L’alternativa era tra la morte e la morte

Intervista a Barbara Spinelli di Carlo Di Foggia, «Il Fatto Quotidiano», 21 agosto 2015

La riflessione più amara, Barbara Spinelli la riserva al mantra più forte degli europeisti: “Pensare che la soluzione al disastro antidemocratico che è stata la vicenda greca, sia una integrazione più forte dell’Unione così com’è, con i presenti Trattati, non significa rendere l’Europa più forte. Significa il contrario”.

Tsipras ha annunciato le dimissioni e chiesto le elezioni anticipate per il prossimo 20 settembre.

Era prevedibile che Syriza si sfaldasse dopo l’umiliazione che il governo ha dovuto subire. Resta il profondo atto democratico: dimettersi e dare voce agli elettori.

Non è solo una mossa furba per evitare che l’ala sinistra di Syriza abbia il tempo di organizzarsi?

La sinistra ha un forte peso nell’elettorato e il referendum del 5 luglio lo ha dimostrato. Quel voto rafforzerà i dissidenti ma non darà loro una maggioranza. L’elezione è rischiosa: può costringere il premier ad allearsi con socialisti e liberali. Ma anche questi ultimi sono stati indeboliti dal referendum, avendo lottato per il Sì. Più che furba, la mossa nasce da uno scacco e propone l’uscita democratica da un golpe post moderno. Ad Alexis Tsipras è stata lasciata la scelta tra la morte e la morte, tra Grexit e sottomissione.

Chi sono i responsabili dello “scacco”?

I dirigenti dell’Unione. Ormai tutti lo sanno: senza un’Unione politica solidale, l’euro divide l’Europa, la riporta a rapporti di forza tra nazioni potenti e non. Il contrario di quello che si pensò nel dopoguerra.

La soluzione, illustrata da molti commentatori, è l’omeopatica “ci vuole più Europa ”…

Lo spirito europeista non sta né con i sovranisti che propongono il Grexit – e non tutti gli elettori del No la vogliono – né con i dirigenti che vogliono rafforzare l’Europa presente, dominata dalla Germania, fondata su un’austerità rigettata da gran parte dei cittadini europei. Rafforzare tutto questo significa avere un equilibrio tra potenze nazionali, non un’Europa più federale.

La parabola di Tsipras ha mostrato che il sistema non si cambia dall’interno?

Le prime battute sono state disastrose. Ma la battaglia è appena cominciata. Tsipras vuol tuttora portare la Ue verso forme più solidali e regole diverse. Proprio in questi giorni ha chiesto che il Parlamento europeo partecipi al “quartet – to dei creditori”. Persa la battaglia, la guerra continua, anche se il prezzo è già stato altissimo.

Quale?

Il premier ha perso gran parte delle truppe. È però convinto che un Paese come la Grecia, nella globalizzazione, non ce la faccia  da solo. Rifiuta per ora la soluzione sovranista e scommette sul fatto che anche Berlino riconosca che da sola non ce la farebbe.

Oltre alle truppe non ha perso anche l’anima politica originaria del progetto Syriza?

Non sono sicura che tutta la sinistra di Syriza sia sovranista. Molto dipenderà anche da quello che succederà in Spagna e Irlanda. Podemos ha fatto alleanze municipali con i socialisti. Pur chiedendo un cambiamento radicale dell’Ue, governerà con i socialisti, senza uscire dall’euro. Ma spero che dissidenti come Varoufakis siano ascoltati.

Che succede se vince la destra?

Le forze alternative europee si indebolirebbero, ma non credo che vincerà.

Se vincesse la Piattaforma di sinistra, la definirebbe una sconfitta?

Se vincesse avrebbe due scelte: o il Grexit, ed è talmente costoso che ci dovrà pensare otto volte. O negoziare come Varoufakis, e si troverà davanti alla scelta di Tsipras: o la morte o la morte. I tedeschi non cambiano idea.

Concordare un’uscita ordinata, con aiuti europei, anche per ristrutturare il debito, come aveva proposto Schaeuble, è la morte?

Non so quali aiuti verrebbero dall’Ue: nelle condizioni economiche attuali il Grexit sarebbe un quarto memorandum. Un disastro, nel breve periodo.

Nel medio?

Nel medio termine saremo tutti morti, diceva Keynes.

Ad Atene hanno imposto un colpo di Stato postmoderno

di martedì, luglio 14, 2015 0 , , , , Permalink

Intervista di Stefano Citati, «Il Fatto Quotidiano», 14 luglio 2015

Non siamo al Grexit ma questo accordo-capestro costringe Tsipras a un esercizio di equilibrismo pericolosissimo e impoverisce ancor più la Grecia. 

