Il Sud dell’Europa deve diffidare delle trappole Ue

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 22 ottobre 2020

Dice Gentiloni, Commissario europeo per gli affari economici, che la discussione sui prestiti del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) “è un duello italo-italiano, dal quale cerco di stare lontano”. Farebbe invece bene ad avvicinarsi un po’ perché il duello, se proprio vogliamo scegliere questa fuorviante definizione, non è affatto italo-italiano ma inter-europeo.

Lo spiega correttamente Enrico Letta su «El País»: perché il Sud Europa cessi di diffidare del Mes occorre che il Meccanismo muti radicalmente. Deve cambiare il nome che porta, le condizioni che impone, e sostituire con la solidarietà comunitaria il dominio intergovernativo che esercita.

Quel che è accaduto nei giorni scorsi è infatti molto significativo, e vede coinvolti nella ridiscussione del Mes ben tre Paesi del Fronte Sud: Italia, Spagna e Portogallo. Un giorno potrebbe aggiungersi Parigi, se il Fronte si rafforzerà.

In altre parole, stiamo assistendo a una nuova tappa nel negoziato tra Ue e Paesi membri sui fondi di ricostruzione. Non bisogna dimenticare che l’Unione ha una costituzione complicatissima, perché ibrida: in parte è federale (ha una moneta unica) in parte è fatta di Stati che custodiscono meticolosamente le proprie sovranità, agendo da soli o – da qualche tempo – in gruppi separati. Dopo l’accordo di luglio sul Recovery Fund hanno fatto sentire la propria voce due fronti distinti: i Frugali (Austria, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia) e il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia). I primi restano ostili agli aiuti a fondo perduto, pur avendoli approvati a luglio. I secondi chiedono che non vi siano, nell’uso dei fondi Ue, condizioni legate al rispetto dello Stato di diritto.

Adesso esce allo scoperto il Fronte mediterraneo, cioè i Paesi più colpiti dal Covid. Sono gli stessi che nel primo decennio del secolo hanno maggiormente sofferto l’austerità, costretti a tagliare spese sanitarie e Welfare con forbici spietate. Nel Fronte ritroveremmo sicuramente la Grecia, se ancora governasse la sinistra: la nazione fu devastata dai cosiddetti “aiuti” dell’Ue e del Fondo monetario.

Gentiloni deve dunque essersi accorto, se non dorme, di quel che sta succedendo in Sud Europa. Domenica, il premier spagnolo Pedro Sánchez, in sintonia con Roma e Lisbona, fa sapere a «El País» che del Fondo di Ricostruzione prenderà per ora solo gli aiuti a fondo perduto, escludendo in un primo tempo i prestiti (prenderà 72,700 miliardi invece di 140). La quota prestiti non è respinta ma semplicemente posposta, “visto che la Commissione europea permette che le richieste di prestiti siano presentate entro il luglio 2023: ricorreremo ai prestiti, se ne avremo bisogno, per il bilancio 2024-2026”.

I motivi che inducono Sánchez alla prudenza (non al duello) sono identici a quelli indicati nella stessa domenica da Conte: il problema centrale, nel caso Recovery Fund come per il Mes, sono le condizionalità che un giorno saranno comunque imposte a fronte di debiti eccessivi. Vero è che le condizioni capestro legate ai prestiti Mes (i parametri del Fiscal Compact) sono state sospese a causa del Covid, ma sospeso non significa abolito né rivisto. Sánchez teme l’ora in cui le condizioni saranno reintrodotte, per il Mes come per il Recovery Fund, e che lo siano “troppo presto”. Se non fa nemmeno accenno al Mes è perché in Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia il ricordo della troika resta traumatico (la Grecia doveva “ricevere una lezione” ed essere crushed – schiantata – dissero i leader europei al ministro del Tesoro Usa Geithner nel febbraio 2010). A questo si riferisce probabilmente Conte, quando sostiene che “i prestiti Mes, dovendo essere restituiti, andranno a incrementare il debito pubblico”, comportando per forza “aumenti delle tasse e tagli” al welfare.

