I leader di paglia dell’Unione: così sono falliti i sogni

Articolo pubblicato su «Il Fatto Quotidiano» del 29 giugno 2016

Nel Parlamento europeo di cui sono membro, quel che innanzitutto colpisce, osservando la reazione alla Brexit, è la diffusa assenza di autocritica, di memoria storica, di allarme profondo – e anche di qualsiasi curiosità – di fronte al manifestarsi delle volontà elettorali di un Paese membro. (Perché non va dimenticato che stiamo parlando di un Paese ancora membro dell’Unione.) Una rimozione collettiva che si rivela quanto mai grottesca e catastrofica, ma che dura da decenni. Meriterebbe studi molto accurati; mi limiterò a menzionare alcuni punti essenziali.

1. Quel che manca è l’ammissione delle responsabilità, il riconoscimento esplicito del fallimento monumentale delle istituzioni europee e dei dirigenti nazionali: tutti. La cecità è totale, devastante e volontaria. Da anni, e in particolare dall’inizio della crisi del 2007-2008, istituzioni e governi conducono politiche di austerità che hanno prodotto solo povertà e recessione. Da anni disprezzano e soffocano uno scontento popolare crescente. Non hanno memoria del passato – né quello lontano né quello vicino. Sono come gli uomini vuoti di Eliot: “Uomini impagliati che s’appoggiano l’un all’altro, la testa riempita di paglia”. La loro ignoranza si combina con una supponenza senza limiti. Il suffragio universale ha tutte le colpe e le classi dirigenti nessuna. È come se costoro, trovandosi a dover affrontare un esame di storia al primo anno d’università, dicessero che le cause dell’avvento del nazismo sono addebitabili solo a chi votò Hitler, senza mai menzionare le istituzioni di Weimar. Sarebbero bocciati senza esitazione; qui invece continuano a dare lezioni magistrali.

2. Nessun legame viene stabilito tra la Brexit e l’evento disgregante che fu l’esperimento con la Grecia. Nulla hanno contato le elezioni greche, nulla il referendum che ha respinto il memorandum della troika. Dopo i negoziati del luglio scorso il divario tra volontà popolare ed élite europea si è fatto più che mai vasto, tangibile e diffuso. Con più peso evidentemente della Grecia, il Regno Unito ha posto a suo modo la questione centrale della sovranità democratica, anche se con nefaste connotazioni nazionalistiche: il suo voto è rispettato, quello greco no. Le lacerazioni prodotte dal dibattito sulla Grexit hanno contribuito a produrre il Brexit, e il ruolo svolto nella campagna dal fallito esperimento Tsipras è stato ripetutamente ostentato. Ma nelle classi politiche ormai la memoria dura meno di un anno; di questo passo tra poco usciranno di casa la mattina dimenticandosi di essere ancora in mutande. È per colpa loro che la realtà ha infine fatto irruzione: Trump negli Usa è la realtà, l’uscita inglese è la realtà. Il voto britannico è la vendetta della realtà sulle astrazioni e i calcoli errati di Bruxelles.

3. La via d’uscita prospettata dalle forze politiche consiste in una falsa nuova Unione, a più velocità e costituita da un “nucleo centrale” più coeso e interamente dominato dalla Germania. Le parole d’ordine restano immutate: austerità, smantellamento dello Stato sociale e dei diritti, e per quanto riguarda il commercio internazionale – Ttip, Tisa, Ceta – piena libertà alle grandi corporazioni e ai mercati, distruzione delle norme europee, neutralizzazione di contrappesi delle democrazie costituzionali come giustizia, Parlamenti e volontà popolari.
Lo status quo è difeso con accanimento: nei rapporti che sto seguendo come relatore ombra per il Gue mi è stato impossibile inserire paragrafi sulla questione sociale, sul Welfare, sulla sovranità cittadina, sui fallimenti delle terapie di austerità.

4. Migrazione e rifugiati. È stato un elemento centrale della campagna per il Leave – che ha puntato il dito sia su rifugiati e migranti extraeuropei, sia sull’immigrazione interna all’Ue –, ma le politiche dell’Unione già hanno incorporato le idee delle destre estreme, negoziando accordi di rimpatrio con la Turchia (e in prospettiva con 16 paesi africani, dittature comprese come Eritrea e Sudan) e non hanno quindi una visione alternativa a quella dell’Ukip. La Brexit su questo punto è un disastro: rafforzerà, ovunque, la paura dello straniero e le estreme destre che invocano respingimenti collettivi vietati espressamente dalla legge internazionale e dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Quanto ai migranti dell’Unione che vivono in Inghilterra, erano già a rischio in seguito all’accordo dello scorso febbraio tra Ue e Cameron. Le politiche dell’Unione sui rifugiati sono un cumulo di rovine che ha dato le ali alla xenofobia.

