Draghi, operazione “reconquista”

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 2 giugno 2021

Come documentato nell’ultimo libro di Marco Travaglio – I Segreti del Conticidio – l’avvento di Draghi era programmato o comunque desiderato da molto tempo, con un’accelerazione massima subito dopo il successo europeo ottenuto dal suo predecessore (il Recovery Plan).

Conosciamo gli autori del cambio di guardia: la maggioranza di Confindustria, i padroni dei principali giornali, i potentati economici con profilo di multinazionali, Matteo Renzi esecutore finale. Intuiamo anche il motivo del cambio: la gestione/distribuzione del suddetto Recovery Plan, detto anche Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). In questi giorni stiamo conoscendo i primi frutti dell’operazione.

Operazione che potremmo chiamare Reconquista, in ricordo della lunghissima guerra di religione che portò all’estromissione della civiltà musulmana in Spagna. La Reconquista, oggi, punta a scalzare uno dopo l’altro gli ostacoli che nell’ultimo decennio hanno insidiato i dogmi neoliberisti: ostacoli sommariamente bollati come populisti. Decisiva fu l’offensiva contro la sinistra greca che andò al potere nel 2015. Altrettanto decisivo il Brexit, che ha provvidenzialmente neutralizzato non solo le uscite dall’Unione ma anche le critiche radicali delle sue regole (torna senza più complessi il motto “Ce lo chiede l’Europa”). Infine il Covid esploso in Europa nel 2020, ultimo ostacolo frapposto alla Reconquista. Non mancarono le promesse di una normalità diversa, non più fondata sulla disuguaglianza sociale e la rovina ambientale. Lo prometteva il governo Conte-2 ed è stato estromesso, con la scusa che “tutta” la classe politica aveva fallito. Le critiche all’Unione europea e ai suoi parametri di austerità ridiventano sospette.

Le recenti scelte di Draghi e alcuni suoi gesti verbali sono tappe evidenti della Reconquista. In economia: la liberalizzazione dei subappalti, solo in parte frenata dai sindacati, con la scusa che è l’Europa a chiederci di semplificare e velocizzare i progetti del Recovery Plan; la fine del blocco dei licenziamenti introdotto durante il Covid, ancora una volta perché lo chiede Bruxelles e prima di aver creato gli ammortizzatori sociali che in altri Paesi Ue attutiscono l’urto dei licenziamenti; l’accentramento delle decisioni sul Pnrr nella figura del presidente del Consiglio e in centinaia di tecnici che erano intollerabili quando li propose Conte; la degradazione dei ministri tecnici a braccidestri di Palazzo Chigi. In politica estera: professione di fedeltà atlantica sin dal discorso inaugurale in Parlamento. Nella giustizia: le nuove regole sulla prescrizione forse non si toccano ma nella proposta Cartabia è il Parlamento e non il potere giudiziario a decidere le priorità delle azioni penali.

E ancora, sulla migrazione: fallito tentativo di ottenere più solidarietà in Europa, seguito da dichiarazioni sibilline: “Continueremo ad affrontare il problema da soli”. Anche il governo Letta operò in solitudine, dopo il naufragio del 2013 a Lampedusa (368 morti, 20 dispersi), dando vita all’operazione Mare Nostrum, poi abbandonata nel 2014. Nulla di simile oggi.

Tra i gesti verbali potremmo citare la risposta a Enrico Letta sulla proposta di tassare le successioni oltre i 5 milioni di euro per lasciare un’eredità ai giovani. “Non ne abbiamo mai parlato. Non è il momento di prendere i soldi dei cittadini ma di darli”. Non si chiamava Next Generation? Vorrebbe forse essere sprezzatura e somiglia piuttosto a disprezzo.

A ciò si aggiunga, sempre nel Recovery, l’aumento dei fondi per la telemedicina a scapito degli investimenti nella sanità territoriale (gli anziani faticano a telecurarsi, ma non importa). Diminuiscono inoltre rispetto alle bozze di Conte gli investimenti – già considerati esigui dagli scienziati – nella ricerca, soprattutto quella fondamentale (nonostante la sua centralità nello studio di future zoonosi e pandemie).

