Antonio Cantaro: se il Ttip espelle i popoli

Articolo di Antonio Cantaro pubblicato su «Il Manifesto», 4 dicembre 2014

Se l’Accordo di Par­te­na­riato Tran­san­tla­tico (Ttip) dovesse andare in porto, quel giorno i popoli euro­pei avranno avuto il loro car­tel­lino rosso. Espulsi dall’amico ame­ri­cano da un campo di gioco che un tempo era ter­ri­to­rio e spa­zio pre­si­diato dagli Stati sovrani euro­pei. Con il Ttip viene, infatti, messa in mora quella forma di Stato della quale ancora, sem­pre più stan­ca­mente, van­tiamo nelle nostre aule di Giu­ri­spru­denza le magni­fi­che e pro­gres­sive sorti. Per gli apo­stoli del libero scam­bio lo Stato sicu­rezza, lo Stato di diritto, lo Stato sociale costi­tui­scono resi­dui di un ancien régime che ille­git­ti­ma­mente osta­co­lano la bene­fica con­cor­renza tra le nazioni, la cre­scita mon­diale, la dif­fu­sione del benessere.

I fau­tori del Ttip vogliono libe­rarci. Abbat­tere le bar­riere nor­ma­tive al com­mer­cio tra Stati Uniti ed Unione Euro­pea (le dif­fe­renze nei regolamenti tec­nici, nelle norme e nelle pro­ce­dure di omo­lo­ga­zione), aprire entrambi i mer­cati dei ser­vizi, degli inve­sti­menti, degli appalti pubblici.

Sostan­zial­mente una totale libe­ra­liz­za­zione del com­mer­cio tran­sa­tlan­tico. Un mer­cato comune che pro­cu­rerà van­taggi all’industria auto­mo­bi­listica delle due sponde dell’Atlantico, a quella chi­mica e far­ma­ceu­tica del Regno Unito; e che, di con­verso, pena­liz­zerà l’agro-alimentare dei paesi medi­ter­ra­nei. Ma che – ci assi­cu­rano — pro­cu­rerà van­taggi dif­fusi e mira­bo­lanti bene­fici siste­mici.
Sulla base di con­tro­verse ed incerte pro­ie­zioni, di una mes­sia­nica fidu­cia glo­ba­li­sta, si trat­tano gli ordi­na­menti di Stati ancora for­mal­mente sovrani come pro­dotti da met­tere in con­cor­renza per espun­gere i meno ido­nei a sod­di­sfare le attese degli inve­sti­tori. Capo­vol­gendo l’idea tra i comuni mor­tali, che gli ordi­na­menti giu­ri­dici rap­pre­sen­tano il qua­dro entro il quale si svolge la com­pe­ti­zione eco­no­mica e non uno degli oggetti di essa.

Dar­wi­ni­smo nor­ma­tivo che pri­vi­le­gia i rap­porti mate­riali di forza sui rap­porti giu­ri­dici. Capi­ta­li­smo anar­chico che distrugge gli stessi fon­da­menti isti­tu­zio­nali dell’economia di mer­cato.
L’ennesimo licen­zia­mento senza giu­sta causa. Que­sta volta il ber­sa­glio è lo Stato euro­peo. Lo Stato sicu­rezza, in primo luogo.

La rimo­zione delle bar­riere nor­ma­tive com­pro­mette, infatti, con­so­li­date garan­zie a tutela dei lavo­ra­tori, dei con­su­ma­tori, della salute, dell’ambiente. Con­trolli, eti­chet­ta­ture, cer­ti­fi­ca­zioni potreb­bero essere con­si­de­rate bar­riere indi­rette al libero scam­bio in set­tori cru­ciali quali la chimica-farmaceutica, la sanità, l’auto, l’istruzione, l’agricoltura, i beni comuni, gli stru­menti finan­ziari: è tipi­ca­mente il caso degli orga­ni­smi gene­ti­ca­mente modi­fi­cati, la cui intro­du­zione mas­siva nell’agricoltura euro­pea è stata finora ral­len­tata da una serie di regole ispi­rate all’europeo prin­ci­pio di precauzione.

Ma il car­tel­lino rosso degli apo­stoli del libero scam­bio non rispar­mia nem­meno i prin­cipi dello Stato di diritto. Il Ttip rende, infatti, pos­si­bile citare in giu­di­zio l’Unione e gli Stati nazio­nali, vani­fi­cando la pre­ro­ga­tiva pub­blica di eser­ci­tare il potere giu­di­zia­rio sul pro­prio ter­ri­to­rio. Le con­tro­ver­sie com­mer­ciali ver­reb­bero affi­date a spe­ciali corti extra­ter­ri­to­riali. Le mul­ti­na­zio­nali sareb­bero auto­riz­zate a tra­sci­nare in giu­di­zio governi, aziende, ser­vizi pub­blici rite­nuti non com­pe­ti­tivi, a esi­gere com­pen­sa­zioni per i man­cati gua­da­gni dovuti a regimi del lavoro con­si­de­rati troppo vin­co­lanti, a leggi ambien­tali giu­di­cate troppo severe.

Car­tel­lino rosso, infine, anche per lo Stato sociale. Il mer­cato comune Europa-Usa dan­neg­gerà interi set­tori del sistema pro­dut­tivo euro­peo. Que­sti per soprav­vi­vere si appel­le­ranno, in nome del supe­riore inte­resse a non dein­du­stria­liz­zare il Vec­chio Con­ti­nente, all’inderogabile esi­genza di ulte­riori tagli alla tas­sa­zione. E, quindi, alla spesa pub­blica, alle poli­ti­che di wel­fare. Un accordo, insomma, colmo di agguati che rischia di spaz­zare il buono che c’è nell’acquis com­mu­ni­taire. Sono, insomma, in discus­sione disci­plina e diritti che costi­tui­scono un ele­mento iden­ti­fi­ca­tivo dell’european way of life.

