Accogliere i rifugiati, o è barbarie

Noi, cittadini dei paesi membri dell’Unione europea, della zona Schengen, dei Balcani e del Mediterraneo, del Medioriente e di altre regioni del mondo che condividono le nostre preoccupazioni, lanciamo un appello d’emergenza ai nostri concittadini, ai governi, ai rappresentanti nei parlamenti nazionali e al Parlamento europeo, oltre che alla Corte europea dei diritti dell’uomo e all’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati:

Bisogna salvare e accogliere i rifugiati dal Medioriente
Da anni, i migranti del sud del Mediterraneo che fuggono dalla miseria, dalla guerra e dalla repressione annegano o si scontrano contro le barriere. Quando riescono ad attraversare, dopo essere stati vittime delle filiere di trafficanti, vengono respinti, messi in carcere o obbligati a vivere nella clandestinità da stati che li designano come dei «pericoli» e come dei «nemici». Tuttavia, coraggiosamente, si ostinano e si aiutano a vicenda per salvare le loro vite e ritrovate un avvenire.
Ma dopo che le guerre in Medioriente e soprattutto in Siria si sono trasformate in massacro di massa senza una prevedibile fine, la situazione ha cambiato dimensione. Popolazioni intere, prese in ostaggio tra i belligeranti, bombardate, affamate, terrorizzate, sono gettate in un esodo pericoloso che, a costo di migliaia di morti supplementari, precipita uomini, donne e bambini verso i paesi vicini e bussa alle porte dell’Europa.

Siamo di fronte a una grande catastrofe umanitaria. Ci mette di fronte a una responsabilità storica da cui non possiamo sfuggire.
L’incapacità dei governi di tutti i paesi a mettere fine alle cause dell’esodo (quando non contribuiscono ad aggravarlo) non li esonera dal dovere di soccorrere e di accogliere i rifugiati rispettando i loro diritti fondamentali, che con il diritto d’asilo sono inscritti nelle dichiarazioni e convenzioni che fondano il diritto internazionale.
A parte alcune eccezioni – l’iniziativa esemplare della Germania, non ancora sospesa a tutt’oggi, di aprire le porte ai rifugiati siriani; lo sforzo gigantesco della Grecia per salvare, accogliere e scortare migliaia di naufraghi che ogni giorno sbarcano sulle sue rive, mentre l’economia del paese è crollata in un’austerità devastatrice; la buona volontà dimostrata dal Portogallo per raccogliere una parte dei rifugiati che stazionano in Grecia – i governi europei si sono rifiutati di valutare con realismo la situazione, di spiegarla alle opinioni pubbliche e di organizzare la solidarietà superando gli egoismi nazionali. Al contrario, da est a ovest e da nord a sud, hanno respinto il piano minimo di ripartizione dei rifugiati elaborato dalla Commissione o hanno cercato di sabotarlo. Peggio ancora, hanno scelto la repressione, la stigmatizzazione, la violenza contro i rifugiati e i migranti in generale. La situazione della «giungla» di Calais, a cui adesso fa seguito lo smantellamento forzato, senza tener conto né dello spirito né della lettera di un sentenza giudiziaria, ne è l’illustrazione scandalosa, ma non è la sola.
All’opposto, sono i semplici cittadini d’Europa e d’altrove – pescatori e abitanti di Lampedusa e di Lesbos, militanti di associazioni di soccorso ai rifugiati e delle reti di sostegno ai migranti – che hanno salvato l’onore e mostrato la strada per una soluzione.
Ma si scontrano tuttavia con la mancanza di mezzi, l’ostilità a volte violenta dei poteri pubblici, e devono far fronte, come gli stessi rifugiati e migranti, alla rapida crescita di un fronte europeo della xenofobia, che va da organizzazione violente, apertamente razziste o neo-fasciste, fino a dei leader politici «rispettabili» e a governi sempre più preda dell’autoritarismo, del nazionalismo e della demagogia. Due Europe totalmente incompatibili si fanno così fronte, tra le quali bisogna ormai scegliere.

Questa tendenza xenofoba, ad un tempo micidiale per gli stranieri e rovinosa per l’avvenire del continente europeo come terra di libertà, deve immediatamente rovesciarsi.
Nel mondo ci sono 60 milioni di rifugiati, il Libano e la Giordania ne accolgono un milione ciascuno (rispettivamente il 20% e il 12% delle loro popolazioni), la Turchia 2 milioni (3%). Il milione di rifugiati arrivati nel 2015 in Europa (una delle più ricche regioni del mondo, malgrado la crisi) rappresenta solo lo 0,2% della popolazione! Non soltanto i paesi europei, presi nel loro insieme, hanno i mezzi per accogliere i rifugiati e trattarli in modo dignitoso, ma hanno il dovere di farlo per poter continuare a fare riferimento ai diritti dell’uomo come fondamento della loro costituzione politica. È anche nel loro interesse, se vogliono cominciare a ricreare, con tutti i paesi dello spazio mediterraneo che da millenni condividono la stessa storia e le stesse eredità culturali, le condizioni di una pacificazione e di una vera sicurezza collettiva. È questa la condizione per far indietreggiare al di là dell’orizzonte lo spettro di una nuova epoca di discriminazioni organizzate e di eliminazione di esseri umani «indesiderabili».
Nessuno può dire quando e in quali proporzioni i rifugiati rientreranno «a casa loro» e non si deve neppure sotto-stimare la difficoltà del problema da risolvere, le resistenze che suscita, gli ostacoli, persino i rischi, che comporta. Ma nessuno deve neppure ignorare la volontà di accoglienza delle popolazioni e la volontà di integrazione dei rifugiati. Nessuno ha il diritto di definire insolubile il problema, per meglio sfuggirvi.