Anche il secondo motivo che spinge Sánchez a diffidare dei prestiti è simile a quello segnalato da Conte: i prestiti (Mes o Recovery Fund) presentano vantaggi contenuti in termini di interessi.

Grazie agli acquisti della Banca Centrale europea, l’Italia può oggi emettere Btp decennali pagando tassi che sono al minimo storico. È quanto dice Sánchez: gli interessi sul debito pagati dai singoli Paesi sono discesi a tal punto che i prestiti dell’Unione europea non comportano vantaggi di rilievo.

In altre parole, sia Spagna che Italia e Portogallo temono l’accumularsi del debito, anche se i fondi Mes hanno come unica condizione d’accesso la loro destinazione alla sanità.

Definendo “demagogica” l’idea che i prestiti aumentino il debito, Italia Viva mente sapendo di mentire: è come se proclamasse che è demagogico sostenere che l’acqua è bagnata. Quanto a Zingaretti, sorprende il silenzio sui ragionamenti dei compagni socialisti in Spagna e Portogallo.

L’ultimo argomento usato da Conte è non meno cruciale, e condiviso in particolare da Paesi come Spagna e Portogallo che hanno subìto la troika. Il primo Paese che chiederà prestiti al Mes riceverà una sorta di stigma e verrà visto come insolvente, inaffidabile (lo puoi punire, “schiantare”). Non conviene dare quest’impressione proprio ora che gli interessi sulle emissioni di Btp sono così bassi.

Nelle stesse ore in cui si sono fatti sentire Conte e Sánchez, il premier portoghese António Costa ha espresso dubbi del tutto analoghi: la sua assoluta preferenza va agli aiuti a fondo perduto. Ai prestiti ricorrerà in un secondo momento “solo se strettamente necessario”.

Tutto questo conferma il delicato compito di Conte: trovare un accordo in Italia tra i partiti di governo, neutralizzando con argomenti forti le reticenze di Pd e Italia Viva, e lavorare al contempo a un’intesa nell’Ue, utilizzando al massimo le più che giustificate preoccupazioni dei Paesi che hanno vissuto prima la randellata dei piani di austerità, poi quella del Covid. Non sottovalutiamo le acrobazie che deve compiere Conte, nella duplice veste di presidente del Consiglio italiano e di co-governante nel non meno litigioso Consiglio europeo.

Non sottovalutiamo nemmeno l’incapacità dell’Unione di riconoscere i disastri di cui si è resa responsabile dopo la crisi del 2008. Qualche giorno fa, Vitor Gaspar, dirigente portoghese del Fondo monetario ed ex ministro delle Finanze, ha messo in guardia contro il ripetersi compulsivo di quei disastri, sostenendo sul «Financial Times» che i Paesi industrializzati “possono indebitarsi liberamente senza dover assoggettarsi a nuovi piani di austerità all’indomani della pandemia”. Manca per ora nell’Unione qualsiasi impegno in questo senso.

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Il Conte cocciuto e i “disfattisti”

di mercoledì, luglio 22, 2020 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 22 luglio 2020

Alla fine l’Europa dei Ventisette ha prodotto il Recovery Fund che aveva promesso, con vantaggi cospicui non solo per Italia e Spagna ma anche per se stessa, per quest’Unione che fatica a trovare il suo “momento Hamilton”: il momento in cui di fronte alle grandi crisi (più di 100.000 morti per Covid, una recessione che rimanda al crollo del ’29) scopre di doversi unire meglio, come avvenne in America del Nord nel 1790 quando i debiti della guerra di indipendenza vennero messi in comune.

Al successo hanno contribuito Angela Merkel ed Emmanuel Macron, ma ancor più ha pesato la cocciuta insistenza di Giuseppe Conte, che trascinando altri otto Paesi si è battuto per una svolta nella politica europea sin da marzo. Si è rivelata vincente anche la sua ritrosia nei confronti del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) che offre prestiti agevolati ma è pur sempre figlio di politiche vecchie, e di un Patto di stabilità solo provvisoriamente sospeso. La preferenza tattica data al Recovery Fund ha smosso il pigro status quo nell’Unione.

