesso direttore operativo di Frontex Fabrice Leggeri, «è impossibile effettuare rimpatri», visto che «la situazione è tale da non permettere di considerare la Libia un Paese sicuro»?[1]

4) Come proteggere i migranti e rifugiati dai naufragi, se lo scopo è quello di screditare e ridurre le attività di ricerca e soccorso in mare delle ONG in assenza di robuste operazioni europee di ricerca e soccorso, e senza che sia ancora stata definita una “zona SAR” (Search and Rescue) di competenza libica che abbia come fondamento la Convenzione di cui sopra, e in particolare gli articoli che vietano i respingimenti collettivi (principio di “non-refoulement“)?

5) Come garantire che migranti e profughi soccorsi in mare non verranno riportati a terra e chiusi in centri di detenzione dove, come affermato dalla vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa Gauri Van Gulik, «quasi certamente saranno esposti al rischio di subire torture, stupri e anche di essere uccisi»?[2] Qualunque cooperazione con le autorità libiche che porti alla detenzione di migranti da parte della Libia, ha affermato il 2 agosto Judith Sunderland, direttrice di Human Rights Watch per l’Europa e l’Asia centrale: «dovrebbe verificarsi soltanto in presenza di prove chiare che questo tipo di iniziative sia conforme agli standard sui diritti umani, a partire da un miglioramento dimostrabile nel trattamento dei migranti. Ciò richiede un monitoraggio indipendente e trasparente, ma non è stato stabilito alcun sistema di monitoraggio indipendente né per il programma di addestramento, né per i centri di detenzione libici».[3]

6) Come intende il governo italiano rispettare la sentenza con cui, nel febbraio 2012, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato che il trasferimento di rifugiati verso la Libia viola l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra secondo il quale «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti»?[4]

Su una cosa il governo italiano ha ragione: come nel caso dei rifugiati approdati in Grecia, L’Unione europea si è dimostrata incapace di solidarietà. L’impegno a ricollocare in altri Paesi membri un numero minimo di migranti e rifugiati che giungono in Italia o in Grecia è rispettato in minima parte, mentre aumentano i rimpatri in Italia dei rifugiati che a dispetto del sistema Dublino hanno raggiunto altri Paesi dell’Unione.

Questo non giustifica tuttavia la violazione del principio di non respingimento, e tantomeno spiega l’offensiva contro le ONG: in particolare quelle che non hanno firmato il codice di condotta predisposto per loro dal governo italiano con l’appoggio dell’Unione europea. A tutt’oggi, sono del tutto ingiustificate le accuse di collusione con i trafficanti rivolte a organizzazioni come Jugend Rettet e Medici senza frontiere. In assenza di vie legali offerte a chi vuol chiedere asilo in Europa, è abusivo confondere l’attività dei “facilitatori” delle fughe con quella dei trafficanti di esseri umani. Ed è comunque pretestuoso attaccare le Ong in assenza di operazioni europee aggiuntive o alternative di ricerca e soccorso Ancor più riprovevole è continuare a reclamare il rispetto dell’antiquata legge Bossi-Fini, confondendo migranti privi di documenti e richiedenti asilo.

Non per ultimo, segnaliamo il legame possibile tra l’indagine sulla nave Iuventa (Jugend Rettet) e le operazioni della destra europea “Defend Europe”. È un articolo di Famiglia Cristiana del 4 agosto a denunciare il contatto tra la società di sicurezza privata Imi Security Service di Cristian Ricci – ovvero il gruppo di contractor che ha denunciato le “anomalie” della nave Iuventa, facendo aprire il fascicolo della Procura di Trapani – con l’ex ufficiale della Marina militare Gian Marco Concas, uno dei portavoce di Generazione Identitaria. Esperto di navigazione e skipper, Concas è stato definito come il “direttore tecnico” dell’operazione navale della rete europea anti migranti, che in questi giorni sta muovendo la C-Star nella zona Search and Rescue (Ricerca e Salvataggio) davanti alle acque libiche.[5]

[1] Diese Migranten sind Opfer der kriminellen Netzwerke”. Interview mit Fabrice Leggeri, “ZDF-Magazin Frontal21”, 16 maggio 2017.

