Sui recenti sviluppi in Grecia

Strasburgo, 8 settembre 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione dell’incontro del Gruppo Parlamentare GUE/NGL nel corso della Sessione Plenaria di Strasburgo.

Relatori per il gruppo GUE-NGL: Dimitris Papadimoulis (Syriza, Grecia), Nikos Chountis (Unità Popolare, Grecia)

Su una cosa sono d’accordo con quanto emerso nel corso del dibattito: sarebbe un messaggio molto negativo per noi se le due sinistre greche rappresentate in questo gruppo venissero battute alle elezioni del 20 settembre. Detto questo, penso che il messaggio negativo non sia un “rischio” che stiamo correndo. Il messaggio è già stato dato, è il punto da cui partire, e su di esso dobbiamo meditare. Perché se da un lato il risultato elettorale di gennaio è stato una vittoria per l’intero Gue-Ngl, dall’altro l’accordo del 12 luglio, e il mancato seguito dato alla volontà popolare espressa una settimana prima nel referendum sul piano di austerità, costituiscono un sconfitta grave per tutti noi.

Questo cosa significa? Le battaglie si possono perdere, Pablo Iglesias ha ragione, ma bisogna riconoscerle sino in fondo se si vuol imparare da esse qualcosa di nuovo. La sconfitta subìta deve avere effetti su quello che pensiamo e che facciamo. Nella sostanza, sono due i piani che risentono di una così grave disfatta e che ci toccherà pensare più profondamente:

  • Governance dell’Eurozona.

È necessario esprimere con chiarezza il pensiero del nostro gruppo a riguardo. È già emerso che si tratta di una governance sostanzialmente illegittima – e non citerò quanto riportato dall’ex Ministro Varoufakis a proposito dell’ illegalità dell’Eurogruppo, che io condivido pienamente. In questo quadro diventa doveroso analizzare, tra di noi, il significato della proposta del governo Syriza di coinvolgere il Parlamento europeo nella gestione dei programmi di austerità. Si tratta di una richiesta più che legittima, ma non si può non tener conto che questo Parlamento verrebbe coinvolto in una governance europea che allo stato attuale delle cose ha ben pochi tratti democratici, e tende a svuotare i parlamenti e le elezioni nazionali.

  • Effetti sulla sinistra.

La sinistra deve diventare “governante”. Deve cioè imparare a “pensare il prima e il dopo”, i programmi e la loro effettiva realizzazione. Questo, a mio parere, non è avvenuto in Grecia. Le promesse elettorali non sono state mantenute, il referendum è stato indetto lo stesso giorno in cui ci si preparava all’accordo sul terzo memorandum che l’elettorato greco era chiamato a giudicare, e che a grande maggioranza ha respinto il 5 luglio.

Questo è un tema che merita una discussione approfondita, e anche qui mi rivolgo ai colleghi di Podemos. È vero quello che Iglesias ha detto nella nostra riunione: l’”esame permanente” delle sinistre che guidano questo o quel paese è pericoloso e può divenire sleale; ma un giudizio severo deve pur sempre essere possibile e lecito, su una sinistra che non è stata abbastanza governante, dunque in grado di collegare il prima e il dopo.

I disastri dello status quo

La versione inglese di questo testo è stata pubblicata da openDemocracy

È opinione molto diffusa che Alexis Tsipras abbia smentito chi lo considerava sconfitto, annunciando il ritorno alle urne il 20 settembre e chiedendo un nuovo mandato popolare. È un’opinione non solo affrettata ma soprattutto irrealistica, perché nella sostanza nulla cambierà in Grecia, tutto è già scritto nel Memorandum d’intesa che il Premier ha sottoscritto con le istituzioni europee il 12 luglio scorso: l’austerità che continua e si inasprisce, la svendita di gran parte del patrimonio ellenico a imprese in gran parte tedesche, il fallimento di una sinistra che si illudeva di scardinare l’europeismo realmente esistente per fondarne un altro, non più germanocentrico e non più prigioniero del dogma neoliberista. Anche se il debito greco venisse ristrutturato – prima o poi lo sarà, dal momento che resta insostenibile – la strada è tracciata e non sono i greci ad averla decisa né a poterla cambiare. La constatazione di Stefano Fassina, ex vice ministro dell’economia uscito dal Pd italiano, è impietosa e appropriata: «Promettere un’interpretazione ‘sociale’ del Memorandum è propaganda. Quando ti sei impegnato a fare un avanzo primario di 3,5 punti percentuali e tagli pesanti già da quest’anno puoi dire addio al sostegno del reddito».[1]

