Comitati d’affari e lobby sono contro il premier

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 11 dicembre 2020

Classificando i capi di governo che nel 2021 saranno più influenti, il giornale Politico mette Giuseppe Conte in cima ai politici più “attivi” (“The Doers”), accanto alla figura dominante che resta Angela Merkel. Fa una certa impressione se ripercorriamo con la mente gli ultimi dibattiti in parlamento, e le parole di disprezzo pronunciate non tanto da Salvini o Meloni quanto da rappresentanti della maggioranza come Matteo Renzi, che hanno giurato a sé stessi di affossare il premier a ogni costo: proprio nel mezzo della seconda ondata Covid, alla vigilia della terza ondata che ci aspetta, con più di 60.000 morti alle spalle. Un piccolo uomo, Renzi, che coltiva l’unica arte in cui eccelle: l’egolatria e l’invidia.

La classifica fa impressione, ma non stupisce: durante la fase più buia del confinamento, Conte è diventato molto popolare fra gli italiani. Adesso che siamo in piena seconda ondata la sua popolarità scende, ma quella delle sue politiche di contenimento e restrizioni (la sua figura di Doer) non scende affatto.

Simile consenso manda in bestia chi congiura contro di lui, nella maggioranza. Indispone non solo Renzi, ma buona parte del Pd e quasi tutti i giornali mainstream. Questo e non altro è stupefacente nella classifica di Politico: che Renzi, e chi dietro la sua persona si nasconde, siano così sconnessi dalla realtà, e lontani da quello che gli italiani percepiscono mentre traversano l’agonia del Covid.

C’era un tempo in cui erano molti in Europa a guardare Conte dall’alto, quasi fosse un quadrupede scimmiesco sceso or ora dall’albero. Il 12 febbraio 2019 a Strasburgo ero nei banchi del Parlamento europeo quando uno dei suoi più arroganti deputati, il liberale Guy Verhofstadt, inveì contro il presidente del Consiglio presente in aula come invitato. Lo prese a male parole: “Per quanto tempo ancora sarà il burattino mosso da Di Maio e Salvini?”. L’aggressione fu un evento inusitato, ma non meno inusitata fu la replica, lapidaria, del presidente del Consiglio: “Non sono un burattino. Forse i burattini sono coloro che rispondono a lobby e comitati d’affari”. Ricordo che provai vergogna: non come italiana, ma perché avevo conosciuto bene, e sistematicamente evitato, le lobby e i comitati d’affari cui Conte alludeva.

Quando sento Renzi, quando provo a immaginare che gli fa da sponda nella maggioranza e fuori, mi dico che è come se la classe politica italiana continuasse a essere quella descritta da Verhofstadt, mentre nel frattempo non solo l’Europa s’è ravveduta ma anche il popolo italiano. A cambiare i giudizi su Conte è stata una serie di sue iniziative: il suo agire durante il Covid, a partire dal primo lockdown; il suo affidarsi al Comitato tecnico scientifico; lo spazio riaperto alla programmazione, dopo quarant’anni di trionfo dei mercati. Le varie task force cui sarà affidata l’implementazione del Recovery Plan sono parte di questa svolta, che sta avvenendo in buona parte d’Europa (anche la Francia ha resuscitato il vecchio Commissariato al Piano e ha un Monsieur Vaccin che si chiama Alain Fischer. Anche Angela Merkel si appoggia sull’Istituto Robert Koch (RKI) e su virologi di prestigio come Christian Drosten). Ovunque parlamentari e presidenti di regioni sono chiamati a fare passi indietro, in maniera più o meno negoziata e faticosa. Non meno faticosa in Germania: mentre il Parlamento italiano s’infiammava, mercoledì, la Merkel pronunciava nel Bundestag una supplica disperata, perché nel suo Paese i contagi e i morti aumentano e una gran parte di Länder recalcitrano.

La tenacia di Conte durante il primo lockdown divenne così un modello, in Europa. Nei suoi podcast settimanali, il virologo Drosten citava ripetutamente i metodi italiani e in particolare lo studio su Vo’ Euganeo, la cittadina dove si era verificato il primo decesso per coronavirus in Italia (Crisanti era il coordinatore della ricerca) e dove era stata scoperta l’importanza dei contagiati asintomatici. Ancora di recente, quando la Francia annunciò il secondo confinamento, i governanti francesi accennarono all’assunzione di nuovi medici in Italia.