[2] https://www.amnesty.it/missione-navale-italia-pronta-destinare-rifugiati-migranti-verso-orribili-violenze/.

[3] https://www.hrw.org/it/news/2017/08/02/307461.

[4] Sentenza CEDU 23 febbraio 2012, Ricorso n. 27765/09 – Hirsi Jamaa e altri c. Italia.

[5] http://m.famigliacristiana.it/articolo/caos-mediterraneo-quel-link-occulto-tra-defend-europe-e-l-operazione-iuventa.htm.

Situazione nella Striscia di Gaza

Javier Nart, deputato ALDE, ha inviato all’Alto Rappresentante Federica Mogherini una lettera – firmata anche da Barbara Spinelli – riguardante l’interruzione, da parte del governo di Israele, dell’approvvigionamento di elettricità alla Striscia di Gaza.

Ms Federica Mogherini
High Representative of the Union for Foreign Affairs
and Security Policy/ Vice President of the Commission

Brussels, 21 June 2017

Dear Ms Mogherini,

We are writing to you in order to express our deep and urgent concern for the situation in the Gaza Strip.

On 17 April, Gaza’s sole power plant (GPP) was forced to shut down completely after exhausting its fuel reserves and being unable to replenish them due to a shortage of funds. The shutdown occurred in the context of an ongoing dispute between the Palestinian authorities in Gaza and Ramallah on tax exemption for fuel and revenue collection from electricity consumers. This manoeuvre has caused Gaza’s sole electricity plant to cease operating, which was already insufficient to meet the needs of the 1.9 million residents of the Strip.

Moreover, on Monday 12 June, the Government of Israel announced the cut of its electricity supplies to the Gaza Strip by 40 per cent, in line with a request of the Palestinian Authority (PA). The closure of the power plant reduced supply to four hours per day, and if Israel reduces its supply as announced last week, this will cause supply to fall to approximately two hours per day, according to several humanitarian organizations.

The poor supply of electricity and fuel threatens to create an enormous humanitarian crisis, as 80 per cent of Gazans rely on humanitarian aid to survive. Currently, hospitals are working at minimal capacity and the water pumps and wells use has reduced dramatically.  According to UN sources, this situation will immediately be life threatening for 113 new-borns currently in neonatal intensive care units, 100 patients in intensive care and 658 patients requiring bi-weekly haemodialysis. Current water supply stands at only four to eight hours every four or five days, and sanitation services are weak (120 million litres of untreated sewage are discharged into the Mediterranean Sea every day), as stated in the latest OCHA report.

For the abovementioned reasons, we ask that:

  1. Israel, as the occupying power in the OPT, has the primary responsibility for ensuring the wellbeing of the occupied population and, according to the EU-Israel Association Agreement, the government should comply with the democratic clause contained in Article 2. Thus, Israel must act to guarantee that the electricity supply meets the needs of the Gaza population, as regarded in the IV Geneva Convention, no matter the actions requested by the PA.
  2. Following the deplorable declarations of Mr Usama Al-Qawasmi, spokesperson for Fatah, -stating, “we are not targeting the citizens […], we are targeting Hamas which is running the Gaza Strip”– and Hamas threatening that this decision would increase the likelihood of conflict, we call to urge both parties to take responsibilities towards their own people and address their political tensions. It is deplorable that population is used as bargain chips in political disputes.

The situation is unacceptable and the three parties involved (the PA, the Government of Israel and Hamas) must urgently implement sustainable solutions for the power crisis in the Gaza Strip, resuming the supply of fuel and to commit to take no further actions that infringe the fundamental rights of its own citizens under an illegal Israeli blockade that has lasted for a decade.

With the EU having been the first trade partner for Israel and the first donor for the Palestinian Authority, we must stand as the first political player in the region. Therefore, we urge you, HRVP, to use your political dialogue with Israeli and Palestinian leadership to ensure that this unsustainable situation ends. We have considerable power of influence and pressure given the strategic dependence and relationship we have with the parties. Let us make use of it.