Una via d’uscita differente era ed è possibile? Fuori dalle istituzioni europee era forse possibile, ma impraticabile: un Grexit gestito in maniera ordinata non è al momento consentito né dagli Stati forti dell’Unione né dalla Bce. Quanto alla proposta fatta a suo tempo da Yanis Varoufakis (rifiutare il memorandum, creando la liquidità necessaria a fronteggiare la chiusura delle banche tramite una provvisoria moneta parallela), sarebbe stata rigettata durante una riunione ristretta di gabinetto. Restano le riforme interne, che Tsipras vuol ottenere all’ombra del Memorandum: associando ad esempio il Parlamento europeo, “unico organo dell’Unione eletto dai cittadini” al Quartetto dei Creditori che ha preso il posto della Trojka (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo Monetario, Meccanismo europeo di stabilità). Difficile pensare che gli elettori greci si entusiasmino all’idea che il loro potere venga prima svuotato, poi trasferito a un Parlamento europeo dominato stabilmente da ben diverse coalizioni di forze. Il Premier dimissionario è certamente consapevole che il suo odierno orizzonte è quello di un fallimento: altrimenti non avrebbe ammesso di aver firmato “sotto ricatto” il Memorandum.

Ad Atene hanno imposto un colpo di Stato postmoderno

di martedì, luglio 14, 2015 0 , , , , Permalink

Intervista di Stefano Citati, «Il Fatto Quotidiano», 14 luglio 2015

Non siamo al Grexit ma questo accordo-capestro costringe Tsipras a un esercizio di equilibrismo pericolosissimo e impoverisce ancor più la Grecia. 

“Un’umiliazione” secondo l’ala “critica” di Syriza…
Al di là di un dato non irrilevante, ovvero che è stato per ora evitato il Grexit, l’intesa non solo umilia profondamente Atene, ma distrugge non meno profondamente il progetto europeo. Lo «Spiegel» parla di “catalogo delle crudeltà”. Atene è trattata come un bambino cattivo; non è un partner uguale ma viene infantilizzata, anche nell’uso delle parole. Torna il termine “memorandum”. E la“troika” torna a installarsi ad Atene, anche se pudicamente riceve il nome di “istituzioni”. È umiliata anche la democrazia: nessuna decisione sarà discussa nel Parlamento greco, che non sia stata preliminarmente concordata con la troika. A ciò si aggiungano i tagli alle pensioni, le tasse,  le privatizzazioni: è una nuova stretta di austerità. È già un miracolo che il Fondo delle privatizzazioni non sia collocato a Lussemburgo ma, su richiesta di Tsipras, in Grecia.

Cosa succederà ora alle anime di Syriza? Si rischia la frantumazione del partito…
Probabilmente voteranno contro alcuni deputati; già Tsipras non aveva la maggioranza assoluta. Dovrà cercar voti centristi e socialiti. Forse si andrà alle elezioni e seguirà una nuova coalizione.

Ma allora a cosa è servito il referendum? È stato usato più per il fronte interno che per quello europeo…
Oggi possiamo dirlo. Gli effetti esterni si sono rivelati irrilevanti. L’accordo sembra una vendetta contro il voto. Ma così è stata distrutta la sovranità popolare: cioè la democrazia. Tsipras sostiene che la sovranità nazionale è salvaguardata. La situazione mi pare più grave: la sovranità popolare è ignorata, sostituita da una sovranità europea non democratica.

E che facce europee emergono dalla notte di Bruxelles?
Sono volti crudeli contro i popoli. Vengono alla luce tutti i difetti dell’euro: senza un’unione politica federale è impossibile una solidarietà fra aree in deficit e in surplus. Per come è stata costruita la moneta unica, prima o poi doveva accadere: non c’è spazio per la solidarietà, ma una lotta tra più forti e più deboli. E a quanto emerge, di unione politica si parlerà solo nel 2025.

Ci sono “buoni” e “cattivi”?
Ci sono potenti e prepotenti che hanno voluto mettere in riga la Grecia e la sinistra: capitanati da Germania, Olanda, Finlandia, Est Europa. E poi i “mediatori”, Francia e Italia, anche se il ruolo dell’Italia non è chiaro. Spagna e Portogallo sono più che altro filo-tedeschi. L’Unione muore e si torna al “bilanciamento fra potenze” dell’Ottocento.

Secondo alcuni analisti picchiare sulla Grecia è un modo per “educare” gli altri sudeuropei riottosi…  
È stato un colpo di Stato postmoderno, compiuto attraverso regolamenti feroci e la teoria dei “compiti a casa”: un’imposizione che esclude qualsiasi idea di unione.

