Articolo sulla crisi italiana per «Il Fatto quotidiano»

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 4 febbraio 2021

Si dirà che alla fine Matteo Renzi ha ottenuto quello che voleva e cui aspirava da quasi un anno: il siluramento di Giuseppe Conte, uno dei Presidenti del Consiglio più popolari nell’Italia degli ultimi decenni. Troppo popolare per risultare gradito a poteri forti che Renzi vuol rappresentare e favorire. Mario Draghi era sin da principio l’uomo provvidenziale che Renzi proponeva o meglio adulava, nei giorni stessi in cui ha fatto finta di negoziare un rinnovato governo Conte con i partiti dell’ex maggioranza.

È per silurare tale negoziato che Renzi gonfiava sempre più le condizioni e gli attacchi, ben sapendo che non potevano essere digeriti tutti insieme da Pd, 5Stelle e LeU. Quel che praticamente chiedeva era la sconfessione di un governo e di un Presidente del Consiglio che avevano mostrato di combattere la pandemia con determinazione, ricoperto le proprie cariche con disciplina e serietà, ottenuto un cambio fondamentale nell’Ue (l’accettazione d’indebitarsi in comune, le somme del Recovery per l’Italia).

Era un vero piano distruttore quello che Renzi aveva in mente, una specie di golpe bianco attuato bendandosi occhi e orecchie. Prima chiedeva quattro ministeri invece di due e sindacava perfino sui dicasteri Pd e 5Stelle. Contemporaneamente snocciolava ossessivamente i punti del suo piano: approvazione del Mes e dell’Alta velocità, smantellamento del Reddito di cittadinanza, del cashback, delle riforme della giustizia, della campagna di vaccinazione. Poi s’infiammava sulla scuola, ignorando i rischi di contagio ormai riconosciuti e riducendo il delicato capitolo all’insulsa questione dei banchi a rotelle, secondo una sinistra fraseologia umoristica del tutto identica a quella sistematicamente adottata da Salvini e Meloni. Contestualmente, il piano renziano prevedeva lo spodestamento di personalità particolarmente esecrate, anche se avevano fatto bene o proprio perché avevano fatto bene: dal ministro Gualtieri al Commissario anti-Covid Domenico Arcuri – oltre ai presidenti di Inps e Anpal. I vizi e misfatti di cui veniva accusato Conte (giustizia e prescrizione, efficacia delle vaccinazioni e Arcuri, crisi sanitaria ed economia), davano vita a un tessuto di menzogne ben smascherato l’altroieri sul «Fatto» da Salvatore Cannavò.

Draghi avrà a che fare con un’immensa crisi economico-sanitaria ma anche con Renzi, quando costituirà una maggioranza e governerà. Si vedrà, allora, quale sia la sua perspicacia, quanto esteso il suo intuito. Se si renderà conto della pericolosità di un personaggio che ha regolarmente rotto i patti divenendo un liquidatore seriale di politici e alleanze da lui stesso propugnate (prima dell’alleanza 5 Stelle-Lega, poi di quella giallo-rosa). Se capirà che la crisi è stata freddamente scatenata per ottenere quello che in fin dei conti è un commissariamento dell’Italia, e se asseconderà la vulgata diramata dai giornalisti che più frequentano i notiziari Tv e i talk show: la presunta “morte” della politica e dei partiti bollati in blocco come populisti, la “salvezza” ultra-terrena che verrebbe da Draghi, il Recovery Plan riscritto da capo dopo che già era stato migliorato con il concorso di tutti, di Gualtieri, Speranza e Bonafede, e non solo di Renzi.

La politica fu considerata morta anche quando l’Italia venne una prima volta commissariata dopo la lettera della Bce del 5 agosto 2011, in cui si chiedeva “una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala” e una riforma radicale del “sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”.

La lettera era firmata dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi. Venne poi il disastro greco: un ulteriore e ancor più umiliante commissariamento imposto da Bce, Commissione europea e Fondo Monetario. Alcuni indizi lasciano supporre che l’irruzione del Covid-19 abbia mutato alcuni dogmi di Draghi, sul ruolo dello Stato nell’economia e le privatizzazioni che gli erano care nella lunga epoca neoliberista, ma la distinzione operata oggi fra “debito buono” e “cattivo” non mi sembra sufficiente.