Sor­prende il silen­zio com­plice delle classi diri­genti dei paesi medi­ter­ra­nei rispetto all’Accordo di Par­te­na­riato Tran­sa­tlan­tico, ade­rendo al quale il pro­gramma di libe­ra­liz­za­zioni subi­rebbe un’escalation desti­nata a can­cel­lare ogni trac­cia di auto­no­mia poli­tica, eco­no­mica, cul­tu­rale dell’Europa.

Bar­bara Spi­nelli ha pro­po­sto una rap­pre­sen­ta­zione spie­tata di que­sto silen­zio. «Re dor­mienti» che hanno dimen­ti­cato cosa siano una corona e uno scet­tro, ignari dei costi che il mer­cato comune Europa-Usa com­porta per i paesi dell’Unione, in par­ti­co­lare per quelli mediterranei.

Serve qual­cosa che asso­mi­gli a quei con­tro­mo­vi­menti sui quali, a suo tempo, si arro­vel­la­rono Marx, Polany, Gram­sci. Pode­mos? Io penso di sì.

Francesco Piobbichi: oltre l’antirazzismo etico

Giornate di studio del GUE/NGL

Firenze, 18-20 novembre 2014

Intervento di Francesco Piobbichi durante la sessione del 19 novembre, dedicata al tema “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

Ho passato questi ultimi mesi in una zona di confine, e ho lavorato su vari elementi che in qualche modo possono essere utili al nostro dibattito sul tema delle migrazioni. L’elemento essenziale che ho capito stando a Lampedusa, è che quest’isola permette di cogliere direttamente alcuni significati che difficilmente emergono in altri contesti.Il primo è che Lampedusa è una terra di confine in perenne mutazione. Un confine che respinge o che accoglie, ma sempre un confine che marca le distanze tra “noi” e “loro”, tra ricchezza e povertà.

Raccontare Lampedusa dopo sei mesi di permanenza sull’isola significa anche, e soprattutto, raccontare come in questi anni sia cambiato il meccanismo e lo spettacolo della frontiera; significa raccontare di come il confine si sposti e si “delocalizzi” nel mare, e di come, una volta varcata la frontiera, i migranti se la portino addosso. Se nel 2011, a seguito delle Primavere arabe, l’isola è diventata un confine in “crisi”, dove l’emergenza è stata “messa in scena” dal governo Berlusconi,a dimostrare come si ferma l’invasione – dopo l’emergenza spettacolarizzata, ora Lampedusa muta nuovamente. Sarebbe impossibile raccontare questi mesi a Lampedusa senza considerare come l’operazione di “polizia umanitaria” Mare Nostrum abbia profondamente cambiato la vita dell’isola, “resa tranquilla” dalle navi militari che arrestano gli “scafisti” da un lato e “soccorrono” i profughi e richiedenti asilo dall’altro. Nel 2011 si sarebbe parlato di un’isola “invasa” dall’emergenza degli “sbarchi” dei “clandestini”, oggi si parla di “naufraghi soccorsi in mare”, un tema questo che però sta nuovamente cambiando a seguito dell’annunciata fine, di Mare Nostrum.

Se è innegabile che Mare Nostrum ha salvato migliaia di persone, e che la sua chiusura rischia di allungare la già lunghissima lista dei morti, è altrettanto vero che l’elemento costante in cui questa operazione si sviluppa riafferma la logica del confine che separa noi da loro, rinforzando nuove retoriche che depoliticizzano la questione migratoria, per poi inserirla in stancanti procedure burocratiche, rendendo ancora più debole, sul piano simbolico sociale, le persone che hanno avuto la fortuna di varcare il confine superando mari e deserti. Chi si salva insomma, subisce da subito un processo di svuotamento di un diritto soggettivo, che è quello di veder riconosciuto il diritto di asilo come accesso agli altri diritti esigibili. Si tratta di un processo che si manifesta immediatamente, nello stesso momento in cui queste persone entrano in contatto con il dispositivo della frontiera. Una volta accolto, il migrante incontra una serie di procedure che tendono a considerarlo un numero da inserire in una casella, in un sistema dell’accoglienza che prima etichetta e poi tende a degradare la dignità dell’accolto.

Non si potrebbe spiegare altrimenti il coincidere della fine di Mare nostrum con l’inizio di Mosmaiorum, che prevede l’identificazione forzata dei migranti. Questa contraddizione è secondo me dovuta a un elemento nuovo che compone le nuove migrazioni in Europa, che determinano una contraddizione insanabile in un continente che fin dalle origini le ha pensate come flussi di lavoro e non come questione legata al diritto dei rifugiati di richiedere asilo politico. Come ha ben descritto Alessandra Sciurba in un recente convegno tenutosi a Palermo, “il diritto di asilo è in contrasto con la logica politica del governo del,le migrazioni in Europa, che hanno sì un’impostazione economicista ma che al tempo stesso incorporano tale diritto”. Del resto è l’intero impianto giuridico occidentale ad essere costruito sulla carta dei diritti dell’uomo.

