Gravi violazioni dei diritti umani nell’hotspot di Lesbos

di giovedì, luglio 27, 2017 0 , , Permalink

Barbara Spinelli ed Elly Schlein: Le gravi violazioni dei diritti umani nell’hotspot di Lesbos mostrano che le politiche dell’Unione stanno affossando la Convenzione di Ginevra

Bruxelles, 27 luglio 2017

Le eurodeputate Barbara Spinelli (GUE/NGL) ed Elly Schlein (S&D) hanno indirizzato una lettera al Commissario europeo per la migrazione Dimitris Avrampoulos, all’Alto rappresentante Federica Mogherini, ai ministri greci Nikos Toskas e Yiannis Mouzalas  per esprimere grave preoccupazione per la violazione dei diritti umani che si sta verificando nell’hotspot di Moria, sull’isola greca di Lesbos.

La lettera, sottoscritta dai colleghi Sergio Cofferati, Tanja Fajon, Eleonora Forenza, Ana Gomes, Cécile Kyenge e Marie-Christine Vergiat, si basa sulla testimonianza di attivisti e di associazioni per i diritti umani presenti sull’isola che denunciano l’arresto – avvenuto lo scorso 24 luglio – di decine di richiedenti asilo, tra cui profughi siriani e curdo-siriani, sottoposti a violenze e abusi da parte della polizia e a rischio di essere rimpatriati in Turchia, contravvenendo così al principio di non-refoulement che è alla base della Convenzione di Ginevra.

Di seguito il testo della lettera:

Bruxelles, 25 luglio 2017

A:
Dimitris Avramopoulos
Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza

Federica Mogherini
Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Vicepresidente della Commissione

Nikos Toskas
Ministro greco per la Protezione dei cittadini

Yiannis Mouzalas
Ministro greco per le Migrazioni

E per conoscenza a:

Filippo Grandi
Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR)

William Lacy Swing
Direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM)

 

Gentile Alto rappresentante, gentile Commissario, gentili Ministri,

abbiamo appreso dalle dichiarazioni dell’attivista per i diritti umani Nawal Soufi (Premio Cittadinanza Europea 2016), che lo scorso 24 luglio, alle sei del mattino,  numerosi agenti di polizia e militari hanno fatto irruzione nell’hotspot di Moria, sull’isola greca di Lesbos, svegliando i migranti con violenza e sottoponendoli ad abusi. «La polizia aveva una lista di persone da prendere. Decine di migranti sono stati arrestati, per il novanta per cento sono richiedenti asilo. Tra questi numerosi siriani e anche curdo-siriani.  Alcuni hanno ricevuto solamente il primo diniego e sono in attesa di definizione del ricorso. Uno dei richiedenti asilo arrestati è un giovane curdo-siriano che ha già subito violenze in Turchia». [1]

Già il 23 luglio, come mostrato da un video, [2] la polizia greca ha fatto irruzione nell’hotspot di Moria sedando con violenza una rivolta dei richiedenti asilo imprigionati sull’isola da mesi – alcuni addirittura da un anno – sotto costante minaccia di essere deportati o rimpatriati. Sull’isola si era svolto un flash mob organizzato da Amnesty International e da Lesbos Solidarity, per protestare contro l’accordo UE-Turchia e la trappola in cui sono trattenuti migranti e richiedenti asilo. [3]

Secondo l’attivista iraniano Arash Hampay, anch’esso sull’isola, due profughi curdo-iracheni detenuti a Moria sono in sciopero della fame da 27 giorni e versano in condizioni fisiche precarie, senza ricevere cure adeguate e privati della possibilità di comunicare con l’esterno. [4]

La situazione dell’hospot di Moria è descritta con chiarezza nel rapporto appena pubblicata da Medici Senza Frontiere.[5] Sono stati testimoniati anche casi di violenza da parte della polizia e gravi maltrattamenti.[6]

Il ricorso alla detenzione dei richiedenti asilo dovrebbe costituire, secondo la normativa nazionale ed europea, solo una extrema ratio, proporzionata e adeguatamente motivata su base individuale. Ci sembra invece che sulle isole greche, come osservato dalla missione di eurodeputati della Commissione LIBE nel maggio 2017, si faccia un ricorso sistematico alla detenzione dei richiedenti asilo nei cosiddetti pre-removal centers, in attesa di rimpatriare le persone in Turchia in base alla dichiarazione UE-Turchia, o verso i rispettivi Paesi di origine.