As the UN Special Coordinator for the Middle East Peace Process stated on June 20th at the UN Security Council: “We have a collective responsibility to prevent this. […] a duty to avoid a humanitarian catastrophe”.

File .pdf che riporta anche l’elenco dei firmatari

Tajani e il refoulement dei migranti in Libia

Bruxelles, 1 marzo 2017

Barbara Spinelli è intervenuta all’inizio della miniplenaria del Parlamento europeo per chiedere chiarimenti a nome del gruppo Gue-Ngl sull’intervista rilasciata da Antonio Tajani al gruppo di stampa tedesco Funke Mediengruppe, in cui il neo eletto Presidente del Parlamento europeo ha sostenuto la necessità di tenere migranti e rifugiati nei campi di detenzione libici per un periodo di tempo indefinito. 

Nella sua risposta, il Presidente ha dichiarato di non aver auspicato la costruzione di campi di concentramento: un’accusa mai formulata da Spinelli, e purtroppo ripresa da alcuni giornali internazionali.

Di seguito l’intervento in aula:

«Mi rivolgo a lei, Presidente, appellandomi all’articolo 22 del regolamento, perché sono stupita da quanto ha detto ieri alla stampa tedesca sugli accordi di rimpatri in Libia. Senza che il Parlamento ne avesse ancora discusso, e conoscendo le obiezioni di tanti deputati, si è dichiarato favorevole a campi di detenzione in Libia, dove migranti e rifugiati potranno essere rinchiusi – cito – “anche per anni”.

Il mio gruppo, ma non solo, è contrario all’accordo. Anche l’Alto Commissariato Onu per i diritti dell’uomo ritiene la Libia uno Stato non sicuro dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Nell’intervista Lei dice che non dovranno essere campi di concentramento, e ci mancherebbe! Non so però come l’Unione possa garantirlo, non essendo la Libia un protettorato. Sono stupita perché a suo tempo Lei promise di essere un Presidente imparziale, rispettoso delle diversità di quest’aula. Temo sia una promessa non mantenuta».

Si veda anche:

Tajani’s position on locking up refugees in Libya condemned by GUE/NGL

Le oligarchie e il suicidio delle vecchie sinistre

Articolo pubblicato su «Il Fatto Quotidiano» del 12 novembre 2016

Analizzando la socialdemocrazia nel 1911, Robert Michels parlò di legge ferrea dell’oligarchia: per come si organizzano, e per come tendono a occuparsi della sopravvivenza degli apparati, i partiti diventano pian piano gruppi chiusi, corrompendosi. Il loro scopo diventa quello di conservare il proprio potere, di estenderlo e di respingere ogni visione del mondo che lo insidi. Si fanno difensori dei vecchi ordini che Machiavelli considerava micidiali ostacoli al cambiamento e al buon governo delle Repubbliche. Anche le menti si chiudono, e la capacità di riconoscere e capire quel che accade nel proprio Paese e nel mondo circostante si riduce a zero.

Una risposta popolare a questa legge ferrea la stiamo osservando con la vittoria di Donald Trump. Ma ovunque in Europa un numero crescente di elettori boccia i poteri costituiti, se ha l’opportunità di esprimersi in elezioni o referendum. È un rigetto diffuso dell’establishment globalizzato, delle politiche che quest’ultimo ha fabbricato per far fronte alla crisi e dei metodi opachi, concordati e decisi “a porte chiuse”, con cui tali strategie continuano a essere imposte. A questa politica del disprezzo i popoli stanno rispondendo in modi diversi e distinti fra loro: con la rabbia, con il risentimento, o con la tendenza a cercare capri espiatori. Le tre modalità vengono tutte respinte allo stesso modo, senza alcuno sforzo di distinguerle, e la risposta viene in blocco definita populista o estremista. Hillary Clinton ha addirittura parlato di fine del mondo, rivolgendosi agli elettori: “Io sono l’unica cosa frapposta tra voi e l’apocalisse”. Allo stesso tempo, non ha esitato ad ammettere la sua “lontananza” dalle classi medie sempre più depauperate e incollerite. In un discorso alla Goldman Sachs nell’aprile 2014 rivelato dalle email pubblicate da Wikileaks, ha detto: “In qualche modo mi sento lontana [dalle lotte della classe media], e questo per la vita che ho vissuto e per il patrimonio economico di cui io e mio marito oggi godiamo”.

