Trasferimenti Dublino e Ue-Turchia: le incoerenze della Commissione

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 14 dicembre 2016.

Punto in agenda: Raccomandazione della Commissione europea sull’attuazione della dichiarazione UE-Turchia e il ripristino dei trasferimenti nell’ambito del sistema di Dublino

Dichiarazione della Commissione

Presenti al dibattito:

Dimitris Avramopoulos – Commissario per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza

Le raccomandazioni della Commissione – sull’accordo UE-Turchia e sul ripristino dei trasferimenti in Grecia – sono sconcertanti. Voi stessi – non solo Amnesty International – dite che l’accoglienza nelle isole dell’Egeo e in terraferma non funziona, che i minori non accompagnati e le persone vulnerabili sono tuttora detenute, e però raccomandate il ritorno in Grecia dei rifugiati a partire dal marzo 2017, visti i “molti progressi”. Voi ammettete che le isole sono sovraffollate, e chiedete di affollarle di più. Menzionate le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia contro tali trasferimenti – anche graduali – e ve le dimenticate per strada.

Non meno sconcertante il piano d’azione su Ue-Turchia: è accertato ormai che la Turchia non è un Paese sicuro. Ciononostante volete più rimpatri, riunificazioni familiari gestite in Turchia, e non esitate a raccomandare le deportazioni dei più vulnerabili. Al governo greco si chiede perfino di riscrivere le leggi nazionali che vietano simili rimpatri.

Chiedo alla Commissione cosa la spinga a ritenersi forte, quando sta dimostrando solo impotenza: è incapace di ricollocare i rifugiati come promesso, ignora la miseria economica imposta alla Grecia. A meno che non voglia fingersi forte così: sradicando i diritti dell’uomo.

Il Parlamento europeo riconosce la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli: Il Parlamento europeo approva Il rapporto sulla situazione dei diritti  fondamentali nell’Unione europea nel 2015 riconoscendo la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione

Strasburgo, 13 dicembre 2016

Oggi il Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo ha votato un rapporto di iniziativa sulla Situazione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea nel 2015.

Dopo il voto Barbara Spinelli ha dichiarato:

«Giudico positivo il risultato del voto, favorevole alla Relazione sulla situazione dei diritti fondamentali, per la quale avevo presentato numerosi emendamenti. Scopo degli emendamenti era quello di rafforzare i diritti delle minoranze e dei migranti minorenni, di offrire particolare sostegno e soddisfare i bisogni delle donne rifugiate che subiscono una doppia discriminazione: quella di essere migranti e quella di essere donne.

In altri emendamenti avevo chiesto agli Stati membri di facilitare i ricongiungimenti familiari e di assicurare la trasparenza e il rispetto dei diritti fondamentali nei casi di reclusione dei migranti.

Motivo di soddisfazione è stato in particolare l’approvazione di un emendamento in cui chiedevo agli Stati membri di riconoscere la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione accompagnata da pratiche di tortura come una forma di tratta degli esseri umani, considerando i sopravvissuti quali vittime di una forma di tratta di esseri umani perseguibile, tale da comportare obblighi di protezione, assistenza e sostegno. Si tratta di riconoscere uno speciale tipo di tratta che non è presente in nessun’altra Relazione del Parlamento europeo e non è riconosciuta dagli Stati membri nonostante numerosissimi eritrei siano vittime di queste pratiche, soprattutto nella regione del Sinai e della Libia.

È fondamentale che il Parlamento abbia riconosciuto la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione».

La realtà inventata della Commissione

Strasburgo, 12 dicembre 2016. Intervento di Barbara Spinelli, per conto del Gruppo GUE/NGL in apertura dei lavori della Sessione Plenaria.

Punto in agenda: Ordine dei lavori – Richiesta del Gruppo GUE/NGL di introdurre nell’agenda dei lavori di mercoledì 14 dicembre 2016 il seguente dibattito: “Raccomandazione della Commissione europea sull’attuazione della dichiarazione UE-Turchia e il ripristino dei trasferimenti nell’ambito del sistema di Dublino. (Dichiarazione della Commissione)“.

La richiesta del Gruppo GUE/NGL è stata approvata dall’aula a grande maggioranza, con 204 voti a favore e 149 contrari.

Chiediamo per mercoledì una dichiarazione della Commissione e un roll call vote su due stupefacenti raccomandazioni: il ripristino dei trasferimenti Dublino, e l’implementazione dell’accordo UE-Erdogan. Anche i profughi più vulnerabili vanno deportati in Turchia, e Atene è pregata di riscrivere le leggi che lo vietano.

