Russia, Siria e migrazione al Consiglio europeo

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 5 ottobre 2016.

Punto in agenda: Preparazione della riunione del Consiglio europeo del 20 e 21 ottobre 2016
Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione

Presenti al dibattito:
Jean-Claude Juncker – Presidente della Commissione europea
Ivan Korčok – Rappresentante plenipotenziario del governo per la presidenza slovacca del Consiglio dell’UE

Grazie Presidente Juncker. Riparlerete di rifugiati, ma non so se cercherete per davvero soluzioni. Mi chiedo se andrete alle radici della crisi, parlando del primo nemico in Siria – Isis, Al Qaeda – e immaginando un rapporto con Mosca alternativo al disordine mentale che regna in Usa: da una parte la rottura del dialogo annunciata da Obama, dall’altra la saggezza di Jimmy Carter: “Urge una co-leadership russo-americana”, e questo nonostante le violenze russe a Aleppo.

Non so nemmeno come discuterete il referendum ungherese: se Orbán vi convincerà che un referendum invalido lui lo renderà valido, con più muri ancora.

Una cosa soltanto so: che se non cominciamo a organizzare la convivenza con i rifugiati, l’Exit ci mangerà i cervelli. Perché l’Exit generalizzato è paura, rinuncia, nazionalismi. È pagare dittatori e Stati in guerra perché si tengano i fuggitivi: Eritrea, Sudan, e ora Afghanistan. È la fine dell’Unione, che le frontiere dovrebbe proteggerle, ma per meglio poterle riaprire.

Parere sul bilancio previsionale 2017

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL del parere “Bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017 – Tutte le sezioni” (Relatore per parere: Monica Macovei – ECR), nel corso della riunione straordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Strasburgo, 7 luglio 2016.

Punto in agenda:

  • Esame del progetto di parere

Ringrazio la relatrice per la bozza di parere e per la presentazione. Penso, per parte mia, che possa essere in più punti migliorata.

Facendo tesoro del lavoro svolto dai colleghi LIBE negli scorsi anni, ho lavorato su emendamenti che abbiano come obiettivo quello di mettere in risalto alcuni punti precisi:

– la separazione, in tutti i futuri progetti di bilancio, delle spese per il rafforzamento di strategie di rimpatrio dalle spese per la migrazione legale, e la promozione – per me essenziale – di un’effettiva integrazione nel mondo del lavoro;

– la creazione di un fondo Europeo per le operazioni di ricerca e salvataggio, al fine di potenziare e sostenere il search and rescue nei vari Stati membri, specie in quelli più esposti ai flussi migratori;

– lo stanziamento di fondi specifici destinati a iniziative di contrasto della crescita dell’antisemitismo, dell’islamofobia, dell’afrofobia e dell’antiziganismo negli Stati membri.

Evidenzierò inoltre come i fondi per lo sviluppo e gli aiuti umanitari a Stati Terzi non debbano essere condizionati alla capacità o volontà dei Paesi partner di collaborare al controllo della migrazione, ad esempio attraverso accordi di riammissione di migranti e rifugiati.

Allo stesso modo, ritengo che i progetti che potrebbero violare i diritti fondamentali dei migranti in Europa, o legittimare regimi dittatoriali, non dovrebbero essere sostenuti.

Evidenzierò anche la necessità, a livello nazionale ed europeo, di garantire meccanismi per la trasparenza, il controllo e la responsabilità dell’uso dei fondi. E’ a mio parere necessario introdurre meccanismi di monitoraggio e valutazione in itinere e non solo ex post, che possano valutare obbiettivamente se l’Unione europea stia raggiungendo i suoi obiettivi. Infine, dovrebbero essere definiti indicatori qualitativi e quantitativi, per misurare l’efficacia dei fondi UE e il raggiungimento dei loro obiettivi. Le relazioni e i documenti relativi a tali fondi dovrebbero essere resi pubblici.

Interrogazione al Consiglio dell’Unione europea sugli accordi con i Paesi terzi in materia di asilo e migrazione

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 10 giugno 2016

Barbara Spinelli ha depositato un’interrogazione scritta al Consiglio cofirmata da venti eurodeputati di differenti gruppi politici, per chiedere il rispetto dei diritti fondamentali e del principio di leale cooperazione negli accordi in materia di politiche di asilo e migrazione.