Ampie misure d’emergenza vanno prese quindi immediatamente
Il dovere di assistenza ai rifugiati del Medioriente e dell’Africa nel quadro di una situazione d’emergenza deve venire proclamato e messo in atto dalle istanze dirigenti della Ue e declinato in tutti gli stati membri. Deve ricevere l’approvazione delle Nazioni unite e fare oggetto di una concertazione permanente con gli stati democratici di tutta la regione.
Forze civili e militari devono venire impegnate, non per fare una guerriglia marittima contro i passeurs, ma per portare soccorso ai migranti e fermare lo scandalo degli annegati. È solo in questo quadro che potrà essere possibile reprimere i traffici e condannare le complicità di cui godono. La proibizione dell’accesso legale è difatti all’origine delle pratiche mafiose, non il contrario.
Il fardello dei paesi di prima accoglienza, in particolare la Grecia, deve essere immediatamente alleggerito. Il loro contributo all’interesse comune deve venire riconosciuto. Il loro isolamento deve venire denunciato e ribaltato in solidarietà attiva.
La zona di libera circolazione di Schengen deve essere preservata, ma gli accordi di Dublino che prevedono il rinvio dei migranti verso il paese d’entrata devono venire sospesi e rinegoziati. L’Ue deve fare pressione sui paesi del Danubio e balcanici perché riaprano le frontiere, e negoziare con la Turchia perché cessi di utilizzare i rifugiati come alibi politico-militare e moneta di scambio.
Contemporaneamente, devono venire messi a disposizione mezzi di trasporto aerei e marittimi per trasferire tutti i rifugiati recensiti come tali nei paesi del «Nord» dell’Europa che possono oggettivamente riceverli, invece di lasciare che si intasino in un piccolo paese che rischia di diventare un immenso campo di ritenzione per conto dei vicini.
A più lungo termine, l’Europa – che deve far fronte a una grande sfida, di quelle che cambiano il corso della storia dei popoli – deve elaborare un piano democraticamente controllato di aiuto a chi è sfuggito al massacro e a coloro che portano loro soccorso: non soltanto delle quote di accoglienza, ma aiuti sociali per la scuola, per la costruzione di case decenti, quindi un finanziamento speciale e disposizioni legali che garantiscano nuovi diritti per inserire degnamente e pacificamente le popolazioni sfollate nei paesi d’accoglienza.
Non c’è altra alternativa: ospitalità e diritto d’asilo, o la barbarie!

Primi firmatari:
Michel AGIER (Francia)
Horst ARENZ (Germania)
Athéna ATHANASIOU (Grecia)
Chryssanthi AVLAMI (Grecia)
Walter BAIER (Austria)
Etienne BALIBAR (Francia)
Sophie BESSIS (Tunisia)
Marie BOUAZZI (Tunisia)
Hamit BOZARSLAN (Francia, Turchia)
Judith BUTLER (Stati Uniti)
Claude CALAME (Francia)
Marie-Claire CALOZ-TSCHOPP (Svizzera)
Dario CIPRUT (Svizzera)
Patrice COHEN-SEAT (Francia)
Edouard DELRUELLE (Belgio)
Matthieu DE NANTEUIL (Belgio)
Meron ESTEFANOS (Eritrea)
Wolfgang-Fritz HAUG (Germania)
Ahmet INSEL (Turchia)
Pierre KHALFA (Francia)
Nicolas KLOTZ (Francia)
Justine LACROIX (Belgio)
Amanda LATIMER (Regno Unito)
Camille LOUIS (Francia)
Giacomo MARRAMAO (Italia)
Roger MARTELLI (Francia)
Sandro MEZZADRA (Italia)
Toni NEGRI (Italia)
Maria NIKOLAKAKI (Grecia)
Josep RAMONEDA (Spagna)
Judith REVEL (Francia)
Vicky SKOUMBI (Grecia)
Barbara SPINELLI (Italia)
Bo STRÅTH (Svezia)
Etienne TASSIN (Francia)
Mirjam VAN REISEN (Olanda)
Hans VENEMA (Olanda)
Marie-Christine VERGIAT (Francia)
Frieder Otto WOLF (Germania)
Mussie ZERAI (Eritrea)

Per firmare: 
baier@transform-network.net

steiner@transform-network.net


Versione inglese:

Welcome refugees to Europe – A moral and political necessity

Welcome refugees to Europe – A moral and political necessity

di lunedì, marzo 7, 2016 0 , , , Permalink

Appello lanciato da Étienne Balibar e co-firmato da Barbara Spinelli. Versione francese: Accueillir les réfugiés en Europe : Une nécessité morale et politique urgente.