Tuttavia non si dimenticherà il subbuglio delle cinque giornate di Bruxelles, e l’Unione non esce affatto guarita da questo vertice che approva il Fondo ma non senza concessioni di rilievo ai cosiddetti “frugali”. I quali hanno provato a disfare il Recovery Fund e a ridurne le novità cambiando sia la sua ripartizione (la quota delle sovvenzioni resta ma è ridotta) sia la natura dei controlli che verranno esercitati via via che si attueranno i piani di ripresa finanziati dall’Unione. Non hanno acquisito un esplicito diritto di veto sulle progressive erogazioni di fondi, ma hanno ottenuto che l’opposizione di un singolo Stato potrà temporaneamente bloccarle.

Li chiamano Paesi frugali, aggettivo sicuramente da loro assai apprezzato ma che non corrisponde a nulla. I governanti in Olanda, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia: chiamiamoli più realisticamente, in questo frangente, i custodi del mondo di ieri, quello che sta naufragando; i fautori di una misantropica colpevolizzazione del debito; i cultori di un’austerità non solo fallita ma del tutto impresentabile in tempi di Covid e di ritorno dello Stato nell’economia. Chiamiamoli disfattisti, è aggettivo non univoco ma più pertinente. E chiamiamo l’Olanda, il cui governo ha guidato questo fronte, il Paese noto nel mondo per essere un paradiso fiscale che danneggia enormemente gli alleati. Basta già questo, specie in epoche di crisi, per inficiare la solidarietà fra europei. E bastano a inficiarla i famosi sconti, i rebates concessi in extremis ai disfattisti. Questi rimborsi parziali dei soldi versati all’Unione furono un’invenzione di Margaret Thatcher nel 1984 e sono un modo per stare nell’Ue con un piede dentro e uno fuori.

Anche qui Conte è stato cocciuto e lucido, nell’evidenziare le discrasie europee che permangono: i rebates “azzoppano la solidarietà, la contrastano, la limitano, mentre il Recovery Plan realizza lo spirito di solidarietà che noi stessi abbiamo dichiarato di voler perseguire”. È stato lucido anche quando ha accusato l’olandese Rutte di miopia: “Vi state illudendo che la partita non vi riguardi […]. Tu forse sarai eroe in patria per qualche giorno, ma dopo qualche settimana sarai chiamato a rispondere pubblicamente davanti a tutti i cittadini europei per avere compromesso un’adeguata ed efficace reazione europea”. Naturalmente il disfattista ha il diritto di combattere il proprio Paese, se lo ritiene tirannico. Ma il disfattista di cui si parla qui vuole il degrado dell’Europa di cui c’è bisogno, e non smetterà di volerlo.

Il degrado è facilitato dal permanere, nelle decisioni più importanti, dell’unanimità: un solo Paese può alzare la bandiera del veto. È il motivo, tra l’altro, per cui da anni sono chiuse nei frigoriferi le riforme delle politiche di migrazione approvate dal Parlamento europeo: accordo di Dublino, rimpatri, reinsediamenti, qualifiche, accoglienza, ecc.

Il disfattista che gongola quando lo chiamano frugale è anche cieco. Gli è passato davanti un tifone – il Covid – e non se n’è accorto. In quel momento passeggiava nei giardinetti e proprio non l’ha visto, povero disgraziato. C’è un personaggio così nel Tifone di Conrad. Non avendolo visto e non vedendolo, Rutte ha chiesto quel che chiede da sempre: molto più potere agli Stati, molto meno alla Commissione che ha avuto la faccia tosta di proporre il Recovery Plan e che pensa di poter vegliare sulla sua attuazione, come chiesto dai non-disfattisti nella speranza che finiscano i rapporti di forza fra Stati cui l’Unione s’è ridotta.