5. Il ritorno alla sovranità che la maggioranza degli inglesi ha detto di voler recuperare mette in luce un ulteriore e più vasto fallimento. L’Unione doveva esser un baluardo per i cittadini contro l’arbitrio dei mercati globalizzati. La scommessa è perduta: le sovranità nazionali escono ancora più indebolite e l’Unione non protegge in alcun modo. Non è uno scudo ma il semplice portavoce dei mercati. La globalizzazione ha dato vita a una sorta di costituzione non scritta dell’Unione, avversa a ogni riforma-controllo del capitalismo e a ogni espressione di scontento popolare, e in cui tutti i poteri sono affidati a un’oligarchia che non intende rispondere a nessuno delle proprie scelte. Sarà ricordata come esemplare la risposta data dal Commissario Malmström nell’ottobre 2015 a chi l’interrogava sui movimenti contrari a Ttip e Tisa: “Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo”. Questa costituzione non scritta si chiama governance e poggia su un concetto caro alle élite fin dagli anni 70 (il vero inizio della crisi economica e democratica): obiettivo non è il governo democratico ma la governabilità. Il cittadino “governabile” è per definizione passivo.

6. L’intera discussione sulla Brexit si sta svolgendo come se l’alternativa si riducesse esclusivamente a due visioni competitive: quella distruttiva dell’exit e quella autocompiaciuta e immutata del Remain. Le cose non stanno così. C’è una terza via, rappresentata dalla critica radicale della presente costruzione europea, dalla denuncia delle sue azioni e dalla ricerca di un’alternativa. Era la linea di Tsipras prima che Syriza andasse al governo. È la linea di Unidos Podemos, che purtroppo non è stata premiata. Resta il fatto che questa tripolarità è del tutto assente dal dibattito.

7. La democrazia diretta, i referendum, la cosiddetta e-democracy. Il gruppo centrale del Parlamento li guarda con un’ostilità che la Brexit accentuerà. La democrazia diretta è certo rischiosa, ma quando il rischio si concretizza, quasi sempre la causa risiede nel fallimento della democrazia rappresentativa. Se per più legislature successive e indipendentemente dall’alternarsi delle maggioranze la sensazione è che sia venuta meno la rappresentatività e con essa la responsabilità di chi è stato incaricato di decidere al posto dei cittadini, i cittadini non ci stanno più.

Brexit e le colpe dell’Unione

di lunedì, giugno 27, 2016 0 , , , Permalink

Bruxelles, 27 giugno 2016. Riunione straordinaria del gruppo GUE/NGL. Dibattito sul Referendum sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione europea. 

Intervento di Barbara Spinelli nella qualità di co-relatore ombra con Martina Anderson (Sinn Fein).

Premetto che la mia scelta personale, come membro del gruppo e al tempo stesso della Commissione affari costituzionali, va nella direzione di un rifiuto netto della Joint motion resolution, confezionata subito dopo il referendum inglese dai gruppi centrali del Parlamento europeo. Quel che innanzitutto colpisce, nella loro reazione alla defezione britannica, è l’assenza di qualsiasi autocritica, di qualsiasi memoria storica, di qualsiasi allarme profondo – e anche di qualsiasi curiosità – di fronte al manifestarsi delle volontà elettorali di un Paese membro. Perché non va dimenticato il fatto che stiamo parlando di un Paese che è ancora membro dell’Unione a tutti gli effetti.

Vado per punti, che corrisponderanno a precisi passaggi della Risoluzione congiunta.