Nei pre-removal centers vengono detenute diverse categorie di migranti e richiedenti asilo: persone in attesa di rimpatrio in Turchia dopo aver ricevuto un secondo diniego al ricorso; persone che hanno ricevuto un solo diniego e sono in attesa di definizione del ricorso; persone che hanno optato per una procedura di rimpatrio volontario assistito coordinato dall’OIM; persone che affermano di trovarsi in stato di detenzione per il solo fatto di non aver ancora potuto presentare richiesta d’asilo; infine, persone catalogate come “piantagrane”, senza che via sia alcuna accusa a loro carico.

In questi centri, l’accesso all’assistenza sanitaria e legale è inadeguato, come mostrato in dettaglio da un rapporto di Refugee Support Aegean, che rimarca le condizioni di sovraffollamento e di carenza di assistenza medica, psicologica e psichiatrica.[7] La possibilità per le persone in stato di detenzione di vedere un avvocato non è assicurata.

L’elemento principale del diritto d’asilo e dello status di rifugiato consiste nel proteggere la persona dal rimpatrio verso un Paese in cui abbia motivo di temere di essere perseguitata. Tale protezione è sancita dal principio di non respingimento (non-refoulement) di cui all’articolo 33 (1) della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati (Convenzione di Ginevra) come segue: «Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche».

Tale elemento è presente anche nella Direttiva 2013/32/UE del 26 giugno 2013 recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale. La Grecia è parte contraente della Convenzione di Ginevra ed è vincolata a detta Direttiva.

Ci appelliamo alle Autorità greche perché venga messo fine all’uso sistematico della detenzione, perché venga pienamente investigato ogni caso riportato di violenza da parte della polizia, e venga assicurato il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ciascun richiedente asilo.

Chiediamo che i richiedenti asilo non siano rimandati in Paesi dove la loro incolumità è a rischio, come è evidente nel caso del ragazzo curdo-siriano arrestato lo scorso 24 luglio.

Chiediamo alla Commissione europea di smettere di esercitare pressione sulle Autorità greche al fine di incrementare il numero dei rimpatri, che riguardano anche persone vulnerabili e mettono a rischio l’unità familiare.

Il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ciascuna persona non è negoziabile e costituisce l’essenza dei principi su cui è fondata l’Unione europea.

 

Elly Schlein, eurodeputata gruppo S&D, Italia

Barbara Spinelli, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Italia

Sergio Cofferati, eurodeputato gruppo S&D, Italia

Tanja Fajon, eurodeputata gruppo S&D, Slovenia

Eleonora Forenza, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Italia

Ana Gomes, eurodeputata gruppo S&D, Portogallo

Cécile Kyenge, eurodeputata gruppo S&D, Italia

Marie-Christine Vergiat, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Francia

 

[1] http://video.sky.it/news/mondo/lesbo-migranti-portati-via-a-forza-dal-centro-di-moria/v357130.vid

[2] https://vimeo.com/226277179.

[3] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/07/lesvos-symbolic-protest-from-refugees-caught-in-the-net-of-the-eu-turkey-deal/.

[4]https://www.facebook.com/arashampay.

[5] http://www.msf.org/en/article/greece-dramatic-deterioration-asylum-seekers-lesbos.

[6] http://www.efsyn.gr/arthro/minyseis-kata-astynomikon-gia-orgio-xylodarmon

[7] http://rsaegean.org/serious-gaps-in-the-care-of-refugees-in-greek-hotspots-vulnerability-assessment-system-is-breaking-down/.

Il Parlamento europeo riconosce la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli: Il Parlamento europeo approva Il rapporto sulla situazione dei diritti  fondamentali nell’Unione europea nel 2015 riconoscendo la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione

Strasburgo, 13 dicembre 2016

Oggi il Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo ha votato un rapporto di iniziativa sulla Situazione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea nel 2015.

Dopo il voto Barbara Spinelli ha dichiarato:

«Giudico positivo il risultato del voto, favorevole alla Relazione sulla situazione dei diritti fondamentali, per la quale avevo presentato numerosi emendamenti. Scopo degli emendamenti era quello di rafforzare i diritti delle minoranze e dei migranti minorenni, di offrire particolare sostegno e soddisfare i bisogni delle donne rifugiate che subiscono una doppia discriminazione: quella di essere migranti e quella di essere donne.