“Un’umiliazione” secondo l’ala “critica” di Syriza…
Al di là di un dato non irrilevante, ovvero che è stato per ora evitato il Grexit, l’intesa non solo umilia profondamente Atene, ma distrugge non meno profondamente il progetto europeo. Lo «Spiegel» parla di “catalogo delle crudeltà”. Atene è trattata come un bambino cattivo; non è un partner uguale ma viene infantilizzata, anche nell’uso delle parole. Torna il termine “memorandum”. E la“troika” torna a installarsi ad Atene, anche se pudicamente riceve il nome di “istituzioni”. È umiliata anche la democrazia: nessuna decisione sarà discussa nel Parlamento greco, che non sia stata preliminarmente concordata con la troika. A ciò si aggiungano i tagli alle pensioni, le tasse,  le privatizzazioni: è una nuova stretta di austerità. È già un miracolo che il Fondo delle privatizzazioni non sia collocato a Lussemburgo ma, su richiesta di Tsipras, in Grecia.

Cosa succederà ora alle anime di Syriza? Si rischia la frantumazione del partito…
Probabilmente voteranno contro alcuni deputati; già Tsipras non aveva la maggioranza assoluta. Dovrà cercar voti centristi e socialiti. Forse si andrà alle elezioni e seguirà una nuova coalizione.

Ma allora a cosa è servito il referendum? È stato usato più per il fronte interno che per quello europeo…
Oggi possiamo dirlo. Gli effetti esterni si sono rivelati irrilevanti. L’accordo sembra una vendetta contro il voto. Ma così è stata distrutta la sovranità popolare: cioè la democrazia. Tsipras sostiene che la sovranità nazionale è salvaguardata. La situazione mi pare più grave: la sovranità popolare è ignorata, sostituita da una sovranità europea non democratica.

E che facce europee emergono dalla notte di Bruxelles?
Sono volti crudeli contro i popoli. Vengono alla luce tutti i difetti dell’euro: senza un’unione politica federale è impossibile una solidarietà fra aree in deficit e in surplus. Per come è stata costruita la moneta unica, prima o poi doveva accadere: non c’è spazio per la solidarietà, ma una lotta tra più forti e più deboli. E a quanto emerge, di unione politica si parlerà solo nel 2025.

Ci sono “buoni” e “cattivi”?
Ci sono potenti e prepotenti che hanno voluto mettere in riga la Grecia e la sinistra: capitanati da Germania, Olanda, Finlandia, Est Europa. E poi i “mediatori”, Francia e Italia, anche se il ruolo dell’Italia non è chiaro. Spagna e Portogallo sono più che altro filo-tedeschi. L’Unione muore e si torna al “bilanciamento fra potenze” dell’Ottocento.

Secondo alcuni analisti picchiare sulla Grecia è un modo per “educare” gli altri sudeuropei riottosi…  
È stato un colpo di Stato postmoderno, compiuto attraverso regolamenti feroci e la teoria dei “compiti a casa”: un’imposizione che esclude qualsiasi idea di unione.

Un segnale anche a noi italiani?
Un avvertimento, sì. Ma noi siamo già da tempo in condizioni da memorandum”, pur senza troika. È dai tempi della lettera Trichet-Draghi a Berlusconi che è stata implementata la regola delle misure economiche da far visionare prima a Bruxelles e poi nel Parlamento italiano. Siamo commissariati. Un regime change, come disse Tsipras nella campagna elettorale europea ricordando il “colpo di Stato in Italia” del 2011.

Così rimangono in secondo piano le colpe dei greci…
Risalgono all’ingresso nell’euro; avevano i conti sballati e l’Europa non ha detto niente per anni. Goldman Sachs dava ottimi giudizi su Atene fino a poco prima del disastro. Certo i greci devono migliorare l’amministrazione, combattere l’evasione fiscale, ma perché farlo con misure dottrinalmente rigide imposte da fuori, impoverendo il Paese e senza nessuna promessa di ristrutturazione parziale del debito?

Una sberla a Bruxelles, a Renzi e ai socialisti europei

di Salvatore Cannavò, «Il Fatto Quotidiano», 7 luglio 2015

Barbara Spinelli è in viaggio tra Parigi e Strasburgo. Ascolta il riassunto dei principali commenti pubblicati in Italia e ha in mente i giudizi espressi dall’establishment europeo che, in questi giorni, non hanno fatto altro che sottolineare l’irresponsabilità del governo greco e di Alexis Tsipras, il leader che ha dato il nome alla lista con la quale è stata eletta europarlamentare.

Si sente anche lei un’irresponsabile?
A dire il vero, è stata una grandissima irresponsabilità condannare la Grecia a un disastro umanitario come quello che sta attraversando. È stato irresponsabile dopo la vittoria di Syriza a gennaio insistere sulle politiche dell’austerità che non permettono né di restituire i debiti né di riavviare un processo di crescita.
Che la questione del debito sia cruciale, tra l’altro, lo dimostra il fatto che il Fmi si sia pronunciato a favore di una ristrutturazione del debito accettando la proposta greca.

I principali quotidiani oscillano tra le accuse di demagogia rivolte a Tsipras e l’idea che l’Ue possa salvarsi solo se segue i saggi consigli delle istituzioni europee.
È un giudizio totalmente sbagliato. Parlare di saggi consigli dell’Europa significa non aver capito il grande fallimento della Ue. Le politiche di austerità non solo non hanno funzionato ma hanno creato un divario tra la democrazia e le élite che governano la Ue. L’accusa a Tsipras di essere un nazionalista o un demagogo, addirittura vicino ad Alba Dorata, è assolutamente scandalosa perché è dal 2011 che Tsipras chiede che la politica Ue diventi comunitaria e solidale e non ha nessuna intenzione di uscire dall’Ue.