Un segnale anche a noi italiani?
Un avvertimento, sì. Ma noi siamo già da tempo in condizioni da memorandum”, pur senza troika. È dai tempi della lettera Trichet-Draghi a Berlusconi che è stata implementata la regola delle misure economiche da far visionare prima a Bruxelles e poi nel Parlamento italiano. Siamo commissariati. Un regime change, come disse Tsipras nella campagna elettorale europea ricordando il “colpo di Stato in Italia” del 2011.

Così rimangono in secondo piano le colpe dei greci…
Risalgono all’ingresso nell’euro; avevano i conti sballati e l’Europa non ha detto niente per anni. Goldman Sachs dava ottimi giudizi su Atene fino a poco prima del disastro. Certo i greci devono migliorare l’amministrazione, combattere l’evasione fiscale, ma perché farlo con misure dottrinalmente rigide imposte da fuori, impoverendo il Paese e senza nessuna promessa di ristrutturazione parziale del debito?

Spinelli: «Tsipras va con la destra? La crisi lo impone»

di venerdì, gennaio 30, 2015 0 , , , Permalink

Intervista di Antonietta Demurtas, Lettera43.it, 30 gennaio 2015

Creditori contro debitori. È questo il nuovo fronte politico su cui l’Unione europea sta combattendo la sua guerra civile. Altro che destra e sinistra o Nord contro Sud.
La crisi economica ha cambiato regole e strategie. Ma soprattutto ideali. E in prima linea c’è ancora una volta la Germania.

«SENZA I TEDESCHI NESSUNA EUROPA».
«La battaglia culturale sulle dottrine economiche buone contro la crisi deve partire proprio da Berlino», dice a Lettera43.it l’eurodeputata Barbara Spinelli, capolista per ‘L’Altra Europa con Tsipras’ nelle ultime elezioni europee.
«Perché senza i tedeschi un’altra Europa non la potremo avere».
Intanto a cercare di abbattere quella vecchia, basata sull’austerità e il rigore di bilancio, è stata la Grecia.

«L’ECONOMIA PASSATA IN PRIMO PIANO».
La prima cannonata è arrivata con la vittoria di Syriza, il partito di sinistra radicale che per la prima volta è salita al potere. Ma per governare si è alleata con la destra.
Una scelta che non deve più stupire, perché «considerata l’enormità della crisi e il prezzo pagato da così tanti cittadini, l’economia passa davvero al primo posto», sottolinea Spinelli.
Insomma gli ideali politici di un tempo non servono più per cambiare la società: «Quello che bisogna riconquistare oggi», dice Spinelli, «è la solidarietà tra gli europei».
Un valore «ormai in via di estinzione», molto più di quello politico. «E poi bisogna vedere oggi cos’è la destra e cos’è la sinistra».