In altri emendamenti avevo chiesto agli Stati membri di facilitare i ricongiungimenti familiari e di assicurare la trasparenza e il rispetto dei diritti fondamentali nei casi di reclusione dei migranti.

Motivo di soddisfazione è stato in particolare l’approvazione di un emendamento in cui chiedevo agli Stati membri di riconoscere la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione accompagnata da pratiche di tortura come una forma di tratta degli esseri umani, considerando i sopravvissuti quali vittime di una forma di tratta di esseri umani perseguibile, tale da comportare obblighi di protezione, assistenza e sostegno. Si tratta di riconoscere uno speciale tipo di tratta che non è presente in nessun’altra Relazione del Parlamento europeo e non è riconosciuta dagli Stati membri nonostante numerosissimi eritrei siano vittime di queste pratiche, soprattutto nella regione del Sinai e della Libia.

È fondamentale che il Parlamento abbia riconosciuto la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione».

Human rights situation in Bahrain

Lettera indirizzata all’Alto Rappresentante Federica Mogherini sottoscritta da 42 deputati europei – tra cui Barbara Spinelli – riguardante la situazione dei diritti umani in Bahrain.

To the kind attention of: Ms Federica Mogherini HR/VP

Brussels, 3 June 2016

Dear High Representative,

The co-signatory Members of Parliament are seriously concerned about the case of Mr Mohamed Ramadan and Husain Ali Moosa, two Bahraini men currently serving a death sentence in Jau Prison and awaiting their execution. We wish to reiterate our strong concerns and call for action to ensure the release of Mr Ramadan and Mr Moosa. Mohammed Ramadan is a 32-year-old Bahraini airport security guard. He peacefully participated in anti-government protests, nonviolent marches and other political activities carried out by those opposing the ruling royal family of Bahrain. As a consequence, he was arrested on 18 February 2014, at the airport where he worked, without being presented an arrest warrant. For four days, Mr Ramadan’s family did not know his whereabouts. Mr Ramadan was accused, alongside Mr Moosa who was detained a few days earlier, of being involved in a bomb explosion that resulted in the death of a policeman in al-Deir village on 14 February 2014.

Mr Ramadan and Mr Moosa told their lawyers that he had been tortured during interrogation at the Criminal Investigations Directorate (CID). They alleged that security officers severely beat them on their hands, feet, body, neck, and head. The torture continued until Mr Moosa agreed to make a false confession fabricated by the authorities, which was also used to incriminate Mr Ramadan. Such confessions were later used as the main evidence in their trial. On 14 August 2014, five United Nations human rights experts, including the Special Rapporteur on Torture Juan Mendez, expressed serious concerns over Mr Ramadan’s confession, clearly obtained under duress and torture.

On 29 December 2014, a Bahraini Court sentenced Mr Ramadan and Mr Moosa to the death penalty. Nine of the others defendants received six years of incarceration and one was sentenced to life imprisonment. On 27 May 2015, a Court of Appeal upheld the sentence. Further, on 16 November 2015, the Bahraini Court of Cassation rejected the final appeal of Mr Ramadan. The death sentence has been passed to the King. It is now up to the King of Bahrain to sign Mr Ramadan and Mr Moosa’s death sentence, putting them at an imminent risk of execution.

The European parliament has previously shown its concern on the case of Mr Ramandan and Mr Moosa. On 24 November 2015, six Members of the European Parliament issued a Parliamentary Question inquiring into the steps the EEAS was going to take to pressure the Bahraini authorities to revoke Mr Moosa and Mr Ramadan’s sentences. Further, on 4 February 2016 the European Parliament adopted an Urgency Resolution on the case of Mohamed Ramandan, also citing the case of Husain Ali Moosa.

Among other topics, the Resolution clearly pointed out to “remind the Bahraini authorities that Article 15 of the Convention Against Torture and other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment prohibits the use of any statement made as a result of torture as evidence in any proceedings”. Further, it expressed its concerns over the wide anti-terror laws in Bahrain, via which Mr Moosa and Mr Ramadan have been sentenced to the death penalty. During last year alone, Bahraini courts passed seven new death sentences, bringing the total number of persons on death row in the country to ten, showing a dangerous trend of rapprochement towards Saudi Arabia and a sharp increase in the use of death sentences, even in cases where due process has not been respected during judicial proceedings. Overall, the European Union has a strong stance against any kind of torture or inhuman or degrading treatment, as proven by the EU Council Guidelines on Torture, other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment adopted in 2001, updated in 2012.