Primo. Quel che manca è l’ammissione delle responsabilità dell’Unione: il riconoscimento esplicito, e preliminare, del fallimento monumentale delle istituzioni europee (Commissione, Consiglio europeo, e anche Parlamento) nonché dei dirigenti politici dei Paesi membri: tutti. In ambedue i casi la cecità è totale, devastante e volontaria. Sono anni, e in particolare dall’inizio della crisi del 2007-2008, che istituzioni e governi conducono politiche di austerità che hanno prodotto solo povertà e recessione. Sono anni che disprezzano e soffocano i segnali di uno scontento popolare crescente, così come esso si manifesta in elezioni e referendum. Lo stesso FMI, lo stesso governatore della Banca centrale greca, cominciano a criticare l’accanimento terapeutico di un risanamento economico che tutto fa tranne risanare, pur continuando a esserne i gestori e promotori. Nel proprio cervello, queste élite non hanno nessuna memoria del passato – né quello lontano né quello vicino: non si pongono domanda alcuna su quel che fu Weimar e sul disastro prodotto dai negoziati UE-Grecia. È come se non avessero imparato né potessero imparare nulla. Sono come gli uomini vuoti, gli «hollow men» di Eliot : «Uomini impagliati che s’appoggiano l’un all’altro, la testa riempita di paglia – stuffed men. Leaning together. Headpiece filled with straw». La loro ignoranza si combina con una supponenza senza limiti. La colpa è degli elettori, – «l’immenso pericolo viene dai populisti o estremisti», ha detto Hollande. Il suffragio universale ha tutte le colpe e le classi dirigenti nessuna. È come se costoro, trovandosi a dover affrontare un esame di storia al primo anno di università, dicessero che le cause dell’avvento del nazismo sono esclusivamente addebitabili a chi votò Hitler, senza mai menzionare le istituzioni di Weimar. Sarebbero bocciati senza esitazione; qui invece continuano a dare lezioni magistrali.

Secondo. Nessun legame consequenziale viene stabilito, nella mozione congiunta e nelle reazioni di Juncker o Tusk, tra il Brexit e l’evento disgregante che è stato l’esperimento con la Grecia, fin dall’inizio e ancor più dopo la vittoria di Tsipras. Nulla hanno contato le elezioni greche, nulla il referendum che ha respinto con una grandissima maggioranza il memorandum della troika, eufemisticamente chiamata oggi «le istituzioni». Dopo i negoziati del luglio scorso il divario tra volontà popolare ed élite al comando in Europa si è fatto più che mai vasto, tangibile e diffuso nell’Unione. L’Inghilterra, con più peso evidentemente della Grecia, ha infine posto la questione centrale della sovranità democratica da riprendersi: le argomentazioni sono naturalmente differenti, ma la questione della sovranità è presente in entrambi i casi. Le lacerazioni prodotte dal dibattito sul Grexit inevitabilmente hanno prodotto il Brexit, e il ruolo svolto nella campagna dal fallito esperimento Tsipras è stato evidente e ripetutamente ostentato. Questo dovremmo dirlo a chiare lettere nella nostra mozione, visto che pochi nelle élite lo ricordano. Nelle classi politiche ormai la memoria dura meno di un anno; di questo passo tra poco usciranno di casa la mattina dimenticandosi di essere ancora in mutande. È per colpa delle presenti élite che la realtà ha infine fatto irruzione: Trump negli Stati Uniti è la realtà, l’uscita inglese è la realtà. Il voto britannico è la vendetta della realtà sulle astrazioni e i calcoli sbagliati di Bruxelles.

Terzo. Ci sono alcuni punti nella Risoluzione congiunta che hanno uno stretto rapporto con i lavori che svolgo nella Commissione affari costituzionali. Mi riferisco in particolare ai punti 10, 11, 12. Il paragrafo 10 prospetta come via d’uscita una falsa nuova Unione, a più velocità e costituita da un “nucleo centrale” più coeso («the core of the EU must be reinforced»). Sarà interamente dominato dalla Germania. Verso quale approdo procede? Lo stesso di sempre: austerità, smantellamento dello Stato sociale e dei diritti a esso connessi, e per quanto riguarda il commercio internazionale – mi riferisco ai negoziati su TTIP, TISA, CETA – piena libertà data alle grandi corporazioni e ai mercati, distruzione delle norme europee, neutralizzazione di contrappesi costitutivi delle democrazie costituzionali come la giustizia, i Parlamenti e le volontà popolari (referendum sull’acqua in Italia). I punti 11 e 12 scelgono come bussole su cui orientarsi due rapporti di Afco che sto seguendo come “shadow” per il gruppo: quello sullo sfruttamento delle potenzialità di Lisbona (Rapporto Bresso-Brok) e il Rapporto Verhofstadt sulle “evoluzioni e gli aggiustamenti” (la parola “trasformazione” è accuratamente evitata) del presente Trattato. Questo secondo rapporto è ancora dormiente, e penso andrà nella direzione del “nucleo centrale” cui accennavo. Per quanto riguarda il primo, posso testimoniare che lo status quo è difeso con accanimento e autocompiacimento: mi è stato impossibile inserire paragrafi sulla questione sociale, sul Welfare da salvaguardare, sulla sovranità cittadina da rispettare, sui fallimenti delle terapie di austerità. Parlare di adesione dell’UE alla Carta Sociale di Torino è visto come una blasfemia. Altri rapporti sono stati discussi in questo Parlamento (cito solo quello sulla trasparenza) ma non vengono neanche ricordati.