In questa vicenda si è esposto in prima persona il leader del Pse Martin Schulz. Che giudizio dà dei socialisti europei?
Non va dato un giudizio in blocco. Si sono sentite chiaramente alcune voci in favore di Tsipras da parte di Sergio Cofferati e altri socialisti. È anche chiaro, però, che la maggioranza del Pse appoggia la linea Schulz ma penso lo faccia anche con molto disagio, visto che il suo comportamento è stato inqualificabile.

Cosa significano le dimissioni di Yanis Varoufakis, il ministro delle Finanze? 
Vale la pena riportare quanto ha detto ieri proprio Martin Schulz ieri: ‘Varoufakis mi dà sui nervi e le sue proposte sono stupidaggini’. Questa affermazione esprime la maggior parte dei giudizi europei sul ministro greco. Nei suoi confronti è stata compiuta quella che in lingua inglese si chiama character assassination. Un lavoro scientifico di eliminazione politica di quello che al momento rappresenta l’agnello sacrificale. Non è una bella storia. Varoufakis, che ho imparato a conoscere leggendo i suoi libri, è una persona molto moderata, non c’è nulla di più razionale dei suoi testi. Qualcuno ha forse chiesto la sua testa e gliel’hanno data.

Matteo Renzi ha provato a svolgere un ruolo da “terza via” e si è schierato contro il referendum. Ha perso anche lui?
La scelta di stringere la mano ad Angela Merkel a pochi giorni dal referendum mi sembra si sia trasformata in una sonora sberla. Lui non la considererà tale perché la battaglia con la Grecia non è finita. Quanto alla Terza via, mi pare che si sia rivelata una storia abbastanza misera ma, in ogni caso, ne potremmo discutere se ci spiegasse in che cosa consiste.

Cosa andrebbe fatto ora?
Bisognerebbe capire il messaggio che viene dalla Grecia e reimpostare in maniera radicale il discorso sul debito e la solidarietà tra gli stati membri. Si ricordi che la Grecia continuerà a fare molti sacrifici perché il piano di Tsipras lo prevede, e visto che il rigore andrà avanti servirebbe un grande piano di rilancio europeo per venire in aiuto dei paesi in difficoltà. In questo senso, il piano Junker è del tutto insufficiente.

Cosa pensa dell’iniziativa di audit sul debito greco promossa dalla presidente del Parlamento greco?
È un’iniziativa interessante e da studiare. Anche il Fmi sostiene che una parte del debito vada rivista. Sarebbe utile convocare una Conferenza internazionale sul debito per trovare un accordo sulla ristrutturazione. La Grecia, del resto, i soldi per restituire il debito non li ha.

Cosa rappresenta il referendum per la democrazia europea?
Il referendum è molto importante sia per i greci che per tutta l’Europa proprio perché ha rappresentato una battaglia fatta per restare nella Ue cambiandola. La Ue attraversa una crisi gravissima di legittimità e questa è l’occasione di una sua riforma. Chi propone il cambiamento può essere definito euroscettico perché ha dei dubbi sull’Europa ma allo stesso tempo vuole restare in Europa. Se ci giochiamo questa possibilità, allora sì che resteranno solo le ipotesi e le risposte della xenofobia e del nazionalismo.

C’è ancora un’Europa?

di martedì, febbraio 10, 2015 0 , , , , Permalink

Editoriale pubblicato su «Il Fatto Quotidiano», 10 febbraio 2015

English version

In un’Unione malata, divisa, minacciata da povertà e diseguaglianze crescenti, le proposte avanzate dal governo greco dopo le elezioni del 25 gennaio andrebbero attentamente esaminate e discusse: tra i 28 Stati membri, tra i 19 governi dell’eurozona, e nella Commissione, nel Parlamento europeo, nella Banca centrale europea. Le risposte fin qui date ad Atene sono non soltanto ingiuste e in alcuni casi pericolosamente antidemocratiche, ma del tutto controproducenti. La possibilità di cambiare radicalmente rotta, nell’amministrazione della crisi e nei programmi di austerità, viene esclusa a priori. La domanda stessa formulata dal governo Tsipras – non una cancellazione del debito ma un negoziato sulle modalità dei rimborsi e un aggancio di questi alla crescita – viene arbitrariamente travisata, demonizzata, e rigettata. Vince l’autocompiacimento della fede, contro i fatti e l’evidenza dei fatti. La malattia, non curata, coscientemente la si vuol perpetuare.