DOMANDA. Ma questa vittoria di Syriza è di destra o di sinistra?
RISPOSTA.
 È prima di tutto una vittoria importantissima per la Grecia, perché è un riscatto dopo anni di miseria e impoverimento, ma anche di umiliazione. Il Paese è stato usato come una cavia per le politiche di austerità.
D. Che ripercussioni può avere sull’Europa?
R.
 Può avere un’importanza enorme perché in questi sei anni la terapia anti-crisi, basata sul contenimento della spesa pubblica ed essenzialmente sulla riduzione del reddito dei cittadini, è fallita. Siamo di nuovo caduti in una profondissima deflazione.
D. Eppure c’è chi ci crede ancora: «Gli impegni per la Grecia restano gli stessi», ha ribadito il vice presidente della Commissione Ue, il falco rigorista finlandese Jyrki Katainen.
R.
 Invece se l’Europa fosse intelligente questa sarebbe davvero la grande occasione per dire: proviamo altre ricette, altre visioni della crisi, altri modi di uscirne.
D. Per ora sono più quelli che parlano di Grexit: di fare uscire la Grecia dall’euro.
R.
 La cosa interessante e promettente è che questa di Syriza è la vittoria di una forza radicalmente critica delle politiche europee, ma intenzionata a restare nell’Ue. Quindi non ha vinto un partito che vuole uscire dall’euro.
D. In un momento in cui si parla di radicalizzazione solo in termini negativi (politici e religiosi), quella di Syriza può rappresentare un’eccezione positiva?
R.
 Sì, perché in fondo siamo abituati a pensare che la sinistra radicale sia contro il capitalismo, contro l’Unione europea. Invece qui abbiamo una sinistra che è radicale perché vuole cambiamenti e miglioramenti nella conduzione dell’economia capitalistica. E allo stesso tempo crede nelle istituzioni comunitarie.
D. Tanto da volere anche un’Europa federale?
R.
 Sì, i principali dirigenti del partito, da Tsipras al vice presidente dell’europarlamento Dimitris Papadimoulis, sono tutti adepti del Manifesto di Ventotene. Che è anche il tema del primo capitolo del libro che sta scrivendo l’eurodeputato Manolis Glezos.
D. In Europa chi può andare nella stessa direzione?
R.
 La Spagna è già molto avanti. Con Podemos ha una sinistra simile, in un certo modo anche più libera di Syriza.
D. Perché?
R.
 Perché Syriza ha messo insieme dei pezzetti un po’ vecchi della sinistra radicale con parti nuove. Podemos è completamente nuova, non si basa più sul contrasto destra-sinistra, ma si rivolge a tutto l’elettorato, senza etichette politiche. E a questa radicalità non eravamo abituati.
D. In che cosa consiste esattamente?
R.
 Nel salvare il welfare state, nell’essere fedeli alle conquiste sociali che l’Europa ha fatto nel Dopoguerra e che non sono state fatte solo dalla sinistra, ma da tutti: italiani, francesi… Si tratta quindi di salvare quello che teneva insieme l’Ue.
D. In Italia e Francia questa radicalità esiste?
R.
 La sua affermazione sarà un processo più lento, perché c’è una sinistra socialdemocratica moderata ancora molto forte, che ha finito con l’adottare le politiche dell’austerità e che quindi dovrebbe lei stessa cambiare.
D. E se non ci riesce?
R.
 Si dovrebbero formare delle forze alternative a Hollande e a Renzi.
D. L’economista francese Thomas Piketty ha invitato i socialisti francesi e italiani a unirsi a Tsipras prima prima di sparire definitivamente. È uno scenario possibile?
R.
 Sì, ma prima questi partiti di centrosinistra dovrebbero fare un mea culpa: ammettere di essersi sbagliati, che il trattato sui bilanci adottato nel 2012 è stato un fallimento.
D. Troppo orgogliosi per farlo?
R.
 Che lo facciano o no dipende da loro, per ora hanno fatto delle aperture a Syriza, ma solo a parole.
D. L’Italia ha fatto una battaglia sulla flessibilità però.
R.
 Era tutta aria fresca, perché flessibilità vuol dire combattere per delle percentuali. Invece è proprio il meccanismo del fiscal compact che va rinegoziato tutto. Oggi in Europa, più che la divisione tra destra e sinistra, c’è quella tra debitori e creditori: uno squilibrio che non deve più esistere.
D. La Germania non sembra essere molto favorevole al cambiamento.
R.
 La battaglia culturale sulle dottrine economiche buone contro la crisi deve partire invece proprio dalla Germania, perché senza di loro un’altra Europa non la potremo avere. E non sarebbe nemmeno giusto.
D. Ma la cancellazione del debito chiesta da Syriza non ha molti sostenitori a Berlino.
R.
 Non dico di ripetere la stessa Conferenza del 1953. Che tra l’altro non ha cancellato il debito tedesco, ma lo ha talmente diluito nel tempo e legato a una ripresa economica della Germania che alla fine una parte non è stata pagata perché si trattava di decenni di rinvio.