È soprattutto urgente sapere se Draghi abbia veramente chiari i poteri di riferimento dell’ex sindaco di Firenze. Da questo punto di vista il viaggio di Renzi in Arabia Saudita, nel mezzo della crisi da lui attizzata, getta una luce sinistra sui probabili aspetti geopolitici del suo piano. Incensare il regime saudita e considerarlo un baluardo neorinascimentale contro il terrorismo internazionale è più di una cantonata: fa balenare il lecito sospetto che Renzi sia un lobbista al servizio di poteri non tanto italiani o europei quanto extra-europei. Corteggia le nuove alleanze tra potentati del Golfo e regime Netanyahu in bellicosa funzione anti-Teheran, proprio nel momento in cui Biden potrebbe, con gli europei, resuscitare gli accordi con l’Iran. La visita di Renzi non è solo scandalosa per gli emolumenti elargiti da Riyad a un senatore che rappresenta l’Italia. Getta ombre sui suoi legami politici e le sue fedeltà, nonché sui suoi seriali assassinii politici in patria.

L’Italia sarà meno pericolante il giorno in cui Renzi verrà davvero neutralizzato. Cosa che quasi sicuramente avverrebbe se andassimo a votare, anche se le preoccupazioni di Mattarella sui rischi sanitari ed economici di un voto a primavera sono più che comprensibili. In assenza di elezioni non c’è che da sperare nella perspicacia di Draghi, ma anche nella riluttanza di Pd e 5Stelle a fare promesse sconsiderate al nuovo alleato Berlusconi.

Atene, Europa

Atene, Giornate di studio GUE/NGL, 2-4 giugno 2015

Intervento di Barbara Spinelli (English version here)

Da quando la crisi ha colpito l’Europa, siamo abituati a dire che l’Unione ha usato la Grecia come cavia. L’animale da esperimento andava sottoposto a una terapia intensiva di austerità, e la cura doveva essere somministrata da un potere oligarchico – la trojka – che in parte si spacciava per europeo e addirittura federale, in parte includeva il Fondo monetario ed era quindi inter-nazionale. L’esistenza di un laboratorio greco è pienamente confermata dal negoziato che Syriza ha avviato con l’Unione e il Fondo monetario da quando ha vinto le elezioni del 25 gennaio.

È venuto tuttavia il momento di andare più a fondo nell’analisi. Dobbiamo capire la genesi dell’esperimento in corso da 5 anni, e quel che ci dice sull’Europa e sulle finalità del test. Lo scopo comincia infatti a essere chiaro: un’oligarchia tecnico-politica sta usando la Grecia per accrescere il proprio potere disciplinatore nell’Unione, e ciò avviene collaudando un preciso modello di democrazia, de-costituzionalizzata e de-parlamentarizzata. Di questa de-costituzionalizzazione vorrei parlare, altrimenti non capiremo come mai gli sperimentatori continuino ad affermare che l’esperimento è stato non solo necessario ma addirittura efficace, pur sapendo che l’efficacia è più che dubbia e che l’Unione è in frantumi. Il Fondo monetario per primo ha confessato nel 2013 di aver mal calcolato gli effetti dell’austerity su crescita e occupazione.

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Iniziativa cittadina: la democrazia come Kindergarten?

Mercoledì 18 marzo al centro Mundo B di Bruxelles si è svolto un seminario-brainstorming informale organizzato da Barbara Spinelli e Carsten Berg (coordinatore generale di ECI Campaign) sul tema “The Crises of Europe: What Role for the European Citizens’ Initiative?”.

Hanno partecipato al seminario:

Barbara Spinelli (Altra Europa con Tsipras), Carsten Berg (The Citizens Initiative), Pier Virgilio Dastoli (Movimento Europeo Internazionale), Alessandro Manghisi (Ufficio Barbara Spinelli), Sophie von Hatzfeldt (Democracy International), Norbert Hagemann (Ufficio Helmut Scholz – Die Linke), Jan Willem Goudriaan (European Federation of Public Service Unions-EPSU), Elisa Bruno (European Citizens Action Service – ECAS), Raymond Van Ermen (European Partners for Environment – EPE), Rafael Torres (Close the Gap), Carmen Alvarez Acero (Podemos), Laetitia Veritier (Europe +), Mattia Brazzale (Associazione Delle Agenzie Della Democrazia Locale – ALDA), Giovanni Melogli (Alliance International de journalistes – European media initiative).

Questo il testo dell’intervento di Barbara Spinelli

The ECI: Democracy as a Kindergarten?

