Riprendere in mano l’Europa (dai poteri forti)

Barbara Spinelli in conversazione con Lorenzo Marsili, direttore e co-fondatore di European Alternatives. Il testo è stato pubblicato sul sito di DiEM25 e su openDemocracy (in inglese)

 

Nella tua risposta a Verhofstadt hai sostenuto che prima di iniziare a parlare di un cambiamento costituzionale dell’assetto europeo è necessario mettere in campo politiche in grado di recuperare la fiducia della cittadinanza verso il progetto europeo. Altrimenti, qualunque progetto di riforma dei Trattati rischierebbe di essere definitivamente affossato dalla sfiducia verso l’UE. Questo approccio “dei due tempi” è anche alla base del manifesto di DiEM25 – stabilizzazione dell’Eurozona prima, riforma costituzionale poi. Ci puoi dire che riforme pensi sia necessario mettere in campo per recuperare la fiducia verso il progetto europeo?

È del tutto insensato, se davvero si vuol difendere il progetto europeo, procedere a revisioni istituzionali prima di cambiare, e in maniera radicale – non rattoppando qua e là una tela già completamente stracciata – le politiche che ci hanno condotto a questa crisi che somiglia a quella degli anni Trenta perché non è solo economico-finanziaria, ma è in primo luogo sfacelo democratico, disintegrazione delle società, perdita di orientamento e di speranze vissuta dall’insieme dei cittadini europei. È finito il federalismo istituzionale, ancor oggi aggrappato alla convinzione che basti modificare i rapporti di forza tra i diversi organi dell’Unione per aggiustare le cose: per molti versi questa rivoluzione c’è stata, è ancor oggi in corso, e sappiamo che ha già prodotto quello che Jürgen Habermas chiama il «federalismo post-democratico degli esecutivi ». Lo sfacelo e la decomposizione dell’Unione sono così vasti, che l’ordine delle priorità deve mutare: la politics non perde di importanza, ma prioritaria oggi è la policy. La politics sarà sperabilmente di natura federale, ma dovrà essere la conseguenza e la formalizzazione di un fondamentale ripensamento delle politiche fin qui adottate: in campo economico, finanziario, nella gestione delle troppo esigue risorse proprie dell’Unione, nella democratizzazione-trasparenza effettiva, non più solo proclamata, di tutte le comuni istituzioni.

Precisamente questo viene rifiutato dai poteri costituiti dell’Unione, e tale rifiuto appare in modo palese in ambedue le risoluzioni su cui si sta lavorando nel Parlamento europeo: sia nel rapporto Verhofstadt sulla trasformazione dei Trattati, sia in quello – parallelo – che analizza quel che si può fare a Trattati costanti (i relatori sono Mercedes Bresso ed Elmar Brok, rispettivamente del gruppo Socialista e Popolare). L’idea di fondo dei due rapporti è evidente: occorre innanzitutto inserire nei Trattati i vari accordi economici stipulati da quando è iniziata la grande crisi, nel 2007-2008. Apparentemente lo scopo è democratico: il Parlamento europeo non ha alcun potere di co-decisione ed è quindi emarginato, ogni volta che gli accordi sono intergovernativi. E la tendenza degli Stati membri è di accrescere il numero e il peso di simili accordi: è una via privilegiata da governi che sempre meno sopportano la vigilanza dei Parlamenti nazionali come di quello europeo. È quanto sperimentato col Patto di bilancio europeo e anche con l’accordo UE-Turchia, ribattezzato “statement” proprio per evitare che, come trattato, fosse sottoposto al voto dei Parlamenti, sia quelli nazionali sia quello europeo.

Nella realtà la soluzione si configura come pura tecnica, priva di ambizioni trasformatrici. Heidegger diceva che l’essenza della tecnica non è mai tecnica, e che se tale essenza non è individuata, se ci si ostina a contrabbandare la tecnica come neutrale, si resta incatenati a essa e se ne diventa schiavi. Per questo parlo di insensatezza: ma insensatezza volontaria, simile alla schiavitù volontaria. Siamo arrivati a un punto di svolta nell’Unione, a un tipping point, e l’ossessiva insistenza sul metodo istituzionale – intergovernativo o comunitario o “unionale” che sia – non solo è insufficiente. È il mascheramento tecnico di una sostanza politica che non cambia, di un progetto europeo che non vuole diventare né politico né democratico, ma deliberatamente tende a costituirsi come programma di dominio oligarchico. Per fare un esempio, il Fiscal Compact sicuramente non migliora o diviene più giusto o tale da produrre buoni risultati, se lo integriamo sic et simpliciter nei Trattati e lo consideriamo materia del metodo comunitario invece che intergovernativo. In mano ci rimarrà una politica dell’austerità che ha fallito, e che tra l’altro comincia a essere criticata perfino dagli uffici studio del Fondo Monetario Internazionale. Né le cose migliorano se avremo un ministro europeo del Tesoro, per l’area euro o per l’Unione. Anche questa è tecnica utile al mascheramento di politiche che non mutano, e di poteri che non tollerano di essere vigilati.

In altre parole, siamo davanti a una precisa strategia: l’obiettivo consapevolmente perseguito non è un governo democratico normale, ma una governance. Non è l’interesse di tutti, ma di piccole cerchie e di poteri forti ben protetti dalle incognite del suffragio universale e dalle regole legate agli interni equilibri della democrazia costituzionale. Le stesse costituzioni antifasciste tendono a subire questa involuzione oligarchica, intesa a rafforzare al massimo gli esecutivi, a ridurre drasticamente il ruolo di ogni contrappeso: parlamentare, giudiziario, sindacale, dei mezzi d’informazione. Precisamente questo chiedeva la J.P. Morgan, in un rapporto del 28 maggio 2013: il congedo da ordinamenti costituzionali nati dall’esperienza antifascista, soprattutto nelle periferie Sud dell’Unione, e considerati “inadatti a un’ulteriore integrazione” della zona euro. I fattori di disturbo elencati dalla J.P. Morgan sono chiaramente esplicitati: esecutivi deboli, Stati centrali indeboliti dai poteri regionali, protezione costituzionale dei diritti del lavoro, diritto alla protesta contro cambiamenti sgraditi dello status quo. Il referendum sulla Costituzione italiana, che il governo di Matteo Renzi ha annunciato per il prossimo autunno, e l’annessa riforma elettorale, vanno in questa direzione. L’approdo su scala europea, come si è visto, è il federalismo postdemocratico degli esecutivi.

Ma perché, dopo anni di fallimenti e mezze riforme che nulla hanno fatto se non aggravare i problemi, dovremmo sperare nell’illuminazione dell’establishment? Nessuna proposta ambiziosa è passata indenne da quel luogo degli orrori che è il Consiglio europeo. Ventotto Paesi, ciascuno dei quali detentore del diritto di veto, molti governati apertamente da forze nazionaliste o xenofobe e alcuni vittima di profonde ossessioni economiche. Abbiamo già vissuto tutto: le proposte di un piano di investimento ridotte al risibile piano Juncker; un accordo sulle migrazioni ridotto a qualche centinaio di ricollocamenti dalla Grecia e una tangente al premier turco Erdogan. E via così passando per l’inutile Garanzia Giovani e la fallimentare Unione Bancaria. Perché dovrebbe essere diverso questa volta? Cosa si può fare per mettere in moto quello scarto necessario per attivare politiche ambiziose a Trattati vigenti? 

È chiaro che i Trattati vigenti non bastano. Che occorre un’autentica Costituzione: non più firmata dai governi degli Stati membri ma che cominci come quella statunitense: «We, the people…». Prima tuttavia vanno cambiate le politiche, e come farlo con le istituzioni esistenti? Sono convinta che una democratizzazione del loro funzionamento possa essere un primo passo avanti, anche se di sicuro non l’unico. Se i capi di governo, i capi di Stato, i ministri, i commissari, gli stessi parlamentari si sentissero sotto osservazione, «guardati» in permanenza da cittadini bene informati (dunque “illuminati”, secondo Kant: trattati come adulti), avrebbero qualche difficoltà a condursi come oligarchia. Non sarebbe possibile all’eurogruppo di prendere decisioni contro il parere di uno Stato membro, come avvenne dopo una riunione del 27 giugno 2015 quando l’allora ministro dell’Economia Yanis Varoufakis chiese che le obiezioni greche fossero almeno messe agli atti, e i servizi legali dell’Unione risposero che non era possibile, visto che “L’Eurogruppo non è menzionato nei Trattati UE e opera come un raggruppamento informale. Come tale non è soggetto ad alcuna regola scritta”.

Dai cittadini, e non solo dal Parlamento europeo, potrebbero venire piani concreti di trasformazione del progetto europeo, anche se la trasparenza non è tutto. I cittadini chiedono di più. L’unica cosa in cui oggi crederebbero è un vero New Deal europeo, che crei posti di lavoro e lotti contro povertà e disuguaglianza in crescita ovunque. Sono tante le proposte: da quelle illustrate da Yanis Varoufakis, a quelle indicate a suo tempo dall’Iniziativa cittadina “New Deal 4 Europe” (tassa sulle transazioni finanziarie e carbon tax per programmi di investimenti in uno sviluppo ecologicamente alternativo). Solo avviando un New Deal sapremo anche far fronte alla questione rifugiati, costruendo con loro un’economia solidale ed evitando di ricadere nella xenofobia, nel razzismo e nella violenza diffusa.