Nell’epoca dei conflitti asimmetrici che determinano migrazioni la cui composizione è quasi completamente di persone che fuggono da guerre e persecuzioni,“ la trasformazione dei richiedenti di asilo in vittime e naufraghi si riflette nel sistema di accoglienza che nasce come emergenza e poi svuota l’elemento politico portato da queste persone. Chi aveva scritto la convenzione di Ginevra non immaginava che la formalizzazione del diritto di asilo fosse agibile da milioni di persone, le istituzioni europee ed occidentali cercano di svuotare questo diritto con sfibranti procedere burocratiche, passivizzando o respingendo a seconda dei casi chi lo esercita. L’Europa non ha un’assunzione di responsabilità rispetto a un diritto per un sistema comune per il diritto di asilo, ma considera questo un fardello sul quale si litiga tra stati, come si è visto per la questione del mutuo riconoscimento del diritto di asilo”. Questo svuotamento del diritto di asilo, che quindi si registra nel dispositivo della frontiera esterna, si aggiunge a una strategia di governo delle migrazioni nella frontiera interna della fortezza europea, dove da decenni l’espansione del modello penale neoliberista sembra ricalcare quello statunitense, che punisce la povertà etnicizzandola. Un processo, questo, che autori come LoïcWacquanthanno bene identificato, individuando negli elementi di punizione dei poveri e dei marginali la modalità con la quale il neoliberismo governa la miseria.

Se è quindi vero che la questione dei diritti umani, e in particolar modo il tema del riconoscimento del diritto di asilo, apre una possibilità inedita di lotta e rivendicazione per le soggettività che contestano il processo che arma le frontiere, e se è altrettanto vero che questa contraddizione si apre nei paesi che da decenni intervengono militarmente sotto le insegne delle guerre umanitarie, è pur vero che questa battaglia, se non collegata a uno sguardo politico più generale, rischia di portarci in uno schema di ragionamento troppo ristretto. I processi migratori che ci troveremo ad affrontare nei prossimi mesi sono l’evidente frutto delle politiche neocoloniali che da decenni l’Occidente tenta di affermare attraverso la guerra. Nelle fratture delle placche economiche che si scontrano, dall’Ucraina all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia, possiamo trovare la cornice che spiega oggi le nuove migrazioni, e questo nuovo modo di leggerle è un punto fondamentale. I dati dei flussi migratori ci dicono infatti che le migrazioni sono cambiate sia per effetto delle guerre che per effetto della crisi economica, che sta rallentando l’afflusso di chi si sposta per cercare lavoro.

Penso che la sinistra, in particolar modo quella del Mediterraneo, debba affrontare questa discussione evitando di utilizzare semplicemente uno schema di ragionamento classico che riflette sul fenomeno dell’immigrazione senza considerare il terreno della complessità in cui si esercita; occorre invece riposizionare i termini del problema all’interno della critica dei processi liberisti e della guerra, costruendo un nuovo spazio pubblico in cui far emergere una soggettività critica che di fatto oggi è assente. Sappiamo che oggi le guerre che stanno sconvolgendo la sponda sud del Mediterraneo sono diverse da quelle che abbiamo conosciuto, dovremmo forse analizzarle all’interno di nuove categorie, come quella del “caos ordinato”, o quella del “decisionismo occasionale”: resta comunque il fatto che oggi non possiamo eludere questo terreno di critica, che è anche e soprattutto terreno di ricerca e collegamento con le realtà che animano la sponda sud del Mediterraneo.

Ritengo che a partire da questi primi elementi vi sia una prospettiva comune da costruire, magari attraversando anche il Forum Sociale di Tunisi: una risposta che lega il terreno della giustizia sociale, della pace e della fratellanza come risposta al liberismo in crisi, che produce guerra e miseria. Non solo quindi proporre l’apertura di corridoi umanitari, criticare Dublino III e lavorare sul terreno dei diritti come elemento di rivendicazione, ma operare per una nuova visione geopolitica del Mediterraneo, nella quale mettere al centro il tema della giustizia sociale come fattore chiave per uscire dalla crisi, e criticareinsieme, dalla Grecia all’Egitto, i piani di aggiustamento del FMI e le dinamiche geopolitiche che producono le guerre, per affermare che una nuova internazionale dell’umanità contro il liberismo e la xenofobia ha ripreso il cammino. È chiaro che questo processo non dovrà avere uno sguardo eurocentrico ma dovrà invece essere pensato come spazio pubblico di confronto paritario con il versante sud.

Un altro elemento su cui riflettere è il modo in cui occorre operare nella nostra quotidianità. Recentemente abbiamo aperto un centro solidale di accoglienza in Sicilia;non sono mancate le contestazioni, sostenute da argomentazioni prive di fondamento ma in grado di diventare egemoniche tra la popolazione. La crisi è un luogo in cui la guerra tra poveri è un dato strutturale, e in questa dinamica le forze xenofobe hanno buon gioco per affermare i loro messaggi. Abbiamo lavorato togliendo ogni riferimento e categorizzazione, pensando alle persone innanzitutto, e aprendo la struttura anche ai bisogni del territorio. L’idea sulla quale ci siamo mossi è quella di lavorare su un elemento sinergico tra le azioni di solidarietà rivolte alle persone costrette a fuggire da paesi afflitti da guerre e persecuzioni, e persone che vivono in una situazione di crisi economica nel nostro paese. Molte delle attività del progetto, come la mensa interculturale, lo spaccio alimentare – che prevede sia una distribuzione di prodotti alimentari per le famiglie in difficoltà sia uno spazio dedicato ai gruppi di acquisto solidale – sono pensate per sostenere persone colpite dalla crisi tanto quanto le filiere corte di produzione agricola a chilometro zero, dando supporto agli agricoltori locali che si trovano in difficoltà.