D. E cosa propone allora?
R.
 Ci si deve sedere tutti insieme intorno a un tavolo e discutere il debito greco, ristrutturandone una parte, rinviando i rimborsi, con l’idea che è in gioco la ricreazione di una solidarietà ormai perduta. E che è uno dei fondamenti dell’Ue.
D. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago?
R.
 La Germania non chiuderà in maniera drastica a qualsiasi negoziato. Molte regioni ormai sono governate dai socialdemocratici e dalla sinistra radicale, Linke. E nella prossima legislatura non è escluso che tra loro ci possa essere un’alleanza chiamata rossa-rossa.
D. Invece in Grecia Tsipras ha preferito fare un’alleanza rosso-nero con la destra di Anel. È delusa?
R.
 No. Purtroppo Tsipras ha tentato varie alleanze: il Kke, partito comunista estremamente stalinista ha subito detto di no, e Potami, partito liberale, ha detto sì, ma a patto che si annacquasse la parte anti-austerity.
D. Meglio allora sacrificare un ideale politico?
R.
 Il problema di Tsipras è che deve dare risultati economici nell’immediato, deve far respirare di nuovo la popolazione greca. Un po’ come fece François Mitterand quando aumentò subito il salario minimo. Anel è un conglomerato di forze diverse, ma per il momento la maggioranza è anti-austerity. Questo è il link.
D. Un compromesso storico alla greca?
R.
 No, il compromesso storico è qualcosa di più strutturato e di lungo periodo. Ed era talmente strutturato che poi anche Enrico Berlinguer lo rinnegò. Questo è più un compromesso strategico, che potrebbe anche saltare perché in realtà Tsipras ha bisogno solo di altri due deputati per avere la maggioranza assoluta.
D. E che siano di destra non conta?
R.
 No, in Grecia oggi la divisione è tra chi è a favore e chi è contro il memorandum della Troika.
D. Così si è sostituito un ideale economico a uno politico?
R.
 Considerata l’enormità della crisi e il prezzo pagato da milioni di cittadini, sì. Oggi l’economia passa davvero al primo posto. Poi bisogna vedere anche cos’è la destra e cos’è la sinistra.
D. Nel suo ultimo libro, Sottomissione, Michel Houllebecq ha scritto «l’opposizione sinistra-destra struttura il gioco politico da così tanto tempo che ci sembra impossibile superarla. Eppure in fondo non c’è nessuna difficoltà». È d’accordo?
R.
 Dipende, in Italia per esempio difficilmente vedo possibile un accordo tra sinistra radicale e Lega Nord.
D. Anche perché in Italia la sinistra radicale è praticamente estinta.
R.
 Non sono d’accordo, diciamo che è in letargo. Bisogna fare come Tsipras, che ha preso tante cellule dormienti della vecchia sinistra e ne ha fatto qualcosa di nuovo.
D. Andando con Anel ha più che altro fatto una chimera.
R.
 La sinistra in molti Paesi è sociologicamente minoritaria, se vuole governare, per forza deve andare a pescare voti nel centro e nella destra.
D. Insomma come ha fatto Renzi?
R.
 No, il centrosinistra in Italia ha tagliato fuori la parte radicale, Syriza invece si è assicurata prima di avere tutti i voti della sinistra e poi ha aperto ad altri.
D. In questo caso il fine giustifica i mezzi?
R.
 In Grecia la situazione è talmente grave – siamo ai livelli della depressione americana degli Anni 30 – che per forza saltano divisioni vecchie tra destra e sinistra. E poi i Greci indipendenti più che alla destra mi fanno pensare al Movimento 5 stelle, che sull’immigrazione è prudente mentre sul sociale e sui diritti è più aperto.
D. Ma quali sono i rischi che Tsipras corre con questa alleanza?
R
. Di cedere su alcuni diritti fondamentali, in particolare sui temi dell’immigrazione. Questo è un periodo in cui l’Ue sta combattendo una guerra economica interna, ma all’esterno è circondata da guerre che portano migliaia di richiedenti asilo, non più immigrati, alle nostre porte. E il pericolo è che l’Ue si chiuda in una fortezza.
D. Adesso a controllare quella porta c’è proprio un greco, Dimitris Avramopoulos, commissario europeo con il portafoglio per le Migrazioni, gli Affari interni e la Cittadinanza.
R.
 Sì ma Avramopoulos, che è di destra, forse andrà a fare il presidente della Repubblica. Una scelta che ha creato scontenti, ma è una mossa strategica molto astuta.
D. Perché?
R.
 Syriza pensa sia più importante avere un proprio uomo a Bruxelles come commissario all’immigrazione che averne uno presidente della Repubblica, un ruolo che tra l’altro non ha un gran peso come invece in altri Paesi.
D. In Italia ne ha tanto per esempio. Chi le piacerebbe?
R.
 Tra quelli usciti nessuno, anche se sicuramente il migliore è Romano Prodi. Ma il mio candidato ideale è Gustavo Zagrebelsky, che però non candideranno mai.