Draghi segue molte scelte di Conte, senza mai riconoscerne i meriti, ma le discontinuità sono oggi evidenti. Discontinuità mai spiegate nelle nomine o sostituzioni, oltre che nell’economia. Ma più in generale: ripristino di quella che negli anni Ottanta e Novanta si chiamava “disintermediazione”. Mutuata dal linguaggio finanziario, la disintermediazione marginalizza ogni sorta di intermediario/mediatore (sindacati, partiti, giornalisti, parlamenti, magistrati) sistematicamente incriminati di allentare, ostacolare, normare le forze di mercato. L’ultimo nemico da maledire: la burocrazia.

Oltre all’offensiva indistinta contro burocrati e partiti, assistiamo infine a una progressiva, sotterranea squalifica dei maggiori scienziati che ci sono stati accanto nella pandemia, da Andrea Crisanti a Massimo Galli. Il “rischio ragionato” al momento si dimostra vincente, per fortuna. Ma le riaperture non sono irreversibili come afferma Sileri: in Gran Bretagna già si parla di terza ondata e di nuove restrizioni. Il rischio è preferito al principio di precauzione: anche questo fa parte della Reconquista.

La disintermediazione è una macchina di accentramento dei poteri nelle mani del premier e di quelle che Zagrebelsky chiama cerchie ristrette del potere. Contestualmente sono sempre più invise le elezioni: evitarle è cosa buona e giusta. Quando danno risultati sconvenienti subito ci si rincuora dicendo che in ogni caso opera il “pilota automatico”. Subito dopo le elezioni del febbraio 2013 e il primo grande successo del M5S, Draghi presidente dalla Banca centrale europea disse in conferenza stampa: “I mercati sono stati meno impressionati (dall’esito del voto) dei politici e di voi giornalisti. Penso che capiscano che viviamo in democrazie (…) Dovete considerare che gran parte delle misure italiane di consolidamento dei conti continueranno a procedere con il pilota automatico”. Già allora i giornalisti andarono in estasi, specie quando venivano scherniti per la loro “impressionabilità” (anche qui: fu sprezzatura o disprezzo?).

Con Draghi, il mercato si libera di parecchi controlli – declassati a burocratici. Il desiderio è di chiudere la parentesi della pandemia e restaurare quel che c’era prima. Offerta e domanda devono potersi di nuovo incontrare direttamente, senza intermediari. Fino alla prossima crisi, finanziaria o sanitaria o democratica che sia. O al prossimo crollo di un ponte o una funivia. Si chiama rischio, non disastro. Vince l’osannata resilienza/sopportazione, che sta soppiantando – simile alle varianti virali – le più promettenti nozioni di resistenza e normalità alternativa.

© 2021 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Va sottolineato ancor di più: è criminoso perdere tempo adesso

di Barbara Spinelli

Una versione più breve di questo testo è stata pubblicata su «Il Fatto Quotidiano» il 19 gennaio 2021

Senza mai nominare Renzi, Conte ha descritto dettagliatamente gli effetti della rottura voluta dal leader di Italia Viva: sgomento dei cittadini davanti a una crisi “senza alcun plausibile fondamento”, rischio per l’intera classe politica di “perdere contatto con la realtà”. Nel frattempo Renzi ha infittito ancor più la nebbia di cui son fatti i suoi discorsi: ripete che un accordo ci sarebbe se il governo prendesse i 37 miliardi del Mes, ben sapendo che in Parlamento non esiste una maggioranza pronta a chiederli. Il Mes è dunque una scusa condita con parole sconclusionate.

Conte ha evocato le “scelte di portata tragica” che il governo ha dovuto compiere per fronteggiare il Covid. A mio parere ha insistito troppo poco sulla tragedia pandemica. Perché se le vaccinazioni dovessero rallentare, c’è il rischio che il virus muti al punto di divenire resistente ai vaccini. Se questa è la prospettiva, e questi i pericoli, è criminoso perdere tempo con crisi che indeboliscono il prezioso ma fragile patto anti-Covid fra cittadini e governo.