Ma Wikileaks ha rivelato altro. Il Comitato nazionale democratico ha commesso un suicidio, facendo di tutto per per garantire la vittoria alle primarie del candidato meno competitivo contro Trump, ossia Clinton stessa. Ha sabotato altre candidature: prima fra tutte quella di Bernie Sanders, dato per vincente contro Trump da almeno tre sondaggi (in uno di essi con un distacco di ben 15 punti). Ha trasmesso in anticipo allo staff di Clinton domande essenziali che sarebbero state poste nel dibattito con Sanders dello scorso marzo. Il campo delle cosiddette sinistre negli Stati Uniti avrebbe forse potuto vincere contro Trump. Era più forte, organizzativamente, di un fronte repubblicano disgregato da un decennio. Non ha voluto farlo, ha ceduto alla lobby clintoniana, e di fatto ha preferito perdere, precipitando nel baratro senza nemmeno guardarci dentro.

Non siamo di fronte a un’incapacità di percepire lo stato d’animo degli elettorati. Siamo di fronte a una precisa non-volontà di capire e imparare. La democrazia comincia a essere qualcosa che mette paura e lo stesso suffragio universale viene messo in questione: il comportamento delle vecchie sinistre europee sdogana un’offensiva che ricorda polemiche ottocentesche e che riappare nelle strategie di Renzi in Italia (mantenimento delle strutture delle province senza partecipazione diretta dei cittadini; creazione di un Senato non più eletto direttamente). Vengono messe in questione perfino le Costituzioni nazionali, sospettate di ostacolare la “capacità di agire rapidamente” degli esecutivi: qualsiasi richiamo al rapporto JP Morgan è diventato lo zimbello della rete highbrow, alla stregua delle scie chimiche. Ma contrariamente alle scie chimiche, quel rapporto esiste davvero. Quanto ai giornali, appaiono elogi disinibiti dell’oligarchia, presentata come sviluppo naturale e auspicabile della democrazia: anzi, come la natura stessa della democrazia. Clinton simboleggiava tale involuzione delle cosiddette sinistre, oggi al servizio di lobby non solo nazionali ma transnazionali. Questa sinistra e il giornalismo mainstream sono ovunque sconfitti e smentiti, ma non sembrano voler imparare nulla. L’elettore fa loro sempre più paura, e per questo le sue espressioni di rabbia o risentimento vengono sommariamente declassate come populiste. Lo stesso accade con i Parlamenti: in vari modi si tenta di depotenziarli, perché accusati di impedire politiche decise nei piani alti. Il Partito democratico americano, i Partiti socialisti in Francia e Spagna, il Partito democratico guidato da Renzi: tutti sono chiusi in trincea, lavorando a larghe intese per fronteggiare il populismo che incomberebbe.

È un fenomeno che dura da tempo. Ricordiamo la paura suscitata nelle vecchie sinistre dalle elezioni e dai referendum in Grecia o dalle elezioni spagnole. Andando più indietro, fu assordante il silenzio del Pd di fronte all’offensiva di Mario Monti contro il Parlamento italiano e, indirettamente, contro il suffragio universale. Il 6 agosto 2012, l’allora Presidente del Consiglio rilasciò un’intervista a Der Spiegel e senza remore dichiarò: «Capisco che [i governi] debbano tener conto del loro Parlamento, ma ogni governo ha anche il dovere di educare le Camere: se io mi fossi attenuto meccanicamente alle direttive del mio Parlamento non avrei mai potuto approvare le decisioni dell’ultimo vertice di Bruxelles». Poco dopo, nel settembre dello stesso anno, in un incontro bilaterale a Cernobbio, Monti propose a Herman Van Rompuy, allora presidente di turno del Consiglio europeo, un vertice dell’Unione interamente dedicato alla minaccia del populismo: “Per fare il punto e discutere su come evitare che ci siano fenomeni di rigetto […] Siamo in una fase pericolosa […] In Europa c’è molto populismo che mira a disintegrare anziché integrare”.