Syriza, Anel e la strategia della paura

di mercoledì, gennaio 28, 2015 0 , , Permalink

Mercoledì 28 gennaio 2015, riunione del gruppo GUE-NGL.
Intervento di Barbara Spinelli

La vittoria di Syriza è un evento di primaria importanza per la Grecia e per l’intera Unione, perché a tutti i popoli europei lancia un preciso segnale: uscire dalla logica dell’austerità e delle sanzioni inflitte ai paesi debitori è possibile.

Al tempo stesso, sono d’accordo con quanto ha detto in quest’aula Pablo Iglesias (Podemos): la strategia della paura che ha preceduto il voto greco non si fermerà qui, ma riprenderà con accentuato vigore. Ad essa si aggiungerà poi una strategia dello screditamento, in seguito alla coalizione di Syriza con il partito Anel.

Penso che a questa duplice strategia occorrerà rispondere con la discussione e l’elaborazione, all’interno del nostro gruppo, di risposte forti e convincenti.

Per quanto riguarda la strategia della paura, occorrerà insistere sui necessari legami di solidarietà tra paesi del Sud Europa, ma al tempo stesso cercare l’indispensabile raccordo con i paesi non mediterranei. Penso al ruolo cruciale che nell’Unione europea svolge la Germania, e che dentro la Germania può svolgere la Linke. Dovremo conquistare i cuori e le menti anche dei cittadini tedeschi.

Per quanto riguarda la strategia dello screditamento, dunque gli accordi di governo che Alexis Tsipras ha stretto con la destra di Anel, credo che la spiegazioni esposte dagli europarlamentari di Syriza siano preziose, ma che avremo tutti bisogno di molta documentazione in più, sul significato di quest’alleanza e sulla natura di Anel. Anche Anel, da parte sua, dovrebbe esser chiamata a spiegare il perchè della sua decisione di coalizzarsi con Syriza: perché in Europa si possa meglio capire la natura di questo partito e la convivenza al suo interno di diverse posizioni, sia sull’austerità – che è la preoccupazione numero uno di Tsipras – sia sull’immigrazione.

Tsipras, la divina sorpresa

di martedì, gennaio 27, 2015 0 , , , Permalink

«Il Fatto Quotidiano», 27 gennaio 2015

Nella storia francese, quel che è accaduto domenica in Grecia ha un nome: si chiama “divine surprise”. Il maggio 68 fu una divina sorpresa, e prima ancora – il termine fu coniato da Charles Maurras – l’ascesa al potere di Pétain. La storia inaspettatamente svolta, tutte le diagnosi della vigilia si disfano. Fino a ieri regnava l’ortodossia, il pensiero che non contempla devianze perché ritenuto l’unico giusto, diritto. L’incursione della sorpresa spezza l’ortodossia, apre spazi ad argomenti completamente diversi.

La vittoria di Alexis Tsipras torce la storia allo stesso modo. Non è detto che l’impossibile diventi possibile, che l’Europa cambi rotta e si ricostruisca su nuove basi. Non avendo la maggioranza assoluta, Syriza dovrà patteggiare con forze non omogenee alla propria linea. Ma da oggi ogni discorso che si fa a Bruxelles, o a Berlino, a Roma, a Parigi, sarà esaminato alla luce di quel che chiede la maggioranza dei greci: una fondamentale metamorfosi – nel governo nazionale e in Europa – delle politiche anti-crisi, dei modi di negoziare e parlarsi tra Stati membri, delle abitudini cittadine a fidarsi o non fidarsi dell’Unione. Ricominciare a sperare nell’Europa è possibile solo in un’esperienza di lotta alla degenerazione liberista, alla fuga dalla solidarietà, alla povertà generatrice di xenofobie: è quel che promette Tsipras. I tanti che vorrebbero perpetuare le pratiche di ieri proveranno a fare come se nulla fosse. I partiti di centrodestra e centrosinistra continueranno a patteggiare fra loro – son diventati agenzie di collocamento più che partiti – ma la loro natura apparirà d’un tratto stantia; per esempio in Italia apparirà obsoleto qualunque presidente della Repubblica, se i nomi vincenti sono quelli che circolano negli ultimi giorni. Dopo le elezioni di Tsipras, anche qui sono attese divine sorprese che scompiglino i giochi tra partiti e oligarchie. Non si può naturalmente escludere che Tsipras possa deludere il proprio popolo, ma il pensiero nuovo che impersona è ormai sul palcoscenico ed è questo: non puoi, senza il consenso dei cittadini che più soffrono la crisi, decretare dall’alto – e in modo così drastico – il cambiamento in peggio della loro vita, dei loro redditi, dei servizi pubblici garantiti dallo Stato sociale. Non puoi continuare a castigare i poveri, e non far pagare i ricchi. Non esiste ancora una Costituzione europea che cominci, alla maniera di quella statunitense, con le parole “Noi, popoli d’Europa…”, ma quel che s’è fatto vivo domenica è il desiderio dei popoli di pesare, infine, su politiche abusivamente fatte in loro nome.

L’establishment che guida l’Unione è in stato di stupore. Meglio sarebbe stato, per lui, che tra i vincitori ci fosse solo l’estrema destra di Alba Dorata, e che Syriza avesse fatto un’altra campagna: annunciando l’uscita dall’Euro, dall’Unione. Non è così, per sfortuna di molti: sin dal 2012, Tsipras ha detto che in quest’Europa vuol restare, che la moneta unica non sarà rinnegata, ma che l’insieme della sua architettura deve mutare, politicizzarsi, “basarsi sulla dignità e sulla giustizia sociale”. La maggioranza di Syriza – da Tsipras a eurodeputati come Dimitrios Papadimoulis o Manolis Glezos  – ha scelto come propria bandiera il Manifesto federalista di Ventotene.