We are here not only to discuss the technicalities of the European Citizens’ Initiative (ECI, based on article 11 of the Lisbon Treaty): if it has to be organised differently, if its online presence can be improved, if data protection is respected, if the time given for the collection of signatures (one year, for the collection of 1 million of signatures in 7 countries at least) is too short. These are important methodological questions, but not the essential ones. We know from Heidegger that the essence of technology is nothing technological, and is never neutral.

We are here because what was built in this continent after the war – the unification of Europe – is in great danger of dissolving. Large numbers of citizens no longer believe in this unity, nor in its capacity to overcome the divisions among its peoples and its States. The ECI was born almost ten years ago because of what was already called, during the Prodi Commission, a “democratic deficit”. Economic crisis – which began in the United States in 2007 and then spilled over to Europe – has brought democracy well beyond that “deficit”, pushing it to the brink of a precipice.

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Salvare le democrazie nazionali con l’aiuto del Parlamento europeo

Sei anni di crisi economica sembrano aver devastato le menti e le memorie, oltre che le economie europee, e il motivo mi pare chiaro: sia in Europa sia nei singoli Stati, non sono più i parlamenti a esser sovrani, ma le forze dei mercati, assieme a istituzioni lontane dai cittadini e sorde alle loro esigenze. La democrazia rappresentativa è agonizzante in Europa, e quella diretta ancora non è nata. I parlamenti nazionali non hanno praticamente più voce in capitolo, quando sono in gioco le politiche economiche e finanziarie dell’Unione, e sembrano aver perso il ricordo stesso di quel che proclamavano ed esigevano pochi anni fa. Per recuperare la sovranità che hanno smarrito, i Parlamenti degli Stati non hanno altra via se non quella di collaborare in maniera più sistematica con il Parlamento europeo, e di far fronte al pericolo della propria auto-dissoluzione puntando a forme federali di integrazione europea. Di questo si è discusso il 29 ottobre 2014 in un’audizione presso la Commissione Affari europei del Senato, alla presenza degli europarlamentari italiani.


 

Roma, 29 ottobre 2014. Audizione presso la Commissione Affari europei del senato. Intervento di Barbara Spinelli

Sono due i punti che vorrei trattare.

Il primo riguarda la collaborazione fra parlamenti nazionali e Parlamento europeo. È giusto e urgente modificare il regolamento del Senato (e, spero, anche della Camera), come spiegato dal Presidente Vannino Chiti, e far proprio il modello adottato dalla Germania, che nell’articolo 93 del proprio regolamento prevede il coinvolgimento sistematico del Parlamento europeo nei lavori del Bundestag. Quel che tuttavia mi domando è: perché la modifica e perché il bisogno, da molti espresso in quest’audizione, di non limitarsi alla verifica dei cosiddetti criteri di sussidiarietà e proporzionalità?

Se si vuol dare una risposta seria a questa domanda, occorre a mio avviso parlare fra di noi in piena sincerità, senza giri di frase e infingimenti.

Perché dunque l’urgenza? Perché da troppo tempo viviamo sotto la guida di istituzioni e regole emergenziali, in gran parte intergovernative (dal «Six-Pack» al Fiscal Compact al Semestre Europeo), che hanno finito con l’esautorare drammaticamente i parlamenti nazionali e anche quello europeo. Lo vediamo con i nostri occhi in questi giorni: le finanziarie sono concepite dal governo, poi sono discusse e negoziate con la Commissione, e solo alla fine – una volta che la Commissione ci ha fatto le pulci e ha ottenuto gli emendamenti e gli adattamenti e i tagli che esige – il testo approda al Parlamento nazionale, che non ha più margini se non quello di dire sì, o di opporre un no inerte, senza conseguenze d’alcun tipo. Il commissariamento non ha bisogno di esser scritto nero su bianco, per essere operativo a tutti gli effetti. È il motivo per cui sono assai meno ottimista del senatore Chiti, che ha parlato in quest’aula del consolidarsi nell’Unione di un «sistema parlamentare euro-nazionale».

La soluzione è di mettere in piedi una struttura negoziale tra parlamenti nazionali e Parlamento europeo che consenta loro di influire in anticipo sulle scelte economiche dei singoli Stati e dell’Unione, togliendo a esse il carattere di ineluttabilità, oltre che di estraneità alle istituzioni e alle abitudini democratiche.

Per raggiungere quest’obiettivo, bisogna modificare radicalmente il ruolo europeo dei Parlamenti nazionali, così come iscritto nei Trattati dell’Unione. Ruolo oggi esclusivamente negativo: i Parlamenti possono solo bloccare le iniziative legislative della Commissione, nel caso esse violino il principio della sussidiarietà.