Tutte ciò è stato completamente assorbito dalle sinistre, fin nel linguaggio. In questa maniera esse hanno legittimato il discorso antidemocratico che serpeggia sempre più insistente nelle élite. Sono entrate anch’esse, senza complessi, nella postdemocrazia descritta da Colin Crouch (Postdemocrazia, Laterza 2003). In Europa si mostrano ogni giorno favorevoli a larghe intese con i Popolari per meglio far quadrato contro i cosiddetti estremismi.

Un’ultima considerazione sul movimento Cinque Stelle, sbrigativamente assimilato dalla grande stampa ai populismi di Trump o di Le Pen. Poco conta quel che il M5S propone, o le sue battaglie nel Parlamento europeo per una diversa politica economica, per il rispetto delle leggi internazionali nelle politiche di migrazione e asilo, per una politica estera che non trascini l’Europa nella nuova guerra fredda con la Russia che la Clinton favoriva. L’unica frase di Grillo messa in rilievo in questi giorni è quella sul “vaffa day americano”, come se fornendo quest’analisi avesse anche “esultato” per la vittoria di Trump, e non l’avesse invece descritta realisticamente. Non è dato sapere se abbia davvero esultato: tanto più che sul finire della campagna elettorale non si è pronunciato, a differenza di Salvini, in favore di Trump. Grillo ha solo puntato il dito su quel che spinge gli elettori a reagire all’establishment, di volta in volta con rabbia o risentimento o anche con slogan xenofobi. L’Italia è l’unico paese nell’Unione dove l’estrema destra viene “trattenuta” e assorbita da un Movimento per forza di cose contraddittorio, ma comunque democratico. Se Salvini ha un elettorato ristretto lo dobbiamo al M5S.

Marco D’Eramo ha ragione, quando scrive sul sito di Micromega: “Non è per niente certo che si realizzi l’auspicio di Slavoj Žižek, che si augurava la sconfitta di Clinton e l’elezione di Trump perché, secondo lui, avrebbe dato una sveglia alla sinistra. Troppo profondo è il sonno della ragione in cui la sinistra è piombata, da decenni”. Il guaio è che la vecchia sinistra non crede di vivere il sonno della ragione. Crede di incarnare la ragione e di essere più sveglia di tutti gli altri.

L’emergenza rifugiati che emargina il Parlamento

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “sulla ricollocazione di richiedenti asilo da Grecia e Italia verso il resto dell’Unione Europea”, nel corso della Sessione Plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 14 settembre 2016.

La Risoluzione è stata votata dal Parlamento europeo il 15 settembre 2016.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, condivido la relazione di Ska Keller sulla proposta della Commissione.

Vorrei tuttavia richiamare l’attenzione sulla base giuridica della proposta. Non è la prima volta che la Commissione tende a escludere il Parlamento, adducendo come pretesto l’emergenza legata a improvvisi afflussi di rifugiati; l’altro esempio è l’accordo con la Turchia. Da tempo però gli afflussi non sono improvvisi, sicché non c’è motivo alcuno per cui il Parlamento non sia coinvolto a pieno titolo come co-legislatore.

Invito dunque a considerare il mio emendamento. Esso evidenzia come la base giuridica della proposta – articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea – vada sostituita dall’articolo 78, paragrafo 2, che coinvolge il Parlamento a pieno titolo. Mi sembra un buon metodo per mettere fine al poco democratico stato di emergenza in tema di rifugiati.

Left stands up for women’s rights in Poland

Di seguito, il comunicato stampa del Gruppo GUE/NGL relativo al voto sulla Risoluzione sulla Polonia (svoltosi il 13 aprile).

Questo il testo della Risoluzione approvato in plenaria (edizione provvisoria) e questi gli emendamenti, presentati dal gruppo, di cui si parla nel comunicato e che non sono stati adottati dall’aula.

Strasbourg  13/04/2015

Left stands up for women’s rights in Poland, while S&D and ALDE groups sacrifice them in EP vote today

GUE/NGL MEPs have condemned the failure of the European Parliament to show support for the rights of women in a vote on a resolution concerning the situation in Poland today.