Twilight zone. Revival Berlusconi

di mercoledì, luglio 15, 2020 0 , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 15 luglio 2020

“Berlusconi al governo non è più un tabù”. Il primo ad annunciarlo è stato Prodi, già rivale del Cavaliere, ma a pensarlo e dirlo sono in tanti: nel Partito democratico, nella pattuglia renziana, e perfino nella sinistra di Liberi e Uguali. Per esempio Guglielmo Epifani, ex segretario generale della Cgil: anche lui ritiene “utile e interessante discutere sulla ‘praticabilità’ di un eventuale ingresso di Berlusconi in maggioranza”. Anche lui, probabilmente, ritiene che la vecchiaia porti saggezza. E che Berlusconi sia divenuto, a ben vedere, assai “interessante”.

Strana saggezza, quella che rompe tabù con tanta disinibizione. In genere la saggezza tende a conservarli, ma le eccezioni non mancano. I tabù cadono per stanchezza, o noia, o smemoratezza, o perché c’è chi coltiva lo spirito blasé e ne ha viste tante. Il passato diventa una sorta di nebbia spugnosa, come quella intravista dal vecchietto che d’un tratto appare in Amarcord e osservando i semi piumosi sparpagliati nell’aria dai pioppi – le “manine” annunciatrici della primavera – balbetta tutto scombussolato ma forse contento: “Vagano…gironzano…gironzo-la-no…”.

Come percepire in questa caligine indistinta la solida roccia di un tabù?

Quando cade un tabù c’è sempre da temere: sta per aprirsi l’era della Twilight Zone, quella “zona intermedia fra luce e ombra, fra scienza e superstizione, fra il pozzo delle paure umane e la cima della conoscenza”. Difficile difendersi e mantenere la testa a posto, quando irrompe la Quinta Dimensione e cammin facendo hai perso i tuoi tabù e ogni cosa che prima ti pareva indigesta la riscopri, nel crepuscolo, “interessante”. Soprattutto quando ad accogliere gli Interessanti ci sono politici – come Epifani – che stando all’intervista del «Foglio» parlano “con la loro solita voce garbata e lenta”. Slavoj Žižek ci ricorda che in Cina, se si odia veramente qualcuno, lo si maledice così: “Che tu possa vivere in tempi interessanti!”.

Non mi soffermerò sul curriculum di Berlusconi, sui suoi fatti e misfatti. Non perché quel paesaggio sia annebbiato da manine ma perché li ha già elencati su questo giornale Marco Travaglio, con penna precisa. Quel che si vorrebbe capire è l’origine di questa frana simultanea di memorie e salutari tabù. Tra le cause non va sottovalutato il giudizio quasi unanimemente sprezzante che viene espresso, dai politici di ieri e dai giornalisti mainstream, su Giuseppe Conte o su Cinque Stelle. Stupefacente disprezzo, se esaminiamo dappresso i commenti ricorrenti. Conte innanzitutto: chi era costui? È uscito dal “nulla”, era un “nessuno” – il ritornello viene immancabilmente recitato a mo’ di premessa – ed ecco che governa mica male, è da parecchi mesi molto popolare, negozia con tenacia sia su Autostrade sia in Europa.

Cosa ben strana, perché chi l’avrebbe mai detto visto che era un avvocato proprio sconosciuto. È come quando dicono di un personaggio: “Si è molto sviluppato negli ultimi tempi!”. La sottintesa verità essendo: “È appena ora sceso dagli alberi dove mangiava noci di cocco o banane ed eccolo qui”. Analoghi stereotipi vengono affibbiati ai deputati Cinque Stelle: ignoranti, incompetenti, eccetera. Anche loro sono scesi da qualche pianeta delle scimmie, presumibilmente. Mentre tutti quelli che c’erano prima di loro: da quanto tempo sono bipedi dotati di pensiero concettuale!

Intanto si cantano le lodi del vecchio mondo perduto. Ricco di persone profondamente erudite, di accademici puntuti, di intelligenze smaliziate, comunque di navigati: tipo Giulio Andreotti o Craxi o Berlusconi. Renzi ha mancato quasi tutti gli esami di idoneità, si è perfino inventato un’inesistente poesia di Borges, ma aspetta fiducioso il proprio revival con annesso smacchiatore di tabù: presto sentiremo dire che anche lui ha l’aureola per il fatto che possiede, grazie ai suoi senatori, il potere più infido che è quello di nuocere.

