Lettera a Stefano Rodotà e Maurizio Landini

A Stefano Rodotà e Maurizio Landini

Cari amici,

il progetto di coalizione sociale su cui state lavorando coincide pienamente, a mio parere, con gli obiettivi per cui è nata la Lista L’Altra Europa. Lo appoggio senz’altro, anche come parlamentare, convinta che potremo contare su molte persone e comitati dell’Altra Europa e dell’associazionismo civile.

L’esigenza di una democrazia partecipativa e di una politica capace di coinvolgere e rappresentare la società è tutt’altro che sopita: basti ricordare la  volontà di cambiamento e autonomia espressa dai tanti movimenti – a cominciare da quelli per la pace e i diritti dei migranti, per i beni comuni e la democrazia – che nella nascita dell’Altra Europa con Tsipras avevano individuato una concreta possibilità di aggregazione.

“Dobbiamo guardare all’Europa”, ha detto Stefano Rodotà parlando di costituzionalismo arricchito, perché “il discorso sulla solidarietà ha un senso esclusivamente se usciamo dalla logica nazionalista, altrimenti si impiglia”. Si apre una possibilità di muoverci insieme su obiettivi decisivi – difesa della Costituzione, art. 81 e pareggio di bilancio, contrasto del Jobs act, lotta alla mafia e alla povertà, politiche di pace per il Mediterraneo e ai confini orientali dell’Unione – in una battaglia che può avere una sponda nel Parlamento europeo.

Un caro saluto e un augurio

barbara spinelli

 

L’apatia della democrazia (intervento integrale)

Venerdì 27 e sabato 28  febbraio ha avuto luogo a Firenze il convegno “La democrazia minacciata”, organizzato da Libertà e Giustizia. Secondo le parole del promotore e curatore Paul Ginsborg, “stiamo entrando in una nuova fase politica in cui, per la prima volta in molti decenni, viene messa in dubbio la sopravvivenza stessa della democrazia. Da un lato, perfino in paesi di lunghissime tradizioni democratiche, assumono sempre più importanza partiti politici che mescolano un razzismo esplicito con attacchi di fondo alla democrazia. Dall’altro si trovano una cultura e una politica democratica assolutamente impreparate per la sfida imminente. Invece di essersi irrobustita nei decenni precedenti, la democrazia oggi sempre più assomiglia a un guscio vuoto. Il dilagare della corruzione e delle organizzazioni criminali, l’attacco alla Costituzione, il servilismo di gran parte dell’informazione, la concentrazione del controllo dei media in poche mani, gli ostacoli posti all’espansione dei diritti dei cittadini e dei beni comuni – tutto questo ha portato a una drammatica perdita di fiducia nelle classi dirigenti politiche, non solo italiane”.

Questo il testo dell’intervento di Barbara Spinelli.

Grazie a voi di Libertà e Giustizia, grazie ai moniti insistenti di Gustavo Zagrebelsky, sappiamo che l’Italia sta divenendo un laboratorio di quella che comunemente viene chiamata decostituzionalizzazione –  o deparlamentarizzazione – delle democrazie. Il fenomeno si è acutizzato, con la crisi cominciata nel 2007, ma ha una storia pluridecennale alle spalle: sia nei singoli Stati europei, sia nell’Unione stessa.

Qualcuno ricorderà forse quel che ebbe a dire Hans Tietmeyer nel 1998, a quel tempo presidente della Bundesbank. Parlò di due “plebisciti” su cui poggiano le democrazie, quando funzionano: quello delle urne, e quello – soverchiante, decisivo – che battezzò “plebiscito permanente dei mercati”. La coincidenza tra quest’enunciato e l’adozione di lì a poco dell’euro è significativa. Non stupisce infatti che la moneta unica nasca alla fine degli anni Novanta senza Stato: quel che è il suo conclamato vizio d’origine – l’essere una moneta che non è in mano a un sovrano politico europeo, priva di legittimazione democratica, non in grado di assicurare una coesione di tipo federale tra gli Stati membri – si trasforma dal punto di vista dei mercati in vantaggio, se non in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell’euro segnano l’avvio ufficiale di un processo di svuotamento della democrazia. Ma questo processo ha origini ancora più lontane.

Già nel 1975, un rapporto scritto per la Commissione Trilaterale da Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki, denunciava gli “eccessi” delle democrazie parlamentari postbelliche, e affermava il primato della stabilità e della governabilità sulla rappresentatività e il pluralismo, giungendo sino a esaltare l’apatia degli elettori. Il rapporto è stato poi poi pubblicato, con il titolo “La crisi della democrazia”. Ne leggo un passaggio: “Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato [prima degli anni ’60] ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene”.

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Immigrazione e crisi della civiltà europea

di lunedì, febbraio 2, 2015 0 , , , Permalink

Il 30 gennaio 2015 a Bobigny, in Francia, si è svolta per iniziativa del Front de Gauche una conferenza sul tema “Entre défis démocratiques et alternative, quel avenir pour les peuples?” che ha riunito più di cento esponenti della sinistra radicale europea. Vi hanno preso parte Natasha Theodoralopoulou di Syriza, Jose Calderón di Podemos, Renato Soeiro del Bloco de Esquerda (Portugal), Fathi Chamkhi, deputato del Front populaire (Tunisia), Barbara Spinelli, de L’Altra Europa con Tsipras, Marie-Christine Vergiat, eurodeputata del Front de gauche, Éric Coquerel del Parti de Gauche, Pierre Laurent del Parti Communiste Français e Myriam Martin, portavoce del movimento Ensemble.

Questo il testo dell’intervento in francese di Barbara Spinelli.

J’aimerais commencer par quelques chiffres qui me paraissent éclairants. Nous savons que les réfugiés syriens se comptent par millions, suite à une guerre qui semble interminable et dans laquelle l’Europe et les Etats Unis jouent un rôle pour le moins équivoque. 1 million et demi d’entre eux sont accueillis en Tunisie (sur 10 millions d’habitants), 2 millions au Liban (sur 4 millions d’habitants), 1 million en Jordanie (sur 7 millions). Tâchons de ne jamais l’oublier, lorsque nous nous alarmons des 3000 réfugies syriens en France ou des 3.970 débarqués en Italie l’année dernière (en 2014, les demandeurs d’asile syriens dans toute l’Union européenne ont été 48.400). Des amis et camarades syriens me rapportent que les organisations de la société civile de ces pays s’activent de mille manières –  bien davantage que nous ne le faisons – dans l’accueil, voire dans l’intégration.

Mais il n’y a pas que la Syrie, bien entendu. Nous savons que les réfugiés de guerre représentent aujourd’hui une partie consistante de la migration en Europe, e que parmi les réfugiés il y a des Syriens, des Erythréens en fuite de la dictature d’Issayas Afewerki, des Iraquiens, des Afghans et des Soudanais.

Ces faits et ces chiffres illustrent de manière spectaculaire la crise que nous traversons. C’est certes une crise économique et sociale, dans la mesure où tous les pays qui accueillent ces millions de réfugiés sont loin d’être riches. Mais c’est aussi et surtout une crise de civilisation. Toujours encensée, la civilisation européenne figure telle une formidable conquête dans notre Charte des droits fondamentaux et dans le préambule du Traité de Lisbonne. “L’unité dans la diversité” est la devise officielle de l’Union (hélas, elle ne figure pas dans notre Charte – ses rédacteurs aurait-ils été pris de remords ? je me pertmets d’en douter). En réalité, cette civilisation est profondément malade. Elle dit le contraire de ce qu’elle est réellement disposée à faire et de ce qu’elle fait. Le Commissaire à l’immigration Dimítris Avramópoulos, qui se limite pour le moment à la lutte contre les passeurs et au contrôle des frontières via le dispositif Frontex, contribue à la forteresse Europe tout en affirmant haut et fort, lors des les auditions parlementaires à Strasbourg et à Bruxelles, que “jamais l’Union ne sera une forteresse”.