While GUE/NGL MEPs co-signed and supported the contents of the motion, many criticised the failure of other political groups in the Parliament to include concerns over women’s rights and changes to media and police laws in the resolution.

To rectify this situation, GUE/NGL MEPS proposed a series of amendments to the motion. While these were supported by The Greens/European Free Alliance and some S&D MEPs, the amendments were not passed by the Parliament.

While there has always been majority support for the right to abortion in the European Parliament, ALDE and S&D leaders gave up on women’s rights in a deal with the EPP over the resolution that was passed today.

GUE/NGL Coordinator on the Women’s Rights and Gender Equality Committee, Malin Björk, addressed the lack of support for women’s rights, including the right to abortion: “Contrary to the right and centre political parties, GUE\NGL recognises that the Polish Government’s authoritarian conflation of the rule of law and fundamental rights is deeply linked to repression of women’s and girls’ bodies. Women’s rights and bodies are not something one can opt in or opt out from when we are working towards more democratic societies. Women’s rights belong at the very core of those discussions. That is why it is important that these issues were raised in this context, in this resolution.”

“The left is the only political force today that fully recognises women’s fundamental rights to make decisions about our own bodies. We clearly stand in solidarity with all the Polish people mobilising for women’s right to choice.”

Italian MEP, Barbara Spinelli, highlighted that: “With this important resolution and the amendments tabled by our group, we wanted, once again, to point out that constitutional democracy, the independence of judges, fundamental rights, including freedom of the media and women’s freedom of choice, are principles that shall always be respected and promoted by all the member states, not only during the accession process, but also and especially as essential and primary conditions for the belonging to the European Union.”

French MEP, Marie-Christine Vergiat, added: “In Poland, citizens are mobilising against their government which is calling fundamental rights – most notably, women’s rights – into question. The Polish Government’s current attempt to put a complete ban on abortion – when its abortion laws are already some of the most restrictive in Europe – is a symbolic example of that.”

“Our amendments demonstrated unconditional and immediate support to those who are struggling for their fundamental rights in Poland. We believe that fundamental rights and especially women’s rights cannot be submitted to any internal arbitration within the European Parliament. I regret that the majority of parliamentarians have not understood this,” Vergiat concluded.

Le lacune di un rapporto sull’immigrazione senza condanna dell’accordo UE-Turchia

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 12 aprile 2016

Il Parlamento ha votato il rapporto sulla “situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione” redatto dalle co-relatrici Roberta Metsola (PPE) e Kashetu Cecile Kyenge (S&D).

Secondo Barbara Spinelli, relatrice ombra per il Gruppo GUE/NGL, i negoziati sono stati difficili a causa del patto di ferro stretto tra Popolari e Socialisti, i due gruppi cui appartengono le co-relatrici. «Avevo inizialmente pensato di consigliare al mio gruppo il voto favorevole al rapporto, ritenendo rilevanti alcuni punti senz’altro positivi, come la richiesta di azioni umanitarie europee di ricerca e soccorso in mare, il mutuo riconoscimento delle decisioni nazionali di asilo e la protezione temporanea che contempla l’apertura di corridoi umanitari in cooperazione con l’UNHCR», ha dichiarato l’eurodeputata. «Da mesi, tuttavia, le politiche dell’Unione vanno in tutt’altra direzione e assistiamo a un degrado senza precedenti. Siamo di fronte a un accumulo di scelte, della Commissione e del Consiglio, che sanciscono al tempo stesso la chiusura delle frontiere come conditio sine qua non della sopravvivenza di Schengen, e un’indifferenza di natura criminosa  verso la sorte dei rifugiati. La più decisiva di queste scelte è l’accordo con la Turchia, accordo giudicato illegale dall’ONU e da molti esperti di diritto internazionale ed europeo».

In proposito Barbara Spinelli ha presentato – tra gli altri – tre emendamenti volti a criticare gli effetti dell’accordo UE-Turchia, che non sono passati a causa del voto negativo di parte del Partito socialista. Per questo l’eurodeputata del GUE/NGL ha consigliato al proprio gruppo politico l’astensione.

