Liberare i media da fake news e groupthink

Bruxelles, 11 luglio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Miniaudizione organizzata dalla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) “sulla libertà e il pluralismo dei media nell’UE”.

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore della Relazione LIBE “Media pluralism and media freedom in the European Union”

Partecipanti:

·        Pier Luigi PARCU, Direttore del Centro per il pluralismo e la libertà dei media

·        Thijs BERMAN, Consulente presso l’Ufficio del Rappresentante OCSE per la libertà dei mezzi d’informazione

·        Renate SCHROEDER, Direttore della Federazione europea dei giornalisti (EFJ)

·        Marilyn CLARK, Professore Associato presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Malta

Ringrazio il Presidente, e gli esperti che prenderanno la parola in questa audizione. Come Relatore di un nuovo rapporto del Parlamento su Media Freedom, posso assicurarvi che ogni vostra considerazione sarà preziosa. Per questo vorrei che questa audizione fosse l’inizio di un lavoro comune, in modo da integrare le vostre esperienze e i vostri suggerimenti nel futuro rapporto.

Il mio sguardo sulla libertà dei media è influenzato dal fatto che per decenni ho fatto il mestiere di giornalista, ed è uno sguardo allarmato. Le condizioni della effettiva libertà dei media, della loro indipendenza da agende politiche e da gruppi di interesse economici, della loro pluralità, si sono aggravate dall’ultima volta che questo Parlamento se ne è occupato, nella relazione presentata da questa Commissione nel 2013. La mia introduzione sarà breve perché voglio lasciare massimo spazio agli esperti. Mi limiterò dunque a elencare alcuni punti che confermano tale aggravamento, e che dovremo a mio parere approfondire:

Primo punto: le fake news. In un numero crescente di democrazie il termine domina il dibattito sui media e sul funzionamento della democrazia stessa. Alcuni parlano di “post-verità”, e nel mirino ci sono soprattutto internet e i social network. C’è una buona dose di malafede in queste denunce. Dovremo analizzare il nascere delle fake news andando alla loro radice, e soprattutto evitare di stigmatizzare il cyberspazio creato da internet. Le fake news non sono solo figlie di internet. Sono una malattia che ha prima messo radici nei media tradizionali, nei giornali mainstream. Sono un residuo della guerra fredda. Quasi tutte le guerre antiterrorismo del dopoguerra fredda sono state precedute e accompagnate da fake news: basti ricordare le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Internet configura uno spazio nuovo e interattivo di informazione, che tende a condannare all’irrilevanza i giornali mainstream. Di qui un’offensiva contro questo strumento, e una serie di misure politiche che tendono a controllarlo, sorvegliarlo, imbrigliarlo. L’offensiva ricorda per molti versi la reazione all’invenzione della stampa, poi della radio e della televisione: le vecchie forze si coalizzano contro il nuovo, per meglio occultare le proprie degenerazioni. Per molti versi è un’offensiva che ricorda la polemica ottocentesca contro il suffragio universale: “troppa democrazia uccide la democrazia”. Quand’anche alcuni di questi timori fossero giustificati, le loro fondamenta si sgretolano se poste da pulpiti sospetti o screditati.

Secondo punto: l’estendersi di alcuni fenomeni certo non nuovi, ma in continua espansione: le interferenze della politica e di grandi concentrazioni di interesse nell’informazione, e non solo la violenza subita da giornalisti e informatori ma anche le forme sempre più diffuse e insidiose di autocensura. Lo studio pubblicato nell’aprile scorso dal Consiglio d’Europa – “Giornalisti sotto pressione”– mette in risalto l’estendersi di questa patologia, che nel precedente Rapporto del Parlamento è nominata ma non approfondita. Non viene spiegata la paura che genera l’autocensura (il moltiplicarsi delle interferenze politiche, editoriali, di lobby pubblicitarie) e soprattutto non viene sottolineato il legame causale che lega paure e autocensure alle condizioni sempre più miserevoli in cui informatori e giornalisti si trovano a operare. La vera radice delle fake news come dell’autocensura viene occultata ed è a mio parere il groupthink, che possiamo descrivere come espressione di un conformismo razionalizzato imposto da gruppi di potere politici o economici. Per usare le parole impiegate da William H. Whyte, che coniò questo termine negli anni ’50, si tratta di una “filosofia dichiarata e articolata che considera i valori del gruppo” – quale esso sia – “non solo comodi ma addirittura virtuosi e giusti”. La parola è meno moderna di fake news ma più precisa.