La crise économique, l’appauvrissement de nos peuples et de nos Etats sociaux sont flagrants. Mais notre maladie a des causes plus profondes, qu’ils nous faut reconnaître, étudier, et combattre. C’est justement la maladie de la forteresse et de la fermeture. Les japonais ont un mot pour décrire une pathologie psychosociale qui a pris de vastes proportions lors de la “décennie perdue” commencée au début des années 90: c’est le phénomène des hikikomori, qui nous est désormais familier grâce à la littérature et au cinéma. Les hikikomori sont des adolescents ou des adultes (on parle d’un million de japonais atteints par la maladie) qui ont décidé “tout à coup” de ne plus sortir de leur chambre: par peur, par désespoir, par solitude. Bref, parce qu’ils ont décroché. La traduction du mot est “retrait”.

En quelque sorte, c’est toute l’Union européenne qui est atteinte d’une pathologie hikikomori. Et là où elle ne semble pas “décrocher”, là où elle possède une tradition multiculturelle et accueille davantage de migrants – comme en Suède, en Allemagne ou en France – elle connaît la montée de forces xénophobes ou islamophobes.

Concernant l’immigration et l’absence d’une politique d’accueil, je pourrais vous parler de différents lieux emblématiques. Je pourrais vous parler de Ceuta et Melilla, de Sangatte, de la fermeture des frontières terrestres en Grèce ou du mur anti-immigrants en Bulgarie. Mais puisque mon temps de parole est limité, je me limiterai à l’Italie et aux morts en Méditerranée : parce que le grand naufrage survenu près des côtes de Lampedusa le 3 octobre 2013 a tragiquement montré au monde entier l’ampleur du problème, et parce qu’en Italie la pathologie civilisationnelle dont nous avons parlé prend des allures extraordinaires et est à l’origine d’infinies hypocrisies, affectant jusqu’au langage utilisé pour décrire la situation.

Après le désastre de Lampedusa, le gouvernement italien mit en place une opération de recherche et sauvetage (Search and rescue) appelée Mare Nostrum. Les navires de la marine italienne allaient en haute mer, près des côtes libyennes ou egyptiennes, afin de mieux répondre aux appels de secours et intervenir en cas de risque de naufrage. Plus de 10.000 vies ont été officiellement sauvées, selon les autorités italiennes et européennes : je me souviens que Cecilia Malmström, Commissaire aux Affaires intérieures avant Avramópoulos, s’était exprimée en ce sens devant le Parlement européen. Toutefois, l’opération s’avérant particulièrement onéreuse pour la seule Italie, on a décrété sa substitution par le dispositif communautaire de Frontex (avec l’opération nommée Triton). Mais en réalité, plus que de “substitution”, il faudrait parler de mort de Mare Nostrum – et plus précisément de mort des migrants en mer. Le gouvernement italien (c’est-à-dire la fausse gauche de Renzi en entente avec une partie de la droite) s’est réjoui, en annonçant avec grande fierté que Mare Nostrum était de fait européanisé, du point de vue du financement, mais que sa substance était sauvegardée. C’est un pur mensonge, couvert par l’hypocrisie: Frontex et Triton ne peuvent et ne veulent se substituer à Mare Nostrum, parce que leur tâche est le contrôle des frontières, non le search and rescue. Et parce que leur règle est claire et impérative : ses navires ont l’interdiction d’opérer au delà de 30 miles des côtes italiennes, sur le tracé des frontières européennes, et se limitent à des opérations de contrôle et d’endiguement de l’immigration clandestine. Que reste-t-il du search and rescue? Que reste-t-il de la mémoire du naufrage de Lampedusa?

Permettez-moi de répondre à ces questions par un exemple récent. En novembre dernier, les navires de la garde côtière italienne se sont aventurés en haute mer, pour sauver un certain nombre de fugitifs. Quelques jours plus tard, une lettre signée par le directeur de Frontex Klaus Rosler parvient au département immigration du Ministère de l’Intérieur, dans laquelle l’Italie est sévèrement rappelée à l’ordre. Il ne faut plus s‘aventurer au delà des 30 miles, car la mission de Frontex ne le prévoit pas. En d’autres mots, il faut laisser mourir les fugitifs, point final.

Il en va de même pour ce qui concerne la lutte contre les passeurs et les groupes de nature mafieuse qui contrôlent de fait les flux migratoires. On leur déclare la guerre mais on leur laisse le pouvoir. Ce dernier pourrait être réduit de manière draconienne, en instituant des corridors humanitaires sous la protection de l’Union européenne et de l’Onu. Il n’en est rien. L’Europe est faite par des policiers de frontière, non par des hommes politiques qui réfléchiraient à des stratégies et reprendraient le monopole de l’immigration, en en réduisant ainsi la violence. Résultat : on continue à mourir noyé en Méditerranée. On l’appelle le cimetière, mais je refuse ce terme. Dans un cimetière il y a des signes, des stèles, des noms : on s’y rend avec la certitude de trouver l’endroit où nos chers disparus sont ensevelis. La mer Méditerranée est une fosse commune, remplie de cadavres sans nom. Cela permet d’oublier.

C’est donc de crise de civilisation qu’il convient de parler, là où les lois de celle-ci sont violées ou ne sont que des coquilles vides. A commencer par la loi plus ancienne de l’humanité civilisée, à savoir la loi de la mer, qui prescrit le sauvetage de la personne ou du navire en danger. Ce n’est pas sans raison que l’on assiste à une déconstitutionnalisation et à une dé-parlamentarisation de nos démocraties, dans les nations et dans l’Union.

En ce sens, et pour conclure, vous aurez sans doute remarqué qu’on parle beaucoup de “valeurs” de l’Union. C’est le mot récurrent dans toutes les motions que nous discutons au Parlement européen. Marie-Christine Vergiat le sait bien parce qu’elle se bat sur ces questions, quotidiennement et dans toutes les plénières. Je n’aime pas ce mot, car il est vidé de substance. Je préfère parler de loi, d’Etat de droit, de droit codifié de la personne. Récemment, c’était cinq jours après l’attentat de Charlie Hebdo, j’ai rencontré un ministre du gouvernement français dans le train Paris-Strasbourg. On a parlé juste une minute du massacre, et je lui ai fait part de mes craintes concernant l’Etat de droit. Il m’a répondu avec un ton solennel: “Les droit, oui… mais plus encore les valeurs… les valeurs…”. En entendant ces mots, j’ai eu le sentiment d’un échec, d’une impuissance. Et plus que jamais j’ai ressenti l’envie de me battre encore davantage pour mettre le mots “droit” et “loi”, à la place de “valeurs”.

Syriza, Anel e la strategia della paura

di mercoledì, gennaio 28, 2015 0 , , Permalink

Mercoledì 28 gennaio 2015, riunione del gruppo GUE-NGL.
Intervento di Barbara Spinelli

La vittoria di Syriza è un evento di primaria importanza per la Grecia e per l’intera Unione, perché a tutti i popoli europei lancia un preciso segnale: uscire dalla logica dell’austerità e delle sanzioni inflitte ai paesi debitori è possibile.

Al tempo stesso, sono d’accordo con quanto ha detto in quest’aula Pablo Iglesias (Podemos): la strategia della paura che ha preceduto il voto greco non si fermerà qui, ma riprenderà con accentuato vigore. Ad essa si aggiungerà poi una strategia dello screditamento, in seguito alla coalizione di Syriza con il partito Anel.

Penso che a questa duplice strategia occorrerà rispondere con la discussione e l’elaborazione, all’interno del nostro gruppo, di risposte forti e convincenti.