Le verità è che tutti sono venuti più o meno dal nulla, vecchi e nuovi. Per tutti c’è stato un goffo primo giorno di scuola politica e poi tanti giorni di trasformismo. Non erano, gli Antichi, nati competenti e cervelloni. Apparentemente però nessuno dei Nuovi ha la loro intelligenza; nessuno è, come lo furono i più o meno Antichi, “interessante”. Siamo governati da un nugolo di primati appena scesi dagli alberi, dove dovrebbero tornare. Inoltre i Nuovi sono populisti, cioè cercano di ascoltare quel che dice il popolo e di tenerne conto: niente di più incompetente, sentenziano gli Antichi che del suffragio universale farebbero volentieri a meno. Oppure sono sovranisti più o meno confessi: un epiteto ingiurioso che non significa nulla, se l’anti-sovranista non spiega una buona volta quel che significhi, per lui, “sovranità”.

Nel salotto può tornare Berlusconi. Andreotti no perché non c’è ma è di continuo celebrato (ah i bei tempi della Prima Repubblica!). I loro rapporti con la mafia e il malaffare – certificati da inchieste e verdetti giudiziari – sono quisquilie coltivate da robivecchi. La mafia stessa non fa più quella grande impressione, specie in tempi di Covid. Due inchieste sul «Financial Times» (7 e 9 luglio) raccontano come la ’ndrangheta infiltri il nostro sistema sanitario e venda bond sui mercati, ma i giornali mainstream non dicono un granché, né si preoccupano di capire l’effetto che notizie simili potrebbero sortire alla vigilia del negoziato Ue sul Recovery Fund (l’effetto di un pizzino, si può supporre). Sono in ben altre faccende affaccendati, come il rassettamento del passato che finirà col concedere il revival magari anche alle mafie.

Benvenuti in tempi interessanti.

© 2020 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Elogio della contaminazione

di mercoledì, settembre 11, 2019 0 , , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 11 settembre 2019.

La neonata coalizione M5S-Pd giunge più che opportuna, perché sgrava l’Italia del pericolo autoritario rappresentato dal potere esorbitante di Salvini: un politico al tempo stesso imprevedibile, indifferente alla Costituzione e alle leggi internazionali, e tuttavia fortemente carismatico.

Ma discontinuità è parola vuota, se fin dall’inizio non viene chiarito cosa comporti precisamente per ambedue gli alleati, e non solo per uno di essi. In linea di principio dovrebbe facilitare una correzione di rotta rispetto alla difficoltà del governo precedente di attuare una politica sociale finalmente egualitaria; la riforma giudiziaria dell’ex ministro Bonafede; la lotta all’evasione e alle opere inutili; una politica migratoria e di sicurezza in linea con la Costituzione e la Carta europea dei diritti. Senza accordo in questi campi l’esperimento non potrà riuscire né durare.

Vale dunque la pena definire nel dettaglio le condizioni dell’accordo. In primo luogo, dovrebbe cambiare il modo monotono di raccontarlo: non si può insistere sullo “stato di necessità”, presupponendo che i due consociati restino quel che sono, essendosi solo fortunatamente addizionati per evitare che Salvini prendesse “tutti i poteri”. Considerate le storie sia del Pd sia del M5S, la loro cultura e i loro elettori (soprattutto quelli perduti), accanto alla Necessità c’è il regno della Libertà affidato a ciascuno di essi: libertà di capire perché le due forze sono collassate, e come la conoscenza dei fallimenti possa esser tesaurizzata per dar vita a nuove sperimentazioni. Questo per me vuol dire essere “elevati”.

Se tale è l’obiettivo, quel che occorre è una veduta lunga e una memoria non pudibonda. Il M5S ha perso alle europee 6 milioni di voti rispetto al 2018. Di questi, 3 milioni si sono astenuti; non ci sono travasi verso il Pd. Secondo l’Istituto Cattaneo, inoltre, la fuoriuscita di alcuni elettori dal M5S verso la Lega ha spostato gli equilibri elettorali interni al Movimento, rafforzando le componenti di chi si colloca a sinistra o che rifiuta tout court le categorie di destra e sinistra (lo slogan “né destra né sinistra” è il più delle volte una rivolta contro l’identificazione quasi trentennale della sinistra classica con la destra). Questi nuovi equilibri, osserva l’Istituto, potrebbero facilitare una convergenza con il Pd, allargando l’area di sovrapposizione elettorale fra i due partiti. L’emorragia dei Democratici ha una storia più lunga: dal 2008 il loro elettorato s’è dimezzato, e se alle europee il Pd ha contenuto le perdite, non ha attratto nuovi elettori. Stando all’Istituto Cattaneo non si registrano significative conquiste/riconquiste di elettori 5stelle, a parte rari collegi.