Per questo c’è da allarmarsi, quando i governi (e in primis il governo tedesco) lasciano sola la Banca Europea, con le uniche risposte tecniche che le sono consentite, a sciogliere nodi che essendo eminentemente politici non le spettano. Sola, ad annunciare che non accetterà più i titoli di Stato ellenici, e a dare alla Grecia pochi giorni di tempo per rientrare nei ranghi e obbedire alle direttive impartite a suo tempo dalla troika (la BCE lascia tuttavia una porta aperta: la possibilità di erogare Liquidità d’Emergenza attraverso l’ELA). Vuol dire che la richiesta di studiare il piano ellenico di rientro dal debito non sarà neppure presa in considerazione. Che al governo greco è vietato fronteggiare l’emergenza umanitaria con aumenti del reddito minimo, con la restaurazione di servizi pubblici basilari nell’istruzione e nella sanità, con nuovi investimenti, con tasse patrimoniali. Vuol dire che non si discuterà del Piano Marshall – ben più consistente del Piano Juncker – che il ministro del Tesoro Yanis Varoufakis ha proposto al governo Merkel, chiedendogli di divenire l’“egemone” di un’Europa da guarire e rifondare. Vuol dire che l’Europa così com’è non è considerata affetta da una crisi sistemica tale da mettere in questione non qualche Stato indebitato ma l’intera architettura dell’unione monetaria. Significa infine chiudere gli occhi di fronte all’essenziale: il divario che va estendendosi fra la sovranità dei cittadini, iscritta nelle singole costituzioni, e quello che un’élite decide al loro posto. Il fastidio è palpabile e diffuso, verso il tribunale democratico che sono le elezioni.

Personalmente non auspico il ritorno delle Banche centrali nelle mani degli Stati, né la fine dell’indipendenza dell’istituto di emissione. Ritengo che tale indipendenza rappresenti non un ostacolo, ma una precondizione perché il pubblico interesse sia almeno parzialmente tutelato dall’intrusione imprevedibile e infida dei mercati, delle lobby, delle forze politiche di questo o quello Stato. La vera insidia non è racchiusa nell’indipendenza della Banca centrale, ma nella sua eccessiva solitudine. Un comune istituto di emissione senza Europa politica sarà per forza di cose accusato di ingerenza e prepotenza. La Banca centrale è, e deve rimanere, un’istituzione con compiti limitati; non può colmare le lacune della politica. Tuttavia, deve essere più che mai consapevole delle speciali difficoltà e responsabilità che derivano dall’anomalia di una moneta senza Stato.

Una moneta è legittimata se costituisce lo strumento di pagamento e di scambio di un territorio dotato di un governo, di un sovrano politico: in democrazia, un sovrano legittimato dalle urne. Se l’euro non è legittimato, è appunto perché continua a essere una moneta senza Stato. Contrapporre le riforme strutturali dell’eurozona al verdetto delle urne, affermare che le elezioni democratiche non hanno effetto alcuno sugli accordi di gestione della crisi che hanno prodotto disastri umanitari in uno Stato membro è una regressione gravissima. Questa regressione è in atto da molti anni: perdono peso le Costituzioni, i Parlamenti, gli appuntamenti elettorali. La crisi economica che traversiamo è sfociata in crisi delle democrazie. Cresce la propensione a ripetere errori del passato, precipitando un popolo nell’umiliazione: tende a ripeterli proprio Berlino, che sperimentò tale umiliazione dopo la Prima guerra mondiale.

Continuare a ripetere che “l’euro è irreversibile” non ha più senso. È un sotterfugio performativo, che appartiene alla sfera del pensiero magico e non ha nulla a che vedere con la realtà e con la sua possibile evoluzione. Nessuna conquista politica o sociale è irreversibile. Non dobbiamo andare molto indietro nella storia per sapere che la nostra civiltà è, come tutte le altre, mortale.


Is there still a Europe at all?

In a Union which is ill, divided and threatened by growing poverty and inequality, the proposals presented by the Greek government after the elections on 25 January should be examined and discussed carefully: among the 28 member states, among the Eurozone’s 19 governments and within the Commission, the European Parliament and the European Central Bank. The answers Athens has received so far are not just unfair and sometimes dangerously antidemocratic, they are entirely counter-productive. The possibility of radically changing course in managing the crisis and regarding the austerity programmes, is excluded without discussion. The very request made by the Tsipras government – not the cancelling of the debt, but rather, negotiations on how to pay it back, linking repayments to growth – has been arbitrarily misconstrued, demonised and rejected. What wins out is complacency deriving from faith, against the facts and the evidence they provide. No cure is provided for the disease, and there is a conscious will to perpetuate it.

This is why there is cause to be alarmed, when governments (and first of all the German government) leave the European Bank on its own with the only technical answers that it is allowed to offer, to untie knots that are eminently political and, hence, are not its competence. Without any political indication, alone on the stage, the ECB announced that it will no longer accept Greek bonds and gave Greece a few days to return within the ranks and obey the directives issued by the troika some time ago (nonetheless, it left a door open: the possibility of providing emergency assets through Emergency Liquidity Assistance, ELA).