The adopted Resolution also highlighted the lack of due judicial process in Bahraini courts, stressing “the importance (…) in particular as regards its judicial system, with a view to ensuring compliance with international human rights standards”. Both Mr Ramadan and Mr Moosa’s trials were severely flawed, not covering their basic rights under the ICCPR Convention, to which Bahrain acceded on 20 September 2006.

Despite its strong stance against the death penalty and the numerous occasions on which the European Parliament has shown grave concern for Mr Ramadan and Mr Moosa, the situation of both men remains unchanged. Both Mohamed and Husain Ali are still serving a capital sentence in Bahrain and their execution is a real and imminent threat.

We therefore ask the European External Action Service to assertively call on the Bahraini government to pardon Mr Ramadan and Mr Moosa and to ask for their immediate release and the dropping of all charges against them. We further encourage the EEAS to share with the European Parliament the concrete actions it is taking, regarding its relations with Bahrain, to ensure that all trials and judicial proceedings are in full compliance with the Rule of Law, international law and the ICCPR Convention.

The signatories to this letter are also concerned about the use of vague and ill-defined anti-terror laws in Bahrain, and other Gulf Cooperation Council countries, and call on the EEAS to further strengthen its efforts on this area and ensure that such anti-terror measures do not hinder or target peaceful civil, political and human rights activists.

Testo della lettera e firmatari

Per un’indagine indipendente sull’assassinio di Giulio Regeni

Le deputate europee Barbara Spinelli e Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL) chiedono all’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza di adoperarsi  per ottenere un’indagine del tutto indipendente sull’assassinio di Giulio Regeni. 43 europarlamentari hanno firmato la lettera, inviata il 19-2-16.

Bruxelles, 12 febbraio 2016

Gentile Vicepresidente, signora Mogherini,

Il 2 febbraio 2016 il corpo di Giulio Regeni, il ricercatore italiano dell’Università di Cambridge scomparso al Cairo il 25 gennaio, è stato ritrovato in un fosso lungo una strada dei sobborghi del Cairo, con segni di orribili torture e di una morte violenta. Non è stato un semplice incidente “come ne capitano ovunque, senza conseguenze per la stabilità in Egitto”, come affermato da un influente membro del Parlamento europeo nel corso di una visita ufficiale al Cairo. Regeni stava svolgendo una ricerca sullo sviluppo dei sindacati indipendenti nell’Egitto del dopo-Mubarak e del dopo-Morsi. Questo ci rammenta che il governo militare egiziano non sta contrastando solo la minaccia terrorista ma, in parallelo, una vasta opposizione sociale, largamente negletta dai media e dai governi europei.

Giulio Regeni non era un giornalista né un attivista. Era uno studioso cosmopolita che amava l’Egitto e concepiva il proprio lavoro come un ponte tra società e culture. Nel corso della sua ricerca era entrato in contatto con persone e associazioni della società civile che erano oggetto della sua tesi di dottorato e al tempo stesso della feroce repressione troppo spesso perpetrata dagli apparati di sicurezza nazionale. Cercava di comprendere le rivendicazioni dell’opposizione sociale e di renderle visibili al mondo esterno.

Molto probabilmente la sua ricerca sul campo è stata percepita come un’intromissione da stroncare nel più brutale dei modi.

Dopo la sua morte, più di 4.600 accademici di tutto il mondo hanno firmato una lettera aperta chiedendo un’inchiesta sulla sua morte violenta e sul numero crescente di scomparse forzate in Egitto. [1]

Il caso di Giulio Regeni si aggiunge alla lunga lista di sparizioni che si sono verificate in Egitto dopo la caduta del governo Morsi e l’elezione a Presidente di Abdel Fattah al-Sisi. Solo nel 2015, la Commissione Egiziana per i Diritti e la Libertà (ECRF) ha denunciato la scomparsa di 1.700 cittadini egiziani. Tra aprile e novembre di quest’anno, sono scomparse altre 503 persone.