In parte i disfattisti l’hanno purtroppo spuntata: il controllo dei vari piani di ripresa è nelle mani della Commissione, ma gli Stati nel Consiglio avranno l’ultima parola e un singolo Paese membro può interrompere le erogazioni per almeno tre mesi. Nei giorni scorsi Rutte è entrato nel dettaglio, ricordando quello che a suo parere l’Italia dovrebbe fare su pensioni e mercato del lavoro. Nessuna differenza, per lui, rispetto ai prestiti condizionati che hanno devastato la Grecia (anche per motivi politici: c’era un premier, Tsipras, cui bisognava dare una lezione).

A suo tempo, Conte disse che avrebbe negoziato, in Europa, avvalendosi della “forza del popolo”. Tsipras perse questa battaglia, ma l’Italia ha più peso e ha tentato il salto mortale. Nel dopo-lockdown, con l’esperienza di solitudine che hanno sperimentato i Paesi Ue, non sono più possibili ingerenze “alla greca”. L’ingerenza/punizione non è neppure più proponibile allo stesso modo di prima nei confronti dei Paesi di Visegrad, per quanto riguarda il legame tra fondi e rispetto dello Stato di diritto. Il Covid ha scosso certezze anche in questo campo.

Ultima cosa: è straordinario che la Germania, superando vecchi dogmi su sovvenzioni ed eurobond, abbia scelto l’alleanza con chi rifiuta che l’Unione abbia come unica ragion d’essere la protezione dei creditori (soprattutto bancari) dai debitori. Questa alleanza è la vera novità europea nei tempi di Covid, ma non possiamo essere sicuri che tale resterà nel dopo-Merkel.

Anche se volitiva, e più consapevole che in passato, la Germania ha faticato parecchio a imporsi. Era un egemone nascosto, ora esce dal nascondiglio ma non più egemone come prima. Ancor meno lo è la Francia, già diminuita dopo l’89 e l’allargamento a Est. È con questa realtà – la contusa egemonia tedesca, la Francia incapace di convincere durevolmente l’insieme dell’Unione, la risonanza dei disfattisti – che toccherà fare i conti.

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Mes, usciamo dai sensi di colpa e ricordiamo Atene. Come fa Conte

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 21 aprile 2020

Quel che più sconcerta, nelle discussioni italiane sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes), è lo sconcerto di molti commentatori, confortati dall’appoggio che ricevono da buona parte del Partito democratico. Possibile che Conte sia così sprovveduto o ideologico – si chiedono costoro – da respingere l’offerta di aiuti senza condizioni? Il governo Conte deve essersi ammattito, se insiste nel giudicare “inadeguata” l’assistenza del Mes e se pensa di poter ottenere quel che Germania e Olanda non concederanno, e tanto meno a noi peccatori: una messa in comune del debito nell’eurozona, attraverso l’emissione di eurobond. Ammattito due volte: perché resiste a qualcosa che può solo avvantaggiarci, e perché non si è accorto come il Mes sia mutato rispetto ai tempi in cui l’Unione, rappresentata nella Trojka da Commissione e Banca centrale, e affiancata dal Fondo Monetario, aiutò la Grecia a distruggere il proprio Stato sociale.

Chi accusa Conte di riaccendere lo scontro fra chi vuole più Europa e chi ne vuole di meno dà evidentemente per scontato che Mes sia sinonimo di buona Unione, e non-Mes sia sinonimo di non-Europa e sovranismo.