This means that the request to examine the Hellenic plan to pay back its debt won’t even be considered. That the Greek government has been forbidden from tackling a humanitarian emergency by reintroducing the minimum wage, by restoring essential public education and health services, through new investments, by taxing property and assets. This means that there won’t be any discussion of the Marshall Plan – a lot more consistent than the Juncker Plan – which Yanis Varoufakis, the minister of the Treasury, has proposed to the Merkel government, asking it to become the “hegemonic” force in a Europe that must be cured and founded anew. This means that Europe is not deemed to be affected by a systemic crisis which calls into question the entire architecture of the monetary union, rather than a few indebted states. Finally, it means closing one’s eyes when facing something that is of fundamental importance: the gap that is widening between citizens’ sovereignty, which is written into national constitutions, and what an elite decides in their stead. Annoyance towards the democratic tribunal which is represented by elections is noticeable and widespread.

Personally, I neither wish for a return to central banks in the hands of states, nor for an end of their independence. I do not consider this independence an obstacle, but rather a prerequisite in order for public interest to be at least partly safeguarded from the unpredictable and treacherous intrusions by the markets, lobby groups, or one state or another’s political forces. The real pitfall does not lie in the Central Bank’s independence, but rather in its excessive solitude. A common central bank without a politically united Europe will necessarily end up being accused of interference and bullying. The Central Bank is, and must remain, an institution with limited functions; it cannot fill the gaps left by politics. However, now more than ever, it must be conscious of the special difficulties and responsibilities that derive from the anomaly of having a currency without a state.

A currency is legitimated if it constitutes the payment and exchange instrument for a territory that has a government, a political sovereign: in a democracy, it is a sovereign legitimated by the ballot boxes. If the euro is not legitimated, it is precisely because it continues to be a currency without a state. Placing the Eurozone’s structural reforms in opposition with the verdict from the ballot boxes, and stating that democratic elections do not have any bearing whatsoever on the crisis management agreements that have produced humanitarian disasters in a member state, is a very serious regression. This regression has been taking place for many years: the Constitutions, Parliaments and electoral results have been losing importance. The economic crisis that we are experiencing has given rise to a crisis of democracies. The inclination to repeat past mistakes is growing, plunging a people in humiliation: and it is Berlin which is bent on repeating them, in spite of experiencing this kind of humiliation itself after the First World War.

Continuing to repeat that “the Euro is irreversible” no longer makes any sense. It is a performative subterfuge that belongs to the sphere of magical thought and has no relation with reality and its possible evolution. There isn’t any political or social gain that is irreversible. We don’t need to dig too deep into history to know that our civilisation, like all the others, is mortal.

Spinelli: «Tsipras va con la destra? La crisi lo impone»

di venerdì, gennaio 30, 2015 0 , , , Permalink

Intervista di Antonietta Demurtas, Lettera43.it, 30 gennaio 2015

Creditori contro debitori. È questo il nuovo fronte politico su cui l’Unione europea sta combattendo la sua guerra civile. Altro che destra e sinistra o Nord contro Sud.
La crisi economica ha cambiato regole e strategie. Ma soprattutto ideali. E in prima linea c’è ancora una volta la Germania.

«SENZA I TEDESCHI NESSUNA EUROPA».
«La battaglia culturale sulle dottrine economiche buone contro la crisi deve partire proprio da Berlino», dice a Lettera43.it l’eurodeputata Barbara Spinelli, capolista per ‘L’Altra Europa con Tsipras’ nelle ultime elezioni europee.
«Perché senza i tedeschi un’altra Europa non la potremo avere».
Intanto a cercare di abbattere quella vecchia, basata sull’austerità e il rigore di bilancio, è stata la Grecia.

«L’ECONOMIA PASSATA IN PRIMO PIANO».
La prima cannonata è arrivata con la vittoria di Syriza, il partito di sinistra radicale che per la prima volta è salita al potere. Ma per governare si è alleata con la destra.
Una scelta che non deve più stupire, perché «considerata l’enormità della crisi e il prezzo pagato da così tanti cittadini, l’economia passa davvero al primo posto», sottolinea Spinelli.
Insomma gli ideali politici di un tempo non servono più per cambiare la società: «Quello che bisogna riconquistare oggi», dice Spinelli, «è la solidarietà tra gli europei».
Un valore «ormai in via di estinzione», molto più di quello politico. «E poi bisogna vedere oggi cos’è la destra e cos’è la sinistra».