Quarto. La migrazione e i rifugiati. È stato un elemento centrale della campagna per il leave (sono guardati con sospetto sia rifugiati e migranti che vengono da fuori, sia quelli intra-europei), ma l’argomento è appena menzionato, in maniera perfida, nel punto 10 della Risoluzione. Si parla di «affrontare la sfida della migrazione» per concludere che occorre sviluppare l’Unione economica e monetaria e le politiche di sicurezza interna. Perché questo silenzio? Perché le politiche dell’Unione già hanno incorporato le argomentazioni delle destre estreme, negoziando accordi di rimpatrio con la Turchia – e in prospettiva con 16 paesi africani, dittature comprese come Eritrea e Sudan – e non hanno argomenti da contrapporre alla campagna dell’UKIP contro la presunta invasione degli stranieri. Il Brexit da questo punto di vista è un disastro: rafforzerà, ovunque, la paura dello straniero e le forze di estrema destra che non esitano a proporre i respingimenti collettivi vietati espressamente dalla legge internazionale e dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Quanto ai migranti dell’Unione che vivono in Inghilterra, erano già a rischio in seguito all’accordo dello scorso febbraio tra UE e Cameron. È un punto, questo su rifugiati e migrazione, che dovrebbe figurare a chiare lettere nella nostra mozione. Le politiche dell’Unione sui rifugiati sono un cumulo di rovine, e hanno dato le ali alla xenofobia che si è espressa in buona parte della campagna per il leave.

Quinto. Il ritorno alla sovranità che la maggioranza degli inglesi dice di voler recuperare. È un punto che mette in luce un ulteriore e più vasto fallimento dell’Unione. L’Unione doveva essere un baluardo, per i suoi cittadini, contro l’arbitrio e il dominio dei mercati e della globalizzazione. Questa scommessa è perduta: le sovranità nazionali escono ancora più indebolite di quanto già lo fossero e l’Unione non protegge in alcun modo. Non è uno scudo – con le sue leggi e norme, con le sue capacità di solidarietà, con il modello sociale del Welfare, con la sua Carta dei diritti – ma il semplice portavoce dei mercati globalizzati. Questa globalizzazione ha dato vita a una sorta di costituzione non scritta dell’Unione che teme ogni riforma-controllo del capitalismo e ogni espressione di scontento popolare, che si avvale del Trattato di Lisbona e che affida tutti i poteri a un’oligarchia che non intende rispondere a nessuno delle proprie scelte. Cito fra le molte dichiarazioni dei rappresentanti di quest’oligarchia la risposta data dal Commissario Malmström nell’ottobre 2015 a John Hilary, che l’interrogava sui movimenti contrari a Ttip e Tisa: «Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo». Questa costituzione non scritta si chiama governance e poggia su un concetto caro alle élite fin dagli anni ’70 (il vero inizio della crisi, economica e democratica): obiettivo non è il governo democratico ma la governabilità (governability). L’idea del cittadino o dei popoli «governabili» è del tutto passiva.

Sesto. L’intera discussione sul Brexit si sta svolgendo come se l’alternativa si riducesse esclusivamente a due visioni competitive dell’Unione: la visione distruttiva dell’exit e quella autocompiaciuta e immutata del remain. Le cose non stanno così. C’è una terza via, rappresentata dalla critica radicale della presente costruzione europea, dalla denuncia delle sue azioni, e dalla ricerca di un’alternativa. Era la linea di Tsipras prima che Syriza andasse al governo. È la linea di Unidos Podemos in Spagna, nel cui successo domenica scorsa speravo, e che purtroppo non è stata premiata. E anche su questa contrattura o stagnazione dovremo porci delle domande. Anche questa tripolarità è assente dalla Risoluzione congiunta, e deve essere sottolineata nella nostra.