Terzo punto, importante nelle democrazie dell’Unione: il cosiddetto dilemma di Copenhagen. I Paesi candidati all’adesione devono rispettare le norme sulla libertà di espressione della Carta europea dei diritti fondamentali e della Convenzione dei diritti dell’uomo (rispettivamente gli articoli 11 e 10), ma una volta entrati tutto sembra loro permesso: negli ultimi decenni ne hanno dato prova le interferenze politiche nella libertà di stampa in Italia, Spagna, Polonia, Ungheria. Da questo punto di vista la Carta mi pare più avanzata della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, visto che esige non solo la libertà ma anche la pluralità dei media.

Quarto punto: i whistleblower. Nel rapporto del 2013 si fa riferimento in due articoli alla necessità di proteggerli legalmente, ma manca una normativa europea e nel frattempo si moltiplicano leggi di sorveglianza sempre più punitive nei loro confronti, specie su internet. Dovremo insistere su questo punto con maggiore forza.

Quinto punto: ne ho già parlato e concerne gli effetti della crisi economica non solo sulla libertà, ma sulla sussistenza stessa dei media. Se aumentano l’autocensura e l’interferenza arbitraria nel lavoro di giornalisti e informatori, è anche perché il loro mestiere è tutelato per una cerchia sempre più ristretta, e più anziana, di operatori. Cresce il numero di precari che danno notizie per remunerazioni ridicole, se non gratis. I diritti connessi al Media Freedom devono essere legati organicamente alla Carta sociale europea e al diritto a un lavoro dignitoso.

Infine, sesto punto: i rimedi. Abbiamo gli articoli della Carta, della Convenzione. Per farli rispettare, è urgente la creazione di un meccanismo che controlli la democrazia nei media. Mi riferisco alla relazione In’t Veld, che il Parlamento ha approvato nell’ottobre scorso. Il meccanismo che essa propone è uno strumento che coinvolge gli esperti della società civile, dunque tutti voi presenti in questa audizione. Se approvato da Commissione e Consiglio, sarà in grado di intervenire prima di mettere in campo le misure castigatrici previste dai Trattati come l’articolo 7, chiamato “opzione nucleare” perché applicabile solo all’unanimità e quindi praticamente inutilizzabile.

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Si veda anche:

“Pensiero di gruppo” e censure: assalto all’informazione, «Il Fatto Quotidiano» 12/07/2017
Contro le fake news serve una sfida culturale: parla il garante della privacy Antonello Soro, «Il Dubbio» 13/07/2017
EP hearing: “Media pluralism essential element for democracy”, European Federation of Journalists (EFJ), 13/07/2017

L’Europa dia protezione al whistleblower Edward Snowden

di sabato, febbraio 4, 2017 0 , Permalink

Bruxelles, 4 febbraio 2017

Barbara Spinelli (GUE/NGL) e i deputati del Parlamento europeo Claude Moraes (S&D, Presidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni), Jan Philipp Albrecht (Verdi/ALE), Ana Gomes (S&D), hanno presentato un’interrogazione scritta prioritaria al Consiglio dell’Unione europea perché accolga urgentemente la richiesta di offrire protezione a Edward Snowden, come già domandato dal Parlamento europeo nelle raccomandazioni contenute in una risoluzione del 29 ottobre 2015.