A questo potere negativo dei Parlamenti nazionali bisogna aggiungerne due che siano positivi:

  • potere sul bilancio dell’Unione (e quindi anche, oggi, sul Piano di investimenti promesso dal Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker). Intendo il potere di far sentire il proprio peso e la propria volontà, avviando discussioni congiunte e regolari fra parlamenti nazionali e Parlamento europeo prima che gli atti di governo abbiano luogo. Mi riferisco, tra l’altro, all’opportunità di una collaborazione tra Parlamenti nazionali e Parlamento europeo in vista della revisione intermedia del bilancio europeo del 2016 (mid-term review).
  • potere di riformare i trattati europei, quando essi dimostrano di essere – come lo sono – inefficaci e profondamente lesivi della democrazia parlamentare.

Il secondo punto è strettamente connesso al primo: anch’esso implica un linguaggio di verità, e soprattutto di non smemoratezza. Il 25 giugno 2013, il Parlamento italiano ha adottato una risoluzione solenne, proprio sulla modifica del Trattato di Lisbona. Una risoluzione che accennava alla possibilità di una seconda Convenzione. Camera dei Deputati e Senato accolsero la proposta del Movimento europeo in Italia di promuovere la convocazione di Assise interparlamentari sul futuro dell’Europa, entro la primavera del 2014, e si assunsero l’impegno di favorire la realizzazione di «una grande conferenza dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo – con ampie delegazioni e la presenza dei leader di maggioranza e di opposizione, capaci di interpretare e rappresentare la volontà dei rispettivi popoli – attraverso le quali perseguire l’obiettivo di una più compiuta integrazione europea (unione bancaria, economica, di bilancio e politica) e di una nuova politica economica volta a promuovere la crescita e sconfiggere la recessione»: questo, per preparare al contempo la campagna delle elezioni europee e una riforma dell’Unione in chiave federale.

Scopo prioritario delle assise doveva essere una più compiuta integrazione europea, per lottare contro il marasma in cui viviamo da sei anni. Il culmine sarebbe stato il semestre di presidenza italiana, che doveva divenire addirittura un “semestre costituente”, e darsi “istituzioni europee più democratiche, trasparenti, efficaci, (…), il cui operato risulti pienamente comprensibile ai cittadini”.

Mi chiedo dove siano andate a finire tutte queste parole, e se questo oblio di sé non sia il più grande peccato di omissione della presidenza italiana. E non solo della presidenza italiana, ma anche dei due parlamenti: quello italiano e quello europeo.


Considerazioni sul semestre italiano

(Parte dell’intervento di Barbara Spinelli, non pronunciata al Senato, sulla presidenza Renzi)

Siamo giunti quasi alla fine del semestre italiano, e mi chiedo quali risultati abbiamo raggiunto.

Tutto dipende dalle ambizioni di partenza, dall’idea che ci si faceva e ci si fa dell’ormai lunga crisi europea.

Se l’ambizione era di farsi un po’ di spazio, di dire «ci siamo anche noi», il risultato è solo in apparenza positivo, anche se qualche effimero margine è stato conquistato. Il governo italiano potrà rinviare al 2017 il pareggio di bilancio, e anche se toccherà rivedere la finanziaria ha ottenuto qualche flessibilità. Siamo anche stati lodati dal Premier Cameron, all’ultimo Consiglio europeo: «Credo che abbia detto bene il Premier italiano quando ha affermato che il ricalcolo (dei contributi versati dagli Stati all’Unione) è un’arma letale». Renzi ha poi assicurato di non aver usato l’espressione “arma letale”, ma nella sostanza Londra e Roma sembrano avere un comune nemico: la troppo dispendiosa burocrazia di Bruxelles, e implicitamente l’insieme delle istituzioni europee.

Ma se l’ambizione è di guarire l’Europa, di riconquistare la fiducia dei cittadini nelle sue istituzioni, le cosiddette conquiste italiane – tanto più se strappate con la complicità britannica –  sono non solo false consolazioni neonazionaliste, ma vere armi di distrazione di massa.

Distrazione da una crisi che è tuttora una tempesta perfetta, visto che in essa si congiungono una recessione ormai pluriennale, un disastro climatico, un accanito attaccamento a vecchi modelli di crescita industriale.