«Fin dal 2014», scrive la parlamentare del GUE/NGL, «il Consiglio ha avviato una serie di accordi in materia di asilo e migrazione di cui alcuni aspetti sono stati tenuti segreti, sottratti al controllo parlamentare. Presumibilmente, il 23 marzo la Commissione, l’EEAS (European External Action Service) e il COREPER (Comitato dei Rappresentanti permanenti del Consiglio) hanno discusso partenariati con i Paesi del Corno d’Africa – tra cui il Sudan – volti a fermare il flusso di profughi verso l’Europa per mezzo dei fondi UE, rispecchiando la “dichiarazione” UE-Turchia e la proposta italiana chiamata “Migration compact”. Va notato che la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro il Presidente sudanese in seguito ad accuse relative al suo presunto ruolo nel genocidio nel Darfur».

Poiché «l’articolo 13 del Trattato sull’Unione europea stabilisce che le istituzioni dell’Unione debbano attuare tra loro una leale cooperazione, agire nell’ambito delle proprie competenze e in conformità con le procedure, le condizioni e gli obiettivi stabiliti nei Trattati», Barbara Spinelli e gli altri venti parlamentari europei si rivolgono al Consiglio chiedendo se ritiene «che sia stato rispettato il principio di leale cooperazione nel proporre questi accordi, visto che il Parlamento non è stato né consultato né informato della loro esistenza; se i fondi UE stanziati nel piano d’azione non saranno utilizzati per reprimere le popolazioni civili; se gli accordi in oggetto rispettano l’art 3 TUE sugli obiettivi dell’Unione  relativi alla protezione dei diritti umani e la rigorosa osservanza del diritto internazionale, compreso il diritto a chiedere asilo».

Cooperazione sulla migrazione nel Corno d’Africa

Bruxelles, 9 novembre 2015

Vertice di La Valletta sulla migrazione: una prospettiva sul Corno d’Africa

Audizione pubblica organizzata da Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL – Francia) in collaborazione con Europe External Policy Advisors (EEPA)

SESSIONE
Cooperazione sulla migrazione nel Corno d’Africa

Intervento di apertura

Ringrazio Marie-Christine Vergiat per aver organizzato questa audizione e per il suo costante impegno a fianco di chi combatte per la democrazia in Eritrea e nei paesi del Corno d’Africa, e contro la logica del processo di Khartoum, e ringrazio i rappresentanti della diaspora eritrea che oggi sono con noi.

Guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, calamità naturali e crimini ambientali hanno costretto due milioni di cittadini del Corno d’Africa a lasciare le proprie case, in questi primi quindici anni del Duemila. Chi non è diventato profugo interno ha cercato di raggiungere l’Europa affrontando il deserto, le bande criminali, i campi in Libia, la traversata del Mediterraneo.

Queste persone d’ora in avanti troveranno ad accoglierli i cosiddetti hotspot, voluti da Commissione e Consiglio Europeo, dove si deciderà a quale categoria appartengono: se sono profughi titolati a presentare la domanda di protezione internazionale, o se sono migranti economici da rimpatriare. Ricordo che la maggior parte dei responsabili europei si ostina a parlare di “questione immigrati”, anziché di questione rifugiati. La distorsione semantica serve a sbarazzarsi delle proprie responsabilità. Ormai sappiamo bene che la stragrande maggioranza degli arrivi in Europa è composta di rifugiati. Comunque, la frontiera fra migrante e rifugiato è più che esile.

Ogni anno ricordiamo il naufragio di Lampedusa, quando morirono 360 fuggitivi eritrei e 8 fuggitivi somali. Era il 3 ottobre 2013.

“La maniera migliore per onorare la memoria dei morti è quella di salvare i vivi”, disse a Strasburgo don Mussie Zerai – invitato in Plenaria il 29 aprile di quest’anno da me e da Marie-ChristineVergiat – a proposito dell’istituzione, il 3 ottobre, di una giornata europea per la memoria dei profughi scomparsi in mare.

Ma come vengono salvati i vivi dai governanti dell’Unione? Riducendo il soccorso in mare a Frontex e a EunavforMed, il cui compito prioritario non è ufficialmente quello della Ricerca e Soccorso in mare? Riesumando il processo di Khartoum, che – in cambio di molto denaro – consegna il governo della migrazione dall’Africa e dal Medio Oriente alle peggiori dittature, come quella di Isaias Afewerki in Eritrea e di Al Bashir in Sudan?

A luglio – quando la commissione delle Nazioni Unite presieduta dall’avvocato Mike Smith aveva da pochi giorni presentato al Consiglio per i Diritti umani un Rapporto sull’Eritrea – l’Unione Europea ha prospettato un pacchetto di 300 milioni di euro in aiuti allo sviluppo, in favore di quel paese: un regalo al regime di Afewerki. L’obiettivo dichiarato a Bruxelles: “fermare la fuga di migliaia di migranti dal paese”.