Per quanto riguarda la strategia della paura, occorrerà insistere sui necessari legami di solidarietà tra paesi del Sud Europa, ma al tempo stesso cercare l’indispensabile raccordo con i paesi non mediterranei. Penso al ruolo cruciale che nell’Unione europea svolge la Germania, e che dentro la Germania può svolgere la Linke. Dovremo conquistare i cuori e le menti anche dei cittadini tedeschi.

Per quanto riguarda la strategia dello screditamento, dunque gli accordi di governo che Alexis Tsipras ha stretto con la destra di Anel, credo che la spiegazioni esposte dagli europarlamentari di Syriza siano preziose, ma che avremo tutti bisogno di molta documentazione in più, sul significato di quest’alleanza e sulla natura di Anel. Anche Anel, da parte sua, dovrebbe esser chiamata a spiegare il perchè della sua decisione di coalizzarsi con Syriza: perché in Europa si possa meglio capire la natura di questo partito e la convivenza al suo interno di diverse posizioni, sia sull’austerità – che è la preoccupazione numero uno di Tsipras – sia sull’immigrazione.

Ricostituzionalizzare la democrazia

Questo articolo di Barbara Spinelli è apparso con il titolo Serve più sinistra in questa Europa su «Il Fatto Quotidiano» del 23 gennaio 2015

Caro direttore, in riferimento all’articolo di Salvatore Cannavò, “Rottura ligure, la sinistra cerca l’x factor rosso, pubblicato il 20 gennaio dal tuo giornale, ti chiedo di ospitare una riflessione che precisa le posizioni che mi vengono erroneamente attribuite. Un caro saluto.  

Questi sono giorni cruciali, come ho avuto il modo di dire il 17 gennaio, nel corso dell’assemblea dell’Altra Europa con Tsipras alla quale Salvatore Cannavò fa riferimento nel suo articolo del 20 gennaio. Sono giorni cruciali per noi in Italia, dove ci stiamo preparando all’elezione del prossimo presidente della Repubblica e a un possibile sfaldamento del Pd, e sono giorni cruciali per un’Europa che – scossa dai terribili attentati di Parigi e dalle loro prevedibili ripercussioni sulle politiche di sicurezza e sui diritti dei cittadini – attende l’esito delle elezioni generali in Grecia.

La possibile vittoria di Syriza, cui l’Altra Europa si è ispirata fin dalla sua costituzione, potrebbe davvero rappresentare una svolta, se Tsipras condurrà sino in fondo la battaglia che ha promesso, e se sarà sostenuto da un grande arco di movimenti e partiti fuori dalla Grecia. Sarà la prova generale di uno schieramento che non si adatta più all’Europa così com’è, che giudica fallimentari e non più proponibili i rigidi dogmi dell’austerità, e che mette fine allo schema ormai trentennale inventato da Margaret Thatcher, secondo cui “non c’è alternativa” alla visione neoliberista delle nostre economie e delle nostre società: visione fondamentalmente antisindacale, politicamente accentratrice, decisa a decostituzionalizzare le singole democrazie dell’Unione europea e la democrazia delle stesse istituzioni comunitarie.

In questo scenario, l’articolo di Cannavò restringe l’orizzonte, collegando la nascita di un progetto politico di ampio respiro a una mera sommatoria di sigle e di singole figure, per quanto autorevoli.

Nell’inverno 2013-2014, la lista L’Altra Europa con Tsipras nacque per unire in Italia le forze che non si riconoscevano nella linea di un partito – il Pd – sempre più attratto dall’ideologia centrista che sprezza le forze intermedie della società, e i poteri che controbilanciano il potere dell’esecutivo. Siamo nati – ho avuto occasione di dirlo a Bologna – per rimobilitare politicamente e conquistare il consenso di una sinistra oggi emarginata, sì, e anche di chi ha cercato rifugio nel movimento di Grillo o – sempre più – nell’astensione, dunque in un voto di sfiducia verso tutti i partiti e tutte le istituzioni politiche.

Eravamo partiti da Alexis Tsipras e dalle sue proposte di riforme europee, perché anche noi vedevamo la crisi iniziata nel 2007-2008 come una crisi sistemica – di tutto il capitalismo e in particolare dell’eurozona – e non come una somma di crisi nazionali del debito e dei conti da tenere in ordine nelle varie case nazionali. L’aggancio a Syriza e al caso greco era un grimaldello per cambiare l’Europa e la politica italiana.

Quelle idee vanno salvaguardate, perché hanno prodotto un esito importante: un milione di voti, tre deputati nel Parlamento europeo, un consigliere comunale in Emilia Romagna; ma soprattutto hanno prodotto una consapevolezza nuova: non bisogna aspettare, per nascere come soggetto politico, che altri decidano quale fattore x, quale alternativa nuova e mai vista debba prodursi alla politica di Renzi.

Il soggetto c’è, questo ho detto a Bologna, senza mai sognarmi di pronunciare le parole che mi vengono attribuite da Cannavò: L’Altra Europa non è affatto un “contenitore autosufficiente”, ma un’esperienza politica autonoma, che può essere messa in comune nella costruzione di una nuova realtà il più ampia possibile – che si dia il compito di fermare la disgregazione sociale in atto nel nostro paese, a livelli mai conosciuti nella storia repubblicana, mettendo al centro la difesa del lavoro e dell’ambiente, e ridando dignità a una generazione senza prospettive.   

La nostra Lista non deve dimenticare, e anzi deve accentuare e trasformare sempre più in proposte politiche concrete, la sua intuizione iniziale: l’aspirazione a essere massimamente inclusiva e unitaria, partendo dalle esperienze e dalle pratiche esistenti nei territori, e massimamente aperta ai movimenti alternativi. Aperta – come lo siamo stati nelle elezioni europee – alle persone più che agli apparati. Pronta a dialogare con i diversi partiti e movimenti della sinistra radicale, e anche con chi non si identifica – o non si identifica più – in ciò che viene chiamato “sinistra”. Penso agli ecologisti, ai militanti delle battaglie anticorruzione e antimafia, ai delusi del M5S, e infine – ancora una volta, e sempre più – agli astensionisti. Il nostro progetto politico non era la riproposizione di un insieme di partitini e, anche se essenzialmente di sinistra, non era solo di sinistra. Non era antipartitico, ma era rigorosamente non-partitico. Sono talmente tante le cose da fare che non abbiamo letteralmente tempo di occuparci degli equilibrismi tra i piccoli partiti, delle piccole o grandi secessioni dentro il Pd. C’è l’Europa dell’austerità, che dobbiamo cambiare affiancando la battaglia che domani farà Syriza, e che dopodomani – spero – farà Podemos. C’è l’Europa-fortezza da mettere radicalmente in questione, con politiche dell’immigrazione che mutino i regolamenti sull’asilo, che garantiscano protezione ai profughi da guerre che attorno a noi si moltiplicano e ci coinvolgono, perché sono guerre che americani ed europei hanno acutizzato e quasi sempre scatenato.

Perfino il mar Mediterraneo va ricostituzionalizzato, visto che l’Unione sta violando addirittura la legge del mare, mettendo in discussione il dovere di salvare le vite umane minacciate da naufragio. E vanno aboliti i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, nella loro forma attuale. Ho visitato in dicembre quello di Ponte Galeria a Roma. 
Non è un centro. È un campo di concentramento. Non per ultimo: in Italia bisogna trovare risposte a un razzismo che sta esplodendo ovunque, non solo nel popolo della Lega ma anche a sinistra, e che sarà sempre più legittimato dalle urne, se non impareremo ad affrontarlo in maniera giusta e argomentata.