Distrazione da quel che l’Europa potrebbe fare, se si desse le risorse e le istituzioni per dar vita a una crescita alternativa, basata su ricerca, energie rinnovabili, produzioni diverse dal passato. Il Piano Juncker, vedremo quel che produrrà. Per ora è ambiguo e vago. Non si sa come si finanzierà, visto che a garanzia degli investimenti privati ci si propone di usare i Fondi strutturali e la BEI, che vivono di contributi nazionali. Gli stessi contributi che sono oggi rimessi in questione, e che i paesi più indebitati non potranno versare.

Ma distrazione, soprattutto, da risoluzioni precise che questo Parlamento aveva solennemente preso il 27 giugno 2013. Qui i passi indietro sono enormi. Ancora pochi anni fa si parlava di una seconda Convenzione, che modificasse il Trattato di Lisbona. (…) Di quei propositi, si è perduto oggi perfino il ricordo.

New Deal 4 Europe, un’alternativa al Piano Juncker

Lettera di Barbara Spinelli agli europarlamentari

Versione italiana
English version

 

Cari colleghi,

come sapete, l’Iniziativa di cittadinanza New Deal 4 Europe sta raccogliendo le firme necessarie per chiedere alla Commissione europea un piano straordinario per lo sviluppo sostenibile e l’occupazione, capace di rilanciare l’economia europea, creare nuovi posti di lavoro e agire per un’Europa della solidarietà sociale, dello sviluppo sostenibile, della democrazia partecipativa.

Gli obiettivi indicati dalla campagna sono riassumibili nell’attuazione di un programma straordinario di investimenti dell’UE per la produzione e il finanziamento di beni pubblici europei (energie rinnovabili, ricerca, innovazione, reti infrastrutturali, agricoltura ecologica, protezione dell’ambiente e del patrimonio culturale ecc.); nella costituzione di un Fondo europeo straordinario di solidarietà per creare nuovi posti di lavoro, soprattutto per i giovani; nell’incremento delle risorse proprie del bilancio europeo tramite una tassa sulle transazioni finanziarie e una carbon tax.

Al fine di sostenere questa importante iniziativa di cittadinanza, che tanti tra noi si sono impegnati ad appoggiare nel corso della campagna elettorale, vi propongo di costituire una rete informale di parlamentari, ovvero un networking group New Deal 4 Europe.

Si tratta di dare inizio a una battaglia parlamentare che porti a modificare il piano di investimenti infrastrutturali presentato da Jean-Claude Juncker, chiedendo che venga basato su un aumento consistente delle “risorse proprie”, anziché su ciò che resta dei “fondi strutturali” o sui finanziamenti della BEI. Il piano di Juncker è infatti del tutto insufficiente dal punto di vista quantitativo, e sul piano qualitativo elude quello che dovrebbe essere il compito prioritario, indicato da New Deal 4 Europe nell’introduzione della doppia tassa sulle transazioni finanziarie e sull’emissione di CO2: avviare uno sviluppo diverso da quello che abbiamo fin qui conosciuto, e che ci ha portato all’attuale crisi recessiva, oltre che alla crisi sempre più acuta dell’equilibrio climatico Se realizzato, il New Deal consentirà di riconquistare il consenso di molti cittadini verso il progetto europeo.

Al tempo stesso, si tratta di mobilitarci per rilanciare la campagna nei media, in considerazione del fatto che le firme raggiunte sono ancora molto lontane dall’obiettivo necessario, benché si siano registrate importanti adesioni nel mondo della cultura, della politica e dell’associazionismo.

La rete informale New Deal 4 Europe dovrebbe dunque assumersi il compito di impostare e coordinare un’azione concreta a sostegno della campagna di raccolta delle adesioni, attivando iniziative di sensibilizzazione tali da imporre l’Ice nell’agenda mediatica europea.

Ci restano 160 giorni per raggiungere l’obiettivo di un milione di firme per New Deal 4 Europe.

Vi ringrazio,

Barbara Spinelli

 

Sito dell’Iniziativa New Deal 4 Europe: www.newdeal4europe.eu

Manifesto per un Piano europeo straordinario per lo sviluppo sostenibile e per l’occupazione

Per firmare il Manifesto


Dear colleagues,

As you are certainly aware, the “New Deal 4 Europe” Citizens’ Initiative is collecting the signatures required to ask the European Commission for an extraordinary plan for sustainable development and employment that may be able to relaunch the European economy, create new jobs and work towards a Europe based on social solidarity, sustainable development and participatory democracy.