Settimo. Dobbiamo a mio parere distinguere bene tra sovranità popolare e sovranità nazionale. Questo referendum ha espresso una sovranità popolare che nei fatti entra in contraddizione con l’idea di sovranità nazionale. Il Regno Unito si ridurrà alla sua parte britannica. Scozia e Irlanda del Nord avendo votato remain potrebbero congedarsi prima o poi dal Regno Unito: con un nuovo referendum sull’indipendenza in Scozia, con uno o due referendum in Irlanda del Nord (sul nuovo confine tra Inghilterra e Irlanda del Nord, sull’unificazione nordirlandese con l’Irlanda). La distinzione fra sovranità popolare e nazionale è essenziale, e mi porta a dire che anche i paragrafi 1, 2 e 7 della Joint Resolution sono da cancellare. Viene presupposto infatti che il Regno Unito nella sua interezza territoriale ha votato l’exit, quando non è stato così.

Ottavo e ultimo. La democrazia diretta, i referendum, la cosiddetta e-democracy. Se ne discute nella Commissione Afco, e nel gruppo centrale del Parlamento c’è un’ostilità diffusa a questi strumenti, che dopo il Brexit si accentuerà. Dico solo che la democrazia diretta è certo un rischio, ma quando il rischio si concretizza, quasi sempre la causa va fatta risalire al fallimento della democrazia rappresentativa. Se per più legislature successive e indipendentemente dall’alternarsi delle maggioranze la sensazione è che sia venuta meno la rappresentatività e con essa la responsabilità di chi è stato incaricato di decidere al posto dei cittadini, i cittadini non ci stanno più.

E-democracy contro comando dall’alto nell’Unione

Bruxelles, 15 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “e-democrazia nell’Unione europea: potenziale e sfide” (Relatore Ramón Jáuregui Atondo – S&D Spagna) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). 

(Il dibattito in Commissione è avvenuto mercoledì mattina, prima dell’uccisione della deputata inglese Helen Jo Cox)

Punto in agenda: Esame del documento di lavoro aggiornato

Ringrazio il collega Atondo per l’eccellente lavoro che ha svolto sulla e-Democracy e sulle opportunità offerte, più generalmente, alla democrazia diretta. Lo ringrazio anche per aver incluso molti punti che avevamo presentato nella riunione dell’aprile scorso. Sinceramente mi dispiace che sia stato ridimensionato il preambolo, laddove richiamava con maggiore precisione le cause della disaffezione dei popoli e che personalmente non consideravo ideologico ma, come già dicevo nella nostra ultima discussione, una fotografia molto veritiera della realtà. La mia opinione è diversa, in proposito, da quella dell’onorevole Preda (PPE).

Proprio su questo punto inviterei il Relatore a essere ancora più esplicito e più allarmato. Siamo alla vigilia del referendum del Regno Unito sull’Unione europea e la maggior parte dei sondaggi ci segnala, da giorni, la possibile vittoria del Brexit. Penso che dobbiamo incorporare nella nostra relazione questa estrema espressione di una disaffezione cittadina che non tocca solo la Gran Bretagna e che tenderà a estendersi, con o senza Brexit, a numerosi Paesi membri. E’ la ragione per cui chiederei al relatore di salvare i ragionamenti del preambolo e di farli emergere lungo tutta risoluzione.

Comincio quindi dalla premessa. Nel documento di lavoro si parla della disillusione e indifferenza dei cittadini, dell’impressione diffusa che essi hanno “di non essere rappresentati dalla politica”, della loro tendenza al distacco e alla non partecipazione. Nella Relazione menzionerei a chiare lettere che siamo di fronte a un rigetto che colpisce il progetto europeo nella sua totalità, più ancora che le istituzioni politiche e la politica stessa in quanto tali. Un rigetto che non chiamerei indifferenza, ma collera e rifiuto. Dargli il nome di populismo equivale, secondo me, a bendarsi gli occhi.

Il rigetto ha una storia al tempo stesso sociale, economica, politica, avendo toccato l’acme ieri nei negoziati tra istituzioni europee e Grecia, oggi nella campagna referendaria sul Brexit. Le due esperienze sono più vicine di quanto si tende a pensare. Nel voto favorevole al Brexit c’è una forte anche se minoritaria corrente di pensiero democratico, cui non possiamo essere indifferenti. La questione della sovranità è posta con forza – non solo sovranità nazionale ma anche sovranità popolare – e il caso Grecia è citato da molti leader inglesi favorevoli all’uscita dall’Unione. Nella democrazia europea si è creato un divario tra “demos” e “kratos”, tra popolo e quella che viene chiamata governance, che è poi comando esercitato dall’alto, praticamente senza controlli. Questo mi sembra il punto dolente da far emergere nella risoluzione.