Proprio perché l’ora di agire è adesso, la Lista nata prima delle europee deve mettersi subito al lavoro, e costruire un’alternativa con tutte le forze che vorranno ripensare la democrazia e con tutte le personalità in rotta con il partito di Renzi, ma senza disperdere il patrimonio dell’Altra Europa, specie quello accumulato nei territori. Senza sciogliersi. E avendo coscienza che non basta riunire attorno a un tavolo i frammenti della sinistra. Ci interessa al tempo stesso, e subito, il dialogo con gli italiani che si astengono o che votano Grillo: rispettivamente il 40 e il 20 per cento dell’elettorato.

È la maggioranza del paese, con cui la politica deve ricominciare a parlare. Alla crisi straordinaria che viviamo, non si può che rispondere con uno sforzo egualmente straordinario di unificazione, e di oltrepassamento dei recinti cui siamo abituati.


Lettura consigliata: Rodotà: “Ripartiamo dal basso, senza la zavorra dei partiti”, Micromega, 22 gennaio 2015

“E tu chi sei?”

Bologna, 17 gennaio 2015. Discorso di Barbara Spinelli all’assemblea de L’Altra Europa con Tsipras

Questi sono giorni cruciali. Sono giorni cruciali per noi in Italia dove ci stiamo preparando all’elezione del prossimo presidente e dunque a una possibile crisi del Partito democratico. E sono giorni cruciali per quello che sta accadendo in Europa: dai terribili attentati terroristici a Parigi – con le conseguenze che essi possono avere sulle politiche di sicurezza e sui diritti dei cittadini – alle imminenti elezioni in Grecia.

La vittoria di Syriza può davvero rappresentare una svolta, se Tsipras condurrà sino in fondo la battaglia che ha promesso e se sarà sostenuto da un grande arco di movimenti e partiti fuori dalla Grecia. Sarà la prova generale di uno schieramento che non si adatta più all’Europa così com’è, che giudica fallimentari e non più proponibili i rigidi dogmi dell’austerità, e che mette fine allo schema ormai trentennale inventato da Margaret Thatcher, secondo cui “non c’è alternativa” alla visione liberista delle nostre economie e delle nostre società: visione fondamentalmente antisindacale, e inoltre politicamente e costituzionalmente accentratrice.

Ricordiamoci che anche per questo nacque la nostra Lista, nell’inverno 2013-2014: per dire che l’alternativa invece c’era, per denunciare i custodi dell’ortodossia liberista che avevano usato il caso greco come paradigma negativo e cavia di esperimenti di distruzione del welfare state e delle costituzioni democratiche nate dalla Resistenza. Per unire in Italia le forze che non si riconoscevano nella degenerazione di un Partito democratico, sempre più esclusivamente interessato a ideologie centriste e all’annullamento di tutte le forze intermedie della società, di tutti i poteri che controbilanciano il potere dell’esecutivo. Una forza che pretende di incarnare la sinistra, ma che non solo disprezza le tradizioni della sinistra ma le ignora in maniera militante: anche se son sfiorato da qualche nozione di una lunga e densa tradizione – questo dice a se stesso il nuovo Pd – volutamente penso, decido, agisco, comunico, come se di questa tradizione non sapessi rigorosamente nulla. Siamo nati per rimobilitare politicamente e conquistare il consenso di un elettorato che, giustamente incollerito, ha scelto quella che i tedeschi durante il nazismo chiamavano “emigrazione interiore”, e che ha cercato rifugio o nel movimento di Grillo, o – sempre più – nell’astensione, dunque in un voto di sfiducia verso tutti i partiti e tutte le istituzioni politiche.

Eravamo partiti da Alexis Tsipras e dalle sue proposte di riforma europee perché anche noi vedevamo la crisi iniziata nel 2007- 2008 come una crisi sistemica – di tutto il capitalismo e in particolare dell’eurozona – e non come una somma di crisi nazionali del debito e dei conti da tenere in ordine nelle singole case nazionali. Il cambiamento della dialettica politica nei nostri paesi, il salvataggio delle democrazie minacciate da una decostituzionalizzazione che colpisce prima i paesi più umiliati dalle politiche della trojka e dei memorandum, e poi tutti gli altri, erano a nostro parere possibili a una sola condizione: rispondere alla crisi sistemica con risposte egualmente sistemiche, e per questa via scardinare le fondamenta su cui si basa la risposta fin qui data alle crisi dei debiti nazionali dalla Commissione, dagli Stati più forti dell’Unione, dalla Bce. Creando un’Unione più solidale, rifiutando l’idea stessa di un centro dell’Unione circondato da “periferie” indebitate e di conseguenza colpevoli (Schuld in tedesco ha due significati, non dimentichiamolo mai: significa debito e colpa). Ricostituzionalizzando non solo l’Italia o la Grecia o la Spagna o il Portogallo, quindi, ma ricostituzionalizzando e ri-parlamentarizzando anche l’Unione.

Di qui anche la battaglia che noi europarlamentari italiani del Gue conduciamo a Bruxelles e Strasburgo. È una battaglia che va in più direzioni: per la comune e solidale gestione dei debiti nazionali, e per piani europei di investimento ben più consistenti e decisivi del piano Juncker (il piano Juncker conta solo su investimenti privati del tutto fantasmatici, con un incentivo di investimento pubblico minimo: poco più di 20 miliardi, con un improponibile, inverosimile effetto moltiplicatore di 15 punti). Di piani alternativi a quello di Juncker ce ne sono molti, e sono interessanti: dall’idea di Luciano Gallino, che immagina una moneta parallela all’euro da emettere per gli investimenti senza che lo Stato esca dall’euro, a quello di Yanis Varoufakis, l’economista che si è candidato per Syriza in queste elezioni. Studiamoli e facciamoli nostri. Coinvolgiamo Luciano Gallino, che – lo ricorderete – fu tra i principali ideatori della nostra lista fin dal primo giorno. Scrisse lui i passaggi decisivi della parte economica del programma. Consultiamolo sulla questione del debito che sarà discussa nell’assemblea.

***

Credo che più che mai dobbiamo mantenere lo slancio iniziale della Lista, insistere nella convinzione che abbiamo avuto quando è nata questa formazione: l’aggancio a Syriza e al caso Grecia era un grimaldello per cambiare l’Europa e dunque la politica italiana. Manteniamo quelle idee, salvaguardando quel che abbiamo costruito ed essendone fieri.

E visto che sono a Bologna, vorrei qui rendere omaggio al grande sforzo che è stato fatto dalla lista Altra Emilia Romagna (e anche Altra Calabria, Altra Liguria) per proseguire il discorso cominciato con la campagna per le elezioni europee. Campagna che ha pur sempre portato dei risultati, visto che nel parlamento europeo ci sono 3 nostri parlamentari.

È il primo punto su cui vorrei insistere, in quest’assemblea. Non ricominciamo da zero. Ricominciamo da tre (i 3 parlamentari appunto). Esistiamo, anche se siamo spesso un soggetto performativo, per usare ironicamente un termine della linguistica. Come europarlamentare mi trovo spesso davanti alla domanda: “E tu, chi sei?”. In quel momento, nominando la Lista, per forza di cose la faccio esistere come soggetto compiuto. Siamo una forza esigua ma si deve ripartire anche dalla nostra esperienza. Il che vuol dire: dai territori che l’hanno continuata a far vivere, dai successi e dalle adesioni che otteniamo localmente. Non aspettiamo, per nascere come soggetto politico, che altri decidano quale alternativa nuova e mai vista debba nascere alla politica di Renzi.