The goals indicated by the campaign may be summed up in the enactment of an extraordinary programme of EU investments for the production and the financing of European public goods (renewable energy sources, research, innovation, infrastructural networks, environment-friendly agriculture, environmental protection and protection of cultural heritage, etc.); in the establishment of an extraordinary European solidarity fund to create new jobs, especially for young people; in an increase in the European budget’s own resources through a taxation of financial transactions and a carbon tax.

For the purpose of supporting this important Citizenship Initiative, which many of us have made an effort to back during the election campaign, I propose that we set up an informal network of MEPs, that is, a New Deal 4 Europe networking group.

It is a matter of initiating a parliamentary battle that may lead to a modification of the infrastructure investment plan presented by Jean-Claude Juncker, asking for it to be based on a substantial increase of EU`s “own resources”, rather than on what remains of the “structural funds” or on EIB funding. In fact, Mr. Juncker’s plan is entirely insufficient from a quantitative perspective and, at the qualitative level, it eludes what should be its priority task, indicated by New Deal 4 Europe as the introduction of a double tax on financial transactions and on CO2 emissions:the purpose beingto embark upon a different kind of development from that which we have seen so far – and which has brought us to the current recession-related crisis -and to tackle simultaneously an increasingly serious crisis in the global climate balance. If achieved, the New Deal will make it possible to win back many citizens’ support for the European project.

At this point a mobilisation is necessary, in order to revive this campaign in the media, considering that the signatures that have been collected so far are still a long distance away from the target that is required, in spite of important backing recorded from the milieux of culture, politics and associations.

Hence, the New Deal 4 Europe informal network should take on the task of framing and coordinating a concrete action to support the campaign to collect signatures, undertaking awareness-raising initiatives capable of imposing coverage of the ND4E European Citizens’ Initiativeupon the European media’s agenda.

We have 160 days left to achieve the goal of collecting one million signatures for the New Deal for Europe.

Thank you,

Barbara Spinelli

 

New Deal 4 Europe website: www.newdeal4europe.eu

Manifesto For a European Plan for Sustainable Development and Employment

Sign the Manifesto

Con Alexis Tsipras, oltre la rabbia, oltre la paura

Testo del discorso tenuto alla manifestazione de L’Altra Europa con Tsipras in piazza Maggiore a Bologna, il 21 maggio 2014

Gra­zie Ale­xis Tsi­pras, per esser oggi con noi: a Torino, a Milano, ora qui a Bolo­gna, a pochi giorni dalle ele­zioni. La tua pre­senza ci dà forza. Anche la vit­to­ria del tuo par­tito alle muni­ci­pali ci dà forza: un’altra sto­ria è pos­si­bile, fino a ieri rite­nuta impos­si­bile.

Ti abbiamo visto in tele­vi­sione, pochi giorni fa. Tra tutti i can­di­dati eri senza dub­bio il migliore: l’unico che ha aperto una nuova pro­spet­tiva, l’unico che ha par­lato di cose spi­nose, euro­pee e anche ita­liane: delle deva­sta­zioni pro­dotte dall’ auste­rità, dei patti esi­stenti in Ita­lia fra Stato e mafia, dello svuo­ta­mento sem­pre più evi­dente della demo­cra­zia e delle costi­tu­zioni, qui da noi e in molti paesi d’Europa.

Ho spe­cial­mente apprez­zato il tuo accenno, in una rispo­sta al can­di­dato del Par­tito popo­lare Junc­ker, al ver­tice di Can­nes del 2 novem­bre 2011. Hai con­fer­mato i tanti pic­coli colpi di Stato — i tanti micro-infarti cere­brali della demo­cra­zia – che hanno avuto luogo nell’Unione da quando c’è la crisi. In quel ver­tice sono state decise, nel chiuso d’una ristretta oli­gar­chia euro­pea, i limiti che dove­vano esser messi alla demo­cra­zia e alla sovra­nità popo­lare in due paesi dell’Unione: Gre­cia e Ita­lia. In Gre­cia fu affos­sato un refe­ren­dum sull’austerità. In ambe­due i paesi si decise che non sareb­bero stati tol­le­rati governi rego­lar­mente eletti. Pochi giorni dopo — l’11 e il 16 novem­bre – cade­vano il governo greco e quello italiano.