Nulla di più lontano dalla realtà, se si perde un po’ di tempo a leggere i comunicati europei, a usare le parole con un minimo di precisione, e a osservare quel che accade fuori casa. Vero è che le condizioni per accedere agli aiuti del Mes diminuiscono – lo shock Coronavirus non è stavolta asimmetrico ma colpisce simmetricamente tutti gli Stati – ma non per questo scompaiono. Il Report approvato dall’eurogruppo in vista del vertice Ue di giovedì prossimo parla di “condizioni standard per tutti”, definite in anticipo dagli organi del Mes, e di aiuti temporanei legati solo alle spese sanitarie. La formula è vaga sull’accesso ai prestiti ma si fa più concreta sul dopo-Covid (quando verrà alla luce l’aumento del debito cui si è sobbarcato il paese richiedente). Finita l’emergenza, quest’ultimo dovrà “restare fedele all’impegno di rafforzare i fondamentali economici e finanziari, coerentemente con il quadro di coordinamento economico-fiscale e di sorveglianza dell’Unione”. Niente di nuovo in Occidente, dopo il Covid-19.

L’assistenza “senza condizioni” del Mes non è peraltro prevista dai Trattati dell’Unione, così come modificati il 25 marzo 2011 da una decisione del Consiglio europeo (quando al governo c’era Berlusconi, ha opportunamente ricordato Conte). Fu allora che l’articolo 136 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione venne corredato di un’aggiunta rilevante: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un Meccanismo di stabilità […]. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria […] sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”. Anche se giovedì si giungesse a un’intesa sul Mes che soddisfi l’Italia, i paesi contrari agli eurobond potranno sempre – in un secondo momento – appellarsi a quest’articolo.

Un altro punto a favore della scommessa di Conte: la sua intransigenza sul Mes ha dato forza ai paesi che chiedono un’Unione attrezzata per il disastro economico scatenato dal Covid. Disastro non paragonabile a nessun altro disastro recente o non recente. Che i meccanismi europei nella loro totalità vadano reinventati è opinione che si sta diffondendo, non solo a Sud: la lettera di nove governi in favore degli eurobond, diramata il 25 marzo, è firmata anche da Belgio, Lussemburgo, Irlanda. Si diffonde, anche, la consapevolezza che tali meccanismi poggiano su dottrine neo-liberiste che lungo gli anni, in nome di uno Stato dimagrito, hanno divorato servizi pubblici, spesa sanitaria, ricerca, e affidato al mercato globalizzato la produzione di dispositivi sanitari di prima necessità (medicine, mascherine, ventilatori). “Lo smantellamento del sistema sanitario pubblico ha trasformato questo virus in una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità e in una minaccia per l’insieme dei nostri sistemi economici” (Gaël Giraud, «La civiltà cattolica», Quaderno 4075, 2020, volume II).

Non stupisce dunque che il ricorso al Mes sia ormai inviso in molti paesi dell’Unione, e non è escluso che Spagna e Francia giocheranno al rialzo, giovedì, scommettendo come Conte sul massimo che potranno ottenere, nella speranza di ottenere almeno qualcosa di concreto. Il Premier spagnolo Pedro Sánchez ha appena proposto un Fondo di Ricostruzione (1,5 trilioni di euro, pari all’1% del Pil europeo) che sia agganciato al bilancio europeo e aiuti i paesi in difficoltà con trasferimenti di risorse (“grants”) anziché con prestiti destinati ad aumentare il loro debito pubblico. Di questo “debito perpetuo” si pagherebbero solo gli interessi.

In parallelo con la Spagna sembra muoversi anche Macron, in un’intervista al «Financial Times» del 16 aprile in cui afferma che l’Italia non va abbandonata e che “gli Stati membri non hanno altra scelta se non quella di istituire un fondo per la ripresa post Covid pari a 400 miliardi di euro”, capace di emettere debito comune, garantito congiuntamente e basato sui bisogni degli Stati anziché sulla grandezza delle loro economie. “Se non lo faremo i populisti vinceranno: in Italia, Spagna, forse in Francia”. “Sarebbe un errore storico ripetere che ‘i peccatori debbono pagare’, come si fece come nel primo dopoguerra”, conclude Macron, evocando il “fatale, colossale errore della Francia che in quegli anni reclamò riparazioni dalla Germania, scatenando reazioni populiste e il successivo disastro”.