DOMANDA. Ma questa vittoria di Syriza è di destra o di sinistra?
RISPOSTA.
 È prima di tutto una vittoria importantissima per la Grecia, perché è un riscatto dopo anni di miseria e impoverimento, ma anche di umiliazione. Il Paese è stato usato come una cavia per le politiche di austerità.
D. Che ripercussioni può avere sull’Europa?
R.
 Può avere un’importanza enorme perché in questi sei anni la terapia anti-crisi, basata sul contenimento della spesa pubblica ed essenzialmente sulla riduzione del reddito dei cittadini, è fallita. Siamo di nuovo caduti in una profondissima deflazione.
D. Eppure c’è chi ci crede ancora: «Gli impegni per la Grecia restano gli stessi», ha ribadito il vice presidente della Commissione Ue, il falco rigorista finlandese Jyrki Katainen.
R.
 Invece se l’Europa fosse intelligente questa sarebbe davvero la grande occasione per dire: proviamo altre ricette, altre visioni della crisi, altri modi di uscirne.
D. Per ora sono più quelli che parlano di Grexit: di fare uscire la Grecia dall’euro.
R.
 La cosa interessante e promettente è che questa di Syriza è la vittoria di una forza radicalmente critica delle politiche europee, ma intenzionata a restare nell’Ue. Quindi non ha vinto un partito che vuole uscire dall’euro.
D. In un momento in cui si parla di radicalizzazione solo in termini negativi (politici e religiosi), quella di Syriza può rappresentare un’eccezione positiva?
R.
 Sì, perché in fondo siamo abituati a pensare che la sinistra radicale sia contro il capitalismo, contro l’Unione europea. Invece qui abbiamo una sinistra che è radicale perché vuole cambiamenti e miglioramenti nella conduzione dell’economia capitalistica. E allo stesso tempo crede nelle istituzioni comunitarie.
D. Tanto da volere anche un’Europa federale?
R.
 Sì, i principali dirigenti del partito, da Tsipras al vice presidente dell’europarlamento Dimitris Papadimoulis, sono tutti adepti del Manifesto di Ventotene. Che è anche il tema del primo capitolo del libro che sta scrivendo l’eurodeputato Manolis Glezos.
D. In Europa chi può andare nella stessa direzione?
R.
 La Spagna è già molto avanti. Con Podemos ha una sinistra simile, in un certo modo anche più libera di Syriza.
D. Perché?
R.
 Perché Syriza ha messo insieme dei pezzetti un po’ vecchi della sinistra radicale con parti nuove. Podemos è completamente nuova, non si basa più sul contrasto destra-sinistra, ma si rivolge a tutto l’elettorato, senza etichette politiche. E a questa radicalità non eravamo abituati.
D. In che cosa consiste esattamente?
R.
 Nel salvare il welfare state, nell’essere fedeli alle conquiste sociali che l’Europa ha fatto nel Dopoguerra e che non sono state fatte solo dalla sinistra, ma da tutti: italiani, francesi… Si tratta quindi di salvare quello che teneva insieme l’Ue.
D. In Italia e Francia questa radicalità esiste?
R.
 La sua affermazione sarà un processo più lento, perché c’è una sinistra socialdemocratica moderata ancora molto forte, che ha finito con l’adottare le politiche dell’austerità e che quindi dovrebbe lei stessa cambiare.
D. E se non ci riesce?
R.
 Si dovrebbero formare delle forze alternative a Hollande e a Renzi.
D. L’economista francese Thomas Piketty ha invitato i socialisti francesi e italiani a unirsi a Tsipras prima prima di sparire definitivamente. È uno scenario possibile?
R.
 Sì, ma prima questi partiti di centrosinistra dovrebbero fare un mea culpa: ammettere di essersi sbagliati, che il trattato sui bilanci adottato nel 2012 è stato un fallimento.
D. Troppo orgogliosi per farlo?
R.
 Che lo facciano o no dipende da loro, per ora hanno fatto delle aperture a Syriza, ma solo a parole.
D. L’Italia ha fatto una battaglia sulla flessibilità però.
R.
 Era tutta aria fresca, perché flessibilità vuol dire combattere per delle percentuali. Invece è proprio il meccanismo del fiscal compact che va rinegoziato tutto. Oggi in Europa, più che la divisione tra destra e sinistra, c’è quella tra debitori e creditori: uno squilibrio che non deve più esistere.
D. La Germania non sembra essere molto favorevole al cambiamento.
R.
 La battaglia culturale sulle dottrine economiche buone contro la crisi deve partire invece proprio dalla Germania, perché senza di loro un’altra Europa non la potremo avere. E non sarebbe nemmeno giusto.
D. Ma la cancellazione del debito chiesta da Syriza non ha molti sostenitori a Berlino.
R.
 Non dico di ripetere la stessa Conferenza del 1953. Che tra l’altro non ha cancellato il debito tedesco, ma lo ha talmente diluito nel tempo e legato a una ripresa economica della Germania che alla fine una parte non è stata pagata perché si trattava di decenni di rinvio.