Per firmare l’appello

We citizens of the Member States of the European Union, of the Schengen Area, the Balkans, of the Mediterranean, and of the Middle East as well as citizens of other countries in the world, who share our concerns, are launching an emergency appeal. To our government leaders and our representatives in national parliaments and in the European Parliament, as well as in the European Court of Human Rights and in the Office of the United Nations High Commissioner for Refugees:

The refugees from the Middle East must be rescued and welcomed!
For years now, immigrants from the southern Mediterranean fleeing poverty, war, and repression have been drowning at sea or been dashed against barbed wire. When they have succeeded in crossing the sea, after suffering extortion at the hands of smuggler rings, they are expelled, incarcerated, or thrown into clandestinity by the states who designate them as ‘dangers’ and ‘enemies’. Despite this, they are courageously persevering and helping each other to save their lives and create hope of a future.

But since the wars of the Middle East and especially in Syria have assumed the proportions of mass slaughter with no end in sight, the scale of the situation has altered. Held hostage between the warring parties, bombed, starved, and terrorised, entire populations have been thrown into a perilous exodus that, at the price of thousands more dead, pushes men, women, and children towards neighbouring countries and knocking at Europe’s doors.

This is a major historic and humanitarian catastrophe. It presents us with a responsibility of which there is no way out.
The incapacity of the governments of all our countries to put an end to the causes of this exodus (if they are not indeed contributing to their exacerbation) does not exonerate them of the obligation to save and welcome the refugees, while respecting their fundamental rights, which, with the right to asylum, are enshrined in the foundational declarations and conventions of international law.

However, with few exceptions – Germany’s exemplary initiative, an initiative that has still not been suspended today; and the gigantic effort by Greece to rescue, welcome, and escort the thousands of survivors who daily arrive on their shores, even if its economy has been plunged into devastating austerity – Europe’s governments have refused to face the overall situation, to explain it to their populations, and to organise solidarity and go beyond national egoisms. On the contrary, from east to west and north to south, they have rejected the minimal plan for distributing the refugees worked out by the European Commission or are involved in sabotaging it. Worse, they are engaging in repression, stigmatisation, and the brutalisation of refugees and immigrants in general. The situation of the ‘jungle’ of Calais, followed now by its violent dismantling, in disregard for the spirit and letter of a court decision, is a scandalous, though not the only, illustration of this.

By contrast, it is the citizens of Europe and elsewhere – fishermen and inhabitants of Lampedusa and Lesbos, activists of refugee relief and immigrant support networks, lay and religious shelter centres, endorsed by artists and intellectuals – who have saved their honour and pointed the way to a solution. However, they are running up against insufficient means, and sometimes the hostility of public authorities, and they have to face, like the refugees and immigrants themselves, a rapidly growing European xenophobic front ranging from violent, openly racist or neo-fascist organisations to ‘respectable’ political leaders and governments increasingly overtaken by authoritarianism, nationalism, and demagoguery. Two completely incompatible Europes are facing each other, and from now on we have to choose between them.

This xenophobic tendency, which is deadly for the victims of violence and ruinous for the future of the European continent as an space of liberty must be reversed immediately.
With 60 million refugees in the world, Lebanon and Jordan receive a million of them each (representing, respectively, 20 per cent and 12 percent of their populations), and Turkey receives 2 million (3 per cent). The million refugees who arrived in Europe in 2015 (one of the richest regions in the world, despite the crisis) only represent 0.2 per cent of its population! Not only do the European countries, taken as a whole, have the means to welcome the refugees and treat them with dignity but they must do so in order to continue to lay claim to human rights as the foundation of their polities. It is also in their interest if they want to begin to recreate the conditions for peace and collective security, along with all the countries of the Mediterranean area that have shared the same history and same cultural heritage for thousands of years. And this is what has to be done to remove from our horizon, once and for all, the spectre of a new epoch of organised institutional discrimination and of the elimination of ‘undesirable’ human beings.

Nobody can say when and in what proportion the refugees will ‘go back home’, and nobody should underestimate the difficulty of the issue to be solved, of the resistance which it generates, and the obstacles and dangers it carries with it. But nobody can continue to ignore the will of the populations to receive refugees and the refugees’ wish to integrate. Nobody has the right to declare the problem unresolvable in order to evade it more easily.

Very large-scale emergency measures thus are needed immediately.
The task to provide assistance to the refugees from the Middle East and Africa in the framework of a state of emergency has to be proclaimed and implemented by the governing bodies of the EU and carried by all the Member States. It has to be upheld by the United Nations and be the object of a permanent consultation with democratic states of the whole region.