Il secondo punto che vorrei indicare riguarda la natura che si darà la Lista. È un punto collegato al primo, perché si tratta di insistere sempre, di nuovo, sull’intuizione iniziale: sull’aspirazione a essere, come movimento, massimamente inclusivi e unitari, massimamente aperti a tutte le adesioni. Aperti, come lo eravamo nelle elezioni europee, alle persone, ai diversi partiti e ai diversi movimenti della sinistra radicale, e anche a chi non si identifica del tutto con la formazione della Sinistra Europea ma si batte comunque per un’alternativa a Renzi e alle grandi intese popolari-socialisti-liberali nel Parlamento e nelle altre istituzioni europee: penso agli ecologisti, ai militanti delle battaglie anticorruzione e antimafia, e ai delusi del M5S, e infine – ancora una volta, e sempre più – agli astensionisti. È il motivo per cui, vorrei dirlo qui a Bologna, ho personalmente deciso tenere in sospeso la mia adesione alla Sinistra Europea, come parlamentare del Gue. Il nostro progetto politico non era la riproposizione di un insieme di partitini, e anche se essenzialmente di sinistra non era solo di sinistra. Non era antipartitico, ma era rigorosamente non-partitico. A me sembra che le scelte di molte nuove forze in ascesa della sinistra – Podemos in Spagna, il movimento “barriera umana” di Ivan Sinčić in Croazia – vadano precisamente nella stessa direzione.

Sono troppe le cose che abbiamo da fare, ognuno nel posto dove si trova, per aspettare ancora e rinviare il momento di creare le strutture di una nuova formazione politica decisa non solo a battersi ma a vincere, nelle future elezioni locali e nazionali. E dobbiamo farlo nella maniera più condivisa e democratica e unitaria possibile, ma dobbiamo farlo subito, qui. L’ora è adesso perché la crisi acuta è adesso. C’è l’Europa dell’austerità che dobbiamo cambiare, affiancando la battaglia che domani farà Syriza e dopodomani – spero – Podemos e Sinčić e la Linke nel paese chiave dell’Unione che è la Germania. C’è l’Europa-fortezza da mettere radicalmente in questione, con politiche dell’immigrazione che mutino i regolamenti sull’asilo, che garantiscano protezione ai profughi da guerre che attorno a noi si moltiplicano e ci coinvolgono, perché sono guerre che americani ed europei hanno acutizzato e quasi sempre scatenato. Perfino il mar Mediterraneo va ricostituzionalizzato, visto che l’Unione sta violando addirittura la legge del mare, mettendo in discussione il dovere di salvare le vite umane minacciate da naufragio. E vanno aboliti i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, nella loro forma attuale. Ho visitato in dicembre quello di Ponte Galeria a Roma. Non è un centro, è un campo di concentramento. Non per ultimo: in Italia bisogna trovare risposte a un razzismo che sta esplodendo ovunque, non solo nel popolo della Lega, e che sarà sempre più legittimato dalle urne, se non impareremo a parlare in maniera giusta su queste questioni.

Sono talmente tante le cose da fare che non abbiamo letteralmente tempo di occuparci dei piccoli partiti, delle piccole o grandi secessioni dentro il Pd. Siamo in attesa che molti ci raggiungano e aderiscano alle nostre proposte. Siamo sicuri che verranno, perché la crisi è davvero straordinaria ed esige uno sforzo unitario egualmente straordinario. Proviamo a compierlo, fin da quest’assemblea.

Rom, lettera aperta al viceprefetto di Pisa

di lunedì, dicembre 29, 2014 0 , Permalink

Gentile Signor Prefetto Vicario,

Le scrivo a seguito delle Sue dichiarazioni, riportate dalla stampa locale in data 12 dicembre 2014.[1] Tali dichiarazioni, rilasciate nel corso di una conferenza stampa congiunta con il Comune di Pisa, alludono alla necessità di ridurre drasticamente il numero di persone rom, sinti e caminanti sul territorio provinciale: secondo quanto riportato dai quotidiani, l’obiettivo dichiarato sarebbe passare dagli 860 attualmente censiti nell’area pisana, a un numero giudicato “sostenibile” di 400 presenze complessive.

Si tratta di dichiarazioni sconcertanti – prima ancora che in evidente contrasto con le normative nazionali e comunitarie in materia di discriminazione. In base a quale criterio e a quale legittimità ci si può arrogare il diritto di definire quante e quali persone sono “sostenibili” su un territorio? Nella speranza che le Sue parole siano state mal riportate dalla stampa, e che Lei voglia rettificarle, Le facciamo presente che né gli Stati membri, né gli enti locali, possono stabilire “quote massime” di residenti su base etnica. Le norme in materia di ingresso e soggiorno possono prevedere, qualora la legislazione di un singolo Stato lo consenta, numeri massimi di cittadini stranieri da ammettere sul territorio; tuttavia tali limitazioni numeriche, che in ogni caso sono di pertinenza dello Stato centrale – e a maggior ragione in Italia, dove la residenza e l’immigrazione sono materie ad esso riservate (cfr. Costituzione, art. 117) – non possono essere definite su base etnico-razziale.

Non è quindi legittimo parlare di sostenibilità, con riferimento agli aspetti quantitativi della presenza delle comunità rom, sinti e caminanti: si configurerebbe un’evidente discriminazione su base etnico-razziale, vietata dalle norme comunitarie e internazionali (cfr. inter alia, Direttiva 2000/43/CE del Consiglio europeo, che attua il principio della parità di trattamento fra persone, indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica; Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 21 dicembre 1965, ratificata dall’Italia con legge n. 654 del 13 ottobre 1975).

È importante inoltre ricordare che l’Unione europea – a partire dalla Comunicazione del 5 aprile 2011, COM(2011) 173 definitivo – ha raccomandato agli Stati membri politiche inclusive nei confronti delle comunità rom, sinti e caminanti: queste politiche riguardano in particolare l’inserimento abitativo delle famiglie che vivono in luoghi segregati, l’inserimento lavorativo degli adulti, la scolarizzazione dei minori e il pieno accesso ai diritti fondamentali. L’Unione europea raccomanda inoltre il massimo coinvolgimento delle comunità nei processi decisionali che le riguardano.

Le Sue dichiarazioni lasciano inoltre intendere possibili espulsioni collettive dei rom, sinti e caminanti – espulsioni anch’esse vietate dalle norme comunitarie e internazionali (Protocollo n°  4 alla Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e della Libertà fondamentali, nonché Articolo 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea).

Non posso infine passare sotto silenzio la presenza di minori e donne incinte nei campi: persone vulnerabili la cui presenza, a Suo dire, imporrebbe uno “smantellamento graduale” dei campi. Quasi che l’operare in modo “graduale” lo smantellamento possa giustificare la violazione dei diritti e l’assenza di considerazione dei superiori interessi dei minori: obblighi derivanti da norme comunitarie e internazionali (Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, Articolo 24 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea).

Sono certa che Lei, Signor Prefetto Vicario, saprà dare opportuna attuazione, nel territorio pisano, a tali indicazioni.
Le ricordo infine che nel 2010 il governo francese annunciò l’intenzione di smantellare alcuni campi rom e fu severamente ammonito dall’Onu, dal Parlamento europeo e dalla Commissione di Bruxelles, che minacciò di attivare una procedura di infrazione nel caso le autorità francesi non fossero immediatamente tornate sulla loro decisione.

In attesa di un Suo cortese riscontro, Le invio i più cordiali saluti,

On. Barbara Spinelli
Deputata Parlamento Europeo Gruppo GUE – L’Altra Europa per Tsipras
24 dicembre 2014

[1] Giovanni Parlato e Rebecca Pardi, I nomadi sul territorio sono 860, resterà soltanto chi è in regola, «Il Tirreno», 12 Dicembre 2014, cronaca di Pisa, pag. V; Eleonora Mancini, Ultimatum per i rom, «gli illegali vadano via», «La Nazione», 12 Dicembre 2014, cronaca di Pisa, pag. 4.


Sullo stesso tema:

La replica del Prefetto: “A Pisa stiamo lavorando per dare dignità ai rom”

I reietti di Ponte Galeria

"Ponte Galeria"

19 dicembre 2014, visita ufficiale di Barbara Spinelli al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, nei pressi di Roma. 