Dicono che Syriza sfascerà l’Unione, non pagando i debiti e demolendo le finanze europee. Non è vero. Tsipras dice che Atene onorerà i debiti, purché una grossa porzione, dilatata dall’austerità, sia ristrutturata. Che gli Stati dell’Unione dovranno ridiscutere la questione del debito come avvenne nel ’53, quando furono condonati – anche con il contributo della Grecia, dell’Italia e della Spagna – i debiti di guerra della Germania (16 miliardi di marchi). Che l’Europa dovrà impegnarsi in un massiccio piano di investimenti comuni, finanziato dalla Banca europea degli investimenti, dal Fondo europeo degli investimenti, dalla Bce: è la “modesta proposta” di Yanis Varoufakis, l’economista candidato di Syriza in queste elezioni. Quanto al dissesto propriamente greco, Tsipras ne ha indicate le radici anni fa: i veri mali che paralizzano la crescita ellenica sono la corruzione e l’evasione fiscale. “È un fatto che la nostra cleptocrazia ha stretto un’alleanza con le élite europee per propagare menzogne, sulla Grecia, convenienti per gli eurocrati ed eccellenti per le banche fallimentari” (Tsipras al Kreisky Forum di Vienna, 20-9-2013). Questi anni di crisi hanno trasformato l’Unione in una forza conflittuale, punitiva, misantropa. Hanno svuotato le Costituzioni nazionali, la Carta europea dei diritti fondamentali, lo stesso Trattato di Lisbona. Hanno trasformato i governi debitori in scolari minorenni: ogni tanto scalciano, ma interiorizzano la propria sottomissione a disciplinatori più forti, a ideologi che pur avendo fallito perseverano nella propria arroganza. Quel che muove Tsipras è la convinzione che la crisi non sia di singoli Stati, ma sistemica: è crisi straordinaria dell’intera eurozona, bisognosa di misure non meno straordinarie. Tsipras rimette al centro la politica, il negoziato tra adulti dell’Unione, la perduta dialettica fra opposti schieramenti, il progresso sociale. L’accordo cui mira “deve essere vantaggioso per tutti”, e resuscitare l’idea postbellica di una diga contro ogni forma di dispotismo, di riforme strutturali imposte dall’alto, di lotte e falsi equilibri tra Stati centrali e periferici, tra Nord e Sud, tra creditori incensurati e debitori colpevoli.

Contro un’Europa antropofagica

Questo articolo sarà pubblicato sul quotidiano greco «I Avgi»

Se Syriza vince le elezioni del 25 gennaio, quel che sembrava impossibile potrebbe divenire possibile: un radicale cambiamento di rotta – non solo in Grecia ma nell’Unione europea – delle politiche anti-crisi, dei modi di negoziare e di parlarsi tra Stati membri, delle abitudini cittadine a fidarsi o non fidarsi dell’Unione. Fidarsi e ricominciare a sperare nell’Unione è oggi possibile solo in un’esperienza di lotta alla sua degenerazione liberista, alle sue tentazioni neonazionaliste e xenofobe, alla sua fuga dalla solidarietà: è quel che Alexis Tsipras promette.

Questi anni di crisi hanno trasformato l’Unione in una forza divisiva, punitiva, antropofagica. Hanno svuotato le costituzioni democratiche nazionali, nelle cosiddette periferie Sud, e in Europa la Carta dei diritti fondamentali. Hanno trasformato i governi in scolari minorenni, che ogni tanto scalciano e buttano sassi come ragazzini ma che hanno finito con l’interiorizzare la propria sottomissione e dipendenza da disciplinatori più forti, da ideologi che pur avendo fallito con le proprie dottrine perseverano nella propria arroganza dogmatica.

Le proposte di Syriza disturbano perché Tsipras non vuole uscire dall’euro ma restarvi, non mette in questione la gravità del debito pubblico ma intende combatterlo con politiche europee che siano consapevoli, finalmente, che la crisi non è solo di questa o quella nazione ma è sistemica: è crisi straordinaria dell’architettura dell’euro, bisognosa di misure collettive non meno straordinarie. Tsipras rimette al centro la politica, l’arte del negoziare, la conversazione tra adulti nell’Unione, la perduta dialettica fra sinistre e destre, la congiunzione tra progresso economico e progresso sociale e politico. L’accordo cui mira deve essere vantaggioso per tutti, e deve esser congegnato in maniera tale da far rinascere il progetto unitario postbellico, e il Manifesto di Ventotene nato in mezzo alla guerra contro tutte le forme di dispotismo, prevaricazione e umiliazione.