Il Recovery Plan è spesso descritto come iniziativa franco-tedesca e di sicuro lo è. Ma essa non avrebbe avuto luogo se Conte – con Madrid e Lisbona – non avesse spinto per ottenere il salto di qualità che l’Unione non aveva saputo fare dopo la crisi del 2008: l’indebitamento in comune, per fronteggiare la più grande sciagura abbattutasi nella storia del continente.

Non è detto che Conte supererà le faide della sua maggioranza. Ma una cosa è certa: esistono poteri che faranno di tutto per abbatterlo, e azzerare il cambio di rotta impresso alla politica e all’economia del paese. Sono forze indifferenti alla sciagura pandemica, che non ascoltano i moniti di Crisanti o Massimo Galli, che vogliono restituire prerogative alla politica classica: quella che si è resa responsabile della nostra gigantesca impreparazione sanitaria, che per anni ha mostrato di non saper spendere i soldi Ue permettendo che ne lucrasse la malavita. Quando penso a quel che accadde nel 2019 a Strasburgo, mi dico che le accuse di Verhofstadt dovrebbero oggi essere rivolte a chi vuol abbattere Conte. Mi chiedo a cosa mirino i disfattisti: di quali lobby, di quali comitati d’affari siano oggi i burattini. Sento risuonare un immenso “chi se ne frega” a proposito della pandemia, più che mai acuto da quando sono in arrivo i vaccini.

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La Sacra Alleanza contro gli alieni

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 27 settembre 2020

Nonostante la vittoria ottenuta al referendum sul taglio dei parlamentari, il M5S sembra aver pienamente soddisfatto la Sacra Alleanza che da anni spera nella devastazione del movimento fondato da Grillo. La prima Alleanza nacque dopo la sconfitta di Napoleone, nel 1815, e fu presentata da Metternich come il più efficace bastione contro la democrazia, il secolarismo, gli effetti della rivoluzione francese (anche se Metternich stesso ebbe a definire la coalizione una “clamorosa nullità”).

La Sacra Alleanza del tempo presente nasce per proteggere da incursioni aliene gli interessi, le ideologie e il potere tuttora agguerrito di chi per decenni ha fatto quadrato attorno al neoliberismo e ha guardato con crescente fastidio le sconfessioni che venivano dal suffragio universale, oltre che dalla realtà. Tutti costoro sanno che la crisi (prima dei subprime e poi del Covid) ha messo in luce la “clamorosa nullità” delle ricette neoliberali, e si consolano oggi con le disfatte dei Cinque Stelle alle regionali e comunali.

La Sacra Alleanza contro gli avversari del neo-liberismo e della nuova guerra fredda ha un suo vocabolario, un blocco di luoghi comuni e di insulti automatici. I Cinque stelle sono regolarmente bollati come populisti, ideologici, segretamente sovranisti. Non sono un partito, si dice ancora, ma una mera opinione: sono capaci solo di espirare il loro inconsistente flatus vocis. Quando parlano o criticano o propongono o legiferano, le loro voci sono solitamente liquidate come prodotto di un’ideologia: è l’accusa ricorrente espressa da chi è immerso nell’ideologia fino al collo. (Tanto per fare un esempio sull’uso sempre più vacuo di quest’epiteto: qualche giorno fa un inviato del telegiornale di Mentana ha detto, a proposito dei Palestinesi piantati in asso dall’accordo Israele-Emirati: “È passato il periodo della battaglie ideologiche!” Come se reclamare uno Stato palestinese fosse una delle tante ideologie destinate al macero da chissà quale storia progressista).