Civilian and military forces have to be deployed, not to carry out a coastal guerrilla action against the ‘smugglers’ but to bring aid to the immigrants and to put an end to the scandal of the drownings at sea. It is in this framework that it will possibly be necessary to crack down on the traffic and condemn the complicity that benefits from it. It is prohibiting legal access that generates Mafioso practices, and not the inverse.

The burden of the frontline receiving countries, in particular Greece, must immediately be relieved. Their contribution to the common interest must be recognised.

The Schengen free-circulation area must be preserved, but the Dublin Regulation that provides for pushing immigrants back to the entry country must be suspended and renegotiated. The EU should pressure Danube and Balkan countries to reopen their borders and negotiate with Turkey to convince it to stop using refugees as a political-military excuse and bargaining chip.

At the same time, air and sea transport has to be operated to transfer all the registered refugees to the northern European countries that are objectively able to receive them instead of letting them accumulate in a small country in danger of becoming a ‘dumping ground’ for humanity.

In the longer term, Europe – facing one of the great challenges that is changing the course of the history of peoples – has to develop a democratically controlled aid plan for the survivors of this huge slaughter and for those who are helping them. It has to establish not only receiving quotas but also social and educational aid, and therefore a special budget and legal provisions guaranteeing new rights that embed the displaced populations in the receiving societies in a dignified and peaceful way.

There is no other alternative. It is either hospitality and the right to asylum or barbarism !

Primi firmatari:

Étienne BALIBAR (Francia)
Michel AGIER (Francia)
Horst ARENZ (Germania)
Athéna ATHANASIOU (Grecia)
Walter BAIER (Austria)
Etienne BALIBAR (Francia)
Marie BOUAZZI (Tunisia)
Hamit BOZARSLAN (Francia)
Marie-Claire CALOZ-TSCHOPP (Svizzera)
Edouard DELRUELLE (Belgio)
Matthieu DE NANTEUIL (Belgio)
Ahmet INSEL (Turchia)
Nicolas KLOTZ (Francia)
Amanda LATIMER (Regno Unito)
Camille LOUIS (Francia)
Giacomo MARRAMAO (Italia)
Roger MARTELLI (Francia)
Sandro MEZZADRA (Italia)
Maria NIKOLAKAKI (Grecia)
Barbara SPINELLI (Italia)
Étienne TASSIN (Francia)
Hans VENEMA (Paesi Bassi)
Frieder Otto WOLF (Germania)

1128 accademici turchi contro i crimini di Erdogan in Kurdistan

di sabato, gennaio 16, 2016 0 , , Permalink

Appello firmato da Barbara Spinelli

As academics and researchers of this country, we will not be a party to this crime!

The Turkish state has effectively condemned its citizens in Sur, Silvan, Nusaybin, Cizre, Silopi, and many other towns and neighbourhoods in the Kurdish provinces to hunger through its use of curfews that have been ongoing for weeks. It has attacked these settlements with heavy weapons and equipment that would only be mobilised in wartime. As a result, the right to life, liberty, and security, and in particular the prohibition of torture and ill-treatment protected by the constitution and international conventions have been violated.

This deliberate and planned massacre is in serious violation of Turkey’s own laws and international treaties to which Turkey is a party. These actions are in serious violation of international law.

We demand the state to abandon its deliberate massacre and deportation of Kurdish and other peoples in the region. We also demand the state to lift the curfew, punish those who are responsible for human rights violations, and compensate those citizens who have experienced material and psychological damage. For this purpose we demand that independent national and international observers to be given access to the region and that they be allowed to monitor and report on the incidents.

We demand the government to prepare the conditions for negotiations and create a road map that would lead to a lasting peace which includes the demands of the Kurdish political movement. We demand inclusion of independent observers from broad sections of society in these negotiations. We also declare our willingness to volunteer as observers. We oppose suppression of any kind of the opposition.

We, as academics and researchers working on and/or in Turkey, declare that we will not be a party to this massacre by remaining silent and demand an immediate end to the violence perpetrated by the state. We will continue advocacy with political parties, the parliament, and international public opinion until our demands are met.

***

Nous, enseignants-chercheurs de Turquie, nous ne serons pas complices de ce crime !

L’État turc, en imposant depuis plusieurs semaines le couvre-feu à Sur, Silvan, Nusaybin, Cizre, Silopi et dans de nombreuses villes des provinces kurdes, condamne leurs habitants à la famine. Il bombarde avec des armes lourdes utilisées en temps de guerre. Il viole les droits fondamentaux, pourtant garantis par la Constitution et les conventions internationales dont il est signataire : le droit à la vie, à la liberté et à la sécurité, l’interdiction de la torture et des mauvais traitements.

Ce massacre délibéré et planifié est une violation grave du droit international, des lois turques et des obligations qui incombent à la Turquie en vertu des traités internationaux dont elle est signataire.