Passo ad alcune parti propositive, sempre avendo in mente questa premessa cruciale. All’insoddisfazione e alla collera dei cittadini, le istituzioni europee reagiscono come se non fossero interpellate. Per questo insisterei sulla formidabile inadeguatezza mostrata dalla Commissione in tanti suoi comportamenti e, in particolare, nella risposta data al Parlamento in merito alla Risoluzione sull’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE). Cito un solo passaggio della risposta in questione: “La Commissione considera che a soli tre anni dalla sua entrata in vigore, sia ancora troppo presto per promuovere una revisione legislativa del regolamento”. Una frase che rivela la sordità della politica e delle istituzioni di fronte alle istanze avanzate dai cittadini attraverso strumenti di democrazia diretta. Quel che la Commissione dice nella sostanza è: “È ancora troppo presto per ascoltare la voce dei cittadini”, dunque per democratizzare l’Unione.

Ancora, entrando nel merito delle proposte e riferendomi al capitolo su “La possibile rotta da seguire”, mi limito per il momento – e in attesa di presentare miei emendamenti – a sottolineare un punto. Quando si dice che la tecnologia digitale potrebbe aiutare a “migliorare la governance nel processo decisionale”, consiglierei al Relatore di non fermarsi qui. Considerata la crisi e il deficit democratico dell’Unione, l’obiettivo non deve essere l’accresciuta efficacia della governance ma, in primo luogo, una partecipazione cittadina che non sia solo un enunciato performativo ma diventi realtà. Altro obiettivo da perseguire: una vera trasparenza delle decisioni comunitarie, che dia ai cittadini il senso di non essere aggirati e lasciati all’oscuro dalle istituzioni europee. E’ il motivo tra l’altro per cui, fin dal 20 aprile, ho insistito sul fatto che la e-Democracy deve essere un processo, non un’esperienza che si riduce al punto terminale rappresentato dal voto.

In conclusione, è la costruzione europea che deve a mio parere trasformarsi, e questa Relazione è una buona occasione per dirlo. Oggi, questa costruzione europea è percepita come un esercizio di potere top-down. Dovrà ripartire dalla sovranità cittadina e dai popoli, e inaugurare nuove pratiche bottom-up. Altrimenti il dramma vissuto ieri sul Grexit e oggi sul Brexit saranno l’inizio della fine del progetto europeo.

Da Londra ad Atene un involucro vuoto chiamato Europa

Articolo pubblicato su «Il Fatto Quotidiano», 1° marzo 2016. La versione inglese è apparsa su openDemocracy

È giunta l’ora di trovare il filo che lega i vari disastri dell’Unione europea: i rifugiati in primis, e l’austerità, lo sfaldarsi delle Costituzioni nei Paesi membri, l’Europa più ristretta e meno democratica che potrebbe nascere dopo l’accordo con Londra.

L’Europa già si è sfaldata nel 2013-2014, come progetto solidale fondato sui diritti, durante la crisi del debito greco. Un Paese membro è stato lasciato solo e senza protezioni, perché passassero riforme di austerità che si erano già mostrate fallimentari non solo nell’Europa ma nel mondo (penso ai programmi di ristrutturazione del Fondo monetario degli anni ’80 in Africa, Asia e America Latina). Il governo Tsipras su cui si erano appuntate molte speranze della sinistra europea non è stato capace di insistere, e si è piegato a un memorandum ancora più duro dei precedenti.

Il cedimento non è servito a nulla, se è vero che Atene continua a esser minacciata di espulsione: sulla questione dei rifugiati è di fatto già oggi esclusa da Schengen. Nei giorni scorsi l’Austria non solo ha chiuso le proprie frontiere, facendo propria la strategia perseguita già da tempo dal gruppo di Visegrad (Repubblica ceca, Polonia, Slovacchia) ma ha convocato una riunione con nove Paesi balcanici, il 24 febbraio, per interrompere il flusso dei migranti lungo il confine macedone. La Grecia non è nemmeno stata invitata, come se non fosse l’attore principale del dramma. Il suo governo ha giustamente denunciato la caduta dell’Europa in sistemi di dominio che “hanno radice nell’Ottocento”.

Vienna e il gruppo Visegrad hanno un doppio obiettivo. Primo: isolare una volta per tutte Atene, e spostare i confini esterni dell’Unione in Centro-Europa. Secondo: far pagare al governo tedesco le posizioni troppo aperte sui rifugiati. Oggi Angela Merkel è isolata in materia di immigrazione, e questo spiega il suo corteggiamento, pericolosissimo, del regime di Erdogan. Con quest’ultimo infatti l’Unione sta stipulando un accordo capestro, gestito proprio da Berlino.