Rivolti a tutti saranno anche gli sportelli sociali rispetto alla casa, alla cittadinanza e ai diritti, così come l’ambulatorio popolare, dove si pensa di avviare l’esperienza del dentista sociale per offrire cure odontoiatriche a quanti non possono permettersele. In tempi di crisi, il centro di accoglienza solidale di MediterraneanHope diventerà quindi un luogo in cui sarà possibile progettare e sperimentare nuove forme di solidarietà e di mutuo soccorso tra cittadini e nuove economie solidali, senza tralasciare l’elemento di arricchimento interculturale che strutture del genere possono avere. Su una modalità simile stanno lavorando alla Rimaflow, una fabbrica occupata dagli operai che ha inserito all’interno delle sue attività un centro autogestito per accogliere i migranti. Dello stesso segno, sono le occupazioni a scopo abitativo che si sono determinate in questi anni a Roma.

Penso che politicamente, nella riflessione che facciamo oggi, ci sia un grande assente: i sindacati – che pensano ancora come se fossimo negli anni Settanta. “Integrare” i migranti con il lavoro nei tempi del Jobs Act, mi pare un ossimoro su cui riflettere. Negli scorsi anni, con degli attivisti organizzammo un campo di accoglienza per braccianti a Nardò; da lì si generò il primo sciopero bracciantile organizzato da parte di migranti che vivevano in condizione di schiavitù. Con pochi strumenti e mezzi, riuscimmo ad ottenere molto dal punto di vista istituzionale e si aprì un processo contro lo sfruttamento nelle campagne. Penso che oggi il sindacato in generale debba provare a guardare a esperienze come quella di Nardò, o come quella dei facchini della logistica in lotta,come elementi di “integrazione”, superando il terreno dell’antirazzismo etico, ricercando invece la mutualità sociale tra lavoro e territorio, tra conflitto e solidarietà: quella matrice che si è smarrita nel tempo e che funzionò come elemento d’integrazione per i subalterni in Europa. Il primo slogan della Camera del Lavoro di Reggio Emilia fu: “Uniti siamo tutto, divisi siam canaglia”. Una frase, questa, che oggi sembra più attuale che mai per costruire una soggettività meticcia e transnazionale.

Enrico Calamai: giustizia per i nuovi desaparecidos

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Giornate di studio del GUE/NGL

Firenze, 18-20 novembre 2014

Intervento di Enrico Calamai durante la sessione del 19 novembre, dedicata al tema “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

La logica di quello che nei fatti è un aberrante dumping di vite umane sembra essere: ne colpisci uno, ne educhi cento o mille. Ma il fatto sorprendente è che anche se ne colpisci cento, continuano a tentare di arrivare perché privi di alternative, in fuga come sono da dittature, terrorismo, catastrofi ecologiche e miseria estrema e crisi troppo spesso da noi stessi provocate. E allora, ecco che le frontiere vengono spinte sempre più in là, fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento, dispersi nell’ambiente, impensabili e inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo.

Sono, in una parola, i nuovi desaparecidos, e il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita nel cono d’ombra di un sistema mediatico ormai prevalentemente iconografico, in cui si dà per scontato che tutto ciò che esiste viene rappresentato e ciò che non viene rappresentato non esiste, in maniera che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere.

Vale la pena soffermarsi un momento sul rapporto visibità/invisibilità. La strage di Lampedusa dell’ottobre 2013, in cui persero la vita circa 350 persone, tra cui una giovane madre col figlioletto nato e morto tra le fiamme, fece un tale scalpore da costringere le autorità italiane e quelle di Bruxelles a recarsi sul posto, a vedere di persona quel mostruoso spiegamento di bare. Ne conseguì l’avviamento di Mare Nostrum, che pur con tutti limiti inerenti a un’operazione che agisce a valle delle scelte politiche che causano il problema, ha ridato dignità alla Marina militare italiana, permettendole di salvare 130mila vite umane in un anno, ma che, trascorso per l’appunto un anno, viene cancellato per asserite ragioni di bilancio, come se fosse possibile e lecito porre un prezzo alle vite umane.

Inutile illudersi, Frontex e Triton rappresentano il ritorno a misure di polizia, non di salvataggio, facendo affidamento sulla stanchezza dell’opinione pubblica di fronte al periodico riaffiorare della sinusoide delle stragi, che, in ogni caso, riflette soltanto per difetto il numero delle vittime. Pur senza addentrarsi troppo in una contabilità evidentemente approssimativa, sorge comunque un dubbio: se in un anno di attività di Mare Nostrum ne sono stati salvati 130mila e ne sono comunque morti 3000 circa, quanti ne saranno morti negli ultimi vent’anni di cui 19 senza Mare Nostrum? Quanti ne seguiranno?

C’è, in tutto questo, qualcosa che rientra nella categoria dell’intollerabilità del diritto ingiusto, secondo la formula elaborata dal giurista tedesco Radbruch al termine della II guerra mondiale.

A noi della Campagna “Giustizia per i nuovi desaparecidos” sembra sia il caso di parlare di crimini di lesa umanità e che occorra intervenire con ogni possibile urgenza per porre fine allo stillicidio di morti, presumibilmente destinato a subire una nuova impennata con la chiusura di Mare Nostrum.