«Eravamo partiti con due ambizioni forti», ha detto in Plenaria, «darci una visione olistica del Mediterraneo e delle migliaia di morti in mare; capire che non siamo di fronte a una “questione immigrati” ma a una “questione rifugiati”. Se “olistico” vuol dire superare una difficoltà affrontando insieme i suoi diversi aspetti, e se penso alle politiche europee dell’ultimo anno e mezzo, mi domando se siamo stati all’altezza. Non è visione olistica la concentrazione degli Stati membri e della Commissione (Frontex compresa) sul controllo delle frontiere e sul respingimento dei rifugiati, con la scusa che Schengen si salva solo così; non è visione olistica la frase vergognosa di Donald Tusk che invita i fuggitivi da guerre e dittature e non venire “soprattutto” in Europa; non è olistica Frontex trasformata in Nuova agenzia per i respingimenti collettivi; non è olistico, sopra ogni altra cosa, l’accordo con il regime turco, che respinge tanti rimpatriati nelle zone di guerra siriana mentre in casa reprime i connazionali curdi».

Altri importanti emendamenti di Barbara Spinelli sono stati bocciati, lasciando unicamente un richiamo all’Articolo 3 della Convenzione di Ginevra: questo spiega il voto negativo di molti parlamentari del GUE/NGL. Nonostante questo l’eurodeputata ha confermato l’astensione, convinta che il rapporto rappresenti comunque un progresso rispetto alle politiche decise ultimamente da Commissione e Consiglio.

Qui si può trovare l’esito nominale dei voti sugli emendamenti presentati da Barbara Spinelli


Si veda anche:

GUE/NGL abstention largely due to lack of criticism of recent EU-Turkey deal on refugees

Il delirio dell’Europa sui rifugiati, di Annamaria Rivera, «il manifesto», 17 aprile 2016

I rifugiati intrappolati in Grecia

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 3 marzo 2016

«Il blocco della rotta balcanica è uno strumento usato per destabilizzare uno Stato Membro dell’Unione: la Grecia», ha detto questa mattina Barbara Spinelli nel corso di un dibattito del gruppo Gue/Ngl dedicato ai confini esterni dell’Unione e al tracollo di Schengen. «Penso che l’accusa fatta al governo greco di “spingere i popoli a fuggire” sia di un infantilismo estremo.

«In primo luogo,  chi fa simili accuse sa perfettamente come stanno le cose: i rifugiati sono oggi intrappolati in Grecia perché la rotta balcanica è stata chiusa al confine greco-macedone in seguito a una decisione adottata dall’Austria in accordo con il gruppo di Visegrad e, soprattutto, in un vertice di qualche giorno fa, con nove Paesi balcanici.

«Vienna sta organizzando una sorta di sottogruppo dell’Unione, una sua “area di influenza”,  e con l’aiuto di Paesi che non appartengono all’UE mette in ginocchio uno Stato dell’Unione. Il ministro della migrazione greco fa bene a parlare di caduta dell’Ue in politiche di potenza che ricordano l’Ottocento.

«C’è poi un secondo segno di infantilismo o malafede: non vedere i motivi per cui la gente fugge in massa verso l’Europa da Stati devastati da anni di guerra serve in realtà a nascondere il fatto che queste guerre sono state attivamente promosse o addirittura fatte dall’Occidente, e a sviare l’attenzione da quelle che si accinge a fare di nuovo in Libia», ha continuato l’eurodeputata del Gue-Ngl. «Per questo chiedo di riflettere sul fatto che alla seconda guerra in Libia intendono partecipare, accanto agli Usa, due Stati dell’Unione: Italia e Libia.

«Quanto alle operazioni della Nato alle frontiere Sud dell’Europa, sono d’accordo con il collega Nikolaos Chountis (Unità Popolare, Grecia): stiamo assistendo a un salto di qualità che va denunciato, perché stravolge la politica europea di asilo trasformandola in una politica concentrata per intero sui respingimenti, in violazione palese della Convenzione di Ginevra».

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