Uno zoo per umani, ma senza erba né alberi né rocce come quelli che oggi sono concessi ai non umani. Una spianata di cemento e, anziché gli alberi, una fitta foresta di sbarre d’acciaio che delimita e suddivide gli spazi dove i detenuti dormono, escono nelle gabbie antistanti le camerate, fanno qualche passo nel corridoio centrale, anch’esso cintato da barriere. Le gabbie per animali rari che la Francia inventò in pieno Terrore, negli anni ‘90 del Settecento, erano proprio così – loculi e inferriate – solo che col tempo per le bestie andò un po’ meglio. Tutto resta invece grigio-ferro, qui a Ponte Galeria: le sbarre di recinzione, il plexiglas che impedisce ai detenuti di salire sui tetti, le graticole che fasciano le finestre dei dormitori.

Il CIE (Centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria, sobborgo di Roma, non finge nulla, anche se qualcuno forse ha ripulito alla meglio i cessi in occasione della visita di controllo dell’europarlamentare. L’osceno si disvela subito per quello che è: un campo di concentramento per migranti non in regola col permesso di soggiorno, richiedenti asilo, stranieri che hanno scontato una pena carceraria ma sono senza documenti, ammucchiati e confusi gli uni con gli altri. L’Italia e l’Europa esibiscono la propria verità concentrazionaria senza pudore né memoria d’alcun genere, anche se non senza frapporre ostacoli a chi viene da fuori – autorità parlamentari o associazioni della società civile che vogliono indagare, capire, denunciare.

Il venerdì 19 dicembre ero lì, in missione ufficiale come eurodeputata, accompagnata dalla mia assistente e portavoce Daniela Padoan e da una delegazione composta di amici difensori dei migranti e dei loro diritti. I gestori di Ponte Galeria avevano il dovere di aprirmi i cancelli, perché l’accesso non può esser vietato a un parlamentare e al suo assistente. Ma fin dall’inizio avevo chiesto di entrare con una delegazione, perché assieme ad essa avevo preparato la visita. Sono entrate, ma di straforo, solo l’avvocato Alessandra Ballerini, Gabriella Guido responsabile della campagna LasciateCIEntrare e Marta Bonafoni, consigliere regionale del Lazio. Gli altri sono stati tenuti fuori dai cancelli, per strada, e non perché il viceprefetto avesse dato ordini in tal senso. Il viceprefetto responsabile del CIE mi aveva personalmente dato il consenso, appena arrivata, ma la Questura ha messo il veto. L’organo inferiore ha scavalcato il superiore, abusivamente. Così gran parte degli amici sono restati fuori: l’antropologa Annamaria Rivera, Stefano Galieni responsabile nazionale immigrazione del Prc, Antonello Ciervo avvocato dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), Cinzia Greco attivista della campagna LasciateCIEentrare, l’avvocato Flavio Del Soldato, il giornalista Giacomo Zandonini. Solo nella seconda parte della visita ho temporaneamente lasciato l’edificio e vi sono rientrata riuscendo a farmi accompagnare da Giovanni Maria Bellu, direttore del giornale Left e presidente dell’associazione Carta di Roma.

Con Daniela Padoan e i pochi con cui sono entrata ho visto l’orrore del CIE romano, simile a quello di tanti CIE in Italia. Il Centro di Ponte Galeria ha sede nella periferia sud ovest della capitale, in una caserma, la Gelsomini, dove nel 2001 si addestrarono gli agenti della celere inviati a Genova per eseguire la macelleria messicana del G8. Fu ancora qui, nel dicembre 2013 e nel luglio 2014, che una decina di migranti si cucì le labbra: un segno di protesta estrema. Fuori dai cancelli, volanti e blindati delle forze d’ordine; oltre il cancello un cortile, ed eccomi nello spettrale caseggiato del CIE: un corridoio dove si susseguono alcune stanze, adibite via via agli incontri con i parenti, ai colloqui con i legali che convalidano le detenzioni ed espulsioni dei reietti, poi l’ambulatorio medico, poi la stanza dello psichiatra che però non c’è – per il momento è stato licenziato perché impiegato dalla vecchia gestione – infine il bagno del personale, le pareti costellate di scritte ingiuriose che gli impiegati della gestione precedente hanno graffiato non si sa quando.

Subito dopo, gli spazi geometricamente suddivisi del carcere-lager, a sinistra gli uomini e a destra le donne: qui s’accampa la geometria delle sbarre altissime, cui stanno aggrappati (questo giorno di visita è un avvenimento)… chi sta aggrappato per la precisione, e come li chiamiamo? Il vocabolario dei custodi e delle forze d’ordine tentenna e scivola come fosse liquido, senza arrivare a solidificarsi. Li chiamano a volte detenuti, o addirittura “utenti”, o “ospiti”; molto più di rado trattenuti. Capita anche che mettano in fila i due attributi: «detenuti-cioè-mi-scusi-trattenuti». Annamaria Rivera, che aspetta inutilmente fuori dall’edificio, mi scriverà una email, dopo la visita: «Abbiamo discusso vivacemente con due gestori. Di loro, mi hanno impressionata, tra le altre cose, l’ideologia e il lessico da ‘banalità del male’: uno definiva gli internati “utenti” e affermava che erano lì, i custodi, per dovere civile, cioè per migliorare il “servizio”».

Prima di entrare nei recinti, chiedo ai custodi: «Si può parlare con loro?» – «Un momento, i capibanda per ora non ci sono, magari sono a mensa» – «I capibanda?». Sì, i capibanda. Così vengono interpellati e descritti i rappresentanti dei detenuti. Il lessico di Ponte Galeria è impastato di parole prese in prestito dal crimine, dalla malavita. «Comunque vi consigliamo vivamente di non entrare, sono molto agitati. Sono pericolosi.» Da lunedì mattina 15 dicembre il Centro è nelle mani di un nuovo ente, l’agenzia francese Gepsa, specializzata in amministrazione carceraria. L’agenzia ha vinto la gara perché il capitolato che ha presentato prevede tagli al personale e diarie decurtate ai detenuti (2,5 euro al giorno). I prigionieri parlano ossessivamente di spending review: è un vocabolo appreso in fretta. Da lunedì manca quasi tutto, nel CIE: vestiti caldi, biancheria, calze, lenzuola di ricambio, kit con spazzolino da denti e dentifricio per i nuovi arrivati, assorbenti per le donne. I nuovi gestori dicono che ci vorrà del tempo, che qualche grave «inconveniente» sarà superato.

Ma nelle grandi linee le norme sono le stesse: questo è il regno del diritto emergenziale permanente, e nessuna miglioria cambia i dati di fatto. Ai reclusi è proibito tenere matite o penne, per evitare che le inghiottiscano e finiscano in ambulatorio. Non possono avere carta da scrivere, per motivi che non riescono a delucidare anche se chiedi molto. Hanno il telefonino, e tra noi visitatori e loro c’è un fitto scambiarsi di numeri, ma la connessione internet è preclusa. Non hanno accesso ai giornali. Nelle camerate in un angolo per terra è acceso un piccolo televisore, ma chissà quel che possono vedere e in che ore. I gestori smentiscono, ma tutti i detenuti con cui parlo sono esasperati perché di notte le luci al neon sul soffitto sono ininterrottamente accese, e addormentarsi è difficile se non impossibile. Di qui – anche – l’alto uso di sonniferi. Ricorrente è anche la somministrazione di anti-epilettici o, per i tossicodipendenti, di metadone. Le tensioni si alzano e scendono come maree, e a seconda del loro livello si dispiegano più o meno numerose le forze d’ordine, manganelli bene in vista e grosse pistole alla cinta. La struttura contiene al momento 98 reclusi (76 uomini e 22 donne).