Sono rimaste inascoltate, a Bruxelles come a Roma, le proteste della diaspora e l’appello lanciato da numerosi docenti universitari, uomini di cultura, giornalisti, esuli, ex diplomatici, attivisti che denunciavano come il nuovo flusso di denaro dall’Europa avesse l’effetto di legittimare e rafforzare la dittatura che da anni combattono, proprio mentre sta attraversando una fase di grave difficoltà.

La Commissione ONU sta valutando la possibilità di portare Afewerki davanti alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità. Ma l’Eritrea è stata invitata dal Consiglio europeo al Summit di La Valletta, l’11 e 12 novembre, e il ministro degli esteri di Afewerki – assieme al ministro degli esteri del presidente del Sudan Omar al-Bashir, accusato di crimini di guerra – siederà con gli altri leader africani.

So che una delegazione della diaspora eritrea e il coordinamento dell’Eritrea democratica saranno a Malta, in quei giorni, a far sentire la propria voce. È una voce che parla in nome nostro, che siamo orgogliosi di ospitare oggi a Bruxelles, e che vogliano continuare a rappresentare.

Durata del trattenimento amministrativo

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-011010/2015
alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), Tanja Fajon (S&D), Dennis de Jong (GUE/NGL), Nathalie  Griesbeck (ALDE), Cecilia Wikström (ALDE), Martina Anderson (GUE/NGL), Cornelia Ernst (GUE/NGL), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Kostas Chrysogonos (GUE/NGL), Jean Lambert (Verts/ALE), Ulrike Lunacek (Verts/ALE) e Malin Björk (GUE/NGL)

Oggetto: Durata del trattenimento amministrativo

La direttiva sui rimpatri (2008/115/CE) e la direttiva sull’accoglienza (2013/33/UE) affermano che gli stranieri e i richiedenti asilo possono essere trattenuti soltanto in circostanze eccezionali, e per il
minor tempo possibile, in base al principio secondo cui il trattenimento non rappresenta altro che un’eccezione al diritto fondamentale alla libertà.

Nella comunicazione sulla politica di rimpatrio del 28 marzo 2014, la Commissione ha rilevato che la
durata massima del trattenimento è diminuita in 12 Stati membri. Tuttavia, se confrontata con il
numero totale di trattenuti, tale diminuzione riguarda meno del 10 % di loro.

In alcuni Stati membri, come Cipro e il Belgio, gli stranieri sono trattenuti nonostante la mancanza di prospettive di allontanamento ragionevoli. Per alcuni di loro il periodo di trattenimento può essere prolungato oltre la durata massima (Belgio) o a tempo indeterminato (Grecia) in violazione delle disposizioni delle summenzionate direttive.

1. Non ritiene la Commissione necessario rendere obbligatoria per tutti gli Stati membri la pubblicazione, almeno su base annua, dei periodi di trattenimento medio, cumulativo e
prolungato per categoria di trattenuti (donne, uomini, bambini, richiedenti asilo, ecc.), incluso chi
attende l’allontanamento?

2. Quali misure concrete intende la Commissione adottare per mettere fine agli eccessivi periodi di
trattenimento applicati in alcuni Stati membri, che costituiscono un rischio di trattamento inumano
e degradante?


 

IT

E-011010/2015
Risposta di Dimitris Avramopoulos
a nome della Commissione

(5.10.2015)

La Commissione, insieme agli Stati membri, rivede regolarmente la raccolta di dati e di statistiche dell’UE riguardanti la migrazione e l’asilo rispetto alla legislazione europea in vigore. Si tratta di una misura introdotta per fornire dati fattuali e obiettivi che possano servire come base per l’elaborazione di politiche basate su elementi concreti. Finora gli Stati membri hanno partecipato e contribuito in modo molto proattivo a questo processo con Eurostat, in un quadro di cooperazione strutturato basato sul consenso. Misure obbligatorie non sono quindi ritenute necessarie, mentre si è convenuto di migliorare le serie di dati individuali e di aggiornarle regolarmente se considerato pertinente e necessario.