Nous exigeons que cessent les massacres et l’exil forcé qui frappent les Kurdes et les peuples de ces régions, la levée des couvre-feux, que soient identifiés et sanctionnés ceux qui se sont rendus coupables de violations des droits de l’homme,  et la réparation des pertes matérielles et morales subies par les citoyens dans les régions sous couvre-feu. A cette fin, nous exigeons que des observateurs indépendants, internationaux et nationaux, puissent se rendre dans ces régions pour des missions d’observation et d’enquête.

Nous exigeons que le gouvernement mette tout en oeuvre pour l’ouverture de négociations et établisse une feuille de route vers une paix durable qui prenne en compte les demandes du mouvement politique kurde. Nous exigeons qu’à ces négociations participent des observateurs indépendants issus de la société civile, et nous sommes volontaires pour en être.  Nous nous opposons à toute mesure visant à réduire l’opposition au silence.

En tant qu’universitaires et chercheurs, en Turquie ou à l’étranger, nous ne cautionnerons pas ce massacre par  notre silence. Nous exigeons que l’Etat mette immédiatement fin aux violences envers ses citoyens. Tant que nos demandes ne seront pas satisfaites, nous ne cesserons d’intervenir auprès de l’opinion publique internationale, de l’Assemblée nationale et des partis politiques.

 

Link alla petizione con elenco delle firme aggiornato al 10 gennaio


Si veda anche:

15 Turkish academics released after questioning

Appello: chiudiamo l’era delle grandi opere

Pubblicato su «Il Fatto Quotidiano», 28 marzo 2015

L’inchiesta di Firenze sulla corruzione nel settore delle grandi opere pubbliche, che ha portato all’arresto tra gli altri di Ercole Incalza e alle dimissioni del Ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, rendono a tutti evidente ciò che gli ecologisti e le forze impegnate sul terreno della legalità da tempo denunciano: troppo spesso in Italia la decisione di realizzare questa o quella grande infrastruttura risponde alla convenienza privata di pochissimi e non all’interesse generale.

Così, per vincere la sfida delle “opere utili” non sono bastate razionali analisi su costi e benefici, discussioni aperte e democratiche su cosa sia davvero necessario per realizzare trasporti e infrastrutture efficienti e per garantire investimenti pubblici oculati: non sono bastate perché la commistione fra politici irresponsabili, funzionari pubblici inamovibili e spesso conniventi con imprenditori senza scrupoli, scarse garanzie sull’imparzialità delle procedure, hanno impedito processi decisionali trasparenti e scelte ponderate nell’interesse collettivo, e creato condizioni quanto mai favorevoli al dilagare della corruzione.

Mai come oggi appare chiaro che la corruzione è un furto di bene comune, di diritti e di speranze, di opportunità e di lavoro: un furto che non ci possiamo e dobbiamo più permettere.

Per spazzare via le pratiche rivelate dall’inchiesta di Firenze occorre da una parte cambiare alla radice regole e priorità delle scelte in materia di opere pubbliche, dall’altra riconsiderare, nell’auspicabile quadro di un Piano dei trasporti finalmente coordinato e sistematico e che preveda una Valutazione Ambientale Strategica per ogni grande infrastruttura, scelte su opere – dal tunnel della Valsusa, al “terzo valico Milano-Genova, ai progetti di nuove autostrade (Lombardia e Veneto, Orte-Mestre, Maremma) – che a fronte di un costo per la collettività esorbitante, sollevano dubbi diffusi e rilevanti quanto alla loro utilità  pubblica e  compatibilità ambientale.

Sul tema generale della lotta alla corruzione servono norme più rigorose sulla confisca dei beni ai corrotti; sui “reati civetta” come il falso in bilancio, l’autoriciclaggio, l’evasione fiscale; sul conflitto d’interessi.

Nel campo specifico delle opere pubbliche, queste per noi le priorità:

–    abolire la Legge Obiettivo, con il suo elenco sconfinato di opere spesso inutili e insostenibili ammesse a beneficiare non solo di rilevanti investimenti pubblici, ma di deroghe e scorciatoie rispetto alle norme ordinarie;  deroghe alle regole a difesa delle finanze pubbliche e dell’ambiente:

–    rivedere le norme sulla valutazione di impatto ambientale, dando luogo per ogni grande opera a un vero “dibattito pubblico” – aperto alla partecipazione di cittadini e gruppi organizzati – che ponga le basi per decisioni nell’interesse generale;

–    rivedere il Codice Appalti del 2006, introducendo norme chiare e semplici per garantire gare trasparenti e piena concorrenza nel mercato dei lavori pubblici, per impedire ogni genere di proroga o deroga rispetto alle vie ordinarie, per rafforzare i poteri d’intervento dell’Autorità Anticorruzione;

–    eliminare quelle disposizioni contenute nel Decreto “Sblocca Italia” e nell’ultima Legge di Stabilità che permettono una nuova ondata di opere di nessuna utilità pubblica (trivellazioni petrolifere, inceneritori di rifiuti) ed elargiscono inaccettabili “favori” a lobby potenti  a cominciare dalla proroga delle concessioni ai  “signori delle autostrade” che costerebbe alle casse pubbliche 16 miliardi di euro.