Siamo consapevoli che l’inchiesta sulla morte di Regeni non è ancora conclusa, e che l’indipendenza delle indagini non è garantita, ma crediamo che quanto è accaduto a lui e a migliaia di vittime egiziane come lui non possa essere trattato alla stregua di un “incidente”. Deve condurre a un ripensamento dell’appoggio fornito dall’Unione Europea al governo egiziano, assicurando che la questione dei diritti umani sia affrontata nella maniera più esplicita e in considerazione della loro sempre più palese violazione nel Paese, certificata da numerose Ong, da Human Rights Watch e da Amnesty International.

Sottolineiamo la nostra preoccupazione per il ruolo che gli interessi economici e geostrategici degli Stati europei potrebbero assumere. Tale ruolo non deve portare a un abbassamento della nostra vigilanza sui diritti umani, sul pluralismo democratico, sulla libertà di parola, sul sindacalismo indipendente. È l’opposto che deve accadere.

Siamo ugualmente preoccupate per la politica di rimpatri adottata dall’Unione Europea nei confronti dei profughi provenienti dall’Egitto. Secondo l’agenzia Frontex, infatti, nel 2014 l’Egitto figurava nella classifica dei primi dieci Paesi per rimpatri forzati – benché secondo il rapporto Egypt Progress 2014 “l’uscita dalle carceri e dai centri di detenzione è spesso condizionata alla partenza dall’Egitto, e le condizioni di asilo sono considerate un importante fattore di spinta (push-factor) per i migranti che tentano la fuga via mare”. Tali rimpatri sistematici violano il diritto d’asilo e di esame individuale di ciascuna domanda, e non tengono conto della situazione in Egitto.

Le chiediamo, come Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, di agire con forza per ottenere un’indagine del tutto indipendente sull’assassinio del dott. Regeni. I responsabili del suo brutale omicidio devono rispondere della loro azione, e la richiesta di verità e giustizia deve essere soddisfatta.

Il Parlamento europeo ha già espresso in diverse occasioni la propria apprensione per la situazione dei diritti umani e sociali nel Paese: attraverso la risoluzione sulla libertà di espressione e di riunione in Egitto (17/07/2014), sulla situazione in Egitto (15/01/2015) e sul caso di Ibrahim Halawa, il cittadino irlandese detenuto, torturato e a rischio di pena di morte (12/12/2015). É per questo che La invitiamo a considerare la natura non accidentale di questa morte, per rendere finalmente operante un vero dialogo sui diritti umani e la democrazia nel quadro dell’Accordo di Associazione, e a sostenere la capacità della società civile egiziana di contribuire in modo più efficace al processo democratico e politico, come stabilito dal Piano d’Azione Ue-Egitto.

Con i migliori saluti,

Barbara Spinelli – Marie Christine Vergiat

 

[1] http://www.theguardian.com/world/2016/feb/08/egypt-must-look-into-all-reports-of-torture-not-just-the-death-of-giulio-regeni

English version (.pdf file)

Firme

Barbara Spinelli e Marie Christine Vergiat – GUE/NGL
Bart Staes – Greens/EFA
Paloma Lopez Bermejo – GUE/NGL
Takis Hadjigeorgiou – GUE/NGL
Eleonora Forenza – GUE/NGL
María Teresa Giménez Barbat – ALDE
Patrick Le Hyaric – GUE/NGL
Miguel Urbán Crespo – GUE/NGL
Kostas Chrysogonos – GUE/NGL
Tania González Peñas – GUE/NGL
Stephan Eck – GUE/NGL
Helmut Scholz – GUE/NGL
Nicola Caputo – S&D
Curzio Maltese – GUE/NGL
Claude Turmes – Greens/EFA
Ana Maria Gomes – S&D
Elly Schlein – S&D
Maite Pagazaurtundúa Ruiz – ALDE
Barbara Lochbihler – Greens/EFA
Martina Anderson – GUE/NGL
Matt Carthy – GUE/NGL
Lynn Boylan – GUE/NGL
Liadh Ní Riada – GUE/NGL
Kostadinka Kuneva – GUE/NGL
Eleonora Evi – EFDD
Tiziana Beghin –EFDD
Dario Tamburrano –EFDD
Hilde Vautmans – ALDE
Isabella Adinolfi –EFDD
Petras Auštrevičius – ALDE
Julia Reda – Greens/EFA
Judith Sargentini – Greens/EFA
Eva Gro Joly – Greens/EFA
Beatriz Becerra Basterrechea – ALDE
Laura Ferrara –EFDD
Marco Zullo –EFDD
Merja Kyllönen – GUE/NGL
Bronis Ropė – Greens/EFA
Ignazio Corrao –EFDD
Elena Valenciano – S&D
Javi López – S&D
Sofia Sakorafa – GUE/NGL
Soraya Post – S&D
Fabio Massimo Castaldo –EFDD