Entrambi i partiti sono puniti dall’elettore, e per l’uno come per l’altro si tratta di recuperare la fiducia dissipata, di riaprire strade che hanno chiuso o mai schiuso, di spiegare a se stessi e agli italiani come intendono mutare. Di comprendere la punizione, imparando a conoscere più a fondo se stessi. Nelle tragedie greche quando c’è punizione o precipiti, o esci dall’alto con una conversione/catarsi.

La catarsi è un rinnovamento del modo di agire, e vedere-ascoltare l’Altro: cosa possibile, visto che i due elettorati hanno molte cose in comune. Il M5S è nato con un rifiuto netto, detto anche “vaffa”. Ma vaffa a che? Alle rinunce, ai voltafaccia, alla vasta diserzione delle élite di sinistra cominciata negli anni ’90 quando nacque la Terza Via di Blair e di Schröder, dei socialisti francesi, spagnoli e greci. I parametri di Maastricht e l’austerità sono figli di un’involuzione costata cara alla socialdemocrazia europea.

Il rinnovamento è realizzabile se in questo processo di conoscenza i pensieri dei due associati – insieme a LeU – prendono la decisione di contaminarsi l’un l’altro. Non per farsi concorrenza o mascherarsi, ma per convincere gli elettori che i fallimenti hanno insegnato qualcosa. Frasi come quelle dette da Zingaretti dopo le europee (“Il Pd è l’unica alternativa a Salvini”) sono scriteriate.

Contaminazione non è intossicamento né perdita di immaginarie purezze. È ibridazione, assorbimento di temi, scoperta o riscoperta di temi diversi dai propri o magari abbandonati. Nel caso di formazioni che hanno elettori contigui e analogamente delusi è una via da esplorare. Così intesa, la contaminazione potrebbe iniziare su alcuni temi di cui tentiamo un elenco sommario, includendo anche idee che attraggono elettori verso la Lega.

EUROPA: è evidente che l’europeismo ha il fiato corto, e lo scetticismo ha le sue ragioni d’essere (non l’eurofobia). Nella passata legislatura europea non c’è stata resipiscenza, anche se l’imminente recessione potrà invalidare numerose rigidità. Alla Bce andrà Christine Lagarde, che promette cambiamenti ma come direttore generale del FMI ha fatto naufragio almeno due volte: prima in Grecia – con BCE e Commissione UE – poi in Argentina. Da Draghi non si sono sentite autocritiche sulla Grecia umiliata. Solo Juncker ha fatto un’autocritica (giugno 2018): erano parole al vento.

SOVRANISMO (E POPULISMO): sono contumelie banali, che omologano scorrettamente M5S e Lega. Andrebbero bandite comunque. Come spiega bene Carlo Galli nel libro intitolato Sovranità, la sovranità non solo è compatibile con democrazia, ma ne è il presupposto. I popoli hanno bisogno di sapere chi decide, rende conto, paga gli errori. Sovranità democratica e non assoluta è protezione fisica e promozione sociale della persona: ha prodotto il nazionalismo ma anche lo Stato sociale (il cosiddetto “compromesso socialdemocratico”). Ci può essere delega di sovranità – verso l’Unione – ma essa non deve essere in contraddizione con la giustizia e la pace ottenute tramite la sovranità dello stato. Ci sono poi sovranità extra-europee: dei mercati e delle leggi internazionali. La prima va rimessa al suo posto. La seconda va imperativamente rispettata ma nella consapevolezza che esistono aporie da dirimere. La stessa legge internazionale le riconosce. Il diritto a lasciare il proprio paese è garantito a tutti (Dichiarazione universale dei diritti umani, art 13) ma la Convenzione di Ginevra fissa le condizioni di accoglienza. Altra cosa il salvataggio in mare e i porti sicuri, incondizionati per legge.