D. E cosa propone allora?
R.
 Ci si deve sedere tutti insieme intorno a un tavolo e discutere il debito greco, ristrutturandone una parte, rinviando i rimborsi, con l’idea che è in gioco la ricreazione di una solidarietà ormai perduta. E che è uno dei fondamenti dell’Ue.
D. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago?
R.
 La Germania non chiuderà in maniera drastica a qualsiasi negoziato. Molte regioni ormai sono governate dai socialdemocratici e dalla sinistra radicale, Linke. E nella prossima legislatura non è escluso che tra loro ci possa essere un’alleanza chiamata rossa-rossa.
D. Invece in Grecia Tsipras ha preferito fare un’alleanza rosso-nero con la destra di Anel. È delusa?
R.
 No. Purtroppo Tsipras ha tentato varie alleanze: il Kke, partito comunista estremamente stalinista ha subito detto di no, e Potami, partito liberale, ha detto sì, ma a patto che si annacquasse la parte anti-austerity.
D. Meglio allora sacrificare un ideale politico?
R.
 Il problema di Tsipras è che deve dare risultati economici nell’immediato, deve far respirare di nuovo la popolazione greca. Un po’ come fece François Mitterand quando aumentò subito il salario minimo. Anel è un conglomerato di forze diverse, ma per il momento la maggioranza è anti-austerity. Questo è il link.
D. Un compromesso storico alla greca?
R.
 No, il compromesso storico è qualcosa di più strutturato e di lungo periodo. Ed era talmente strutturato che poi anche Enrico Berlinguer lo rinnegò. Questo è più un compromesso strategico, che potrebbe anche saltare perché in realtà Tsipras ha bisogno solo di altri due deputati per avere la maggioranza assoluta.
D. E che siano di destra non conta?
R.
 No, in Grecia oggi la divisione è tra chi è a favore e chi è contro il memorandum della Troika.
D. Così si è sostituito un ideale economico a uno politico?
R.
 Considerata l’enormità della crisi e il prezzo pagato da milioni di cittadini, sì. Oggi l’economia passa davvero al primo posto. Poi bisogna vedere anche cos’è la destra e cos’è la sinistra.
D. Nel suo ultimo libro, Sottomissione, Michel Houllebecq ha scritto «l’opposizione sinistra-destra struttura il gioco politico da così tanto tempo che ci sembra impossibile superarla. Eppure in fondo non c’è nessuna difficoltà». È d’accordo?
R.
 Dipende, in Italia per esempio difficilmente vedo possibile un accordo tra sinistra radicale e Lega Nord.
D. Anche perché in Italia la sinistra radicale è praticamente estinta.
R.
 Non sono d’accordo, diciamo che è in letargo. Bisogna fare come Tsipras, che ha preso tante cellule dormienti della vecchia sinistra e ne ha fatto qualcosa di nuovo.
D. Andando con Anel ha più che altro fatto una chimera.
R.
 La sinistra in molti Paesi è sociologicamente minoritaria, se vuole governare, per forza deve andare a pescare voti nel centro e nella destra.
D. Insomma come ha fatto Renzi?
R.
 No, il centrosinistra in Italia ha tagliato fuori la parte radicale, Syriza invece si è assicurata prima di avere tutti i voti della sinistra e poi ha aperto ad altri.
D. In questo caso il fine giustifica i mezzi?
R.
 In Grecia la situazione è talmente grave – siamo ai livelli della depressione americana degli Anni 30 – che per forza saltano divisioni vecchie tra destra e sinistra. E poi i Greci indipendenti più che alla destra mi fanno pensare al Movimento 5 stelle, che sull’immigrazione è prudente mentre sul sociale e sui diritti è più aperto.
D. Ma quali sono i rischi che Tsipras corre con questa alleanza?
R
. Di cedere su alcuni diritti fondamentali, in particolare sui temi dell’immigrazione. Questo è un periodo in cui l’Ue sta combattendo una guerra economica interna, ma all’esterno è circondata da guerre che portano migliaia di richiedenti asilo, non più immigrati, alle nostre porte. E il pericolo è che l’Ue si chiuda in una fortezza.
D. Adesso a controllare quella porta c’è proprio un greco, Dimitris Avramopoulos, commissario europeo con il portafoglio per le Migrazioni, gli Affari interni e la Cittadinanza.
R.
 Sì ma Avramopoulos, che è di destra, forse andrà a fare il presidente della Repubblica. Una scelta che ha creato scontenti, ma è una mossa strategica molto astuta.
D. Perché?
R.
 Syriza pensa sia più importante avere un proprio uomo a Bruxelles come commissario all’immigrazione che averne uno presidente della Repubblica, un ruolo che tra l’altro non ha un gran peso come invece in altri Paesi.
D. In Italia ne ha tanto per esempio. Chi le piacerebbe?
R.
 Tra quelli usciti nessuno, anche se sicuramente il migliore è Romano Prodi. Ma il mio candidato ideale è Gustavo Zagrebelsky, che però non candideranno mai.