Come annunciato nell’Agenda sulla migrazione [1], la Commissione ha adottato un Manuale sul rimpatrio. Pur non essendo vincolante sul piano giuridico, questo documento fornirà alle autorità competenti degli Stati membri orientamenti comuni, buone pratiche e raccomandazioni affinché le utilizzino nello svolgimento delle attività relative al rimpatrio e per le valutazioni Schengen connesse al rimpatrio. Il manuale affronta, fra gli altri punti, la promozione delle partenze volontarie, l’uso proporzionato delle misure coercitive, il monitoraggio dei rimpatri forzati, il rinvio dell’allontanamento, il rimpatrio dei minori, i mezzi di ricorso effettivi, le garanzie in attesa del rimpatrio, condizioni di trattenimento umane e dignitose e le garanzie per le persone vulnerabili.

La Commissione controlla da vicino l’attuazione dell’integralità dell’acquis in materia d’asilo, e non esiterà a prendere le dovute iniziative procedurali nel rispetto dei trattati per garantire che i diritti fondamentali siano sempre rispettati quando uno Stato membro potrebbe avere agito in violazione dei suoi obblighi legali.

La Commissione rinvia inoltre gli Onorevoli Deputati alla sua risposta all’interrogazione E‑009662/2014.

[1]    COM(2015) 240.

Migrazione: indecenze del Consiglio

Bruxelles, 16 settembre 2015. Intervento di Barbara Spinelli durante la mini plenaria sulle conclusioni del Consiglio Giustizia e Affari Interni sulla migrazione (14 settembre 2015).

Le conclusioni del Consiglio sono indecenti. L’85 per cento dei rifugiati vive nei paesi poveri, e gli Stati membri decidono di ricollocarne appena 32.000 entro la fine del 2017. Una maggioranza accoglie la proposta della Commissione di distribuirne altri 120.000 (da Italia, Grecia, Ungheria), ma si fa bloccare da alcuni Stati. Risultato: la ricollocazione è approvata solo “in linea di principio”, non è  vincolante né permanente. Quest’Europa chiacchiera di valori, dimenticando che l’asilo e la solidarità fra Stati membri sono diritti e leggi, non astratti valori. Le sole misure che sa decidere sono inefficaci, e impaurite: muri; interventi militari in Libia che aumenteranno il numero dei fuggiaschi; lotta agli smuggler che esistono perché mancano vie legali di fuga; e liste di “paesi sicuri” dove rispedire i profughi, col rischio di discriminarli secondo le nazioni e di violare il diritto internazionale.


Si veda anche: EU leaders must take more responsibility in migration crisis

La Carta dei diritti fondamentali e le colpe dell’Unione Europea: interventi di Barbara Spinelli e Kostas Chrysogonos

Bruxelles, 25 giugno 2015. Riunione della Commissione per le Liberta’ Civili, la Giustizia e gli Affari Interni

Punti 9 e 10, Dibattito congiunto su:

  • European Union Agency for Fundamental Rights (FRA) – Annual report 2014

Presentation by Ms Frauke Seidensticker, Chairperson of the FRA Management Board and Mr Constantinos Manolopoulos, Interim Director

  • Report from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions: 2014 Report on the Application of the EU Charter of Fundamental Rights

Presentation by the European Commission

Intervento di Barbara Spinelli

Vorrei ringraziare innanzitutto per la presentazione dei lavori di monitoraggio sul rispetto della Carta dei diritti fondamentali e chiedere se siano giudicate e monitorate con la stessa attenzione, e in che modo e con quali criteri, le stesse Istituzioni Europee, quando infrangono la Carta. E vorrei chiedere come il Parlamento possa giudicare, in questo quadro, i comportamenti del Consiglio e della Commissione. È una domanda che dovremmo porre a noi stessi in due campi.

Il primo è quello della politica delle migrazioni, e in particolare dell’Agenda sulla migrazione di cui si sta discutendo proprio in questi giorni al Consiglio Europeo. Il fatto è che siamo alle prese con grossi rischi di violazione della Carta, soprattutto per quanto riguarda il principio del non-respingimento e l’assenza di proposte comunitarie intese a creare vie legali d’accesso in Europa, e di fuga da paesi in guerra o da dittature. È un tema contemplato nelle relazioni presentate in questa Commissione, ma non capisco se ci si riferisca solo alla violazione dei diritti da parte degli Stati Membri, o anche da parte delle Istituzioni europee.