Sono raccomandazioni disattente al diritto. I ri-trasferimenti in Grecia sono vietati fin dal 2011 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, poi dalla Corte europea di giustizia e da Corti nazionali. Mi domando quale sia il metodo, in tanta follia. Una Commissione incapace di ricollocare i profughi, indifferente alla miseria economica imposta ad Atene, finge una potenza che non ha sradicando i diritti dell’uomo. Dice che i rifugiati in Grecia stanno oggi molto meglio. Non c’è una sola testimonianza che confermi questa realtà totalmente inventata.

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Si veda anche:

La petizione lanciata da DiEM25, e cofirmata da Barbara Spinelli, per fermare l’accordo tra Unione europea e Turchia.

Una Carta per i diritti internet

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Bruxelles, 5 dicembre 2016

Punto in agenda: Carta dei diritti digitali fondamentali nell’Unione europea. Presentazione alla presenza di Martin Schulz, Presidente del Parlamento europeo, e del prof. Heinz Bude, sociologo, uno degli autori della Carta.

Grazie innanzitutto al Presidente Schulz e al Professor Heinz Bude. Mi felicito per la presentazione della Carta, e contrariamente a quanto detto da alcuni colleghi la ritengo necessaria. È necessario che il mondo internet sia presentato alla stregua di un “bene comune”, e che come tale comporti regole precise, attinenti i diritti all’anonimato, all’oblio, alla cancellazione, e la questione non meno centrale del digital divide. Leggendo la vostra Carta ho provato a paragonarla con una Carta simile, che il prof. Bude sicuramente conosce: si tratta della Dichiarazione dei diritti in internet che il Parlamento italiano ha approvato nel luglio del 2015. Nonostante ritenga che la Carta dei diritti digitali presentata oggi sia di grande interesse, vorrei sottolineare alcuni punti presenti nella Dichiarazione italiana che potrebbero essere vantaggiosamente inclusi nella Carta europea.

Nel preambolo si parla di sfide e minacce che vengono da internet. Per parte mia parlerei anche delle opportunità che si aprono grazie a questo mezzo, e non sottolineerei troppo le minacce ma le tratterei più concretamente nell’articolato, indicando quel che bisogna fare – anche preventivamente – nel caso di violazioni della dignità e di abusi della libertà di espressione. A proposito degli articoli 3 e 15 concernenti il digital divide, metterei in risalto gli aspetti sociali della diseguaglianza di fronte a internet, elencando i diritti sociali che devono esser garantiti per quanto riguarda l’accesso alla rete e l’apprendimento del suo uso, e sottolineerei le difficoltà multiple di adattamento al mondo digitale: difficoltà che si registrano più acutamente in certe regioni non sviluppate o rurali come anche nelle generazioni più anziane. In un’Europa che invecchia, il “divide” è al tempo stesso sociale, geografico e generazionale.

Per quanto riguarda l’articolo 4 concernente la sicurezza, è corretto ribadire che le forze dell’ordine non devono avere accesso ai dati privati e che le eccezioni possono essere consentite solo sulla base della legge, per salvaguardare importanti principi legali. Tali eccezioni tuttavia dovrebbero essere permesse solo a seguito di un’autorizzazione motivata dell’autorità giudiziaria, come specificato appunto nella Dichiarazione italiana scritta dal professor Stefano Rodotà.

Sull’articolo 6 e 7 riguardante il profiling e l’algoritmo, è giusto stabilire che le schedature e l’uso di tecniche probabilistiche (algoritmi) vanno permessi solo sulla base della legge. Quel che aggiungerei è la possibilità di opporsi al profiling come all’algoritmo: in questo consiste infatti il diritto all’identità.

Sull’articolo 5 – concernente data protection e data sovereignty – c’è nella vostra Carta un accenno al fatto che sia necessario il consenso dell´utente affinché   avvenga il trattamento dei dati personali. Aggiungerei tuttavia una precisazione: tale consenso non va considerato permanente, e di conseguenza può essere revocato. Cito in proposito uno dei passaggi chiave della Dichiarazione italiana: “Il consenso non può costituire la base legale per il trattamento quando vi sia un significativo squilibrio di potere tra la persona interessata e il soggetto che effettua il trattamento”.

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(parte dell’intervento non pronunciata nel dibattito):

Altri punti della Carta italiana che varrebbe la pena incorporare:

Le modalità di accesso ai dati sono indicate con maggiore chiarezza nella Dichiarazione italiana: in essa si parla non solo di diritto di accesso, ma anche di rettifica e di cancellazione dei propri dati raccolti in rete. In questo quadro, si stabilisce che “la raccolta e la conservazione dei dati devono essere limitate al tempo necessario, rispettando in ogni caso i principi di finalità e di proporzionalità e il diritto all’autodeterminazione della persona interessata”.