Tsipras, la divina sorpresa

di martedì, gennaio 27, 2015 0 , , , Permalink

«Il Fatto Quotidiano», 27 gennaio 2015

Nella storia francese, quel che è accaduto domenica in Grecia ha un nome: si chiama “divine surprise”. Il maggio 68 fu una divina sorpresa, e prima ancora – il termine fu coniato da Charles Maurras – l’ascesa al potere di Pétain. La storia inaspettatamente svolta, tutte le diagnosi della vigilia si disfano. Fino a ieri regnava l’ortodossia, il pensiero che non contempla devianze perché ritenuto l’unico giusto, diritto. L’incursione della sorpresa spezza l’ortodossia, apre spazi ad argomenti completamente diversi.

La vittoria di Alexis Tsipras torce la storia allo stesso modo. Non è detto che l’impossibile diventi possibile, che l’Europa cambi rotta e si ricostruisca su nuove basi. Non avendo la maggioranza assoluta, Syriza dovrà patteggiare con forze non omogenee alla propria linea. Ma da oggi ogni discorso che si fa a Bruxelles, o a Berlino, a Roma, a Parigi, sarà esaminato alla luce di quel che chiede la maggioranza dei greci: una fondamentale metamorfosi – nel governo nazionale e in Europa – delle politiche anti-crisi, dei modi di negoziare e parlarsi tra Stati membri, delle abitudini cittadine a fidarsi o non fidarsi dell’Unione. Ricominciare a sperare nell’Europa è possibile solo in un’esperienza di lotta alla degenerazione liberista, alla fuga dalla solidarietà, alla povertà generatrice di xenofobie: è quel che promette Tsipras. I tanti che vorrebbero perpetuare le pratiche di ieri proveranno a fare come se nulla fosse. I partiti di centrodestra e centrosinistra continueranno a patteggiare fra loro – son diventati agenzie di collocamento più che partiti – ma la loro natura apparirà d’un tratto stantia; per esempio in Italia apparirà obsoleto qualunque presidente della Repubblica, se i nomi vincenti sono quelli che circolano negli ultimi giorni. Dopo le elezioni di Tsipras, anche qui sono attese divine sorprese che scompiglino i giochi tra partiti e oligarchie. Non si può naturalmente escludere che Tsipras possa deludere il proprio popolo, ma il pensiero nuovo che impersona è ormai sul palcoscenico ed è questo: non puoi, senza il consenso dei cittadini che più soffrono la crisi, decretare dall’alto – e in modo così drastico – il cambiamento in peggio della loro vita, dei loro redditi, dei servizi pubblici garantiti dallo Stato sociale. Non puoi continuare a castigare i poveri, e non far pagare i ricchi. Non esiste ancora una Costituzione europea che cominci, alla maniera di quella statunitense, con le parole “Noi, popoli d’Europa…”, ma quel che s’è fatto vivo domenica è il desiderio dei popoli di pesare, infine, su politiche abusivamente fatte in loro nome.

L’establishment che guida l’Unione è in stato di stupore. Meglio sarebbe stato, per lui, che tra i vincitori ci fosse solo l’estrema destra di Alba Dorata, e che Syriza avesse fatto un’altra campagna: annunciando l’uscita dall’Euro, dall’Unione. Non è così, per sfortuna di molti: sin dal 2012, Tsipras ha detto che in quest’Europa vuol restare, che la moneta unica non sarà rinnegata, ma che l’insieme della sua architettura deve mutare, politicizzarsi, “basarsi sulla dignità e sulla giustizia sociale”. La maggioranza di Syriza – da Tsipras a eurodeputati come Dimitrios Papadimoulis o Manolis Glezos  – ha scelto come propria bandiera il Manifesto federalista di Ventotene.

Dicono che Syriza sfascerà l’Unione, non pagando i debiti e demolendo le finanze europee. Non è vero. Tsipras dice che Atene onorerà i debiti, purché una grossa porzione, dilatata dall’austerità, sia ristrutturata. Che gli Stati dell’Unione dovranno ridiscutere la questione del debito come avvenne nel ’53, quando furono condonati – anche con il contributo della Grecia, dell’Italia e della Spagna – i debiti di guerra della Germania (16 miliardi di marchi). Che l’Europa dovrà impegnarsi in un massiccio piano di investimenti comuni, finanziato dalla Banca europea degli investimenti, dal Fondo europeo degli investimenti, dalla Bce: è la “modesta proposta” di Yanis Varoufakis, l’economista candidato di Syriza in queste elezioni. Quanto al dissesto propriamente greco, Tsipras ne ha indicate le radici anni fa: i veri mali che paralizzano la crescita ellenica sono la corruzione e l’evasione fiscale. “È un fatto che la nostra cleptocrazia ha stretto un’alleanza con le élite europee per propagare menzogne, sulla Grecia, convenienti per gli eurocrati ed eccellenti per le banche fallimentari” (Tsipras al Kreisky Forum di Vienna, 20-9-2013). Questi anni di crisi hanno trasformato l’Unione in una forza conflittuale, punitiva, misantropa. Hanno svuotato le Costituzioni nazionali, la Carta europea dei diritti fondamentali, lo stesso Trattato di Lisbona. Hanno trasformato i governi debitori in scolari minorenni: ogni tanto scalciano, ma interiorizzano la propria sottomissione a disciplinatori più forti, a ideologi che pur avendo fallito perseverano nella propria arroganza. Quel che muove Tsipras è la convinzione che la crisi non sia di singoli Stati, ma sistemica: è crisi straordinaria dell’intera eurozona, bisognosa di misure non meno straordinarie. Tsipras rimette al centro la politica, il negoziato tra adulti dell’Unione, la perduta dialettica fra opposti schieramenti, il progresso sociale. L’accordo cui mira “deve essere vantaggioso per tutti”, e resuscitare l’idea postbellica di una diga contro ogni forma di dispotismo, di riforme strutturali imposte dall’alto, di lotte e falsi equilibri tra Stati centrali e periferici, tra Nord e Sud, tra creditori incensurati e debitori colpevoli.