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Manifesto per un Piano europeo straordinario per lo sviluppo sostenibile e per l’occupazione

Versione italiana
English version

Sono trascorsi sei anni, ma la grave crisi che l’Europa sta attraversando non è superata. L’Euro, pilastro del mercato unico, non è ancora al sicuro. Il rischio di una rinazionalizzazione delle politiche economiche, disastrosa per l’economia e per il welfare di ciascuno dei Paesi dell’Unione, nessuno escluso, è un rischio grave e reale.

Il rigore di bilancio su cui hanno puntato i governi, pur necessario per affrontare la crisi del debito, anche per l’eccessiva compressione dei tempi di attuazione ha avuto l’effetto di aggravare la spirale depressiva, compromettendo lo stesso obiettivo del risanamento. Occorre pensare in termini nuovi. Accanto al completamento del mercato unico, specie nel comparto fondamentale dei servizi, si deve ormai con urgenza porre mano ad un Piano straordinario che faccia ripartire lo sviluppo. Uno sviluppo sostenibile, fondato sulla realizzazione di infrastrutture europee, sulle nuove tecnologie, sulle nuove fonti di energia, sulla tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale, sulla ricerca di punta, sull’istruzione avanzata e sulla formazione professionale.

Un tale Piano deve innanzitutto promuovere l’occupazione con un volume di risorse destinate ad investimenti in beni pubblici europei tale da generare alcuni milioni di posti di lavoro, in particolare in quei Paesi nei quali l’emergenza sociale della disoccupazione di massa ha raggiunto livelli allarmanti, tali da mettere a rischio le stesse democrazie.

Queste risorse finanziarie aggiuntive si possono ottenere mobilitando risorse proprie dell’Unione (quali ad esempio una tassa europea sulle transazioni finanziarie e una tassa sulle emissioni di carbonio), capitali privati (con Project bonds europei) e risorse messe a disposizione dalla Banca Europea per gli Investimenti.

La cooperazione intergovernativa si è rivelata del tutto insufficiente. Il Parlamento europeo si sta muovendo, anche in vista delle elezioni del 2014. Ma per dare una spinta decisiva a un processo troppo lento occorre che si levi finalmente una voce dai cittadini europei.

Di qui l’importanza della proposta, avanzata da un ampio schieramento di forze, dai movimenti federalisti ed europeisti, dai sindacati e da numerose associazioni della società civile di una Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), sulla base del Trattato di Lisbona (art. 11) per un Piano europeo straordinario per lo sviluppo sostenibile e per l’occupazione (www.newdeal4europe.eu). Questa proposta merita di essere sostenuta con forza.

L’integrazione europea è stato il grande contributo di civiltà che l’Europa ha offerto al mondo, dopo che per sua responsabilità per due volte esso si era lacerato con due sanguinose guerre mondali. Il processo di unione ha assicurato all’Europa la pace per oltre 60 anni e il raggiungimento di un benessere senza precedenti nella storia. Ha costituito un modello per l’intero pianeta.

Ora tutto questo è a rischio. I cittadini imputano la responsabilità della crisi all’Europa che è percepita come un ostacolo, come una fonte di disuguaglianza tra i cittadini e tra gli Stati, non più come una speranza per il nostro futuro. Il ritorno del nazionalismo può essere contrastato solo se i cittadini pretenderanno che l’Europa dimostri di saper rispondere ai loro bisogni. E’ dunque venuto il tempo di aprire le vie ad una presenza attiva dei cittadini europei nel mondo di oggi e di domani.

Per firmare il manifesto

Primi firmatari:

Michel Aglietta, Michel Albert, Enrique Barón Crespo, Ulrich Beck, Josep Borrell, José Bové, Roger Casale, Jean-Marie Cavada, Mauro Ceruti, Don Luigi Ciotti, Daniel Cohn Bendit, Roberta De Monticelli, Matilde Fernández, Monica Frassoni, Emilio Gabaglio, Sylvie Goulard, Olivier Giscard d’Estaing, Ramón Jáuregui, Ska Keller, Alain Lamassoure, Pascal Lamy, Jo Leinen, Henry Malosse, Norbert Mappes-Niediek, Robert Menasse, Gerhard Mensch, Yves Mény, Cristina Narbona, Claus Offe, Paul Oriol, Moni Ovadia, John Palmer, Romano Prodi, Javier Rojo, Pedro Sanchez, Gesine Schwan, Salvatore Settis, Dusan Sidjanski, Barbara Spinelli, Alexis Tsipras, Tzvetan Todorov, Guy Verhofstadt, Carlos Westendorp.