Infine, è decisivo che la scelta del/la nuovo/a Ministro delle Infrastrutture  e dei Trasporti risponda a un radicale cambio di rotta negli indirizzi e nei metodi delle politiche pubbliche in fatto di infrastrutture e trasporti. Non serve affatto, anzi aggiungerebbe opacità a opacità, la creazione di strutture parallele e poco trasparenti fuori dal Ministero delle Infrastrutture. Occorre invece un/a Ministro custode intransigente della legalità e della trasparenza amministrativa, e consapevole che le grandi opere necessarie all’Italia sono quelle indispensabili per migliorare la vita quotidiana degli italiani: rimettere in sesto il nostro territorio, assicurare una mobilità pubblica efficiente nelle città e rimediare allo stato scandaloso del trasporto regionale, puntare sul ferro  e sul cabotaggio costiero per il trasporto delle merci smettendo di favorire con regali milionari il settore dell’autotrasporto.

Questo è ciò che va fatto se davvero si vuole demolire la “cupola” che governa da decenni i grandi affari delle opere pubbliche: l’occasione è oggi, non si può e non si deve perdere.

Per sottoscrivere l’appello (pubblicato su www.greenitalia.org) inviare un’e-mail a info@greenitalia.org.

 

Monica Frassoni, Copresidente Partito Verde Europeo
Luca Mercalli, Meteorologo e climatologo
Tommaso Montanari, Università “Federico II” (Napoli)
Paolo Maddalena, Vicepresidente emerito della Corte Costituzionale
Maria Rosa Vittadini, Università IUAV (Venezia)
Vittorio Emiliani, Giornalista, scrittore e saggista
Paolo Berdini, Urbanista e scrittore
Donatella Bianchi, Presidente WWF Italia
Vittorio Cogliati Dezza, Presidente Legambiente
Oliviero Alotto, Green Italia
Dario Balotta, Presidente Onlit
Anna Maria Bianchi, Carteinregola (Roma)
Angelo Bonelli, Portavoce Federazione dei Verdi
Marco Cappato Presidente Gruppo Radicale – federalista europeo al Comune di Milano
Felice Casson, Senatore e candidato sindaco di Venezia
Mauro Ceruti, Università IULM (Milano)
Giuseppe Civati, Deputato
Annalisa Corrado, Green Italia
Carlo Degli Esposti, Produttore cinematografico
Roberto Della Seta, Green Italia
Loredana De Petris, Senatrice
Damiano Di Simine, Presidente Legambiente Lombardia
Anna Donati, Green Italia
Alfredo Drufuca, Polinomia (Milano)
Domenico Finiguerra, Forum Salviamo il Paesaggio Difendiamo i Territori
Francesco Ferrante, Green Italia
Fabio Granata, Green Italia
Maria Pia Guermandi, Archeologa
Giovanni Lo Savio, Ex-presidente Italia Nostra
Patrizia Malgieri, TRT Trasporti e Territorio (Milano)
Barbara Spinelli, Parlamentare europea
Sebastiano Tusa, Archeologo
Elly Schlein, Parlamentare europea
Mario Zambrini, Istituto “Ambiente Italia” (Milano)    

Luana Zanella, Portavoce Federazione dei Verdi

 

Guido Viale: dieci punti per il pianeta

«il manifesto», 10 settembre 2012

Ventun organizzazioni del Nord e del Sud del mondo (in Italia Fairwatch), in rappresentanza di oltre 200 milioni di persone, hanno sottoscritto un appello in 10 punti che indica le misure per evitare che i cambiamenti climatici in corso raggiungano un punto di non ritorno. È un appello alla mobilitazione contro la convocazione da parte del Presidente dell’ONU Ban Ki Moon di un Vertice sul clima il 23 settembre a cui sono stati invitati solo leader politici e manager del big business, con una scarsa e compiacente delegazione di associazioni ambientali, per avallare uno “scippo” della lotta ai cambiamenti climatici da parte di chi vuole usare questa emergenza planetaria per fare business, con misure e politiche non vincolanti, a carattere privatistico, che mirano solo al profitto e sono sicuramente inefficaci.

Se i dieci punti della dichiarazione programmatica di Alexis Tsipras, integrati e specificati in un work in progress tutt’ora in corso, hanno offerto ai promotori, ai sostenitori e agli elettori della lista L’Altra Europa – ma anche a chi ha guardato a questo progetto con interesse, anche se non l’ha votato – un punto di riferimento per collocare in un contesto europeo l’iniziativa delle forze antagoniste alle politiche di austerity, questi nuovi “dieci punti” possono ora permettere a tutti di riconoscersi e di partecipare a uno schieramento di ampiezza e respiro planetari. Ritroviamo in questo appello molti dei punti sinteticamente presenti nel manifesto da cui è nata la Lista L’Altra Europa; oltre a promuovere e sostenere una mobilitazione su un tema di vitale importanza per il futuro di tutti e quasi scomparso dall’agenda dell’establishment italiano, europeo e mondiale, occorre ricondurre quegli obiettivi di carattere globale nel vivo dell’iniziativa politica locale e quotidiana.