MIGRAZIONE E STATO SOCIALE: le due cose vanno affrontate insieme. Quando il ministro Minniti disse che la migrazione aveva provocato una bomba sociale invertì proditoriamente la sequenza. È stata la bomba sociale della diseguaglianza e dell’impoverimento a riaccendere la xenofobia e la sensazione che l’arrivo di migranti (minimo in Europa, la maggioranza è in Africa e Asia) avrebbe disfatto la protezione sociale degli italiani. Il sociale deve esser definitivamente affrontato se si vogliono politiche migratorie aperte. Tra l’altro qui l’ibridazione è già fatta, e male. Sostanzialmente le politiche di Renzi-Gentiloni-Minniti hanno preparato quelle di Salvini. Il memorandum che codifica i respingimenti nei Lager libici e l’offensiva contro i salvataggi delle Ong sono opere di Minniti.

CORRUZIONE-PRESCRIZIONE-LEGGI BAVAGLIO: il M5S ha fatto importanti progressi in questo campo, che Salvini si riprometteva di frenare. Se il Pd introduce freni simili non c’è discontinuità.

DEMOCRAZIA DIRETTA: la piattaforma Rousseau è difettosa, ma la discussione sulla democrazia diretta è oggi ricorrente in Europa (l’Estonia è all’avanguardia). Continuare a demonizzarla nasce da un’ignoranza militante molto italiana. Nel Parlamento europeo se ne è discusso seriamente nell’ultima legislatura, considerandola un complemento innovativo alla malmessa democrazia rappresentativa, che però nessuno vuol sostituire.

RADICAMENTO NEI TERRITORI E OPERE PUBBLICHE: qui l’ibridazione può essere reciproca. Anche se indebolito, il radicamento locale del PD è tuttora vivo, e apprendibile da 5stelle. L’ambizione maggioritaria di Veltroni affossò il governo Prodi. Può affossare anche i 5stelle. Le due forze non possono costruire da soli governi nazionali e neanche locali. Sulle opere pubbliche, invece, è il Pd a dover considerare le rivolte che vengono dai territori (trivelle, Tav).

POLITICA ESTERA-RUSSIA-VENEZUELA-NATO: Il M5S, nel Parlamento europeo, è stato più aperto dei socialisti sulla Russia, e più critico delle soperchierie in Venezuela dei neocon Usa. Putin passerà, e la seconda guerra fredda con la Russia va fermata. Se Nato e Usa si oppongono, le litanie sulla fedeltà atlantica diventano nefaste.

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I mercati non possono stare al di sopra della Costituzione

di mercoledì, maggio 30, 2018 0 , , , , Permalink

Intervista di Stefano Feltri a Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 30 maggio 2018

Barbara Spinelli, il Quirinale ha bloccato la nomina di Paolo Savona al Tesoro per timore delle reazioni dei mercati, che sono crollati comunque. Quanto devono contare i mercati nelle decisioni della politica?

Sicuramente contano ma non devono essere in competizione con le elezioni. Nel ’98, l’ex governatore della Bundesbank Hans Tietmeyer disse che ormai le democrazie si fondano su due plebisciti egualmente legittimi: quello popolare e quello permanente dei mercati internazionali. È una visione nefasta. I mercati non possono esser messi sullo stesso piano dell’articolo 1 della Costituzione, secondo cui la sovranità appartiene al popolo.

Il commissario Ue Oettinger ha detto: “I mercati insegneranno agli italiani a non votare per i populisti alle prossime elezioni”. Le prossime elezioni saranno lo scontro finale tra sovranisti e anti-sovranisti?

Non esistono scontri finali nella storia. Lo scontro in questione è d’altronde basato su una fake news: l’uscita dall’euro non era nel programma M5S-Lega. Né in quello di Savona.

L’uscita dall’euro era però in una bozza del contratto di governo.

Lega e Cinque Stelle l’hanno poi ritirata. Il Quirinale lo ha ignorato: mi sembra tra l’altro che abbia opposto il suo veto non al programma, ma a Savona. Detto questo, non ritengo di per sé uno scandalo che si possa parlare di uscita dall’euro. Da anni scenari simili sono allo studio, viste le grandi e irrisolte difficoltà dell’eurozona: sono contemplati, sia pur segretamente, non solo da Savona ma dalla Banca d’Italia, dalla Banca centrale, da massimi economisti tedeschi.