Interrogazione scritta: violazioni dei diritti umani ai danni del popolo curdo da parte delle forze turche

Interrogazione con richiesta di risposta scritta P-012088/2015
alla Commissione (Vicepresidente / Alto rappresentante)
Articolo 130 del regolamento
Barbara Spinelli (GUE/NGL), Martina Anderson (GUE/NGL), Lynn Boylan (GUE/NGL), Liadh Ní Riada (GUE/NGL), Matt Carthy (GUE/NGL), Elly Schlein (S&D), Stelios Kouloglou (GUE/NGL) e Tania González Peñas (GUE/NGL)

Oggetto: VP/HR – Violazioni dei diritti umani ai danni del popolo curdo da parte delle forze turche

La Turchia fa parte dei 47 membri del Consiglio d’Europa ed è uno dei paesi che hanno presentato domanda di adesione all’Unione europea. Gli attacchi contro la popolazione curda al confine con la Siria e con l’Iraq in atto dal luglio 2015 obbligano l’UE a monitorare e controllare le operazioni della Turchia alla luce degli obblighi internazionali ed europei in relazione ai diritti umani. Tali attacchi vengono condotti simultaneamente al nuovo impegno militare della Turchia nella guerra contro lo Stato islamico (Daesh), portata avanti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti.
Il Parlamento sta rafforzando le proprie azioni in materia di diritti umani al fine di garantire che i diritti umani e la democrazia siano il punto focale degli interventi e delle politiche dell’UE.
1.    Le operazioni militari turche sono conformi a tutti gli strumenti e obblighi europei concernenti la tutela dei diritti umani, in particolare alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sugli articoli 1, 3 e 15 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo?
2.    La guerra contro lo Stato islamico giustifica il fatto che i curdi che combattono contro il Daesh vengano abbandonati e che ci si dimentichi completamente della battaglia che essi hanno combattuto a Kobane?
3.    Come garantisce l’Unione europea la protezione dei civili curdi nelle aree colpite?


 

P-012088/2015
Risposta della vicepresidente Mogherini
a nome della Commissione
(20.1.2016)

La Turchia è un partner chiave nella coalizione internazionale contro il Da’esh, come riconosciuto nelle conclusioni del Consiglio “Affari esteri” del 9 febbraio 2015. Il paese ora accoglie inoltre il più elevato numero di profughi al mondo, costituito da oltre 2 milioni di persone fuggite dalle zone di conflitto nella regione, compresi i curdi. Le autorità turche stimano di aver sostenuto circa 8 miliardi di dollari di costi diretti per gli aiuti ai profughi.

La situazione in Siria e in Iraq richiede maggiore dialogo e cooperazione tra la Turchia e l’UE nel campo della politica estera. L’UE incoraggia costantemente la Turchia a definire la sua politica estera in modo complementare e coordinato con l’Unione, allineandosi progressivamente alle strategie e alle posizioni dell’UE. Al vertice UE-Turchia del 29 novembre 2015, l’UE ha convenuto di ampliare e intensificare il dialogo politico in tutti i settori, compresi quelli della politica estera e di sicurezza, della migrazione e della lotta contro il terrorismo.

L’UE continuerà inoltre a erogare aiuti umanitari ai profughi e a mirare a una soluzione a lungo termine per il loro reinsediamento. Il piano d’azione comune è stato attivato e la Commissione ha adottato lo strumento per la Turchia a favore dei rifugiati, con il quale si prefigge di raccogliere fondi per un valore di 3 miliardi di euro. Inoltre, è stato annunciato lo stanziamento di un miliardo di euro, nel periodo 2015-2016, per attuare la “strategia dell’UE relativa alla Siria e all’Iraq e alla minaccia rappresentata dal Da’esh”, convenuta in occasione del Consiglio Affari esteri del 16 marzo 2015.