Le rivendicazioni di questo appello sono state definite sulla base delle acquisizioni dell’IPCC, la commissione scientifica dell’ONU che studia i cambiamenti climatici, ma in essi troviamo intrecciati temi ambientali, economici, sociali e istituzionali, in sintonia con l’approccio che caratterizza il progetto L’Altra Europa.

I primi tre punti dell’appello rivendicano impegni vincolanti (cioè sanzionati): a) a contenere le emissioni annue climalteranti a 38 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2 entro il 2020, per impedire che la temperatura del pianeta aumenti di più di 1,5 gradi; b) a lasciare sotto terra o sotto il fondo dei mari almeno l’80 per cento delle riserve fossili conosciute; c) a mettere al bando tutte le nuove esplorazioni ed estrazioni di combustibili fossili (e di uranio), comprese, a maggior ragione, quelle effettuate con il fracking e il trattamento delle sabbie bituminose; d) a soprassedere alla costruzione di nuovi impianti di trattamento e trasporto dei fossili, compresi i gasdotti. Si tratta di rivendicazioni agli antipodi delle politiche energetiche dell’UE e della Strategia energetica nazionale (SEN) adotta dall’Italia. Ma sono obiettivi impegnativi anche per un movimento come la lista L’Altra Europa, che ha fatto della conversione ecologica un pilastro del suo programma e ha candidato un esponente di punta del movimento NoTriv. Per fare un esempio, non c’è molto da discutere su progetti come quello estrattivo di Tempa Rossa (in Basilicata) e il suo complemento nel raddoppio della raffineria Eni di Taranto; o come il gasdotto transadriatico (TAP) che, dopo l’approdo in Puglia, dovrebbe attraversare e scassare tutta la penisola. C’è piuttosto da discutere su come presentare questo obiettivo al pubblico (cosa non facile, dato il silenzio che circonda il tema dei cambiamenti climatici), su come organizzare la necessaria mobilitazione, su come inquadrarlo in un programma generale di riconversione energetica.

Il quarto punto riguarda la promozione delle fonti energetiche rinnovabili (FER) in forme sottoposte a un controllo pubblico o comunitario (cioè “partecipato”). Occorre ricordare che circa l’80 per cento della potenza fotovoltaica installata in Italia è stato assegnato a grandi impianti e che i relativi incentivi – i più alti del mondo – sono andati quasi solo a beneficio di un’alta finanza che nulla ha a che fare con la generazione energetica diffusa. Ma lo stesso vale per molte altre FER. La politica energetica del paese va rivoltata “come un calzino”.

Il quinto e il sesto punto impegnano: a) a promuovere la produzione e il consumo locali di beni durevoli, evitando di trasportare da un capo all’altro del mondo quello che può essere fabbricato in loco; b) a incentivare la transizione a una produzione agroalimentare di prossimità. È qui che la conversione ecologica, promuovendo una riterritorializzazione dei processi economici attraverso accordi di programma tra produzione e consumo (il modello, seppur in mercati per ora di nicchia, sono i gruppi di acquisto solidale: GAS) rappresenta una vera alternativa alla globalizzazione dei mercati dei beni fisici: quella che esige una competizione sempre più serrata in una gara al ribasso di salari, sicurezza sul lavoro e protezioni ambientali. Sono rivendicazioni che si riconnettono alle lotte contro la delocalizzazione di fabbriche e impianti, al movimento territorialista che su questi temi ha al suo attivo – soprattutto in Italia – una corposa elaborazione, e alla spinta verso una nuova agricoltura biologica, multicolturale, multifunzionale e di prossimità. Qui sta anche la principale differenza che separa la conversione ecologica dalla mera adozione di politiche “keynesiane” di sostegno alla domanda con incrementi di spesa pubblica (in infrastrutture e servizi) e incentivi al consumo (detassazione dei redditi bassi e rottamazioni) finanziati in deficit. In un mercato globalizzato una maggiore domanda non si traduce necessariamente in aumenti di offerta e occupazione nello stesso paese, se non è ancorata a una progettualità diffusa e differenziata in base alle esigenze e alle caratteristiche dei diversi territori; il che richiede anche nuove forme di democrazia partecipata e di autogoverno.

Il settimo e l’ottavo punto riguardano l’obiettivo “rifiuti zero” (centrale nei territori massacrati da criminalità ambientale e malgoverno), un’edilizia a basso consumo energetico e un trasporto di persone e merci con sistemi di mobilità pubblici e condivisa.

Il punto nove raccomanda la creazione di nuova occupazione finalizzata alla ricostituzione degli equilibri ambientali, sia nel campo delle emissioni climalteranti che in quello dell’assetto dei territori. Sono le “mille piccole opere” in campo energetico, nella manutenzione dei suoli, nei trasporti, nell’edilizia e in agricoltura in cui dovrebbe articolarsi un piano di lavori pubblici, rivendicato da molte organizzazioni, per creare subito un milione di posti di lavoro in Italia e sei milioni in Europa.