Anche sul diritto all’oblio, la Dichiarazione italiana opera alcuni distinguo preziosi, che consentono di evitarne gli abusi da parte del potere politico o finanziario. È un punto che mi pare importante. Si stabilisce infatti che tale diritto va certo rispettato, ma che “non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata”, e si precisa che “tale diritto può essere esercitato dalle persone note o alle quali sono affidate funzioni pubbliche solo se i dati che le riguardano non hanno alcun rilievo in relazione all’attività svolta o alle funzioni pubbliche esercitate”.

Non per ultima, la questione degli squilibri globali di potere che possono crearsi tramite internet: in un articolo della Dichiarazione italiana, concernente il “governo della rete”, si esige che la sua disciplina non dovrà dipendere “dal potere esercitato da soggetti dotati di maggiore forza economica”.

 

Le trappole dell’identità unica

Bruxelles, 1 dicembre 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda: Lotta contro il razzismo, la xenofobia, l’omofobia e le altre forme di intolleranza

Dichiarazione del Consiglio e della Commissione

Presenti al dibattito:

Ivan Korčok – Rappresentante plenipotenziario del governo per la presidenza slovacca del Consiglio dell’UE

Julian King – Commissario europeo per l’unione della sicurezza

Il Trattato di Lisbona, la Carta dei diritti, la Decisione quadro del 2008, la Convenzione di Istanbul: ecco come combattiamo il razzismo, la xenofobia, le violenze contro le donne. È urgente che la Decisione quadro condanni più esplicitamente, oggi, l’islamofobia, l’antisemitismo, l’antiziganismo, l’omofobia che inquinano i nostri Paesi e perfino le comuni istituzioni: è grave che gli attacchi del commissario Oettinger a donne, gay e cinesi diventino una normalità.

È anche questione di linguaggio: quel che ci unisce non sono valori astratti, ma precise norme. Se esiste un dèmos dell’Unione, è a causa di tale patto normativo. Chi lo viola non può invocare culture nazionali discordanti.

Penso che ogni individuo libero – specie in tempi di forte immigrazione – abbia più appartenenze, più identità. L’assimilazione a un’unica identità genera violenza. Meglio proporre l’integrazione nel rispetto delle norme, piuttosto che l’assimilazione.

Turchia: cosa può fare l’Unione

Bruxelles, 16 novembre 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL.

Punto in Agenda: La repressione in Turchia dell’opposizione. Relatori per il Gruppo GUE/NGL: Takis Hadjigeorgiou e Marie-Christine Vergiat.

Considerati gli ultimi avvenimenti in Turchia, e la nuova offensiva del governo Erdogan contro l’opposizione parlamentare dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli) si pone la questione del “che fare”, come gruppo politico e come Unione europea. Sono tre a mio parere i punti su cui converrà concentrarsi.

Primo punto: bisogna cominciare a riflettere seriamente su un piano B, nel caso l’accordo UE-Turchia sui migranti venisse revocato, da parte dell’Unione oppure del governo turco, visto che anche quest’ipotesi è stata prospettata da Erdogan, sotto forma di minaccia. Secondo me è necessario sin da ora non solo far capire ai cittadini europei che la Turchia non può essere considerato uno Stato “sicuro” dal punto di vista dei rimpatri, ma che la rottura dell’accordo non è la catastrofe da molti temuta. Questo perché in realtà il piano di riammissione non sta funzionando perfettamente, come pretende la Commissione. I rimpatri dalla Grecia alla Turchia sono stati finora 1.600: una cifra bassa, se paragonata ai 2 milioni e settecentomila rifugiati che già si trovano in Turchia. La maggior parte dei rifugiati approdati a suo tempo in Grecia sono tuttora intrappolati nei Balcani occidentali (circa 73.000) dopo la chiusura di quella rotta di fuga. Il Piano B, ovvero l’alternativa all’accordo con la Turchia, consiste in misure concrete che dovranno essere adottate ma dovrà comportare al tempo stesso una campagna di informazione intesa a far capire che la paura su cui scommette l’estrema destra è in parte esagerata.

Secondo punto: la sospensione dei negoziati di adesione all’Unione europea. Per quanto mi riguarda sono favorevole a tale sospensione, e ritengo non ci sia bisogno di aspettare la reintroduzione della pena di morte per una decisione del genere, ma il messaggio deve essere molto chiaro: è auspicabile che i negoziati si riaprano subito, non appena la rule of law e la libertà di espressione saranno restaurate in Turchia. La nostra posizione dovrebbe tener vive le speranze dei democratici turchi, che sull’Unione europea continuano a contare molto, e fare di tutto perché non sia identificata con quella sostenuta dalle estreme destre (e da buona parte del centro-destra), le quali non mancano di ripetere: “Noi eravamo contrari all’ingresso della Turchia comunque e sin dall’inizio”.