In occasione del semestre di Presidenza italiana, abbiamo presentato un appello al nostro Governo chiedendo che vengano intrapresi i passi necessari a smantellare la situazione di fatto e di diritto che è causa di tali crimini. E ci proponiamo di attivare tutte le vie legali, a livello nazionale e internazionale, a partire da un tribunale internazionale d’opinione, per porre fine all’impunità di coloro che risultino coinvolti, sia in passato che attualmente, nella formulazione e nell’attuazione della politica di morte sopra tratteggiata.

Chiediamo l’aiuto delle forze politiche di sinistra presenti a livello europeo per abbattere il muro di gomma dell’inconsapevolezza dell’opinione pubblica e avviare fin da subito un percorso di verità e giustizia.

Dobbiamo interrompere questa catena infame, porre al più presto fine a un meccanismo che costantemente rimescola vittime e benessere, trasformandoci in collettività subalterna e silenziosa di una democrazia, che non può essere altro che forma vuota ove non accompagnata da autentico rispetto dei diritti umani.

Annamaria Rivera: militarizzazione delle frontiere, retoriche del rifiuto e incremento del razzismo

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Giornate di studio del GUE/NGL

Firenze, 18-20 novembre 2014

Intervento di Annamaria Rivera durante la sessione del 19 novembre, dedicata al tema “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

1. Il fatto che l’Unione Europea coltivi una sorta di sovranazionalismo armato, a difesa delle proprie frontiere, non solo è causa d’una strage di migranti e potenziali rifugiati di proporzioni mostruose, di cui dirò dopo, ma ha anche contribuito indirettamente, a mio avviso, a incoraggiare i nazionalismi “nazionalitari” o etnici, quindi al successo delle destre, anche estreme, in tutta Europa. Oltre che economica, la crisi europea è anche politico-ideologica, come ci ricorda da alcuni anni Slavoj Žižek.

Non per caso, nell’intero continente, a occupare il primo posto nella scala del rifiuto e del disprezzo sono rom, sinti e camminanti, le popolazioni che più di altre incarnano, almeno simbolicamente, il rifiuto di confini e frontiere.

Secondo un sondaggio recente (2014) sulle attitudini nei confronti di rom, musulmani ed ebrei, realizzato dal Pew Research Center, comparando l’Italia, la Francia, la Spagna, il Regno Unito, la Germania, la Grecia e la Polonia, per antiziganismo è l’Italia, seguita dalla Francia, a collocarsi in testa alla classifica. L’84% del campione intervistato esprime ostilità o paura per la presenza di appena 180mila fra rom e sinti (70mila dei quali cittadini italiani) corrispondenti a un magro 0,23% della popolazione totale [1].

In realtà, essi continuano a svolgere un ruolo vittimario assai simile a quello storicamente attribuito agli ebrei, a tal punto che sugli “zingari”, come un tempo sugli ebrei, tutt’oggi fioriscono e si propalano voci, leggende e “false notizie”, per dirle alla Marc Bloch: anche le più arcaiche, come quella della propensione al rapimento di bambini, pur smentita da dati e lavori scientifici (v. Tosi Cambini, 2008).

Insomma, fra le politiche di militarizzazione delle frontiere e il dilagare delle retoriche del rifiuto c’è un legame assai stretto, se non un circolo vizioso.

In gran parte dei paesi europei va diffondendosi sempre più l’uso politico e ideologico di tali retoriche: i cliché dell’“invasione”, dei migranti come fonte d’insicurezza e impoverimento dei “nazionali”, della “clandestinità” come sinonimo di criminalità sono ampiamente utilizzati perfino da istituzioni, talvolta anche da partiti di centrosinistra, soprattutto da formazioni populiste, di destra e di estrema destra, che in Europa conoscono oggi un’ascesa impressionante. In particolare, quella dell’”invasione” e della “marea montante” è una tipica falsa evidenza: come è ben noto, la quota preponderante dei flussi migratori parte dai paesi del Sud del mondo per dirigersi verso altri paesi del Sud.

Sul versante delle istituzioni, in una parte dei paesi dell’Unione Europea prevale un approccio di tipo emergenzialista, conseguenza, fra le altre cose, del fatto che, in realtà, migrazioni ed esodi non sono stati integrati –starei per dire “elaborati” come tendenze strutturali del nostro tempo.

Anche questo spiega perché il razzismo tenda a diventare “ideologia diffusa, senso comune, forma della politica” (Burgio, 2010). E non si tratta del ritorno in superficie dell’arcaico, bensì di una delle fasi del riemergere ricorrente del lato oscuro della modernità europea.

Le discriminazioni istituzionali, l’allarmismo dei media nonché la cattiva gestione dell’accoglienza, almeno in alcuni Statimembri, non fanno che produrre ondate ricorrenti di moral panic, alimentando anche violenza razzista ‘popolare’ nei confronti degli indesiderabili, spesso usati come capri espiatori, particolarmente in questa fase.

In non pochi paesi europei la crisi economica si coniuga con una crisi, altrettanto grave, della democrazia e della rappresentanza, talché la distanza fra i cittadini e il potere si fa siderale e la cittadinanza va trasformandosi sempre più in sudditanza (v. Balibar, 2012). Non sorprende affatto, quindi, che gli effetti sociali della crisi e delle politiche di austerità, coniugati con la condizione e il senso soggettivo di sudditanza, alimentino frustrazione, spaesamento, risentimento sociale, e conseguente ricerca del capro espiatorio. Una buona parte di cittadini penalizzati dalla crisi finisce così per identificare il proprio nemico negli immigrati “che rubano il lavoro” o nei rom che degraderebbero il loro già degradato quartiere di periferia. Sicché si potrebbe sostenere che il razzismo ‘popolare’ sia perlopiù rancore socializzato.