Risolvere la questione curda, che ha provocato decine di migliaia di vittime negli ultimi 30 anni, rappresenterebbe un punto di svolta nella storia della Turchia moderna. Saranno necessari il coraggio di tutte le parti e riforme concrete volte a rafforzare i diritti sociali, culturali e democratici. L’Unione europea ribadisce l’importanza della continuazione di tale processo ed è pronta a sostenere una strategia globale per una soluzione duratura, anche mediante assistenza finanziaria nella fase di preadesione.

Scambio di opinioni con Frans Timmermans

AFCO – Riunione ordinaria di commissione del 3 dicembre 2015

Punto in agenda:

Scambio di opinioni con Frans Timmermans, primo Vicepresidente della Commissione europea, competente per il programma “Legiferare meglio”, le relazioni interistituzionali, lo Stato di diritto e la Carta dei diritti fondamentali

Buongiorno Vice-Presidente, grazie per l’introduzione.

Le vorrei porre una domanda su un tema che mi interessa particolarmente in quanto Rapporteur di un Relazione di Iniziativa sull’implementazione della Carta dei diritti. È una domanda che le pongo in seguito ai terribili attacchi terroristici a Parigi, nel Mali, in Tunisia. Mi ha molto preoccupato la decisione del Governo francese – oltre alla scelta di dare l’avvio ad uno stato di emergenza, sicuramente comprensibile, ma molto lungo – di richiedere l’attivazione della clausola derogatoria prevista dall’articolo 15 della Convenzione europea sui diritti umani. [1] Nel frattempo assistiamo alla sospensione della libertà di circolazione nello spazio Schengen, che si estende nell’Unione, e in precedenza Parigi aveva adottato una legge molto controversa sulla sorveglianza, che avrà implicazioni sui diritti dei cittadini. Considerato il rapporto che c’è tra i diritti sanciti nell’European Convention on Human Rights e le disposizioni della Carta dei diritti fondamentali, quello che le vorrei chiedere è se questa decisione di invocare la clausola derogatoria avrà influenza anche sull’applicazione del diritto primario dell’Unione. E che cosa significhi in sostanza questo continuo riferimento a uno stato di guerra e a cambiamenti costituzionali dovuti allo stato di guerra. Lo stato di guerra è una condizione nuova, in grado di sospendere i diritti umani. Mi piacerebbe avere una sua opinione a riguardo.

Grazie

[1] http://www.coe.int/en/web/secretary-general/home/-/asset_publisher/oURUJmJo9jX9/content/france-informs-secretary-general-of-article-15-derogation-of-the-european-convention-on-human-rights?_101_INSTANCE_oURUJmJo9jX9_viewMode=view

Gli sgomberi forzati dei campi rom di Torino e Viareggio violano la legislazione internazionale sui diritti umani

di mercoledì, marzo 18, 2015 0 , , Permalink

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli al Prefetto di Torino, al Vicesindaco di Torino e al Commissario prefettizio di Viareggio: fermate gli sgomberi dei campi rom

Bruxelles, 18 marzo 2015

Allarmata dalle notizie sempre più pressanti di sgombero dei due campi rom di Lungo Stura Lazio, a Torino, e di Torre del Lago Puccini, a Viareggio, Barbara Spinelli si è rivolta al Prefetto di Torino, al Vicesindaco di Torino e al Commissario prefettizio di Viareggio per chiedere la sospensione degli sgomberi forzati e il rispetto delle disposizioni vigenti.

In ottemperanza alle linee guida delle Nazioni Unite sul diritto a un alloggio adeguato e sugli sgomberi forzati, ogni sgombero deve prevedere ben precise garanzie procedurali – a cominciare da un congruo preavviso, l’accesso all’assistenza legale e la consultazione delle comunità interessate – ed è connesso al diritto a un alloggio dignitoso per tutti i nuclei familiari coinvolti.

L’eurodeputata del Gue-Ngl ricorda che “quando, nel 2010, il governo francese annunciò l’intenzione di smantellare alcuni campi rom, fu severamente ammonito dall’Onu, dal Parlamento europeo e dalla Commissione di Bruxelles, che minacciò di attivare una procedura di infrazione nel caso le autorità francesi non fossero immediatamente tornate sulla loro decisione”.