Manifesto For a European Plan for Sustainable Development and Employment

Six years have passed, but the severe crisis that Europe is experiencing is not yet overcome. The euro, a pillar of the single market, is not yet in a safe condition. The risk of economic policies being re-nationalized, a disastrous event for the economy and welfare of every country of the Union, no one excluded, is serious and real.

The emphasis of governments on budgetary rigour, albeit necessary to face the debt crisis, has aggravated the depressive spiral, due also to time compression of the achievement plan, jeopardising the healing of the financial system. It is necessary to think in new ways. In a serious and continuing recession phase, along with the completion of the single market, particularly in the essential field of services, and with the most indebted countries committed to put in place policies aimed to redress their national budgets, we must consider a special plan for relaunching development. A sustainable development based on the realization of European infrastructures, on new technologies, on new energy sources, on the protection of the environment and cultural heritage, on cutting-edge research, on advanced education and professional training.

Such a plan must in the first place promote employment through such an amount of resources earmarked to investments in European public goods as necessary to generate a few million jobs, in particular in those countries where the social emergency of mass unemployment has reached alarming levels, up to the point of putting at risk their own democracies.
These additional financial resources can be found by providing for new Union’s own resources (for example a European tax on financial transactions and a tax on carbon emissions), private capitals (with Euro project bonds) and resources made available by the European Investment Bank.

The inter-governmental cooperation has proved to be utterly inadequate. The European Parliament is taking some action, also in view of the 2014 elections. But in order to impart a decisive thrust to a too slow process, it is necessary that a voice rises up at last from the European citizens.

Hence the importance of the proposal put forward by a large line-up of forces, from the federalist and pro-European movements to trade-unions and to many civil society associations, of the European Citizens’ Initiative (ECI), as provided by the Lisbon Treaty (Art. 11), For a Special European Plan for Sustainable Development and Employment (www.newdeal4europe.eu). This proposal deserves to be strongly supported.

The European integration has been the great contribution to civilization that Europe has offered to the world, after it was torn apart twice for its fault in two bloody World Wars. Its unification process has ensured peace in Europe for more than 60 years now, and a wealth without precedents in history. It has also been a model for the entire planet.

Now all this is at risk. Europe is perceived by its citizens as the primary source of the difficulties created by the crisis, and more specifically as a source of inequality between citizens and countries, no longer as a hope for our future. The comeback of nationalism can be tackled only if the European citizens will demand that Europe proves to be capable of answering to their needs.

The time has come to open the road to an active presence of the European citizens in today’s and tomorrow’s world.

Sign the manifesto

First signatories:
Michel Aglietta, Michel Albert, Enrique Barón Crespo, Ulrich Beck, Josep Borrell, José Bové, Roger Casale, Jean-Marie Cavada, Mauro Ceruti, Don Luigi Ciotti, Daniel Cohn Bendit, Roberta De Monticelli, Matilde Fernández, Monica Frassoni, Emilio Gabaglio, Sylvie Goulard, Olivier Giscard d’Estaing, Ramón Jáuregui, Ska Keller, Alain Lamassoure, Pascal Lamy, Jo Leinen, Henry Malosse, Norbert Mappes-Niediek, Robert Menasse, Gerhard Mensch, Yves Mény, Cristina Narbona, Claus Offe, Paul Oriol, Moni Ovadia, John Palmer, Romano Prodi, Javier Rojo, Pedro Sanchez, Gesine Schwan, Salvatore Settis, Dusan Sidjanski, Barbara Spinelli, Alexis Tsipras, Tzvetan Todorov, Guy Verhofstadt, Carlos Westendorp.

Con Tsipras contro l’Europa dell’austerità

Intervista di Argiris Panagopoulos, da www.avgi.gr, 22 dicembre 2013

L’Europa dà l’impressione negli ultimi anni e soprattutto dopo l’inizio della crisi di essersi allontanata dai suoi cittadini.
Si è molto allontanata fino a quasi spezzare la corda tra le istituzioni europee e la cittadinanza. Ci sono due responsabili: le Istituzioni europee e gli Stati membri.
Se le Istituzioni europee hanno la responsabilità di non pensare alla crisi in maniera solidale, la responsabilità maggiore spetta agli Stati membri perché nel Trattato di Lisbona e nell’Unione, così com’è oggi, il potere degli Stati nazionali è preponderante. Perché ora gli stati contano di più, in particolare per il meccanismo del voto all’unanimità. E il più forte vince sul più debole, perché può mettere un veto contro i paesi più piccoli.

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