Illustra bene questa tendenza ciò che è accaduto di recente a Tor Sapienza, un sobborgo dell’hinterland romano. In questa “periferia composta da insediamenti casuali e frammentari, di enclave vissute nella cultura dell’emergenza e mai messe in condizione di poter comunicare o interagire, di crescere insieme per diventare società” (Goni Mazzitelli, 2014), una frazione di residenti ha compiuto ripetuti raid contro un centro di accoglienza che, oltre ad alcune famiglie di rifugiati, ospitava poche decine di minori non accompagnati, provenienti da Egitto, Bangladesh, Etiopia e altri paesi subsahariani. Dopo alcuni giorni di assalti violenti, istigati dall’estrema destra, i minori sono stati allontanati da quel centro – che ormai sta per chiudere e separati in diverse strutture provvisorie.

Etichettare questo caso, come altri simili, secondo la formula abusata di “guerra tra poveri” è, a mio avviso, un’espressione di quel “pensiero debole in un mondo complesso” di cui ha parlato qui Carlo Freccero. Infatti, ammesso sia opportuno usare la metafora della guerra, questa è tutt’altro che simmetrica: è, semmai, una guerra contro i più vulnerabili tra i poveri.

2. In assenza d’itinerari sicuri e legali per raggiungere l’Europa, i rifugiati in cerca di protezione e i migranti che aspirano a una vita migliore sono sottoposti dall’Unione Europea a un’autentica prova di sopravvivenza. Non tutti la superano.

Si tenga conto che nel corso del 2013 il 68% delle persone che hanno tentato di raggiungere l’Europa illegalmente per via marittima proveniva dalla Siria, Eritrea, Afghanistan e Somalia, paesi devastati da conflitti, persecuzioni e violenze (Amnesty International, Des vies à la dérive, 2014).

Secondo Fatal Journeys, il recente rapporto dell’OIM (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni), nonostante la missione Mare Nostrum della Marina Militare Italiana, che pure, dal 18 ottobre 2013, ha salvato 115.000 migranti, nei primi otto mesi di quest’anno sono morte nel Mediterraneo almeno 3.072 persone. Cioè il 75% di tutte le vittime di migrazioni illegali su scala mondiale, nello stesso periodo.

Basta scorrere i grafici del Rapporto per constatare che l’Europa è largamente in testa alla classifica delle aree migranticide, per usare un neologismo. E ciò non solo per ovvie ragioni geografiche e per l’aumento vertiginoso di migranti e potenziali rifugiati che cercano di raggiungerla, ma soprattutto perché le politiche proibizioniste europee rendono i viaggi sempre più pericolosi. Al punto che il tentativo di raggiungere il nostro continente è costato la vita a ben 22.400 migranti in soli 14 anni.

I cosiddetti “trafficanti di esseri umani” rappresentano soltanto gli “utilizzatori finali” del sistema di frontiere e muri che l’Europa ha eretto intorno alla sua fortezza. Sono le politiche proibizioniste ad avere creato le condizioni perché si sviluppasse l’offerta di attività irregolari e dunque un aumento spaventoso delle stragi in mare.

Queste sono destinate a un incremento ulteriore, dal momento che si è deciso di abbandonare Mare Nostrum in favore dell’operazione Triton, uno degli avatar di Frontex. Come insiste Amnesty International nel rapporto che ho citato, Triton non è affatto un’operazione di ricerca e salvataggio. Privarsi di un Mare nostrum, magari « riformato » e sostenuto concretamente da altri Statimembri, è da cinici o irresponsabili, in presenza –rimarca Amnesty Internationaldi una crisi concernente i rifugiati che si configura come la più grave dopo la Seconda guerra mondiale.

Ricordo che il nuovo regime delle frontiere affermatosi in Europa ha prodotto non solo un’autentica ecatombe, ma anche la proliferazione e perfino l’esternalizzazione dei centri di detenzione per migranti, nei quali, in certi casi, sono rinchiusi finanche richiedentiasilo e minori; e talvolta anche per responsabilità di Frontex. Le condizioni di tali lager spesso muniti di gabbie e filo spinato, e controllati da forze dell’ordine e militari armati sono state condannate dalla stessa Corte di Strasburgo. In alcuni paesi, come l’Italia, sono istituzioni del tutto abusive, in quanto violano la Costituzione e lo stato di diritto.

Questo sistema si è rafforzato anche grazie agli accordi bilaterali con paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, cui si delega una parte del “lavoro sporco”. L’Italia ha perpetuato fino a ieri gli accordi di cooperazione perfino con un paese devastato qual è la Libia, il quale, oltre tutto, non ha leggi sull’asilo, pratica gravissime violazioni dei diritti umani, non ha sottoscritto neppure la Convenzione di Ginevra del ’51. Come è ben noto, la Libia, tappa ineludibile soprattutto per i migranti e i profughi subsahariani, è un vero e proprio inferno. Come e peggio che al tempo di Gheddafi, pratiche tuttora correnti sono gli arresti arbitrari, il lavoro forzato e lo sfruttamento schiavile, le deportazioni, i taglieggiamenti, le torture, gli stupri: orrori la cui apoteosi è l’inferno della prigione di Kufra. L’unica differenza è che oggi sono le milizie armate a “dirigere” i centri di detenzione e a compiere le nefandezze cui ho fatto cenno.