Il decimo punto impegna a smantellare industria e infrastrutture militari per ridurre le emissioni prodotte dalle guerre e destinare a opere di pace le risorse risparmiate. Non ci sono solo gli F35 da bloccare (cosa sacrosanta); ci sono tutta l’industria e l’occupazione belliche da riconvertire: le opportunità di impieghi alternativi non mancherebbero certo.

L’appello prosegue indicando le cose da evitare: a) la mercificazione, la finanziarizzazione e la privatizzazione dei servizi forniti dall’ambiente (cioè tutta la cosiddetta “green economy”, quella che dà un prezzo alla Natura); b) i programmi misti pubblico-privato come REDD (che dovrebbe contrastare deforestazione e degrado boschivo) e altri simili, finalizzati solo a creare nuove occasioni di profitto; c) le soluzioni esclusivamente tecnologiche ai problemi ambientali (qui l’elenco è lungo e sicuramente discutibile: geoingegneria, OGM, agrocombustibili, bioenergia industriale, biologia sintetica, nanotecnologie, fracking, nucleare, incenerimento dei rifiuti); d) le grandi opere inutili: si citano dighe, autostrade, grandi stadi (e noi possiamo aggiungere TAV, MOSE e quant’altro); e) il libero commercio e i regimi di investimento che minacciano il lavoro, distruggono l’ambiente e limitano la sovranità economica dei popoli: possiamo tradurre questo punto in TTIP e TISA.

In conclusione, l’appello invita a individuare e denunciare le vere radici dei guasti che incombono sul pianeta: il modello industriale di estrazione crescente di risorse e il produttivismo per il profitto di pochi a scapito dei molti (cioè il capitalismo e un modello di crescita illimitata), che vanno sostituiti con un nuovo sistema che persegua l’armonia tra gli umani, connetta ai diritti umani la lotta ai cambiamenti climatici e offra protezione ai più deboli: soprattutto migranti e comunità indigene.

Questo modello industriale – conclude il documento – non è più sostenibile; occorre redistribuire la ricchezza oggi controllata dall’1 per cento della popolazione e ridefinire il benessere, che deve riguardare tutte le forme di vita, riconoscendo i diritti della Natura e di “Madre Terra”.

Per una strategia europea in materia
di migrazione e asilo

Appello al Parlamento Europeo in occasione del semestre italiano di presidenza

ESTENSORI:

Barbara Spinelli (MEP)
Daniela Padoan
Guido Viale

 

Garantire il diritto di fuga

Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, il numero di profughi, richiedenti asilo e sfollati interni in tutto il mondo ha superato i 50 milioni di persone. Si tratta, secondo il rapporto annuale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), del dato più alto mai registrato dopo la fuga in massa, nella prima metà del secolo scorso, dall’Europa dominata dal nazifascismo. “La nostra è stata una generazione di rifugiati che si è spostata nel mondo come mai prima di allora”, ha affermato Ruth Klüger, scrittrice e germanista sopravvissuta ad Auschwitz, “io sono solo una di quegli innumerevoli rifugiati. La fuga è diventata l’espressione del mio mondo e del periodo nel quale sono vissuta. Sono interamente una persona del ventesimo secolo. E nel ventunesimo continueremo ad avere masse di rifugiati, intere generazioni di rifugiati”.

L’Europa al bivio

Testo dell’appello di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli e Guido Viale per la creazione alle elezioni europee 2014 di una lista – promossa da movimenti e personalità della società civile, autonoma dagli apparati partitici – a sostegno della candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito unitario greco Syriza, alla presidenza della Commissione Europea.

L’Europa è a un bivio, i suoi cittadini devono riprendersela. Dicono i cultori dell’immobilità che sono solo due le risposte al male che in questi anni di crisi ha frantumato il progetto d’unità nato a Ventotene nell’ultima guerra, ha spento le speranze dei suoi popoli, ha risvegliato i nazionalismi e l’equilibrio fra potenze che la Comunità doveva abbattere. La prima risposta è di chi si compiace: passo dopo passo, con aggiustamenti minimi, l’Unione sta guarendo grazie alle terapie di austerità. La seconda risposta è catastrofista: una comunità solidale si è rivelata impossibile, urge riprendersi la sovranità monetaria sconsideratamente sacrificata e uscire dall’Euro. Noi siamo convinti che ambedue le risposte siano conservatrici, e proponiamo un’alternativa di tipo rivoluzionario. È nostra convinzione che la crisi non sia solo economica e finanziaria, ma essenzialmente politica e sociale. L’Euro non resisterà, se non diventa la moneta di un governo democratico sovranazionale e di politiche non calate dall’alto, ma discusse a approvate dalle donne e dagli uomini europei. È nostra convinzione che l’Europa debba restare l’orizzonte, perché gli Stati da soli non sono in grado di esercitare sovranità, a meno di chiudere le frontiere, far finta che l’economia-mondo non esista, impoverirsi sempre più. Solo attraverso l’Europa gli europei possono ridivenire padroni di sé.