Entriamo a questo punto nelle camerate, dove ci sono otto o dieci letti in uno spazio che ne dovrebbe contenere quattro. Dentro fa freddo come fuori, nel cortile recintato: il riscaldamento funziona a intermittenza, mi dicono, sempre che funzioni. I reclusi mi fanno vedere le poche cose che ricevono: lenzuola di carta che subito si sbrindellano sopra il materasso («non ce le danno di stoffa perché temono che le attorcigliamo e le trasformiamo in corde»), e sopra una coperta militare marrone. Un detenuto ci mostra di nascosto un pettinino sbocconcellato: i pettini sono proibiti, vai a sapere perché. La maggior parte calza ciabatte o sandali infradito di gomma, anche se fa parecchio freddo. Sono vietati i lacci, se hai le scarpe. Un detenuto ride dell’ordine insensato: i lacci no, ma uno spago che funge da cintura per i pantaloni troppo larghi, «quello sì lo possiamo portare ed eventualmente impiccarci».

Tutti sono angosciati dall’igiene: sono giorni che non ricevono sapone né dentifricio, che non possono andare alla “barberia” (da soli non possono usare lamette e rasoi). Si vergognano molto di quest’incuria e delle barbe non fatte. Sono giorni che non hanno vestiti di ricambio: «Non ci piace puzzare, ma ecco puzziamo». Sono angosciati anche dai gatti che circolano tra il fuori e il dentro le inferriate: «Vorremmo tanto dar loro da mangiare, ma non ne abbiamo la possibilità e allora chi ci pensa ai gatti?».

Resto dentro il recinto sei o sette ore, ma quando ne esco ho l’impressione sia passato un anno. A che scopo son qui? Dico loro che in Europa mi batto contro i CIE, per i corridoi umanitari che legalizzino le fughe verso il nostro continente, per il riconoscimento reciproco del diritto d’asilo nell’Unione, per l’annullamento della Bossi-Fini. E per la revisione o l’abolizione dell’assurdo regolamento di Dublino, che obbliga i profughi a chiedere asilo nel primo Paese dove approdano, anche se non vorrebbero affatto restare in Italia ma andare in Svezia o Germania: lì l’integrazione sociale funziona, mentre in Italia nulla è garantito se non questi indecenti Centri. I relegati sono felici di parlare con un parlamentare. “Onorevole Onorevole”, dicono a ogni piè sospinto, poi fortunatamente cominciano a chiamarmi per nome: Barbara. Ma continueranno a esser così eccitati e speranzosi quando la delegazione se ne sarà andata e li avremo lasciati lì, a passare altre notti senza sonno sotto il biancore del neon?

Tutti i buoni propositi di un parlamentare europeo vanno a sbattere inani contro quei volti di supplica e disperazione semisorridente, che chiedono quel che dovrebbe essere normale: poter uscire da quest’inferno, in cui precipitano inspiegabilmente tutti, incensurati e non; avere informazioni precise (ma mancano gli interpreti); poter raggiungere i parenti che a volte sono fuori Italia, a volte abitano qui vicino, a Roma stessa; poter usufruire di assistenza vera (il barbiere e lo psicologo sono le figure più anelate). E soprattutto: scongiurare il respingimento che le leggi europee almeno sulla carta vietano, il rimpatrio in Paesi dove sta in agguato la morte. Un pakistano, M.M., mi afferra le due mani, a mo’ di preghiera: è cristiano, teme di essere rispedito in Pakistan dove «di sicuro mi ammazzeranno». Parlo anche con un recluso del Ghana che probabilmente è uno dei «capibanda», con un colombiano mitissimo e con una strana pazienza, con il tunisino I.B. che mi dà il numero del suo cellulare, con l’egiziano M.A.: invariabilmente implorano aiuti concreti e immediati che non posso dare e tutti dicono: «Non ci dimentichi ». Nessuno mi chiede soldi. C’è un ex pregiudicato, S.G. Ha scontato una pena a Rebibbia e poi a sorpresa si è ritrovato qui: scrive romanzi e poesie, e ha vinto numerosi premi letterari. Ha studiato e si è messo alla scrittura in carcere. Molti hanno conosciuto lo stesso tragitto: la prigione (il più delle volte per spaccio o taccheggi), la pena scontata fino all’ultimo giorno, per poi ricadere inaspettatamente in questo Lager. I più domandano e ridomandano Perché. Datemi una ragione. Non capisco. Corrono in camerata e ti portano a vedere foglietti ormai sbrindellati che riportano le loro richieste di permesso di soggiorno. Molti sono nati in Italia, ma come sappiamo non hanno diritto alcuno perché da noi vige la legge tribale del sangue.

Ho passato un pomeriggio con loro, e alla fine avevo l’impressione che fosse un tempo sterminato, che t’invecchia rapido. Ero senza più parole. Infinitamente sconsolata. Ci si continuerà a battere per loro, questo è vero. Anzi è più vero che mai. Ma con quale prospettiva di essere ascoltati dalle autorità nazionali ed europee, di obbligarle a guardare in faccia quello che abbiamo visto?

Una cosa so: quale che sia la nostra azione, nel Parlamento dell’Unione europea e nelle associazioni, so che tutti ci stiamo macchiando di un misfatto di enormi proporzioni. È come se visitando i Centri ti spuntasse sulla pelle un marchio, una voglia: il marchio della colpa. Perché questo zoo per umani l’abbiamo fabbricato noi italiani, noi europei. Perché lo definiamo inaccettabile, allontanandoci da quei volti che chiedono risposte fino all’ultimo istante – insopportabile – in cui incroci i loro sguardi prima di partire. Ma lo sappiamo, gli amici con cui sono venuta e io: nello stesso istante in cui pronunci la parola «inaccettabile», e poi prendi il treno per tornare a casa, già hai accettato quello che hai visto, quello che ha ferito i tuoi occhi. Già sei sceso a patti con il tremendo.

I Cie, zoo per umani ma senza erba

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Articolo pubblicato su «La Stampa», 23 dicembre 2014