Il secondo campo – e qui mi aggancio a quanto detto dal collega Kostas Chrysogonos – è quello della politica dell’austerità e degli effetti che essa ha sui diritti fondamentali e sui diritti sociali. È chiaro che anche in questo caso siamo di fronte al non rispetto della Carta. L’austerità è in sé una violazione sistematica dei Trattati, e sta creando un divario pericolosissimo fra le politiche comunitarie e i verdetti popolari che vengono emessi nelle elezioni. E’ un problema con cui dobbiamo cominciare a fare i conti. Perché dico questo? Perché molte violazioni di cui giustamente parlate nel Rapporto – l’estendersi di episodi di hate crimes, xenofobia, rifiuto del diverso, islamofobia – sono una conseguenza di politiche europee che, sul piano comunitario, violano la Carta dei diritti e producono, come contro-reazione, forti ondate xenofobiche nei paesi membri.

Intervento di Kostas Chrysogonos (Syriza – GUE/NGL):

Both reports that we are discussing today, concerning the application of the Charter of Fundamental Rights of the European Union during 2014, seem to be out of time and out of place. They are not addressing the most important issue of violation of fundamental rights within the Union, which is the massive violation of social rights through the murderous austerity policies implemented by the European institutions. Social and economic rights are not mentioned, either in the Report of the Fundamental Rights Agency or in the Commission’s Report (SWD 2015/99 final). Chapter 4 of the Charter of Fundamental Rights entitled “Solidarity” foresees, among others, a right of collective bargaining at Art. 28, a right of protection in the event of unjustified dismissal at Art. 30, a right to social security and assistance at Art. 34 and a right to health care at Art. 35. All these rights are being violated through policies imposed by the European institutions upon member states of the Union e.g. in Greece the Commission and the ECB, as members of the Troika, have nullified collective bargaining, have cut pensions and salaries to levels below the minimum of existence, have undermined health care in such a way that mortality has risen about 15% and so on. It is noteworthy mentioning that many of the measures implemented after Troika demands have been found to be in breach of international law of human rights, in particular in breach of the European Social Charter through decisions of the European Committee on Social Rights and in breach of several ILO Conventions through decisions of the ILO. Those violations entail analogous breaches of the aforementioned Articles of the Charter of Fundamental Rights of the EU.

Nevertheless the European institutions concerned not only show no willingness to comply with these findings, but they demand from the new Greek government, within the frame of the ongoing negotiations about the Greek financial adjustment programme, further violations of social rights of hundreds of thousands of persons who live right now at the edge of starvation. It almost looks as if we are living under a state of emergency, where fundamental social rights are suspended or sacrificed at the altar of austerity. Respect for human rights must be shown to all of them, if the pledge is genuine. Selective respect for some of them going together with disregard for others is tantamount to hypocrisy.

Migrazione: i trafficanti di esseri umani riempiono un vuoto di legalità di cui è responsabile l’Unione

Bruxelles, 14 aprile 2015, Commissione LIBE (Libertà civili, Giustizia e Affari interni).

Incontro su “Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio olistico alla migrazione”. Primo scambio di vedute alla presenza di Dimitris Avramopoulos, Commissario con delega a Migrazione, Affari interni e Cittadinanza.

Intervento di Barbara Spinelli, Relatore ombra del Rapporto di iniziativa sulla situazione nel Mediterraneo:

“Vorrei parlare di quelli che considero difetti gravi, e persistenti, della politica europea nel Mediterraneo e della strategia della Commissione in materia di migrazione e sicurezza: il breve termine, e una logica emergenziale che per forza di cose tende a sfociare in violazioni sistematiche dei diritti. È il contrario della tanto sbandierata visione olistica della migrazione in Europa”.

“Sono i difetti che ritrovo nelle sue ultime prese di posizione, Commissario Avramopoulos, sia nel discorso che ha tenuto qui oggi, sia qualche giorno fa, dopo la sua visita al quartier generale di Europol a L’Aja. Le priorità che Lei indica sono da un lato il controllo delle frontiere, la lotta all’immigrazione clandestina e il contrasto dei trafficanti; dall’altro i rimpatri e la cooperazione con i Paesi di transito. Non mi sembra una visione olistica e Le domando, in questo quadro, che senso abbia lottare in maniera prioritaria contro i trafficanti, quando i trafficanti non fanno che riempire un vuoto: non esistono vie legali di fuga, quindi l’illegalità si installa e prospera”.

“La seconda domanda è: a che serve Triton? A che serve aver affossato Mare nostrum se – secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – i seimila salvati degli ultimi giorni sono stati salvati dalle unità della Guardia costiera italiana e non da Triton? Sappiamo infatti che Triton si occupa soltanto di proteggere le trenta miglia dalla costa: dal punto di vista del soccorso e salvataggio si è rivelata un’operazione inutile.”