È un accordo capestro perché nei negoziati con la controparte europea il governo turco è stato esplicito, come dimostrano i verbali delle riunioni trapelati in seguito a fuga di notizie. Erdogan ha minacciato di inondare i paesi dell’Unione Europea, se non riceverà da quest’ultima tutto quel che chiede: soldi, e silenzio sul massacro dei curdi che Ankara sta compiendo nel Sud-est del Paese, oltre che sui bombardamenti dei curdi siriani della Repubblica di Rojava.

La Francia si dice in disaccordo con le decisioni di Vienna e del gruppo di Visegrad, ma il 16 febbraio il premier Valls ha respinto l’ipotesi di accogliere un maggior numero di migranti, come le è stato richiesto. La frontiera italo-francese resta chiusa.

Naturalmente questi terremoti provocano ulteriori scosse nell’Unione, non meno gravi. Una di queste è l’accordo Unione Europea-Gran Bretagna per evitare il Brexit. Un accordo di per sé non sorprendente, perché l’Inghilterra già ha uno statuto a parte: è fuori dall’euro, da Schengen, dalla Carta dei diritti fondamentali, dalle comuni politiche interne e di giustizia. Se dopo il referendum restasse nell’Unione, sarebbe fuori anche dalla libera circolazione dei lavoratori e dai diritti sociali che essa implica.

La cosa grave è che Londra ha creato un precedente. Da ora in poi, ogni Paese Membro che non voglia far parte di progetti comuni sarà spinto a negoziare una clausola di esclusione, un opt-out. L’Ungheria ha già annunciato mosse in tal senso sulle quote di rifugiati che le sono state assegnate, per alleggerire il peso che grava su Grecia e Italia, dalla Commissione. La Polonia potrebbe seguire l’esempio.

Gli ottimisti dicono che nell’accordo Unione-Gran Bretagna c’è una parte positiva: Londra non potrà bloccare un’“unione più stretta” fra i paesi che lo vogliono. È vero, ma solo sulla carta. Quel che oscuramente si programma è un’Europa al tempo stesso più piccola, ancora meno democratica, e più oligarchica che mai. Quale Parlamento la controllerebbe, visto che l’attuale Parlamento rappresenta 28 nazioni? Quali sarebbero gli opt-out di altri Paesi? Non sarebbe né l’Europa federale e democratica di Ventotene, né l’intercapedine tra Stati sovrani diminuiti e mondo della finanza globale. Già oggi non lo è. Lo sarebbe ancor meno. Sarebbe un mercato e tutto finirebbe qui.

Infine penso sia giunto il momento di fare il punto sulle sinistre in Europa. Non intendo le sinistre socialdemocratiche o il Pd, che danno il proprio consenso a quest’Europa ridotta a mercato, che in politica estera seguono passivamente le strategie della Nato lungo i confini con la Russia o in Libia e Mediterraneo. Intendo le sinistre europee e veramente federali auspicate per esempio dal movimento, ancora in statu nascendi, dell’ex ministro greco Yanis Varoufakis (DiEM25).

Questa sinistra internazionalista e federale non ha un compito facile. Perché buona parte della sinistra radicale, inseguendo progetti di sovranismo, riduce il suo stesso peso in Europa, fuori dei piccoli Stati di cui è espressione. Perché nelle sue confutazioni mette sullo stesso piano la centralizzazione della tecnostrutttura europea e il federalismo, lasciando che quest’ultimo sia confiscato da chi vuole l’Europa ristretta, ancora più burocratica e oligarchica. Se si vuole servire i cittadini europei, e risvegliare in essi il bisogno di Europa, bisogna informarli meglio su quel che veramente sta accadendo, e che fin da oggi sta disgregando il progetto europeo, inizialmente concepito per meglio proteggerli dalle dittature, dagli Stati più forti del continente, e dai mercati globali.

Brexit: breve elenco dei punti critici

Bruxelles, 9 dicembre 2015

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di coordinatore della Commissione Affari Costituzionali per il gruppo, nel corso della riunione del Gruppo GUE/NGL

Punto in agenda: Brexit

Come prima cosa, vorrei indicare il contesto in cui si discute di Brexit. Il contesto è l’avanzata di Marine Le Pen, e di destre xenofobe e nazionaliste nell’Unione. Queste destre utilizzeranno a propri fini il negoziato britannico – Marine Le Pen lo ha detto esplicitamente – imitando la via inglese. Penso che come gruppo non sarà male tenerne conto, quando si parlerà di Brexit.