D’accordo, ma quali soggetti sono secondo te in grado di mettere in campo lo scarto necessario? Sentiamo a ripetizione le esortazioni a costruire “un’altra Europa”, in ultimo anche dallo stesso Matteo Renzi, ma a questa retorica non crede più nessuno. I partiti nazionali non sembrano interessati o capaci di andare oltre la semplice retorica euro-critica (ci ricordiamo, ben prima di Renzi, che fu Hollande a promettere una trasformazione delle logiche dell’austerità – ci troviamo ora con la Loi Travail e lo Stato di Emergenza). I partiti transnazionali – accrocchi che mettono insieme sigle nazionali senza una vera strategia o campagna condivisa – si sono dimostrati incapaci di guidare un riscatto democratico, basti pensare alla vicenda greca la scorsa estate. Bisognerebbe forse iniziare a immaginare un vero partito europeo? O forse, anche verso le prossime elezioni europee, provare a costruire un “fronte democratico” che porti assieme più forze con un semplice programma di riforma radicale dell’Unione? Insomma, come andare oltre la semplice retorica e mettere in campo una strategia di rottura di uno status quo che giustamente definisci, con i termini di Habermas, “federalismo esecutivo post-democratico”?

In realtà i soggetti ci sono, basterebbe avere una buona vista, e il linguaggio, la curiosità, la capacità di ascolto, i punti di ritrovo infine, che sono necessari perché si possa dir loro, alla maniera dei vecchi profeti: Eccoci, siamo qui non solo e non tanto per «rappresentarvi», ma per far conoscere e diffondere quello che pensate, che temete, che esigete, che vi ha delusi, che vi succede. La guerra di classe non è finita, anche se naturalmente la questione sociale si presenta con altre vesti. Non solo manca la rappresentanza di tali soggetti, non solo dobbiamo fare i conti con un’ampia offensiva dei poteri forti contro i più diversi organi intermedi della società, ma c’è qualcosa di più: la divisione oggi non è tra chi sta «sopra» e chi «sotto» – la metafora dell’ascensore sociale possiamo scordarcela– ma tra chi sta dentro e chi è «fuori», non tanto sottomesso quanto estromesso. La parola che traduce meglio questo star fuori l’ha detta Saskia Sassen: non è emarginazione e neanche più sfruttamento, ma è brutale espulsione. Siamo di fronte alle vecchie classi impoverite, a una classe media declassata e in preda allo spavento, a nuove classi che addirittura vengono private di un nome, e tutte ci dicono, come il Commendatore nel Don Giovanni: “Ah, tempo più non v’è”. A tutte queste bisogna parlare, evitando di cadere noi stessi nella negazione della realtà che stigmatizziamo.

Inutile continuare a nascondere il fatto che il fallimento dell’esperienza di Syriza ha inferto una ferita penetrata nel profondo, al punto che milioni di cittadini non credono più in possibili alternative, e giustamente hanno l’impressione che perfino il suffragio universale sia stato offeso e vanificato. Inutile nascondersi che la democrazia stessa ne esce con le ossa rotte, e indignarsi se sono tanti a reagire aggrappandosi solo al suffragio universale, dimenticando spesso che le nostre Costituzioni (in Italia e Germania in primis) iscrivono la democrazia maggioritaria nel reticolato cogente della rule of law e dell’equilibrio tra poteri, compreso il potere popolare maggioritario.

Sono convinta che le vicende greche sono state decisive, e hanno pesato moltissimo sul Brexit voluto da un gran numero di elettori che si sono detti, spesso senza calcolare le forze effettive della Gran Bretagna: quel che Atene non è riuscita a fare (la sovranità popolare ritrovata), noi come nazione abbiamo la forza e il peso strategico per compierlo sino alla fine. La capitolazione del governo Syriza dopo il referendum del 5 luglio 2015 va riconosciuta e raccontata come tale, come vera e propria «scena primaria» che scombussola il bambino che immaginava i genitori asessuati, dunque «innocenti». Una volta percepita la scena primaria puoi non tenerne conto, far finta di non accorgertene: l’effetto rimane ed è rovinoso se non ne esci con qualche accorgimento.

Voglio dire che la negazione della realtà è anche un nostro difetto, e devastante. La cesura greca continua a essere dissimulata, peggio ancora rimossa se non addirittura imbellita dalle stesse sinistre radicali che rivendicano un’«altra Europa». Quel che dobbiamo ritrovare è un rapporto con la realtà e le cose vere che essa ci dice: la realtà di un’umiliazione che Syriza non ammette, la realtà del successo di Donald Trump, la realtà del Brexit, la realtà di una società polacca che non ha più sopportato le menzogne pseudo liberali delle élite postcomuniste e ha dato la maggioranza a Jaroslaw Kaczynski e al PiS. Da qui bisogna ripartire, da quest’irruzione del principio di realtà, se vogliamo contrastare la riedizione degli anni Trenta.

Mi chiedi cosa si possa fare in concreto per costruire un partito europeo transnazionale, e una sorta di «fronte popolare» che nelle prossime elezioni europee si presenti con un programma di rottura con i poteri costituiti nell’Unione. Innanzitutto dobbiamo chiarire alcuni concetti, ponendo anche a noi stessi le domande chiave: cosa voglia dire precisamente riprendersi la sovranità; come salvaguardare la distinzione tra sovranità popolare e sovranità nazionale; quale sia il costo della non-Europa; quali siano le domande delle classi impoverite o senza più nome; cosa significhi la strategia di rottura di cui parli, e se esistano Stati e amministrazioni locali in grado di disobbedire alle assurde regole imposte da esecutivi nazionali o europei che pretendono di governarci.

Poi c’è da rispondere alle paure che di certo sono infiammate ad arte dai poteri forti, ma che sono pur sempre paure. Mettiamo l’immigrazione e i rifugiati: dobbiamo condannare l’indecenza dei muri e dei respingimenti collettivi predisposti con la complicità degli Stati oltre che della Commissione, e denunciare l’interesse di questi ultimi alla nascita di un’estrema destra da usare come spauracchio, ma al tempo stesso bisogna togliere la paura ai cittadini perché anch’essa è “realtà”. È urgente impostare una diffusa campagna contro questa paura: capendone i meccanismi, aiutando a vincerla con argomenti razionali, e spiegando che il “mostro” che ci si accampa davanti non è la questione rifugiati ma la questione dell’Europa che non funziona. Nessun governo, nessuna istituzione europea, nessun giornale mainstream ricorda ai cittadini che i rifugiati arrivati nell’Unione rappresentano solo lo 0,2 per cento delle sue popolazioni. Bisogna rompere con le regole, ma anche rassicurare i cittadini. Inutile rispondere che contro neofascismo e razzismi «mobiliteremo le masse», perché le masse in questione non esistono più e da decenni hanno in gran parte smesso di votare.

Questo ci sembra di avere imparato negli ultimi anni: è il processo decisionale europeo, tra l’altro in questi anni fortemente rivisitato su base inter-governativa, a rendere difficile una risposta coerente alle crisi che attanagliano il nostro continente. A un certo punto dovremmo arrivare a parlare di riforma dell’assetto costituzionale europeo e dei Trattati. Ma è un percorso pieno di insidie. Il cosiddetto “piano Schäuble”, ossia integrazione dell’Eurozona attraverso la nomina di un ministro del tesoro europeo con la responsabilità di far rispettare i limiti di bilancio e i dettami dell’austerity, sembra un passo nella direzione sbagliata. Ma anche una tradizionale Convenzione europea – spettacolo grigio di burocrati e diplomazie nazionali – rischia di risultare in un buco nell’acqua. In molti parlano di Assemblea costituente, ossia un consesso direttamente eletto dai cittadini europei. Altri ancora, come Piketty, promuovono l’idea di un Parlamento dell’Eurozona. Che te ne pare? 

Sono d’accordo con l’idea di un’Assemblea costituente, ma senza affidare il progetto a consulti intergovernativi. Già una volta, nel 1984, un progetto costituzionale avanzato dal Parlamento europeo fu in tal modo deturpato e devitalizzato.