È necessario, dunque, modificare radicalmente la legislazione europea (per non dire di quella italiana), nel senso indicato dai relatori/trici che mi hanno preceduta. Ma soprattutto occorre che tra le nostre stesse fila si affermi la consapevolezza che decisiva è la battaglia contro il razzismo e per i diritti dei migranti e dei rifugiati. Da essa non si può prescindere se si vuole scongiurare il lato oscuro della modernità europea, in favore della prospettiva di un’Europa della democrazia, della giustizia sociale, dell’uguaglianza dei diritti.

[1] Pew Reserch Center’s Global Attitudes Project: EU Views of Roma, Muslims, Jews, 12 maggio 2014.


Approfondimenti:

Annamaria Rivera: militarizzazione delle frontiere, retoriche del rifiuto e incremento del razzismo

 

Guido Viale: dieci punti per il pianeta

«il manifesto», 10 settembre 2012

Ventun organizzazioni del Nord e del Sud del mondo (in Italia Fairwatch), in rappresentanza di oltre 200 milioni di persone, hanno sottoscritto un appello in 10 punti che indica le misure per evitare che i cambiamenti climatici in corso raggiungano un punto di non ritorno. È un appello alla mobilitazione contro la convocazione da parte del Presidente dell’ONU Ban Ki Moon di un Vertice sul clima il 23 settembre a cui sono stati invitati solo leader politici e manager del big business, con una scarsa e compiacente delegazione di associazioni ambientali, per avallare uno “scippo” della lotta ai cambiamenti climatici da parte di chi vuole usare questa emergenza planetaria per fare business, con misure e politiche non vincolanti, a carattere privatistico, che mirano solo al profitto e sono sicuramente inefficaci.

Se i dieci punti della dichiarazione programmatica di Alexis Tsipras, integrati e specificati in un work in progress tutt’ora in corso, hanno offerto ai promotori, ai sostenitori e agli elettori della lista L’Altra Europa – ma anche a chi ha guardato a questo progetto con interesse, anche se non l’ha votato – un punto di riferimento per collocare in un contesto europeo l’iniziativa delle forze antagoniste alle politiche di austerity, questi nuovi “dieci punti” possono ora permettere a tutti di riconoscersi e di partecipare a uno schieramento di ampiezza e respiro planetari. Ritroviamo in questo appello molti dei punti sinteticamente presenti nel manifesto da cui è nata la Lista L’Altra Europa; oltre a promuovere e sostenere una mobilitazione su un tema di vitale importanza per il futuro di tutti e quasi scomparso dall’agenda dell’establishment italiano, europeo e mondiale, occorre ricondurre quegli obiettivi di carattere globale nel vivo dell’iniziativa politica locale e quotidiana.

Le rivendicazioni di questo appello sono state definite sulla base delle acquisizioni dell’IPCC, la commissione scientifica dell’ONU che studia i cambiamenti climatici, ma in essi troviamo intrecciati temi ambientali, economici, sociali e istituzionali, in sintonia con l’approccio che caratterizza il progetto L’Altra Europa.

I primi tre punti dell’appello rivendicano impegni vincolanti (cioè sanzionati): a) a contenere le emissioni annue climalteranti a 38 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2 entro il 2020, per impedire che la temperatura del pianeta aumenti di più di 1,5 gradi; b) a lasciare sotto terra o sotto il fondo dei mari almeno l’80 per cento delle riserve fossili conosciute; c) a mettere al bando tutte le nuove esplorazioni ed estrazioni di combustibili fossili (e di uranio), comprese, a maggior ragione, quelle effettuate con il fracking e il trattamento delle sabbie bituminose; d) a soprassedere alla costruzione di nuovi impianti di trattamento e trasporto dei fossili, compresi i gasdotti. Si tratta di rivendicazioni agli antipodi delle politiche energetiche dell’UE e della Strategia energetica nazionale (SEN) adotta dall’Italia. Ma sono obiettivi impegnativi anche per un movimento come la lista L’Altra Europa, che ha fatto della conversione ecologica un pilastro del suo programma e ha candidato un esponente di punta del movimento NoTriv. Per fare un esempio, non c’è molto da discutere su progetti come quello estrattivo di Tempa Rossa (in Basilicata) e il suo complemento nel raddoppio della raffineria Eni di Taranto; o come il gasdotto transadriatico (TAP) che, dopo l’approdo in Puglia, dovrebbe attraversare e scassare tutta la penisola. C’è piuttosto da discutere su come presentare questo obiettivo al pubblico (cosa non facile, dato il silenzio che circonda il tema dei cambiamenti climatici), su come organizzare la necessaria mobilitazione, su come inquadrarlo in un programma generale di riconversione energetica.

Il quarto punto riguarda la promozione delle fonti energetiche rinnovabili (FER) in forme sottoposte a un controllo pubblico o comunitario (cioè “partecipato”). Occorre ricordare che circa l’80 per cento della potenza fotovoltaica installata in Italia è stato assegnato a grandi impianti e che i relativi incentivi – i più alti del mondo – sono andati quasi solo a beneficio di un’alta finanza che nulla ha a che fare con la generazione energetica diffusa. Ma lo stesso vale per molte altre FER. La politica energetica del paese va rivoltata “come un calzino”.