Il 19 dicembre, come deputato europeo, sono andata in visita al Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria presso Roma. Ero accompagnata da rappresentanti di alcune associazioni che si prendono cura della disperazione impotente di tanti migranti finiti in queste gabbie penitenziarie. Ho constatato quel che denuncio da mesi, e che è il fulcro della mia attività a Bruxelles: man mano che l’immigrazione aumenta in Europa, man mano che la sua natura muta (i più fuggono oggi da guerre o disastri climatici: per forza sono senza documenti), s’afferma nell’Unione un diritto emergenziale, che sospende leggi iscritte non solo nelle Costituzioni, ma nella Carta europea dei diritti fondamentali.
Così l’immigrazione diventa la nostra comune parte buia: buia perché inaccessibile all’informazione, buia per le ferite inflitte alla dignità della persona. Ogni giorno abbiamo notizie di violenze che colpiscono i migranti, nello spazio Schengen: a Melilla in Spagna, a Sangatte in Francia, e in Grecia, in Italia. Ogni giorno crescono partiti che raccolgono consensi trasformando il profugo in capro espiatorio: penso a Marine Le Pen e Salvini in Francia e Italia, a Dresda avamposto di islamofobi e neonazisti (Npd, Die Rechte). Penso all’Ukip inglese. Ovunque, i conservatori sono in competizione mimetica con l’estrema destra: da Cameron in Inghilterra a Rajoy in Spagna.
La visita a Ponte Galeria è tappa cruciale della battaglia che conduco dal primo giorno in Europa: contro la chiusura di Mare Nostrum e la rinuncia esplicita ai salvataggi in alto mare; in favore del riconoscimento reciproco dell’asilo nell’Ue e di corridoi umanitari che tolgano alle mafie il controllo sui fuggitivi; contro il disumano regolamento di Dublino che obbliga i migranti a chiedere asilo nel primo paese dove approdano, anche se la destinazione è un altro paese europeo.
Quel che ho visto nel Cie eccolo: uno zoo per umani, ma senza erba né alberi come quelli che oggi sono concessi agli animali. Una spianata di cemento e, anziché gli alberi, una fitta foresta di sbarre che delimita gli spazi dove i detenuti dormono, escono nelle gabbie antistanti le camerate, deambulano nel corridoio centrale, anch’esso cintato da barriere. Tutto a Ponte Galeria è grigio-ferro: le sbarre, il plexiglas che impedisce ai detenuti di salire sui tetti, le graticole che fasciano le finestre dei dormitori. Qui l’osceno si disvela per quello che è: un campo di concentramento per migranti non in regola con il permesso di soggiorno, di richiedenti asilo, di stranieri che hanno scontato pene ma non hanno documenti. Italia e Europa esibiscono la propria verità concentrazionaria senza pudore. E senza memoria.
Con alcuni militanti di associazioni che proteggono i migranti son qui a certificare l’orrore. Fuori dai cancelli, volanti e blindati. Dentro il Centro: un corridoio dove si susseguono stanze per gli incontri con i parenti, con i legali che convalidano detenzioni ed espulsioni, poi l’ambulatorio, poi lo psichiatra che però non c’è – è stato licenziato dai nuovi gestori.
Subito dopo, gli spazi geometricamente suddivisi del carcere-lager, a sinistra gli uomini a destra le donne: la geometria delle sbarre altissime, cui stanno aggrappati… come li chiamiamo? Il vocabolario dei custodi tentenna e scivola come liquido, senza solidificarsi. Li chiamano a volte detenuti, o perfino «utenti», «ospiti», più di rado «trattenuti».
Prima di entrare nei recinti chiedo ai custodi: «Si può parlare con loro?» – «Un momento, i capibanda sono altrove» – «I capibanda?». Sì, capibanda. Così sono interpellati i rappresentanti dei detenuti. Il lessico a Ponte Galeria s’impregna di malavita. «Comunque non entrate, sono agitati, pericolosi.» Da lunedì 15 dicembre il Cie è amministrato dalla francese Gepsa, specializzata in carceri. L’agenzia ha vinto la gara perché ha promesso tagli al personale e diarie decurtate ai detenuti (2,5 euro al giorno). I prigionieri parlano ossessivamente di spending review: un vocabolo appreso in fretta. Da lunedì manca quasi tutto, nel Cie: vestiti caldi, biancheria, calze, lenzuola di ricambio, spazzolini e dentifricio, assorbenti per le donne. I nuovi gestori dicono: sono inconvenienti temporanei.
Ma in realtà le norme sono le stesse: l’emergenza genera queste zone d’incessante non diritto. Ai reclusi è proibito tenere matite o penne, per evitare che inghiottendole finiscano in ambulatorio. È vietata carta da scrivere, per motivi arcani. Hanno il telefonino, ma non la connessione internet. Non hanno accesso a giornali. I gestori smentiscono, ma i detenuti sono esasperati perché di notte le luci al neon sono sempre accese. Di qui – anche – l’alto uso di sonniferi. Le tensioni s’alzano e scendono come maree, e a seconda del loro livello si dispiegano le forze d’ordine, manganelli in vista e pistole alla cinta.
Entriamo nelle camerate, dove ci sono 8-10 letti in uno spazio che ne dovrebbe contenere quattro. Dentro fa freddo come fuori; il riscaldamento è intermittente. I reclusi indicano le poche cose che ricevono: lenzuola di carta sbrindellate, una coperta, cibo scarso. Un detenuto ci mostra di nascosto un pettinino sbocconcellato: i pettini sono proibiti, vai a sapere perché. I più calzano sandali infradito, anche se fa freddo. Sono vietati i lacci delle scarpe. Un migrante ride dell’insensatezza: i lacci no, ma una cintura di spago per i pantaloni troppo larghi, «quella sì la possiamo portare e eventualmente impiccarci».
Tutti sono angosciati dall’igiene: sono giorni che non ricevono sapone, che non possono andare alla «barberia» (son vietate le lamette). Si vergognano molto di quest’incuria. Sono giorni che non hanno vestiti di ricambio: «Non ci piace puzzare, ma ecco puzziamo».
Tutti i buoni propositi di un eurodeputato vanno a sbattere inani contro quei volti di supplica disperata, che chiedono quel che dovrebbe essere normale: poter uscire dall’inferno in cui precipitano tutti, incensurati e non; avere informazioni (ma mancano gli interpreti); poter raggiungere i parenti che a volte non sono fuori Europa ma a due passi da qui; essere assistiti (il barbiere e lo psicologo sono le figure più anelate). E soprattutto: scongiurare il respingimento che l’Unione in teoria vieta, il rimpatrio lì dove la morte li aspetta.
Ho passato un pomeriggio con loro, e alla fine avevo l’impressione che fosse un anno fatto di impotenze. Continueremo a batterci per loro, è certo. Ma con quale prospettiva d’essere ascoltati da autorità nazionali ed europee? Una cosa so: quale che sia la nostra azione, in Europa e nelle associazioni, tutti ci stiamo macchiando d’una colpa. Perché questi zoo li abbiamo fabbricati noi. Perché li definiamo inaccettabili, allontanandoci da quei volti che chiedono risposte fino all’ultimo minuto – insopportabile – in cui incroci i loro sguardi. Ma anche questo sappiamo: nello stesso istante in cui dici «inaccettabile» e poi prendi il treno per tornare a casa, già hai accettato. Già sei sceso a patti con il tremendo.


Per ulteriori approfondimenti:

“Respinti dal Cie di Ponte Galeria. Noi che volevamo essere trattenuti!”: la lettera dei membri della delegazione organizzata dalla campagna lasciateCIEntrare, che non hanno avuto il permesso di entrare a Ponte Galeria, il 19, pubblicata su «Micromega».

Ponte Galeria, “La Guantanamo italiana”, la situazione al Cie dopo il cambio gestione, reportage di Veronica Di Benedetto Montaccini e Giacomo Zandonini su Repubblica.it.

Migranti – L’era dei torbidi

Giornate di studio del GUE/NGL

Firenze, 18-20 novembre 2014

Intervento di Barbara Spinelli durante la sessione del 19 novembre, dedicata al tema “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

Vorrei condividere qui con voi l’idea che mi sono fatta in questi anni, e in maniera più precisa da quando sono al Parlamento europeo, su migranti, accoglienza, diritti, asilo, esilio.

L’idea che mi sono fatta è che la questione migrazione s’intorbida sempre di più. Da un lato continua a essere percepita come fenomeno principalmente economico, quando buona parte dei migranti è oggi costituita da chi fugge guerre o disastri climatici. Qualsiasi ragionamento geopolitico, di politica estera, viene liquidato. Il caos che abbiamo scatenato con le guerre antiterroriste, e anche con quelle umanitarie, viene sistematicamente sconnesso dai ragionamenti sui nuovi flussi migratori.

Dall’altro lato i governi europei tendono a intervenire aggirando le proprie Costituzioni e la comune Carta dei diritti fondamentali e invocando un diritto emergenziale, con l’alibi che a nuove sfide occorra rispondere con nuovi metodi. In realtà l’emergenza conferisce legittimità a uno stato di eccezione divenuto permanente, grazie al quale i poteri vengono accentrati negli esecutivi e le Costituzioni vengono svuotate: finita l’emergenza, finito quel che viene vissuto come imprevedibile, i governi ci promettono un fantasmatico ritorno allo status quo ante. Ma di fatto il diritto emergenziale diventa diritto ordinario, con conseguenze nefaste sia sulle politiche che vengono adottate, sia sul linguaggio usato per descriverle o anche contrastarle.

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