Interrogazione con richiesta di risposta scritta (prioritaria) al Presidente del Consiglio

Regola 130 del Codice di procedura

Jan Philipp Albrecht (Verdi/ALE), Ana Gomes (S&D), Claude Moraes (S&D), Barbara Spinelli (GUE/NGL)

Oggetto: Risposta alla risoluzione del Parlamento che chiede la protezione di Snowden

Il 24 gennaio 2017, Mike Pompeo, candidato di Donald Trump a direttore della CIA, ha prestato giuramento davanti al Senato degli Stati Uniti. Lo scorso febbraio, l’ex deputato aveva chiesto la pena di morte per «il traditore Edward Snowden». Nel 2013 Donald Trump aveva espresso osservazioni analoghe, riferendosi a Snowden come a una «terribile minaccia» e a un «terribile traditore», ricordando che, in passato, i Paesi avrebbero giustiziato chi fosse stato considerato un traditore.  La risoluzione del Parlamento europeo del 29 ottobre 2015 sul seguito da dare alla risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2014 sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell’UE invitava gli Stati membri a «ritirare ogni imputazione penale nei confronti di Edward Snowden, a offrirgli protezione e, di conseguenza, a evitare la sua estradizione o consegna da parte di terzi, riconoscendo il suo statuto di whistleblower e di difensore internazionale dei diritti umani». Le attività di Edward Snowden hanno considerevolmente aiutato i cittadini statunitensi ed europei ad avere finalmente accesso a quell’informazione trasparente che è un elemento centrale della democrazia.  Data la gravità delle affermazioni statunitensi e il deterioramento del clima politico che circonda il caso Snowden, quali iniziative intende prendere il Consiglio dei Ministri al fine di sollecitare gli Stati membri a rispondere alle raccomandazioni contenute nella risoluzione del Parlamento?

Versione inglese

Si veda anche:

Is Edward Snowden set to be given asylum by Europe? MEPs push EU to take in whistleblower, Nick Gutteridge, Express.co.uk

Ecco il Parlamento che vogliamo

Il 29 ottobre a Strasburgo, il Parlamento ha adottato con 342 voti a favore e 274 contrari la “Risoluzione Moraes” sul seguito da dare alla risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2014 sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell’Unione. È una risoluzione che svela un Parlamento più coraggioso e audace del previsto, in primis per l’invito – rivolto agli Stati membri dell’UE – a ritirare ogni imputazione penale nei confronti di Edward Snowden, a offrirgli protezione e, di conseguenza, a evitare la sua estradizione o consegna da parte di terzi. Il suo statuto di “lanciatore di allerta” (whistleblower), e dunque di difensore internazionale di diritti fondamentali della persona, viene pienamente riconosciuto. Sostengo da sempre la necessità di difendere gli informatori e ho caldeggiato di recente, con il gruppo GUE-NGL, la candidatura di Snowden al premio Sakharov (assieme ad Antoine Deltour, whistleblower nel caso Luxleaks, e a Stephanie Gibaud, che ha rivelato pratiche di evasione e riciclaggio della banca UBS AG). È il motivo per cui l’emendamento Snowden (presentato da deputati Verdi e del GUE-NGL) era cruciale per me. È passato per pochi voti: 285 i voti a favore, 281 i contrari.

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Conseguenze della sentenza della CGUE che invalida la decisione “Approdo sicuro” con gli Stati Uniti

Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Sessione Plenaria di Bruxelles, 14 ottobre 2015

  • Punto in Agenda:
    Conseguenze della sentenza della CGUE che invalida la decisione “Approdo sicuro” con gli Stati Uniti
    Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione (Consiglio: Nicolas Schmit – Ministro del lavoro, dell’occupazione e dell’economia sociale e solidale del Lussemburgo / Commissione: Věra Jourová – Commissario europeo per la giustizia, i consumatori e la parità di genere)

Di fronte al verdetto della Corte di giustizia, che invalida la decisione della Commissione sul trasferimento dati verso gli Stati Uniti, constatiamo due fatti incoraggianti. Primo: c’è un giudice a Lussemburgo, a far prevalere l’Europa dei diritti sugli arbìtri dei mercati. Secondo: ci sono semplici cittadini, a difenderci dai soprusi e a ottenere ciò che il Parlamento non ha ottenuto con tante risoluzioni. Il giovane Schrems è uno di questi. La sua battaglia a tutela del diritto l’ha condotta sul solco di Snowden, nominato dal nostro gruppo per il Premio Sacharov assieme ad altri whistleblower. Dopo ben tre sentenze della Corte sulla protezione dati, ritengo sia più che mai necessario rivedere tutti gli attuali negoziati in materia e promuovere un bill of rights digitale dell’Unione, fondato sui principi già contenuti nella Carta, simile al marco civil adottato in Brasile nel 2014.