Il quinto e il sesto punto impegnano: a) a promuovere la produzione e il consumo locali di beni durevoli, evitando di trasportare da un capo all’altro del mondo quello che può essere fabbricato in loco; b) a incentivare la transizione a una produzione agroalimentare di prossimità. È qui che la conversione ecologica, promuovendo una riterritorializzazione dei processi economici attraverso accordi di programma tra produzione e consumo (il modello, seppur in mercati per ora di nicchia, sono i gruppi di acquisto solidale: GAS) rappresenta una vera alternativa alla globalizzazione dei mercati dei beni fisici: quella che esige una competizione sempre più serrata in una gara al ribasso di salari, sicurezza sul lavoro e protezioni ambientali. Sono rivendicazioni che si riconnettono alle lotte contro la delocalizzazione di fabbriche e impianti, al movimento territorialista che su questi temi ha al suo attivo – soprattutto in Italia – una corposa elaborazione, e alla spinta verso una nuova agricoltura biologica, multicolturale, multifunzionale e di prossimità. Qui sta anche la principale differenza che separa la conversione ecologica dalla mera adozione di politiche “keynesiane” di sostegno alla domanda con incrementi di spesa pubblica (in infrastrutture e servizi) e incentivi al consumo (detassazione dei redditi bassi e rottamazioni) finanziati in deficit. In un mercato globalizzato una maggiore domanda non si traduce necessariamente in aumenti di offerta e occupazione nello stesso paese, se non è ancorata a una progettualità diffusa e differenziata in base alle esigenze e alle caratteristiche dei diversi territori; il che richiede anche nuove forme di democrazia partecipata e di autogoverno.

Il settimo e l’ottavo punto riguardano l’obiettivo “rifiuti zero” (centrale nei territori massacrati da criminalità ambientale e malgoverno), un’edilizia a basso consumo energetico e un trasporto di persone e merci con sistemi di mobilità pubblici e condivisa.

Il punto nove raccomanda la creazione di nuova occupazione finalizzata alla ricostituzione degli equilibri ambientali, sia nel campo delle emissioni climalteranti che in quello dell’assetto dei territori. Sono le “mille piccole opere” in campo energetico, nella manutenzione dei suoli, nei trasporti, nell’edilizia e in agricoltura in cui dovrebbe articolarsi un piano di lavori pubblici, rivendicato da molte organizzazioni, per creare subito un milione di posti di lavoro in Italia e sei milioni in Europa.

Il decimo punto impegna a smantellare industria e infrastrutture militari per ridurre le emissioni prodotte dalle guerre e destinare a opere di pace le risorse risparmiate. Non ci sono solo gli F35 da bloccare (cosa sacrosanta); ci sono tutta l’industria e l’occupazione belliche da riconvertire: le opportunità di impieghi alternativi non mancherebbero certo.

L’appello prosegue indicando le cose da evitare: a) la mercificazione, la finanziarizzazione e la privatizzazione dei servizi forniti dall’ambiente (cioè tutta la cosiddetta “green economy”, quella che dà un prezzo alla Natura); b) i programmi misti pubblico-privato come REDD (che dovrebbe contrastare deforestazione e degrado boschivo) e altri simili, finalizzati solo a creare nuove occasioni di profitto; c) le soluzioni esclusivamente tecnologiche ai problemi ambientali (qui l’elenco è lungo e sicuramente discutibile: geoingegneria, OGM, agrocombustibili, bioenergia industriale, biologia sintetica, nanotecnologie, fracking, nucleare, incenerimento dei rifiuti); d) le grandi opere inutili: si citano dighe, autostrade, grandi stadi (e noi possiamo aggiungere TAV, MOSE e quant’altro); e) il libero commercio e i regimi di investimento che minacciano il lavoro, distruggono l’ambiente e limitano la sovranità economica dei popoli: possiamo tradurre questo punto in TTIP e TISA.

In conclusione, l’appello invita a individuare e denunciare le vere radici dei guasti che incombono sul pianeta: il modello industriale di estrazione crescente di risorse e il produttivismo per il profitto di pochi a scapito dei molti (cioè il capitalismo e un modello di crescita illimitata), che vanno sostituiti con un nuovo sistema che persegua l’armonia tra gli umani, connetta ai diritti umani la lotta ai cambiamenti climatici e offra protezione ai più deboli: soprattutto migranti e comunità indigene.

Questo modello industriale – conclude il documento – non è più sostenibile; occorre redistribuire la ricchezza oggi controllata dall’1 per cento della popolazione e ridefinire il benessere, che deve riguardare tutte le forme di vita, riconoscendo i diritti della Natura e di “Madre Terra”.

Why is Europe not “coming together” in response to the Euro Crisis?

di Yanis Varoufakis, 29 agosto 2014

Fonte: http://yanisvaroufakis.eu/2014/08/29/why-is-europe-not-coming-together-in-response-to-the-euro-crisis/


In this article I ask a question on everyone’s lips: Almost everyone agrees that the Eurozone was a one-legged giant; a monetary union lacking a political ‘leg’ to stabilise it. If so, why has the Euro Crisis (which surely strengthened that view on the back of its ferocity and durability) not strengthen the hand of the federalists? Of those who were, supposedly, waiting to pounce upon any opportunity to create a United States of Europe? (This article was compiled from extracts of a keynote speech I have on 25th August 2014 at the University of Tampere, Finland, in the context of a conference entitled Power, Knowledge and Society.)

 

«Monetary Union is an attempt to usher in Federation through the back door.»
Margaret Thatcher, 1990

We now know that Mrs Thatcher was wrong. The Euro Crisis, that broke out in th aftermath of the 2008 global financial implosion, was a splendid opportunity for federalists in Berlin, Brussels and Paris to push for the federal moves that they, purportedly, always planned to make on the back on the common currency.

Just look at the so-called Banking Union that the EU has agreed. The unification of banking sectors across the Eurozone, which was and is absolutely essential for the survival of the Eurozone, was recently proclaimed in name to be denied in practice.

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