Quell’errore non si ripeté nel 1945 ma può ripetersi oggi, con la Germania che oggi colpevolizza gli indebitati (in tedesco Schuld definisce sia il debito che la colpa) e con l’Olanda che si oppone agli eurobond continuando a profittare dei propri paradisi fiscali: un punto su cui insistono Sánchez e Conte, nell’intervista alla «Süddeutsche Zeitung» pubblicata ieri su questo giornale. Dopo il ’45 l’Europa fu ricostruita grazie al Piano Marshall, e al Welfare State predisposto durante la guerra da William Beveridge in Gran Bretagna. Anche allora si fece una scommessa temeraria, giocando al rialzo come promettono oggi Italia, Spagna o Francia.

Può darsi che il vertice di giovedì produca compromessi al ribasso (Macron è volubile). Può darsi che Conte, isolato, non usi il veto. Ma darsi per sconfitti sin da ora vuol dire interiorizzare l’equivalenza debito-colpa (“Chi siamo noi, per rifiutare 37 miliardi?”). Vuol dire non aver capito la natura dell’odierna minaccia, e far finta che il Covid sia una crisi come le altre, padroneggiabile con vecchi fallimentari dispositivi.

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I rischi sui debiti e i lati oscuri del “salva Stati”

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 4 dicembre 2019

Col passare dei giorni, le discussioni attorno al Meccanismo Europeo di Stabilità – alias Fondo salva-Stati – si fanno più confuse invece di chiarirsi, e i cittadini faticano a farsi un’idea sulla vera natura dell’accordo fra Stati dell’eurozona.

Invece di rispondere ai molti dubbi espressi da esperti e addetti ai lavori, i principali politici e giornalisti dirottano l’attenzione sulla natura ideologica dello scontro – sovranisti contro europeisti, M5S accusato di rimpiangere la Lega – senza preoccuparsi di studiare a fondo i quesiti, di esaminare le obiezioni di merito e di leggere, almeno, il Trattato rivisto così come è stato negoziato. Trattato per alcuni versi migliorato, per altri peggiorato.

Come accade sin dall’inizio della crisi greca e delle politiche di austerità, le condizioni di funzionamento del Mes vengono presentate come ineluttabili: affermazione impropria, che tra l’altro sorvola sulla necessaria ratifica finale di tutti i Parlamenti dell’area euro. Ha contribuito alla confusione il tardivo risveglio sia di Lega sia di 5Stelle, le cui obiezioni non furono esposte all’opinione pubblica durante i negoziati, dando l’impressione di un subitaneo scontro che non riguarda il Mes, ma la sopravvivenza del governo 5Stelle-Pd-LeU. La lezione greca ha insegnato poco, e la ricetta neoliberale viene riproposta pur non avendo generato crescita né giustizia sociale. “Le cattive idee hanno una morte lenta”, constata l’economista Stiglitz.

Quel che in effetti colpisce è la permanenza dei vecchi parametri di stabilità. Nel Trattato vengono ribaditi, nonostante i cambiamenti promessi da alcuni governi: l’accesso ai crediti cosiddetti precauzionali presuppone tra altre pesanti condizionalità un deficit non superiore al 3% del Pil e un debito pubblico sotto il 60% (allegato nr. 3 del Trattato). Andrebbe ricordato che fin dal 2001 Prodi definì “stupidi” i parametri, e nel 2013 disse al Sole 24 Ore: “Non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati 20 anni”.

Riassumiamo a questo punto i principali difetti elencati dagli esperti.

Quelli esposti da Ignazio Visco in prima linea, che non è ostile al Mes, ma ha indicato i pericoli legati alla ristrutturazione del debito in caso di sua acclarata o sospetta non sostenibilità (la ristrutturazione è un rinegoziato su condizioni e scadenze del debito: un’insolvenza “pilotata”). Vero è che la ristrutturazione non sarebbe automatica, ma diventa obbligatoria se il Mes giudica insostenibile un indebitamento. La sostanza non cambia molto e Visco parla addirittura di enormi rischi: “I piccoli e incerti benefici di un Meccanismo per la ristrutturazione dei debiti sovrani devono essere soppesati considerando l’enorme rischio che il semplice annuncio della sua introduzione inneschi una reazione a catena”. Rischi simili sono temuti dall’Associazione bancaria (Abi), che detiene la maggior parte dei titoli di Stato.