Il Piano Schäuble di cui parli imbocca ben altra strada. Non si limita nemmeno più a preconizzare un ministro europeo del Tesoro. Da quando la Gran Bretagna ha votato il Brexit, Schäuble raccomanda il ritorno all’Europa intergovernativa, alla vecchia “balance of power” che causò nel secolo scorso due guerre mondiali. Prende congedo da ogni visione federale, pur di salvare e proteggere le politiche di austerità che sono state imposte in questi anni. La stessa parola “visione” è aborrita: la parola d’ordine, secondo Habermas, è oggi la seguente: “Niente più visioni, tutto è ormai questione di Lösungskompetenz”, di “solution skills”. Lo scopo che si prefigge Schäuble, e con lui l’establishment tedesco, è il consolidamento e la definitiva vittoria dell’ordo-liberalismo. Secondo la teoria ordo-liberale, nata fra le due guerre nella Scuola di Friburgo, “tenere in ordine la casa nazionale” è la condizione necessaria e sufficiente perché ci sia un ordine internazionale: prima ogni Stato deve riordinare i propri conti, e solo dopoverranno le risorse economiche messe in comune, i piani di cooperazione, i New Deal stile Roosevelt, e in Europa l’unione politica federale o “più stretta”. Nelle sedi internazionali non si deve decidere alcunché in comune; al massimo ci si informa, e i più forti impongono aggiustamenti ai più deboli. La dottrina della casa in ordine è un’altra tecnica che dovremmo studiare da vicino, per scoprirne la più vera essenza. L’essenza è il ritorno puro e semplice al nazionalismo. Un nazionalismo che rischia di contaminare anche il pensiero delle sinistre contrarie all’austerity, nel Paesi dell’Unione. A queste sinistre, nei Paesi membri e nel Parlamento europeo, mi sentirei di dire: attenzione, nelle battaglie per l’”uscita” dall’euro, o dall’Unione, rischiate di ritrovarvi come compagno di banco il nazionalismo appena mascherato di Wolfgang Schäuble.

I pericoli di una difesa dipendente dalla NATO

di martedì, luglio 12, 2016 0 , , , , Permalink

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 11 luglio 2016.

Punto in agenda:

Unione europea della difesa (Relatore per parere David McAllister – PPE, Germania)

  • Esame del progetto di parere
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Ringrazio il relatore per la presentazione di questo Parere. Avrei giusto due domande da porre.

La prima riguarda la cooperazione con la NATO. Mi domando se, specie nei rapporti con la Russia, non sia necessario stabilire una certa autonomia europea dalla NATO e dagli Stati Uniti, e dalle politiche di forte riarmo da essi promosse lungo il confine orientale dell’Unione. Sono cosciente del fatto che si tratta di un’opinione non condivisa dalla maggioranza degli europarlamentari, ma sicuramente è un’esigenza sentita da un certo numero di Stati Membri.

La seconda domanda concerne, più in generale, le prospettive della difesa comune. Si parla della possibilità di una “cooperazione rafforzata” tra gli Stati che la vogliono, ma ritengo difficile immaginare una difesa comune – anche in termini di cooperazione rafforzata – che non contempli la Francia, destinata a rimanere ormai l’unica potenza nucleare dell’Unione europea nel caso la Brexit andasse in porto. Il Presidente Hollande, nel corso del vertice NATO di Varsavia dei giorni scorsi, ha dichiarato in modo chiarissimo che il governo francese resta nettamente contrario a una difesa comune europea e favorevole, invece, alla preservazione di politiche nazionali, nel campo della difesa, molto ben definite. Chiedo se tali dichiarazioni troveranno un riscontro nel Parere in esame.

Le devastazioni del Brexit

Strasburgo, 5 luglio 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda: Discussione Prioritaria – Conclusioni del Consiglio europeo del 28 e 29 giungo 2016

Dichiarazioni del Consiglio europeo e della Commissione.

Presenti al dibattito:

Donald Tusk – Presidente del Consiglio Europeo

Jean-Claude Juncker – Presidente della Commissione Europea

 

Il Brexit potrebbe essere più devastante per noi che per il Regno Unito. C’è xenofobia nel voto inglese, ma c’è dell’altro: e se fingiamo di ignorarlo, la xenofobia si impadronirà dell’Europa. La nemesi del Brexit non cade dal cielo: prima venne il disprezzo con cui l’Unione seppellì il referendum greco anti-austerità. Avevamo un anno per riconoscere che era una vittoria di Pirro. Un anno sprecato. Ora che ci inventeremo? Delegare più sovranità? I Paesi restanti non l’accetteranno. Colpevolizzare il suffragio universale? Ci punirà ancora di più. La guerra di classe non è finita. Le vecchie classi impoverite, e le nuove che abbiamo privato di un nome, ci dicono, come il Commendatore nel Don Giovanni: “Ah, tempo più non v’è”. Delegare poteri crescenti a un’oligarchia sempre più sorda al suffragio universale non serve. Solo cambiare radicalmente le politiche, e democratizzarle, può servire a qualcosa.

Brexit, le occasioni mancate dal GUE-NGL

di venerdì, luglio 1, 2016 0 , Permalink

Bruxelles, 30 giugno 2016. Dibattito sul Referendum sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione europea Riunione straordinaria del gruppo GUE/NGL

Intervento di Barbara Spinelli in qualità di co-relatore ombra con Martina Anderson (Sinn Fein).

Sarò molto breve, perché l’essenziale l’ho già espresso nella riunione di lunedì, e la mia posizione non cambia dopo le conclusioni del Consiglio europeo di ieri: conclusioni così deludenti che produrranno sempre più disaffezione nei cittadini dell’Unione. Nella nostra precedente riunione non avevo avuto il tempo di sottolineare due punti. Vorrei qui ricordarli, perché sono ulteriori elementi del fallimento delle istituzioni europee che ha precipitato il Brexit.

Il primo concerne la questione della sovranità, che la maggioranza degli inglesi ha detto di voler recuperare: una scelta che certamente dobbiamo rispettare, ma senza dimenticare che gran parte dei fautori del “leave” difende la sovranità inglese per avere un mercato ancora più libero da ogni controllo pubblico, uno smantellamento del Welfare ancora più acuto di quanto già lo sia ora, per dissociarsi più nettamente da chi si oppone agli accordi commerciali con gli Stati Uniti (TTIP, TISA), infine per confermare quel che Cameron ha annunciato sin dall’inizio del suo mandato, cioè l’uscita del Regno Unito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il Brexit ha dimostrato come la sovranità popolare non sia sinonimo di sovranità nazionale assoluta. La prima può entrare addirittura in contraddizione con l’idea di sovranità nazionale. Il Regno Unito potrebbe ridursi alla sua parte britannica. Scozia e Irlanda del Nord avendo votato remain non si riconoscono, almeno per ora, nella sovranità nazionale riconquistata.

Nel secondo punto invitavo a uscire da una visione binaria dell’Europa: da un lato chi ne vuole uscire, dall’altra chi intende conservarla com’è, rendendola più «efficiente» come riproposto ieri dal Consiglio europeo. A me sembra chiaro che le cose non stanno così: c’è una terza via, rappresentata dalla critica radicale della presente costruzione europea, dalla denuncia delle sue politiche divisive, dalla ricerca di un’alternativa, che dia risposte serie a chi – giustamente – pone il problema di un’erosione crescente della sovranità popolare iscritta nelle nostre costituzioni democratiche. Era la linea di Tsipras prima che Syriza andasse al governo. È la linea di Unidos Podemos, che purtroppo non è stata del tutto premiata, sempre che Unidos Podemos volesse davvero guidare il dopo-Rajoy e governare.

Ma la cosa fondamentale che vorrei dire è un’altra, e riguarda la linea che è stata seguita dal gruppo nella preparazione della plenaria di lunedì scorso. Avevo insistito sull’opportunità politica di votare contro la mozione congiunta, ma presentando emendamenti forti che caratterizzassero quel che siamo, dove vogliamo andare: la nostra identità insomma, il nostro progetto europeo, caso mai volessimo averlo. Ce n’erano di ottimi, a mio parere, e suscettibili di raccogliere il consenso del gruppo nel suo insieme. Di non dividerci, come sta avvenendo sul Brexit. Erano emendamenti presentati da me come “co-shadow” con Martina Anderson, da Martina stessa, e anche da Helmut Scholz, Malin Björk e Jiri Mastalka.

Nella sostanza si trattava, attraverso emendamenti molto circostanziati, di mettere in risalto alcuni punti che sono simultaneamente cruciali: la richiesta di una forte autocritica da parte delle istituzioni europee (Parlamento compreso), sia riguardo all’austerity e al Fiscal Compact, sia riguardo alle politiche su migranti e rifugiati. In questi emendamenti si chiedeva dunque un’altra Europa, capace di offrire ai cittadini una prospettiva fondata sulla preservazione del welfare e dei diritti sociali, e al tempo stesso su una politica verso i rifugiati che tenesse conto del fatto che essi rappresentano solo lo 0,2 per cento della popolazione dell’Unione, e devono essere non solo accolti rispettando gli obblighi derivanti dalla Convenzione di Ginevra e dalla Carta europea dei diritti, ma anche – una volta accolti – integrati degnamente nel mercato del lavoro. Essenziale era anche a mio parere un emendamento di Helmut Scholz sul rilancio dell’Unione europea basato su una vasta partecipazione cittadina all’elaborazione di un processo costituzionale nuovo, con l’eventuale convocazione di una nuova Convenzione. Una proposta in questo senso è partita dai Verdi ed è fallita: non so quanti di noi (immagino pochi) l’abbiano votata.