Mediterraneo: fossa comune

di mercoledì, dicembre 17, 2014 0 , , , Permalink

Agenzia stampa Fidest, 17 dicembre 2014

Nel suo intervento  alla plenaria di Strasburgo – sul Programma di lavoro della Commissione europea per il 2015 – Barbara Spinelli ha dichiarato:«Presidente, vorrei interpellarla anch’io su quanto ha detto venerdì sul voto in Grecia. Alludendo a Syriza, Lei ha denunciato quelli che chiama estremisti, esprimendo il suo desideratum: “Vorrei rivedere i volti noti: vertraute Gesichter”. Leggendo il suo programma, mi son detta che a redigerlo devono proprio esser stati questi volti noti. Sono i volti che hanno portato l’Europa a impoverirsi, disgregarsi. Sono i volti – ha continuato la deputata del GUE-Ngl – che hanno concepito uno dei capitoli più vuoti del Programma: quello sull’immigrazione, di cui mi occupo nella Commissione libertà pubbliche. Le migrazioni son viste con gli occhiali di ieri, quasi non vi foste accorti della loro metamorfosi. Oggi migrano soprattutto fuggitivi da guerre o disastri climatici. Oggi abbiamo un Mediterraneo trasformato in indecente fossa comune. Urge una revisione delle nostre regole d’asilo, a cominciare dal sempre più inefficace Dublino III. Urgono persone che pensino il nuovo, comprese le nuove colpe di cui l’Europa si sta macchiando. Pensa che i volti noti ci aiuteranno ad affrontare questa realtà?».

Fonte

I “volti noti” che Juncker vorrebbe alla guida della Grecia

Strasburgo, 16 dicembre 2014. Sessione plenaria del Parlamento europeo

Nel suo intervento di oggi alla plenaria di Strasburgo – sul Programma di lavoro della Commissione europea per il 2015 – Barbara Spinelli ha dichiarato:

«Presidente, vorrei interpellarla anch’io su quanto ha detto venerdì sul voto in Grecia. Alludendo a Syriza, Lei ha denunciato quelli che chiama estremisti, esprimendo il suo desideratum: “Vorrei rivedere i volti noti: vertraute Gesichter”. Leggendo il suo programma, mi son detta che a redigerlo devono proprio esser stati questi volti noti. Sono i volti che hanno portato l’Europa a impoverirsi, disgregarsi. Sono i volti – ha continuato la deputata del GUE-Ngl – che hanno concepito uno dei capitoli più vuoti del Programma: quello sull’immigrazione, di cui mi occupo nella Commissione libertà pubbliche. Le migrazioni son viste con gli occhiali di ieri, quasi non vi foste accorti della loro metamorfosi. Oggi migrano soprattutto fuggitivi da guerre o disastri climatici. Oggi abbiamo un Mediterraneo trasformato in indecente fossa comune. Urge una revisione delle nostre regole d’asilo, a cominciare dal sempre più inefficace Dublino III. Urgono persone che pensino il nuovo, comprese le nuove colpe di cui l’Europa si sta macchiando. Pensa che i volti noti ci aiuteranno ad affrontare questa realtà?»

A dieci anni dalla nascita della Sinistra europea

Discorso tenuto il 9 maggio 2014 a Roma in occasione del decimo anniversario della nascita della Sinistra europea.

La Lista Altra Europa con Tsipras è nata dopo la decisione della Sinistra europea di candidare alla Presidenza della Commissione il leader e fondatore di Syriza, il partito che sta divenendo maggioritario in Grecia e che è riuscito in una grandissima impresa: unire tutte le forze veramente di sinistra contro le politiche di austerità che pretendono di salvare l’euro. In Italia, è il tentativo di raggruppare non solo i partiti di sinistra, quella vera, ma anche le più diverse associazioni della società civile che hanno difeso i beni pubblici, che combattono per un nuovo sviluppo ecologico, che difendono la nostra Costituzione antifascista dagli attacchi di una grande coalizione neo-autoritaria, che da anni sono impegnati in una lotta contro la mafia che faccia luce sui patti sordidi, mai confessati, che ci sono stati negli anni Novanta e che ancora forse continuano, fra Stato italiano e mafie di vario tipo. Un vasto tentativo bipartisan è in atto per azzittire la Procura di Palermo, che sta indagando su questi patti. Noi lo denunciamo.