Le azioni di sgombero forzato arrecano solo ulteriore discriminazione, e inveleniscono un clima fin troppo preoccupante in cui si susseguono provocazioni verbali ed episodi di razzismo e xenofobia. Difficile non vedere, afferma Barbara Spinelli, che rom e sinti rischiano di diventare i bersagli di una campagna elettorale giocata sull’incitamento all’odio. “Sarebbe dunque auspicabile che le autorità per prime dessero un messaggio di segno opposto, di civiltà e rispetto dei diritti, ed è per questo che chiedo l’adozione urgente delle politiche di inclusione e sicurezza sociale previste dall’Onu e dall’Unione europea nell’ambito di un progetto condiviso con le popolazioni interessate. Ribadisco inoltre la necessità che a rom, sinti e caminanti sia riconosciuto lo status di minoranza, che ancora non è loro concesso.”

Allegati (file .pdf):

la lettera inviata al Prefetto e al Vicesindaco di Torino
la lettera inviata al Commissario prefettizio di Viareggio


 

Aggiornamento:

La CEDU (Corte Europea dei Diritti Umani) ha ordinato la sospensione del provvedimento di sgombero del campo rom di Torino fino al 26 di marzo, termine dato al Governo italiano per fornire informazioni in merito alle misure previste per la ricollocazione dei soggetti vulnerabili e la tutela dei minori. Il pronunciamento della Corte è avvenuto in seguito a una domanda inoltrata dall’avvocato Gianluca Vitale.

Perché ho scelto l’astensione sulla mozione diritti umani 2013

Il 12 marzo scorso a Strasburgo, Il Parlamento europeo ha approvato il Rapporto annuale 2013 sui diritti umani e la democrazia del mondo, firmato da Antonio Panzeri (Gruppo Socialisti e Democratici, S&D). È un rapporto con non pochi lati positivi ma con parecchi paragrafi in parte ambigui o non condivisibili, dal mio punto di vista. La stampa italiana si è occupata quasi esclusivamente del paragrafo sui matrimoni o le unioni civili tra persone dello stesso sesso, su cui il Parlamento europeo ha espresso – non per la prima volta – un voto positivo (su questo specifico paragrafo, il nr. 162, ho votato a favore).

Resta che la risoluzione, assai ampia, contiene altri punti molto sensibili e non chiariti, concernenti diritti non meno importanti del matrimonio gay. In particolare, sono stati approvati gli emendamenti dei Popolari (PPE), sulla base di un accordo blindato Popolari-Socialisti: mi riferisco tra gli altri al paragrafo sull’aumento delle risorse di Frontex, un’agenzia che sta dimostrando la propria totale inadeguatezza oltre che irresponsabilità, e a quello sull’immigrazione irregolare all’interno dell’UE a spese dei diritti dei migranti (ormai in massima parte richiedenti asilo), sostituito in seguito al voto da un paragrafo che concentra per intero l’attenzione sulla lotta ai trafficanti di esseri umani e dunque sul controllo delle frontiere. Infine, è stato fortemente annacquato il paragrafo 165, che criticava i referendum che vietano il matrimonio tra persone dello stesso sesso, e che menzionava espressamente il referendum svoltosi in Croazia, e quelli previsti in Slovacchia e Macedonia. Queste critiche non sono più presenti, su pressione dei Popolari, nella risoluzione approvata.

Allo stesso tempo, sono stati respinti emendamenti che ritenevo essenziali, proposti dal gruppo cui appartengo (GUE-NGL), concernenti sia i diritti dei migranti e il processo di Khartoum (un tema cruciale, dopo le dichiarazioni del Commissario all’immigrazione Dimitris Avramopoulos sull’opportunità di “cooperare con le dittature” in tema di migrazione), sia gli effetti sui diritti fondamentali di politiche economiche e di austerità imposte dall’esterno a paesi democraticamente troppo fragili.

Sono questi i motivi per cui ho deciso, dopo molte esitazioni e ripetuti tentativi di mediazione col relatore Antonio Panzeri (intesi a convincere il gruppo S&D ad accogliere positivamente i nostri emendamenti), di votare in aula l’astensione. Ho condiviso tale scelta con 28 deputati del GUE-NGL, mentre 5 hanno votato a favore della risoluzione e 11 hanno addirittura espresso parere contrario.


Questo il testo della mozione originaria.

E questo il testo della mozione approvata (file .pdf).