Tutti questi emendamenti non sono stati accolti dal gruppo, in particolare non quelli sui rifugiati e nemmeno sulle responsabilità delle istituzioni europee, e alla fine ci siamo presentati con un unico emendamento su Nord Irlanda e Scozia, più qualche cambiamento minore di aggettivi.

Perché ero favorevole a un numero consistente di emendamenti? Per evitare quel che alla fine purtroppo è successo: i giornali di tutta Europa scrivono che abbiamo votato con le estreme destre del gruppo Enf. Nella migliore delle ipotesi – ma non è gradevole per noi – si occupano di un presunto patto fra 5 Stelle e Ukip, e ci ignorano del tutto.

Con i nostri emendamenti l’equivoco non sarebbe stato possibile, perché evidentemente la destra estrema non vota mai emendamenti favorevoli ai rifugiati e contrari ai refoulement collettivi, neanche se formulati in maniera rassicurante per i cittadini. Né vota per una Convenzione con partecipazione dei popoli, del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali.

Quel che è accaduto è difficile da difendere e giustificare davanti ai cittadini, e non mi sembra un successo del Gue-Ngl. Indica un rischio reale per il nostro gruppo: il rischio di perdere il contatto con la realtà dei Paesi in cui ci troviamo a operare, e dell’Europa che si ricostruirà in modi ancora oscuri, se si ricostruirà.

Cinque Presidenti sul Titanic dopo il Brexit

Bruxelles, 30 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel dibattito “The Five Presidents’ Report: Reforming the Euro or deepening Austerity?”, nel corso della Conferenza “A critical response to the 5 Presidents’ Report. One year after publication” organizzata da GUE/NGL.

Relatori:

  • Dimitris Papadimoulis, Vice Presidente del Parlamento europeo e membro di ECON, GUE/NGL, Grecia
  • Engelbert Stockhammer, Kingston University, Inghilterra
  • José Castro Caldas, Coimbra University, Portogallo
  • Fabio De Masi, membro di ECON, GUE/NGL, Germania
  • Barbara Spinelli, Vice Presidente AFCO, GUE/NGL, Italia

Vorrei ringraziare gli organizzatori di questa conferenza, che ha luogo in un momento di massima crisi costituzionale dell’Unione. Nel gruppo GUE-NGL, stamattina, Cornelia Ernst (Linke) ha detto che il Brexit è un cataclisma per il Regno Unito, per l’Unione se non saprà rispondere con una reinvenzione del progetto europeo, ma anche per noi della sinistra se perderemo il contatto con la realtà provando un segreto piacere per la falsa sovranità riconquistata dagli inglesi. Condivido l’analisi. È come quando sul Titanic si intese il famoso stridio della prima fessura apertasi sulla costata de transatlantico: tutti fecero come nulla fosse – questo è “business as usual” – continuando le attività in cui erano immersi: bevendo champagne, ballando, chiudendosi in piccole identità nazionali, stendendo rapporti tecnocratici dai toni ottimisti o anche magari manifesti ideologici sulle “radici di classe” del Titanic. La fine della storia la conosciamo. È simile alla fine della Repubblica di Weimar o anche dell’impero multietnico austro-ungarico, quando bastò un colpo di pistola perché tutti i soldati della Doppia Monarchia ricominciassero trionfalmente a parlare la propria lingua e a disprezzarsi l’un l’altro, come raccontato nella Marcia di Radetzky di Joseph Roth.

Così le principali istituzioni europee all’indomani della fessura che è stata procurata dal Brexit: il Rapporto presentato dai Cinque Presidenti viene nella sostanza riproposto, anche se con qualche variante leggermente più allarmata. È quello che si evince dal Consiglio europeo di ieri, e dalla precedente dichiarazione congiunta franco-tedesca. L’idea è di profittare dell’uscita inglese per dar vita a un’Unione più stretta geograficamente, economicamente e politicamente, eventualmente con un gruppo di avanguardia che corre più veloce di altri sottogruppi o di Paesi membri di seconda o terza classe. Cosa di per sé comprensibile, se non fosse che l’Unione ristretta tende a costituirsi sul Rapporto dei Cinque Presidenti senza mutarne la sostanza e senza aver imparato alcunché da quel che è successo.

Quel che mi è stato chiesto è una visione costituzionale dell’Europa cui dobbiamo tendere, dunque anche del Rapporto dei Cinque Presidenti, e vorrei a questo punto elencare alcuni elementi di riflessione su cui, a mio parere, potremmo concentrarci:

Primo: nella lettera comune dei ministri degli Esteri di Germania e Francia si parla di un’Europa che deve darsi una governance politica – il cambiamento rispetto al Rapporto è in quest’aggettivo, “politica”, senza specificare come simile governance debba organizzarsi democraticamente. Governance non è infatti sinonimo di governo politico: è una figura volutamente oscura e “innovativa” dal punto di vista costituzionale, e presuppone l’esistenza di popoli governabili, quindi sempre un po’ sospetti e per questo ridotti a passività. L’obiettivo è una gestione oligarchica del potere che non si fa limitare da contropoteri (parlamenti, elezioni, referendum, iniziative cittadine, Corti). Non si sa quale Parlamento controllerebbe l’Unione ristretta. Allo stesso modo in cui non si sa, nel caso del Brexit, come il Parlamento europeo parteciperà, proattivamente, ai negoziati sul recesso.

Secondo: i compiti della sinistra. Non penso che essa possa oggi auspicare la rottura totale con le istituzioni europee, senza essere identificata con le estreme destre. Il sovranismo assoluto, specie se inteso come sovranità nazionale e non sovranità popolare, è una risposta che non porta lontano la sinistra e ne polverizza in maniera catastrofica il peso. La memoria storica deve divenire un suo punto di forza, in considerazione del duplice fatto che l’unificazione europea nacque nel dopoguerra proprio come lavoro sulla memoria, e che le odierne élite europee ricordano a malapena gli ultimi cinque minuti: intendo memoria di Weimar, e anche memoria dell’elemento scatenante – il peccato capitale di omissione delle istituzioni europee – che è stato il negoziato Unione-Grecia sull’ultimo memorandum di austerità. Fin dall’inizio della legislatura ho pensato che il progetto delle istituzioni comunitarie di mettere in ginocchio il primo esperimento di una sinistra pro-europea al governo – la parola d’ordine nel Consiglio e nella Commissione era “crush Greece”, come rivelò l’ex ministro del Tesoro USA Timothy Geithner, mai smentito – avrebbe precipitato future disgregazioni dell’Unione. Il Brexit è figlio del Grexit e altre disgregazioni seguiranno, a partire secondo me dall’Europa orientale. Non perché la sovranità che gli inglesi pretendono recuperare sia equiparabile dal punto di vista dei contenuti alla sovranità chiesta a suo tempo da Syriza (una buona parte della campagna inglese per il leave vuole un mercato ancora meno controllato e addirittura l’uscita del Regno Unito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo) ma perché il Grexit ha lasciato tracce profonde, e accelerato il desiderio inglese di non subire il “crushing” inflitto ai greci. L’Inghilterra è più forte della Grecia, nel momento in cui si imbarca in simili imprese.

Terzo: lo scopo dei Cinque Presidenti è la creazione di un mercato unificato, non un progetto istituzionale e costituzionale serio. Si parla ora di governance politica, è vero, ma l’obiettivo non è certo una federazione, perché in una federazione gli squilibri tra Stati non sono per definizione insormontabili come lo sono oggi. Il primato assoluto è dato alla competitività, a un respingimento sempre più massiccio dei rifugiati che arrivano in Europa, e a un “completamento dell’Unione monetaria” che non accenna in alcun modo al controllo democratico della BCE e alla sua trasformazione in prestatore di ultima istanza, come avviene appunto nelle federazioni. Draghi dice: meglio le istituzioni che le regole. Ma le istituzioni che reclama servono a sostenere meglio e più efficacemente regole che non mutano.

Quarto: nel documento franco-tedesco si insiste su un nuovo punto: l’integrazione nel campo della sicurezza e della politica militare. È un vecchio desiderio di Kohl, che Mitterrand non accolse quando nacque l’euro, ma il problema è quello di sempre. Si creano unificazioni settoriali, secondo il vecchio metodo funzionalista, nell’illusione che per questa via si andrà verso il migliore dei mondi possibili, cioè verso qualche forma di comune governo democratico. L’euro ha confermato che era non solo e non tanto un’illusione, ma piuttosto un imbroglio. E poi: chi deciderà la politica estera? Come e con quali Paesi dell’Unione diventare autonomi da una potenza americana e da vertici Nato che in Europa puntano oggi a una guerra fredda con la Russia?