Come viene vista la situazione a Bruxelles: pericolo scampato o grande incertezza?

L’establishment comunitario ha pesato su Mattarella, con pressioni di vario genere. La preoccupazione resta, anche se l’Italia è oggi commissariata più esplicitamente ancora che negli ultimi anni: oggi tramite Cottarelli e Fmi, domani forse tramite Draghi. Ma le elezioni non sono abolite. Inoltre resta un grande “non-detto” nell’establishment europeo.

Cioè?

Cosa significa uscire dall’euro: implica anche uscire dall’Ue? Il non-detto può trasformarsi in pressioni aggiuntive. Personalmente non credo che le due cose si equivalgano. I pareri legali sono divisi su questo.

Tra gli elettori crescerà la voglia di cambiamento o prevarrà il timore dell’incertezza?

Le forti pressioni su Tsipras non impedirono ai greci, nel 2015, di votare contro il memorandum della Troika. La paura può produrre spinte alla ribellione. Anche in Germania l’euro-scetticismo è aumentato: si continua a parlare di un’eurozona ristretta. Trovo molto grave che ci sia stato un veto a Savona per le sue critiche all’unione monetaria: significa non riconoscere le conseguenze gravissime delle disfunzioni dell’eurozona, già segnalate agli esordi da Paolo Baffi. Le disuguaglianze sociali e geografiche che ha prodotto generano il rigetto presente. L’architettura e i parametri dell’eurozona vanno dunque cambiati. E i cambiamenti vanno negoziati in maniera efficace. Savona era il più adatto a questo compito. Non l’hanno voluto per questo.

Perché chi considera l’euro e l’Ue intoccabili non riesce ad argomentare le proprie posizioni con la stessa efficacia dei critici?

Le posizioni dei difensori dell’euro sono spesso ideologiche, del tutto allergiche alla dialettica. Le tesi si rafforzano attraverso il confronto con le obiezioni. Se Savona dice che lo statuto della Bce deve considerare prioritari non solo la stabilità dei prezzi ma anche l’occupazione e l’aumento della domanda, perché viene considerato eretico? Si parla di eresia quando c’è un’ortodossia religiosa. Il caso greco avrebbe dovuto far capire che esiste ormai una tragica sconnessione tra le sovranità popolari e la delega a poteri europei neoliberisti.

Il tema della sovranità popolare è però lasciato dai liberal a personaggi come Steve Bannon, che è a Roma in questi giorni.

Sono d’accordo. Ma chi ha consegnato il tema della sovranità popolare alle destre estreme? Le forze di sinistra classiche. Mattarella ha messo il veto sulla scelta di Savona, ma non aveva niente da dire sul capitolo migranti del programma? O su quello della sicurezza interna?

Qual è stato l’errore della sinistra?

Da decenni, la sinistra ha smesso di occuparsi dei diritti sociali ed economici concentrandosi su quelli civili. Questi ultimi sono indispensabili, ma se si rinuncia a quelli sociali ed economici finiremo col perdere anche quelli civili. Come si vede in Polonia, dove il governo approva misure di Welfare ma smantella diritti civili. Se la sinistra rinuncia, saranno le estreme destre a presidiare la questione sociale.

L’idea di un “fronte repubblicano” guidato da Gentiloni a difesa di istituzioni e Ue è incoraggiante?

No comment sulla sinistra di Gentiloni o Renzi. Su alcune politiche – penso a quelle di Minniti sui rimpatri in Libia– non vedo differenze dal programma della Lega. Gentiloni si è congedato dicendo: ‘La stanza dei bottoni non me l’hanno mai mostrata’. Quindi chi comandava? Non andare fuori strada significa lasciare che nella stanza dei bottoni comandi il ‘plebiscito permanente dei mercati’? E cosa significa l’articolo 11 della Costituzione, quando si delegano sovranità a ordinamenti internazionali il cui scopo non è più ‘la pace e la giustizia fra le Nazioni’?

© 2018 Il Fatto Quotidiano