E ora vengo alla lettera di Cameron a Tusk: ai suoi punti più pericolosi. Ne elenco alcuni, perché sia un po’ più chiaro cosa sarà discusso, si spera, nella Commissione affari costituzionali.

Dico “si spera”, perché quel che dovremmo ottenere è che i cambiamenti chiesti da Londra siano oggetto di discussione in questo Parlamento, e non nascano da accordi intergovernativi. Tutto rischia infatti di avvenire nel chiuso del Consiglio Europeo: un organo già indebitamente soverchiante nell’UE, e poco propenso alla cultura del render conto.

Alcune proposte di Cameron non sorprendono: Londra già beneficia di opt-out, e il Premier ne chiede di più. Pericolosa non è la tattica degli opt-out. È la degradazione dell’Unione nel suo insieme, con ripercussioni su tutti i soggetti che ne fanno parte. Tale fu l’obiettivo di Blair prima del Trattato di Lisbona: non un’Europa diversa – più forte o più democratica – ma l’accentuazione di caratteri negativi che essa possiede sin dalla nascita. Quel che va codificato, secondo Londra, è che l’Unione non dovrà essere altro che una zona di libero scambio: competitività e produttività sono i soli collanti citati da Cameron. Nemmeno ai margini si parla di questione sociale.

Faccio un piccolo elenco dei punti pericolosi:

1) la volontà di mettere la parola fine, in modo irreversibile e legalmente vincolante, all’obbligo del Regno Unito di adoperarsi verso “un’Unione sempre più stretta”, eliminando tale concetto dal Trattato.

2) l’invito a ridurre al massimo la regolamentazione comune, considerata eccessiva. Esistono complicità su questo, soprattutto con l’Est Europa e potenzialmente con le estreme destre nell’Unione.

3) la proposta di introdurre meccanismi che consentano ai Parlamenti nazionali di bloccare proposte legislative non desiderate. I Parlamenti nazionali avrebbero un potere di veto, non propositivo. Il veto può aver senso, se le democrazie sono messe in pericolo. Ma il Parlamento europeo perderebbe molti poteri che possiede. Inoltre, ricordo che l’articolo 1 del Trattato fa riferimento ai popoli, non agli Stati, e l’Unione “più stretta” è pensata proprio per oltrepassare i limiti del mercato unico: è l’unione dei diritti riconosciuti al successivo articolo 2, che non devono avere confini o limiti.

In realtà, siamo di fronte al tentativo di ridurre le garanzie che il Trattato, anche se difettoso, contiene: garanzie che con la libertà di manovra nazionale Londra vuole aggirare.

Le intenzioni di Cameron diventano evidenti se si guarda alle proposte sull’immigrazione: chiusura delle frontiere per i non europei, libera circolazione per i futuri Stati Membri solo se sarà assicurata “una più stretta convergenza economica”, limitazione infine della libertà di circolazione interna. Su questo tema, si aggiunge anche una critica forte alla Corte di giustizia europea. Obiettivo: non subire pressioni su un welfare che, internamente, è già in parte demolito.

Tutto questo si inserisce nell’altra proposta, cui ha fatto accenno Martina Anderson (Sinn Fein) in questa riunione: quella di sostituire lo Human Rights Act con un “Bill of rights nazionale”, per spezzare ogni legame con la Corte europea dei diritti umani.

Nella Commissione Afco, penso che dovremmo contestare il metodo intergovernativo dell’attuale discussione. Se riforma del Trattato deve proprio essere, questa può farsi solo, secondo me, attraverso la procedura ordinaria di revisione, che consenta l’inclusione del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali. Personalmente credo che il Trattato dovrebbe diventare una Costituzione. Ma temo che ogni modifica, che parta dalle proposte inglesi, sia oggi peggiorativa.

So bene che esistono differenze nel nostro gruppo, ma penso valga la pena cogliere quest’occasione per affermare un diverso tipo di integrazione, che non riduca l’Europa a un mercato unico ma punti a un’Europa fondata su giustizia sociale e diritti, oltre che a una politica estera indipendente da quella statunitense. E qui torno al contesto cui accennavo all’inizio: sarebbe anche l’occasione di differenziarci, come gruppo, dai falsi sovranismi proposti oggi dalle destre estreme.


Si veda anche:

Rinegoziazione delle relazioni costituzionali del Regno Unito con l’Unione europea