Quinto punto: la democrazia. Il Rapporto propone consultazioni strette con il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, ma non fissa nuove competenze e diritti, e non dice nulla sui necessari cambiamenti dei Trattati né su eventuali nuove Convenzioni, come chiesto ieri in plenaria – invano e senza appoggio del nostro gruppo – dal gruppo dei Verdi. In parallelo si potenziano istituzioni come l’Eurogruppo, che diventa il fulcro della futura governance politica: un eurogruppo che nessun Parlamento oggi controlla, che non è trasparente, che nemmeno tiene i verbali delle proprie riunioni.

In altre parole: niente di nuovo in Occidente. Continua il vecchio inganno, secondo cui a forza di cosiddette “convergenze” settoriali si arriverà a un’unione politica solidale. Non vedo come ripetere lo stesso errore possa fare il miracolo di produrre risultati diversi dal passato.

I leader di paglia dell’Unione: così sono falliti i sogni

Articolo pubblicato su «Il Fatto Quotidiano» del 29 giugno 2016

Nel Parlamento europeo di cui sono membro, quel che innanzitutto colpisce, osservando la reazione alla Brexit, è la diffusa assenza di autocritica, di memoria storica, di allarme profondo – e anche di qualsiasi curiosità – di fronte al manifestarsi delle volontà elettorali di un Paese membro. (Perché non va dimenticato che stiamo parlando di un Paese ancora membro dell’Unione.) Una rimozione collettiva che si rivela quanto mai grottesca e catastrofica, ma che dura da decenni. Meriterebbe studi molto accurati; mi limiterò a menzionare alcuni punti essenziali.

1. Quel che manca è l’ammissione delle responsabilità, il riconoscimento esplicito del fallimento monumentale delle istituzioni europee e dei dirigenti nazionali: tutti. La cecità è totale, devastante e volontaria. Da anni, e in particolare dall’inizio della crisi del 2007-2008, istituzioni e governi conducono politiche di austerità che hanno prodotto solo povertà e recessione. Da anni disprezzano e soffocano uno scontento popolare crescente. Non hanno memoria del passato – né quello lontano né quello vicino. Sono come gli uomini vuoti di Eliot: “Uomini impagliati che s’appoggiano l’un all’altro, la testa riempita di paglia”. La loro ignoranza si combina con una supponenza senza limiti. Il suffragio universale ha tutte le colpe e le classi dirigenti nessuna. È come se costoro, trovandosi a dover affrontare un esame di storia al primo anno d’università, dicessero che le cause dell’avvento del nazismo sono addebitabili solo a chi votò Hitler, senza mai menzionare le istituzioni di Weimar. Sarebbero bocciati senza esitazione; qui invece continuano a dare lezioni magistrali.

2. Nessun legame viene stabilito tra la Brexit e l’evento disgregante che fu l’esperimento con la Grecia. Nulla hanno contato le elezioni greche, nulla il referendum che ha respinto il memorandum della troika. Dopo i negoziati del luglio scorso il divario tra volontà popolare ed élite europea si è fatto più che mai vasto, tangibile e diffuso. Con più peso evidentemente della Grecia, il Regno Unito ha posto a suo modo la questione centrale della sovranità democratica, anche se con nefaste connotazioni nazionalistiche: il suo voto è rispettato, quello greco no. Le lacerazioni prodotte dal dibattito sulla Grexit hanno contribuito a produrre il Brexit, e il ruolo svolto nella campagna dal fallito esperimento Tsipras è stato ripetutamente ostentato. Ma nelle classi politiche ormai la memoria dura meno di un anno; di questo passo tra poco usciranno di casa la mattina dimenticandosi di essere ancora in mutande. È per colpa loro che la realtà ha infine fatto irruzione: Trump negli Usa è la realtà, l’uscita inglese è la realtà. Il voto britannico è la vendetta della realtà sulle astrazioni e i calcoli errati di Bruxelles.

3. La via d’uscita prospettata dalle forze politiche consiste in una falsa nuova Unione, a più velocità e costituita da un “nucleo centrale” più coeso e interamente dominato dalla Germania. Le parole d’ordine restano immutate: austerità, smantellamento dello Stato sociale e dei diritti, e per quanto riguarda il commercio internazionale – Ttip, Tisa, Ceta – piena libertà alle grandi corporazioni e ai mercati, distruzione delle norme europee, neutralizzazione di contrappesi delle democrazie costituzionali come giustizia, Parlamenti e volontà popolari.
Lo status quo è difeso con accanimento: nei rapporti che sto seguendo come relatore ombra per il Gue mi è stato impossibile inserire paragrafi sulla questione sociale, sul Welfare, sulla sovranità cittadina, sui fallimenti delle terapie di austerità.

4. Migrazione e rifugiati. È stato un elemento centrale della campagna per il Leave – che ha puntato il dito sia su rifugiati e migranti extraeuropei, sia sull’immigrazione interna all’Ue –, ma le politiche dell’Unione già hanno incorporato le idee delle destre estreme, negoziando accordi di rimpatrio con la Turchia (e in prospettiva con 16 paesi africani, dittature comprese come Eritrea e Sudan) e non hanno quindi una visione alternativa a quella dell’Ukip. La Brexit su questo punto è un disastro: rafforzerà, ovunque, la paura dello straniero e le estreme destre che invocano respingimenti collettivi vietati espressamente dalla legge internazionale e dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Quanto ai migranti dell’Unione che vivono in Inghilterra, erano già a rischio in seguito all’accordo dello scorso febbraio tra Ue e Cameron. Le politiche dell’Unione sui rifugiati sono un cumulo di rovine che ha dato le ali alla xenofobia.

5. Il ritorno alla sovranità che la maggioranza degli inglesi ha detto di voler recuperare mette in luce un ulteriore e più vasto fallimento. L’Unione doveva esser un baluardo per i cittadini contro l’arbitrio dei mercati globalizzati. La scommessa è perduta: le sovranità nazionali escono ancora più indebolite e l’Unione non protegge in alcun modo. Non è uno scudo ma il semplice portavoce dei mercati. La globalizzazione ha dato vita a una sorta di costituzione non scritta dell’Unione, avversa a ogni riforma-controllo del capitalismo e a ogni espressione di scontento popolare, e in cui tutti i poteri sono affidati a un’oligarchia che non intende rispondere a nessuno delle proprie scelte. Sarà ricordata come esemplare la risposta data dal Commissario Malmström nell’ottobre 2015 a chi l’interrogava sui movimenti contrari a Ttip e Tisa: “Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo”. Questa costituzione non scritta si chiama governance e poggia su un concetto caro alle élite fin dagli anni 70 (il vero inizio della crisi economica e democratica): obiettivo non è il governo democratico ma la governabilità. Il cittadino “governabile” è per definizione passivo.

6. L’intera discussione sulla Brexit si sta svolgendo come se l’alternativa si riducesse esclusivamente a due visioni competitive: quella distruttiva dell’exit e quella autocompiaciuta e immutata del Remain. Le cose non stanno così. C’è una terza via, rappresentata dalla critica radicale della presente costruzione europea, dalla denuncia delle sue azioni e dalla ricerca di un’alternativa. Era la linea di Tsipras prima che Syriza andasse al governo. È la linea di Unidos Podemos, che purtroppo non è stata premiata. Resta il fatto che questa tripolarità è del tutto assente dal dibattito.

7. La democrazia diretta, i referendum, la cosiddetta e-democracy. Il gruppo centrale del Parlamento li guarda con un’ostilità che la Brexit accentuerà. La democrazia diretta è certo rischiosa, ma quando il rischio si concretizza, quasi sempre la causa risiede nel fallimento della democrazia rappresentativa. Se per più legislature successive e indipendentemente dall’alternarsi delle maggioranze la sensazione è che sia venuta meno la rappresentatività e con essa la responsabilità di chi è stato incaricato di decidere al posto dei cittadini, i cittadini non ci stanno più.

Brexit e le colpe dell’Unione

di lunedì, giugno 27, 2016 0 , , , Permalink

Bruxelles, 27 giugno 2016. Riunione straordinaria del gruppo GUE/NGL. Dibattito sul Referendum sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione europea. 

Intervento di Barbara Spinelli nella qualità di co-relatore ombra con Martina Anderson (Sinn Fein).

Premetto che la mia scelta personale, come membro del gruppo e al tempo stesso della Commissione affari costituzionali, va nella direzione di un rifiuto netto della Joint motion resolution, confezionata subito dopo il referendum inglese dai gruppi centrali del Parlamento europeo. Quel che innanzitutto colpisce, nella loro reazione alla defezione britannica, è l’assenza di qualsiasi autocritica, di qualsiasi memoria storica, di qualsiasi allarme profondo – e anche di qualsiasi curiosità – di fronte al manifestarsi delle volontà elettorali di un Paese membro. Perché non va dimenticato il fatto che stiamo parlando di un Paese che è ancora membro dell’Unione a tutti gli effetti.

Vado per punti, che corrisponderanno a precisi passaggi della Risoluzione congiunta.