Premio al whistleblower all’origine di LuxLeaks

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 14 ottobre 2015

Antoine Deltour, uno dei whistleblower nominati dal gruppo GUE / NGL come candidato per il Premio Sakharov per la libertà di espressione, è al Parlamento europeo a Bruxelles per ricevere un altro riconoscimento: il Premio del cittadino europeo.

Il premio, inaugurato dal Parlamento Europeo nel 2008, riconosce gli eccezionali risultati raggiunti da persone e organizzazioni che abbiano contribuito in modo notevole alla cooperazione europea e alla promozione dei diritti fondamentali dell’Unione.

Antoine Deltour, il principale whistleblower nell’affare LuxLeaks, è tra i 47 cittadini provenienti da tutta Europa a ricevere il premio quest’anno. Ha rivelato un enorme sistema di elusione fiscale creato a beneficio di decine di grandi aziende internazionali in Lussemburgo, e attualmente è sotto processo in Lussemburgo.

Barbara Spinelli, eurodeputata GUE/NGL, ha dichiarato:

«Ho sostenuto fin dall’inizio la candidatura al premio Sakharov di Antoine Deltour, di Stéphanie Gibaud e soprattutto di Edward Snowden, e continuerò a condurre la battaglia contro la corruzione e la criminalità organizzata, sia come membro dell’intergruppo parlamentare sull’Integrità per la trasparenza, sia sostenendo la Campagna “Restarting the Future” in favore dell’introduzione di una direttiva europea per la protezione dei whistleblowers.

L’introduzione di tale direttiva è necessaria per proteggere e aiutare i cittadini che lottano contro attività illegali nazionali e transfrontaliere in tutta Europa, portandole alla luce: un lavoro colmo di rischi personali ed estremamente coraggioso, senza il quale è inconcepibile, ormai, debellare la corruzione, la criminalità organizzata, la sorveglianza di massa.

Dovrà ripartire da qui – dai singoli cittadini solitari che lanciano l’allerta – l’Europa dei Diritti che rischia sempre più di esser travolta dall’arbitrio dei mercati e da un’Europa esclusivamente concentrata sui parametri dell’economia».

Richiesta di chiarimento sulla questione dei whistleblower

Point 5 – Follow-up to the European Parliament Resolution of 12 March 2014 on the electronic mass surveillance of EU citizens (Discussione sul rapporto di inziativa di Claude Moraes, S&D)

Intervento di Barbara Spinelli

Grazie Presidente.

La ringrazio per il magnifico rapporto, per le insoddisfazioni che esprime, e anche per la volontà di presentare, eventualmente, un ricorso per carenza nei confronti della Commissione per mancata attuazione dei programmi.

Le pongo solo una domanda sui whistleblower. Purtroppo non abbiamo avuto risposte chiare alle domande che ci siamo posti nella nostra Commissione, e questo lo trovo grave. Trovo gravissimo, inoltre, che in quest’aula siano state espresse esplicite condanne di Edward Snowden, accusato di aver “danneggiato persone”: cosa che non ha fatto.

In questo quadro, vorrei chiederle se sia possibile includere nel Suo rapporto il tema della protezione dell’informatore/giornalista, quando viene chiamato a mantenere il segreto da parte di aziende e multinazionali. Lei sa che al momento circola un appello in difesa di tale figura di whistleblower, e contraria alla direttiva della Commissione e del Consiglio dell’Unione Europea riguardante i segreti commerciali (“Proposta di direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla protezione del know-how riservato e delle informazioni commerciali riservate (segreti commerciali) contro l’acquisizione, l’utilizzo e la divulgazione illeciti”).