Non meno interessanti le criticità enumerate il 6 novembre – in un’audizione alla Camera – da Giampaolo Galli, vicedirettore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani. Anch’egli è contro il veto al Mes, sottolineando aspetti virtuosi come la rete di sicurezza per le banche in crisi (il cosiddetto backstop), ma non nasconde i vizi dell’impianto.

Il primo concerne il passaggio dell’asse del potere economico nell’Eurozona dalla Commissione Ue al Mes, che diventa un organo con funzioni di vero sovrano e prestatore di ultima istanza. Questo spostamento, e la natura intergovernativa del Mes, eliminano ogni controllo da parte del Parlamento europeo e anche il costante coinvolgimento dei Parlamenti nazionali suggerito nel 2016 dall’Istituto Delors e dalla Fondazione Bertelsmann. Diminuisce anche, a nostro parere, la possibilità di un’intromissione della Corte europea di giustizia in politiche non più condotte in prima persona da organi comunitari (Commissione o Bce), e di cui non sarebbe semplice valutare la compatibilità con il diritto europeo e la Carta dei diritti fondamentali (compatibilità su cui la Commissione deve vegliare, secondo la sentenza Ledra della Corte).

Quanto alla ristrutturazione preventiva del debito, Galli la elenca fra le criticità “preoccupanti” perché indicata come “precondizione pressoché automatica” per ottenere i finanziamenti. A suo parere, l’idea che si debba stabilire una regola che obblighi alla ristrutturazione un Paese che chiede l’accesso ai fondi del Mes e abbia un debito giudicato non sostenibile, è stata espressa ripetutamente da esponenti tedeschi (tra cui il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann). Condizionando gli aiuti a una ristrutturazione preventiva si eviterebbe quell’effetto di azzardo morale che sarebbe il motivo per cui alcuni Paesi non hanno fatto l’aggiustamento di bilancio. L’idea dunque è che prima di fare operazioni che comportino condivisione di rischi – assicurazione comune sui depositi, bilancio più forte dell’Eurozona – occorra indurre i Paesi devianti a ridurre i rischi. I prestiti precauzionali a favore dei Paesi che hanno bilanci in ordine sono facilitati, ma a tutti i costi si deve evitare il contagio da parte di paesi giudicati potenzialmente inaffidabili.

Nulla è del tutto immodificabile, a dispetto di quanto detto dal ministro Gualtieri. Sarà possibile esprimere riserve, e almeno attendere risultati paralleli (Unione bancaria, assicurazioni dei depositi, fiscalità comune). È il metodo del pacchetto prospettato dal presidente del Consiglio Conte. Sarà utile cercare alleanze, e sondare anche i nuovi dirigenti socialdemocratici in Germania.

Comunque si tratta di uscire da una fraseologia disorientante perché troppo contraddittoria (il Mes è un progresso ma contiene “enormi rischi”; i parametri sono “stupidi ma necessari”: Prodi 2001)

Dicono che sia in gioco la credibilità italiana, quando in gioco è quella dell’Unione. Come spiegò molto bene la Fondazione Heinrich Böll (rapporto di Ricardo Cabral e Viriato Soromenho-Marques, 2018) il Mes adotta il paradigma del Fondo Monetario (prestiti basati su condizionalità socialmente dirompenti). Nei negoziati del 1944, Keynes si oppose a preventive politiche di austerità per i debitori, e difese “una soluzione secondo cui il peso dell’aggiustamento doveva cadere molto più sulle nazioni creditrici con forti surplus dei conti correnti”. Sconfitto Keynes prevalse la posizione Usa, primo Paese creditore. Lo stesso scenario si presenta oggi, nonostante i ripetuti fallimenti del Fmi.

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