Primo. Quel che manca è l’ammissione delle responsabilità dell’Unione: il riconoscimento esplicito, e preliminare, del fallimento monumentale delle istituzioni europee (Commissione, Consiglio europeo, e anche Parlamento) nonché dei dirigenti politici dei Paesi membri: tutti. In ambedue i casi la cecità è totale, devastante e volontaria. Sono anni, e in particolare dall’inizio della crisi del 2007-2008, che istituzioni e governi conducono politiche di austerità che hanno prodotto solo povertà e recessione. Sono anni che disprezzano e soffocano i segnali di uno scontento popolare crescente, così come esso si manifesta in elezioni e referendum. Lo stesso FMI, lo stesso governatore della Banca centrale greca, cominciano a criticare l’accanimento terapeutico di un risanamento economico che tutto fa tranne risanare, pur continuando a esserne i gestori e promotori. Nel proprio cervello, queste élite non hanno nessuna memoria del passato – né quello lontano né quello vicino: non si pongono domanda alcuna su quel che fu Weimar e sul disastro prodotto dai negoziati UE-Grecia. È come se non avessero imparato né potessero imparare nulla. Sono come gli uomini vuoti, gli «hollow men» di Eliot : «Uomini impagliati che s’appoggiano l’un all’altro, la testa riempita di paglia – stuffed men. Leaning together. Headpiece filled with straw». La loro ignoranza si combina con una supponenza senza limiti. La colpa è degli elettori, – «l’immenso pericolo viene dai populisti o estremisti», ha detto Hollande. Il suffragio universale ha tutte le colpe e le classi dirigenti nessuna. È come se costoro, trovandosi a dover affrontare un esame di storia al primo anno di università, dicessero che le cause dell’avvento del nazismo sono esclusivamente addebitabili a chi votò Hitler, senza mai menzionare le istituzioni di Weimar. Sarebbero bocciati senza esitazione; qui invece continuano a dare lezioni magistrali.

Secondo. Nessun legame consequenziale viene stabilito, nella mozione congiunta e nelle reazioni di Juncker o Tusk, tra il Brexit e l’evento disgregante che è stato l’esperimento con la Grecia, fin dall’inizio e ancor più dopo la vittoria di Tsipras. Nulla hanno contato le elezioni greche, nulla il referendum che ha respinto con una grandissima maggioranza il memorandum della troika, eufemisticamente chiamata oggi «le istituzioni». Dopo i negoziati del luglio scorso il divario tra volontà popolare ed élite al comando in Europa si è fatto più che mai vasto, tangibile e diffuso nell’Unione. L’Inghilterra, con più peso evidentemente della Grecia, ha infine posto la questione centrale della sovranità democratica da riprendersi: le argomentazioni sono naturalmente differenti, ma la questione della sovranità è presente in entrambi i casi. Le lacerazioni prodotte dal dibattito sul Grexit inevitabilmente hanno prodotto il Brexit, e il ruolo svolto nella campagna dal fallito esperimento Tsipras è stato evidente e ripetutamente ostentato. Questo dovremmo dirlo a chiare lettere nella nostra mozione, visto che pochi nelle élite lo ricordano. Nelle classi politiche ormai la memoria dura meno di un anno; di questo passo tra poco usciranno di casa la mattina dimenticandosi di essere ancora in mutande. È per colpa delle presenti élite che la realtà ha infine fatto irruzione: Trump negli Stati Uniti è la realtà, l’uscita inglese è la realtà. Il voto britannico è la vendetta della realtà sulle astrazioni e i calcoli sbagliati di Bruxelles.

Terzo. Ci sono alcuni punti nella Risoluzione congiunta che hanno uno stretto rapporto con i lavori che svolgo nella Commissione affari costituzionali. Mi riferisco in particolare ai punti 10, 11, 12. Il paragrafo 10 prospetta come via d’uscita una falsa nuova Unione, a più velocità e costituita da un “nucleo centrale” più coeso («the core of the EU must be reinforced»). Sarà interamente dominato dalla Germania. Verso quale approdo procede? Lo stesso di sempre: austerità, smantellamento dello Stato sociale e dei diritti a esso connessi, e per quanto riguarda il commercio internazionale – mi riferisco ai negoziati su TTIP, TISA, CETA – piena libertà data alle grandi corporazioni e ai mercati, distruzione delle norme europee, neutralizzazione di contrappesi costitutivi delle democrazie costituzionali come la giustizia, i Parlamenti e le volontà popolari (referendum sull’acqua in Italia). I punti 11 e 12 scelgono come bussole su cui orientarsi due rapporti di Afco che sto seguendo come “shadow” per il gruppo: quello sullo sfruttamento delle potenzialità di Lisbona (Rapporto Bresso-Brok) e il Rapporto Verhofstadt sulle “evoluzioni e gli aggiustamenti” (la parola “trasformazione” è accuratamente evitata) del presente Trattato. Questo secondo rapporto è ancora dormiente, e penso andrà nella direzione del “nucleo centrale” cui accennavo. Per quanto riguarda il primo, posso testimoniare che lo status quo è difeso con accanimento e autocompiacimento: mi è stato impossibile inserire paragrafi sulla questione sociale, sul Welfare da salvaguardare, sulla sovranità cittadina da rispettare, sui fallimenti delle terapie di austerità. Parlare di adesione dell’UE alla Carta Sociale di Torino è visto come una blasfemia. Altri rapporti sono stati discussi in questo Parlamento (cito solo quello sulla trasparenza) ma non vengono neanche ricordati.

Quarto. La migrazione e i rifugiati. È stato un elemento centrale della campagna per il leave (sono guardati con sospetto sia rifugiati e migranti che vengono da fuori, sia quelli intra-europei), ma l’argomento è appena menzionato, in maniera perfida, nel punto 10 della Risoluzione. Si parla di «affrontare la sfida della migrazione» per concludere che occorre sviluppare l’Unione economica e monetaria e le politiche di sicurezza interna. Perché questo silenzio? Perché le politiche dell’Unione già hanno incorporato le argomentazioni delle destre estreme, negoziando accordi di rimpatrio con la Turchia – e in prospettiva con 16 paesi africani, dittature comprese come Eritrea e Sudan – e non hanno argomenti da contrapporre alla campagna dell’UKIP contro la presunta invasione degli stranieri. Il Brexit da questo punto di vista è un disastro: rafforzerà, ovunque, la paura dello straniero e le forze di estrema destra che non esitano a proporre i respingimenti collettivi vietati espressamente dalla legge internazionale e dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Quanto ai migranti dell’Unione che vivono in Inghilterra, erano già a rischio in seguito all’accordo dello scorso febbraio tra UE e Cameron. È un punto, questo su rifugiati e migrazione, che dovrebbe figurare a chiare lettere nella nostra mozione. Le politiche dell’Unione sui rifugiati sono un cumulo di rovine, e hanno dato le ali alla xenofobia che si è espressa in buona parte della campagna per il leave.

Quinto. Il ritorno alla sovranità che la maggioranza degli inglesi dice di voler recuperare. È un punto che mette in luce un ulteriore e più vasto fallimento dell’Unione. L’Unione doveva essere un baluardo, per i suoi cittadini, contro l’arbitrio e il dominio dei mercati e della globalizzazione. Questa scommessa è perduta: le sovranità nazionali escono ancora più indebolite di quanto già lo fossero e l’Unione non protegge in alcun modo. Non è uno scudo – con le sue leggi e norme, con le sue capacità di solidarietà, con il modello sociale del Welfare, con la sua Carta dei diritti – ma il semplice portavoce dei mercati globalizzati. Questa globalizzazione ha dato vita a una sorta di costituzione non scritta dell’Unione che teme ogni riforma-controllo del capitalismo e ogni espressione di scontento popolare, che si avvale del Trattato di Lisbona e che affida tutti i poteri a un’oligarchia che non intende rispondere a nessuno delle proprie scelte. Cito fra le molte dichiarazioni dei rappresentanti di quest’oligarchia la risposta data dal Commissario Malmström nell’ottobre 2015 a John Hilary, che l’interrogava sui movimenti contrari a Ttip e Tisa: «Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo». Questa costituzione non scritta si chiama governance e poggia su un concetto caro alle élite fin dagli anni ’70 (il vero inizio della crisi, economica e democratica): obiettivo non è il governo democratico ma la governabilità (governability). L’idea del cittadino o dei popoli «governabili» è del tutto passiva.

Sesto. L’intera discussione sul Brexit si sta svolgendo come se l’alternativa si riducesse esclusivamente a due visioni competitive dell’Unione: la visione distruttiva dell’exit e quella autocompiaciuta e immutata del remain. Le cose non stanno così. C’è una terza via, rappresentata dalla critica radicale della presente costruzione europea, dalla denuncia delle sue azioni, e dalla ricerca di un’alternativa. Era la linea di Tsipras prima che Syriza andasse al governo. È la linea di Unidos Podemos in Spagna, nel cui successo domenica scorsa speravo, e che purtroppo non è stata premiata. E anche su questa contrattura o stagnazione dovremo porci delle domande. Anche questa tripolarità è assente dalla Risoluzione congiunta, e deve essere sottolineata nella nostra.