Con questo non si vuol affermare che il M5S gode di buona salute, e ha davanti a sé verdi praterie. La sua sconfitta è chiara, la sua incapacità di costruire alleanze è evidente, e se il governo Conte esce rafforzato dalla prova delle regionali e del referendum è perché l’elettorato Cinque Stelle ha con le proprie forze scelto di proteggerlo, con il voto disgiunto o utile: un’operazione voluta dalla base più che dal lacerato gruppo dirigente. Vogliamo solo affermare che fare alleanze territoriali o nazionali è una soluzione solo se Cinque Stelle non si dissolvono completamente nel campo dominato dal Pd. Qui è il dilemma in cui sono oggi impelagati, ed è dilemma serio. Il Pd che dà volentieri lezioni di savoir-vivre ai propri alleati di governo dovrebbe essere più umile, e riconoscere che l’alleanza “strategica” stretta dalle sinistre classiche con gli estremisti del centro che sono i neoliberisti, negli anni ’70 e ’80, polverizzò durevolmente l’idea stessa di sinistra. Un modello suicida che il M5S vorrebbe evitare, sia pure in maniera del tutto confusa.

In genere si fa poca attenzione all’attività dei suoi europarlamentari, che in questi anni si sono mostrati tenaci, ben preparati e nelle grandi linee coerenti. Non sono giudicati interessanti, se si esclude il momento in cui hanno permesso con i propri voti l’elezione di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea. Prima ancora che si formasse la coalizione fra 5 Stelle e Pd, gli europarlamentari pentastellati hanno mostrato che le loro preferenze di voto andavano ben più spesso ai Verdi e alle sinistre che alla Lega. Nei loro comportamenti sono paragonabili all’elettorato 5 Stelle: tendono a correggere e riaggiustare, a Bruxelles, quel che a Roma si sfilaccia o si rompe.

Ma non sono perdonati, se non si limitano ad appoggiare i gruppi di centro sulle nomine o sul Recovery Fund e osano emettere qualche idea propria. Per esempio sulla democrazia diretta, che gli eurodeputati Cinque Stelle hanno difeso di frequente a Bruxelles per rendere più credibile e forte la rappresentanza democratica, non per sostituirla. Da questo punto di vista l’uscita di Grillo contro la democrazia rappresentativa è stata non poco nociva.

Altro punto di forza, a Bruxelles: il reddito minimo di cittadinanza, approvato nell’ottobre 2017 da una maggioranza spettacolare (451 voti in favore, 147 contrari, 42 astenuti). Relatrice della risoluzione era l’eurodeputata 5 Stelle Laura Agea. I commentatori invitati nei salotti televisivi tendono a far risalire la svolta europea del Movimento al secondo governo Conte e alle pressioni del Pd. Chi ha visto i deputati 5 Stelle legiferare a Bruxelles, e distinguersi più volte dalla Lega, sa che la notizia è falsa. Una notizia falsa non diventa vera perché nessuno la contraddice.

Le relazioni europee con la Russia sono un altro tema che vede i Cinque Stelle esprimere idee che indispongono la Sacra Alleanza. La recente risoluzione sull’avvelenamento di Navalny è stato un ennesimo esercizio di riattivazione della guerra fredda, voluto ancora una volta – come nella sbilanciata e sconclusionata risoluzione sulla memoria europea di un anno fa– dai deputati e governanti polacchi. Il Pd ha votato ambedue le risoluzioni, salvo qualche pentimento ex post sulla memoria europea. I 5 Stelle si sono prudentemente e fortunatamente astenuti nelle due circostanze.

Non per ultima: la migrazione. Anche qui il Pd non ha speciali lezioni da dare. Si accusa legittimamente Di Maio di aver parlato delle navi Ong come di “taxi del mare”, ma si dimentica che il patto della vergogna con la Libia fu negoziato dal ministro Minniti e dal governo Gentiloni. Così come fu concepito da Minniti il codice di comportamento che complica le operazioni di Ricerca e Salvataggio in mare delle navi Ong.

Il buon lavoro svolto in Europa dai Cinque Stelle ha tuttavia poco peso sui dibattiti italiani. Nei salotti del potere i rappresentanti pentastellati continuano a essere trattati come quadrupedi che ancora ignorano l’incedere dei bipedi. Ossessivamente sono chiamati a dirci “cosa faranno da grandi”. Lo chiedono imperiosamente i giornali mainstream, gli estremisti del centro come Renzi o Calenda, il Pd che si muove sul palcoscenico come se non avesse nulla da rimproverarsi nell’evaporare della sinistra italiana. Con supponenza sfoderano il monotono verdetto: “È passato il periodo della battaglie ideologiche!” È passato per tutti tranne che per loro: benvenuti nel deserto del reale!

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