Settimo. Dobbiamo a mio parere distinguere bene tra sovranità popolare e sovranità nazionale. Questo referendum ha espresso una sovranità popolare che nei fatti entra in contraddizione con l’idea di sovranità nazionale. Il Regno Unito si ridurrà alla sua parte britannica. Scozia e Irlanda del Nord avendo votato remain potrebbero congedarsi prima o poi dal Regno Unito: con un nuovo referendum sull’indipendenza in Scozia, con uno o due referendum in Irlanda del Nord (sul nuovo confine tra Inghilterra e Irlanda del Nord, sull’unificazione nordirlandese con l’Irlanda). La distinzione fra sovranità popolare e nazionale è essenziale, e mi porta a dire che anche i paragrafi 1, 2 e 7 della Joint Resolution sono da cancellare. Viene presupposto infatti che il Regno Unito nella sua interezza territoriale ha votato l’exit, quando non è stato così.

Ottavo e ultimo. La democrazia diretta, i referendum, la cosiddetta e-democracy. Se ne discute nella Commissione Afco, e nel gruppo centrale del Parlamento c’è un’ostilità diffusa a questi strumenti, che dopo il Brexit si accentuerà. Dico solo che la democrazia diretta è certo un rischio, ma quando il rischio si concretizza, quasi sempre la causa va fatta risalire al fallimento della democrazia rappresentativa. Se per più legislature successive e indipendentemente dall’alternarsi delle maggioranze la sensazione è che sia venuta meno la rappresentatività e con essa la responsabilità di chi è stato incaricato di decidere al posto dei cittadini, i cittadini non ci stanno più.

E-democracy contro comando dall’alto nell’Unione

Bruxelles, 15 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “e-democrazia nell’Unione europea: potenziale e sfide” (Relatore Ramón Jáuregui Atondo – S&D Spagna) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). 

(Il dibattito in Commissione è avvenuto mercoledì mattina, prima dell’uccisione della deputata inglese Helen Jo Cox)

Punto in agenda: Esame del documento di lavoro aggiornato

Ringrazio il collega Atondo per l’eccellente lavoro che ha svolto sulla e-Democracy e sulle opportunità offerte, più generalmente, alla democrazia diretta. Lo ringrazio anche per aver incluso molti punti che avevamo presentato nella riunione dell’aprile scorso. Sinceramente mi dispiace che sia stato ridimensionato il preambolo, laddove richiamava con maggiore precisione le cause della disaffezione dei popoli e che personalmente non consideravo ideologico ma, come già dicevo nella nostra ultima discussione, una fotografia molto veritiera della realtà. La mia opinione è diversa, in proposito, da quella dell’onorevole Preda (PPE).

Proprio su questo punto inviterei il Relatore a essere ancora più esplicito e più allarmato. Siamo alla vigilia del referendum del Regno Unito sull’Unione europea e la maggior parte dei sondaggi ci segnala, da giorni, la possibile vittoria del Brexit. Penso che dobbiamo incorporare nella nostra relazione questa estrema espressione di una disaffezione cittadina che non tocca solo la Gran Bretagna e che tenderà a estendersi, con o senza Brexit, a numerosi Paesi membri. E’ la ragione per cui chiederei al relatore di salvare i ragionamenti del preambolo e di farli emergere lungo tutta risoluzione.

Comincio quindi dalla premessa. Nel documento di lavoro si parla della disillusione e indifferenza dei cittadini, dell’impressione diffusa che essi hanno “di non essere rappresentati dalla politica”, della loro tendenza al distacco e alla non partecipazione. Nella Relazione menzionerei a chiare lettere che siamo di fronte a un rigetto che colpisce il progetto europeo nella sua totalità, più ancora che le istituzioni politiche e la politica stessa in quanto tali. Un rigetto che non chiamerei indifferenza, ma collera e rifiuto. Dargli il nome di populismo equivale, secondo me, a bendarsi gli occhi.

Il rigetto ha una storia al tempo stesso sociale, economica, politica, avendo toccato l’acme ieri nei negoziati tra istituzioni europee e Grecia, oggi nella campagna referendaria sul Brexit. Le due esperienze sono più vicine di quanto si tende a pensare. Nel voto favorevole al Brexit c’è una forte anche se minoritaria corrente di pensiero democratico, cui non possiamo essere indifferenti. La questione della sovranità è posta con forza – non solo sovranità nazionale ma anche sovranità popolare – e il caso Grecia è citato da molti leader inglesi favorevoli all’uscita dall’Unione. Nella democrazia europea si è creato un divario tra “demos” e “kratos”, tra popolo e quella che viene chiamata governance, che è poi comando esercitato dall’alto, praticamente senza controlli. Questo mi sembra il punto dolente da far emergere nella risoluzione.

Passo ad alcune parti propositive, sempre avendo in mente questa premessa cruciale. All’insoddisfazione e alla collera dei cittadini, le istituzioni europee reagiscono come se non fossero interpellate. Per questo insisterei sulla formidabile inadeguatezza mostrata dalla Commissione in tanti suoi comportamenti e, in particolare, nella risposta data al Parlamento in merito alla Risoluzione sull’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE). Cito un solo passaggio della risposta in questione: “La Commissione considera che a soli tre anni dalla sua entrata in vigore, sia ancora troppo presto per promuovere una revisione legislativa del regolamento”. Una frase che rivela la sordità della politica e delle istituzioni di fronte alle istanze avanzate dai cittadini attraverso strumenti di democrazia diretta. Quel che la Commissione dice nella sostanza è: “È ancora troppo presto per ascoltare la voce dei cittadini”, dunque per democratizzare l’Unione.

Ancora, entrando nel merito delle proposte e riferendomi al capitolo su “La possibile rotta da seguire”, mi limito per il momento – e in attesa di presentare miei emendamenti – a sottolineare un punto. Quando si dice che la tecnologia digitale potrebbe aiutare a “migliorare la governance nel processo decisionale”, consiglierei al Relatore di non fermarsi qui. Considerata la crisi e il deficit democratico dell’Unione, l’obiettivo non deve essere l’accresciuta efficacia della governance ma, in primo luogo, una partecipazione cittadina che non sia solo un enunciato performativo ma diventi realtà. Altro obiettivo da perseguire: una vera trasparenza delle decisioni comunitarie, che dia ai cittadini il senso di non essere aggirati e lasciati all’oscuro dalle istituzioni europee. E’ il motivo tra l’altro per cui, fin dal 20 aprile, ho insistito sul fatto che la e-Democracy deve essere un processo, non un’esperienza che si riduce al punto terminale rappresentato dal voto.

In conclusione, è la costruzione europea che deve a mio parere trasformarsi, e questa Relazione è una buona occasione per dirlo. Oggi, questa costruzione europea è percepita come un esercizio di potere top-down. Dovrà ripartire dalla sovranità cittadina e dai popoli, e inaugurare nuove pratiche bottom-up. Altrimenti il dramma vissuto ieri sul Grexit e oggi sul Brexit saranno l’inizio della fine del progetto europeo.

Da Londra ad Atene un involucro vuoto chiamato Europa

Articolo pubblicato su «Il Fatto Quotidiano», 1° marzo 2016. La versione inglese è apparsa su openDemocracy

È giunta l’ora di trovare il filo che lega i vari disastri dell’Unione europea: i rifugiati in primis, e l’austerità, lo sfaldarsi delle Costituzioni nei Paesi membri, l’Europa più ristretta e meno democratica che potrebbe nascere dopo l’accordo con Londra.

L’Europa già si è sfaldata nel 2013-2014, come progetto solidale fondato sui diritti, durante la crisi del debito greco. Un Paese membro è stato lasciato solo e senza protezioni, perché passassero riforme di austerità che si erano già mostrate fallimentari non solo nell’Europa ma nel mondo (penso ai programmi di ristrutturazione del Fondo monetario degli anni ’80 in Africa, Asia e America Latina). Il governo Tsipras su cui si erano appuntate molte speranze della sinistra europea non è stato capace di insistere, e si è piegato a un memorandum ancora più duro dei precedenti.

Il cedimento non è servito a nulla, se è vero che Atene continua a esser minacciata di espulsione: sulla questione dei rifugiati è di fatto già oggi esclusa da Schengen. Nei giorni scorsi l’Austria non solo ha chiuso le proprie frontiere, facendo propria la strategia perseguita già da tempo dal gruppo di Visegrad (Repubblica ceca, Polonia, Slovacchia) ma ha convocato una riunione con nove Paesi balcanici, il 24 febbraio, per interrompere il flusso dei migranti lungo il confine macedone. La Grecia non è nemmeno stata invitata, come se non fosse l’attore principale del dramma. Il suo governo ha giustamente denunciato la caduta dell’Europa in sistemi di dominio che “hanno radice nell’Ottocento”.

Vienna e il gruppo Visegrad hanno un doppio obiettivo. Primo: isolare una volta per tutte Atene, e spostare i confini esterni dell’Unione in Centro-Europa. Secondo: far pagare al governo tedesco le posizioni troppo aperte sui rifugiati. Oggi Angela Merkel è isolata in materia di immigrazione, e questo spiega il suo corteggiamento, pericolosissimo, del regime di Erdogan. Con quest’ultimo infatti l’Unione sta stipulando un accordo capestro, gestito proprio da Berlino.

È un accordo capestro perché nei negoziati con la controparte europea il governo turco è stato esplicito, come dimostrano i verbali delle riunioni trapelati in seguito a fuga di notizie. Erdogan ha minacciato di inondare i paesi dell’Unione Europea, se non riceverà da quest’ultima tutto quel che chiede: soldi, e silenzio sul massacro dei curdi che Ankara sta compiendo nel Sud-est del Paese, oltre che sui bombardamenti dei curdi siriani della Repubblica di Rojava.

La Francia si dice in disaccordo con le decisioni di Vienna e del gruppo di Visegrad, ma il 16 febbraio il premier Valls ha respinto l’ipotesi di accogliere un maggior numero di migranti, come le è stato richiesto. La frontiera italo-francese resta chiusa.

Naturalmente questi terremoti provocano ulteriori scosse nell’Unione, non meno gravi. Una di queste è l’accordo Unione Europea-Gran Bretagna per evitare il Brexit. Un accordo di per sé non sorprendente, perché l’Inghilterra già ha uno statuto a parte: è fuori dall’euro, da Schengen, dalla Carta dei diritti fondamentali, dalle comuni politiche interne e di giustizia. Se dopo il referendum restasse nell’Unione, sarebbe fuori anche dalla libera circolazione dei lavoratori e dai diritti sociali che essa implica.

La cosa grave è che Londra ha creato un precedente. Da ora in poi, ogni Paese Membro che non voglia far parte di progetti comuni sarà spinto a negoziare una clausola di esclusione, un opt-out. L’Ungheria ha già annunciato mosse in tal senso sulle quote di rifugiati che le sono state assegnate, per alleggerire il peso che grava su Grecia e Italia, dalla Commissione. La Polonia potrebbe seguire l’esempio.

Gli ottimisti dicono che nell’accordo Unione-Gran Bretagna c’è una parte positiva: Londra non potrà bloccare un’“unione più stretta” fra i paesi che lo vogliono. È vero, ma solo sulla carta. Quel che oscuramente si programma è un’Europa al tempo stesso più piccola, ancora meno democratica, e più oligarchica che mai. Quale Parlamento la controllerebbe, visto che l’attuale Parlamento rappresenta 28 nazioni? Quali sarebbero gli opt-out di altri Paesi? Non sarebbe né l’Europa federale e democratica di Ventotene, né l’intercapedine tra Stati sovrani diminuiti e mondo della finanza globale. Già oggi non lo è. Lo sarebbe ancor meno. Sarebbe un mercato e tutto finirebbe qui.

Infine penso sia giunto il momento di fare il punto sulle sinistre in Europa. Non intendo le sinistre socialdemocratiche o il Pd, che danno il proprio consenso a quest’Europa ridotta a mercato, che in politica estera seguono passivamente le strategie della Nato lungo i confini con la Russia o in Libia e Mediterraneo. Intendo le sinistre europee e veramente federali auspicate per esempio dal movimento, ancora in statu nascendi, dell’ex ministro greco Yanis Varoufakis (DiEM25).

Questa sinistra internazionalista e federale non ha un compito facile. Perché buona parte della sinistra radicale, inseguendo progetti di sovranismo, riduce il suo stesso peso in Europa, fuori dei piccoli Stati di cui è espressione. Perché nelle sue confutazioni mette sullo stesso piano la centralizzazione della tecnostrutttura europea e il federalismo, lasciando che quest’ultimo sia confiscato da chi vuole l’Europa ristretta, ancora più burocratica e oligarchica. Se si vuole servire i cittadini europei, e risvegliare in essi il bisogno di Europa, bisogna informarli meglio su quel che veramente sta accadendo, e che fin da oggi sta disgregando il progetto europeo, inizialmente concepito per meglio proteggerli dalle dittature, dagli Stati più forti del continente, e dai mercati globali.

Brexit: breve elenco dei punti critici

Bruxelles, 9 dicembre 2015

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di coordinatore della Commissione Affari Costituzionali per il gruppo, nel corso della riunione del Gruppo GUE/NGL

Punto in agenda: Brexit

Come prima cosa, vorrei indicare il contesto in cui si discute di Brexit. Il contesto è l’avanzata di Marine Le Pen, e di destre xenofobe e nazionaliste nell’Unione. Queste destre utilizzeranno a propri fini il negoziato britannico – Marine Le Pen lo ha detto esplicitamente – imitando la via inglese. Penso che come gruppo non sarà male tenerne conto, quando si parlerà di Brexit.

E ora vengo alla lettera di Cameron a Tusk: ai suoi punti più pericolosi. Ne elenco alcuni, perché sia un po’ più chiaro cosa sarà discusso, si spera, nella Commissione affari costituzionali.

Dico “si spera”, perché quel che dovremmo ottenere è che i cambiamenti chiesti da Londra siano oggetto di discussione in questo Parlamento, e non nascano da accordi intergovernativi. Tutto rischia infatti di avvenire nel chiuso del Consiglio Europeo: un organo già indebitamente soverchiante nell’UE, e poco propenso alla cultura del render conto.

Alcune proposte di Cameron non sorprendono: Londra già beneficia di opt-out, e il Premier ne chiede di più. Pericolosa non è la tattica degli opt-out. È la degradazione dell’Unione nel suo insieme, con ripercussioni su tutti i soggetti che ne fanno parte. Tale fu l’obiettivo di Blair prima del Trattato di Lisbona: non un’Europa diversa – più forte o più democratica – ma l’accentuazione di caratteri negativi che essa possiede sin dalla nascita. Quel che va codificato, secondo Londra, è che l’Unione non dovrà essere altro che una zona di libero scambio: competitività e produttività sono i soli collanti citati da Cameron. Nemmeno ai margini si parla di questione sociale.

Faccio un piccolo elenco dei punti pericolosi:

1) la volontà di mettere la parola fine, in modo irreversibile e legalmente vincolante, all’obbligo del Regno Unito di adoperarsi verso “un’Unione sempre più stretta”, eliminando tale concetto dal Trattato.

2) l’invito a ridurre al massimo la regolamentazione comune, considerata eccessiva. Esistono complicità su questo, soprattutto con l’Est Europa e potenzialmente con le estreme destre nell’Unione.

3) la proposta di introdurre meccanismi che consentano ai Parlamenti nazionali di bloccare proposte legislative non desiderate. I Parlamenti nazionali avrebbero un potere di veto, non propositivo. Il veto può aver senso, se le democrazie sono messe in pericolo. Ma il Parlamento europeo perderebbe molti poteri che possiede. Inoltre, ricordo che l’articolo 1 del Trattato fa riferimento ai popoli, non agli Stati, e l’Unione “più stretta” è pensata proprio per oltrepassare i limiti del mercato unico: è l’unione dei diritti riconosciuti al successivo articolo 2, che non devono avere confini o limiti.

In realtà, siamo di fronte al tentativo di ridurre le garanzie che il Trattato, anche se difettoso, contiene: garanzie che con la libertà di manovra nazionale Londra vuole aggirare.

Le intenzioni di Cameron diventano evidenti se si guarda alle proposte sull’immigrazione: chiusura delle frontiere per i non europei, libera circolazione per i futuri Stati Membri solo se sarà assicurata “una più stretta convergenza economica”, limitazione infine della libertà di circolazione interna. Su questo tema, si aggiunge anche una critica forte alla Corte di giustizia europea. Obiettivo: non subire pressioni su un welfare che, internamente, è già in parte demolito.

Tutto questo si inserisce nell’altra proposta, cui ha fatto accenno Martina Anderson (Sinn Fein) in questa riunione: quella di sostituire lo Human Rights Act con un “Bill of rights nazionale”, per spezzare ogni legame con la Corte europea dei diritti umani.

Nella Commissione Afco, penso che dovremmo contestare il metodo intergovernativo dell’attuale discussione. Se riforma del Trattato deve proprio essere, questa può farsi solo, secondo me, attraverso la procedura ordinaria di revisione, che consenta l’inclusione del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali. Personalmente credo che il Trattato dovrebbe diventare una Costituzione. Ma temo che ogni modifica, che parta dalle proposte inglesi, sia oggi peggiorativa.

So bene che esistono differenze nel nostro gruppo, ma penso valga la pena cogliere quest’occasione per affermare un diverso tipo di integrazione, che non riduca l’Europa a un mercato unico ma punti a un’Europa fondata su giustizia sociale e diritti, oltre che a una politica estera indipendente da quella statunitense. E qui torno al contesto cui accennavo all’inizio: sarebbe anche l’occasione di differenziarci, come gruppo, dai falsi sovranismi proposti oggi dalle destre estreme.


Si veda anche:

Rinegoziazione delle relazioni costituzionali del Regno Unito con l’Unione europea