Terzo e ultimo punto: molti democratici in Turchia, con cui sono in contatto, insistono affinché l’Unione europea sospenda, invece, il rinegoziato sull’abbassamento delle tariffe doganali e il commercio. Si tratta di una trattativa che dovrebbe estendere gli accordi sulle industrie manifatturiere ai servizi, all’agricoltura e agli appalti pubblici. A mio parere si può agire su questo rinegoziato, che interessa molto Erdogan perché influenza in modo sostanziale la struttura commerciale del suo Paese. Si tratta di far capire al governo turco che il rinegoziato sarà sospeso fino a quando non saranno ristabiliti la rule of law, il rispetto delle opposizioni, e in particolare la pace civile in Kurdistan.

Qualche domanda a Frontex

Bruxelles, 17 novembre 2016

Oggi al Parlamento europeo, in una riunione della Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (LIBE) si è tenuto un interessante dibattito tra Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex (divenuta Guardia Costiera e di Frontiera europea) e i membri della Commissione parlamentare.

Barbara Spinelli ha posto diverse domande al dottor Leggeri a proposito degli incidenti in mare e della violazione dei diritti umani verificatisi negli ultimi mesi e denunciati da diverse ONG:

«Grazie, dottor Leggeri, per la presentazione. Ho alcune domande su episodi specifici di uso della forza. Il primo è quello citato da Ska Keller sul pushback illegale dalla Grecia alla Turchia alla presenza di due navi Frontex, denunciato dalla rete «Watch the Med Alarm Phone» l’11 giugno scorso. Siccome Frontex ha reagito affermando che la decisione è stata presa dal centro di coordinamento regionale greco in linea con la legislazione Search and Rescue sulla base di una “valutazione approfondita”, quello che vorrei chiederle è qual è la responsabilità, comunque, di Frontex, e che cosa, in questa valutazione approfondita, vi ha convinti a considerare legale questa espulsione?

«La seconda domanda riguarda la denuncia di Amnesty International sull’uso della violenza e anche della tortura in una serie di hotspot italiani. Le autorità italiane responsabili tacciono e sicuramente sono responsabili in via prioritaria, ma la questione di fondo è che Frontex assiste i funzionari addetti al prelievo delle impronte digitali, e chi assiste ha una responsabilità, almeno secondo me, ma forse lei ha un’altra opinione?

«L’ultima domanda riguarda l’uso delle armi da fuoco su imbarcazioni di migranti in Grecia, denunciato da “The Intercept” nell’agosto di quest’anno. A una mia lettera, lei ha risposto che «non c’erano navi Frontex», e può darsi che abbia ragione, ma il giornalista che ha indagato per poter salire sulle navi che erano presenti ha dovuto chiedere il permesso a Frontex. Quindi c’erano navi Frontex o non c’erano? Grazie».

Dalle risposte di Fabrice Leggeri si evince che, nell’ambito dei rimpatri, l’agenzia opera secondo la normativa europea, ovvero la Direttiva rimpatri, e adempie gli obblighi del regolamento Schengen.

Per quanto riguarda gli incidenti in mare e i casi di uso delle armi da fuoco – ha specificato il direttore esecutivo di Frontex – gli incidenti hanno portato al ferimento anche delle guardie costiere, e nei casi riportati da diversi reportage, avvenuti in Grecia nel 2015, Frontex ha agito secondo le leggi greche e per motivi di legittima difesa rispondendo al fuoco aperto dai trafficanti (fatto, questo, smentito dal reporter di “The Intercept”).

Circa il rapporto di Amnesty International che denuncia violazioni dei diritti umani negli hotspot italiani, Leggeri comunica di non aver mai ricevuto rapporti di denuncia in proposito da parte di agenti di Frontex.

Il finto federalismo del Rapporto Verhofstadt

Bruxelles, 8 novembre 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Possibile evoluzione e adeguamento dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea” (Relatore Guy Verhofstadt – ALDE, Belgio) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO).

Punto in agenda:

  • Esame degli emendamenti

Ringrazio il relatore per il lavoro fatto con questa bozza di risoluzione. Dico subito che ci sono passaggi che apprezzo: sulla sicurezza interna, che non deve trasformarsi in pretesto per evitare politiche più coraggiose di asilo e inclusione; sull’opportunità che la Corte di giustizia passi al vaglio la politica estera dell’Unione; sul metodo comunitario che non deve esser soppiantato da quello intergovernativo. Giusto anche chiedere l’estensione di precisi diritti del Parlamento europeo: in prima linea il diritto di iniziativa legislativa e il diritto di inchiesta.

Come già anticipato nella riunione del 12 luglio, ho tuttavia una serie di riserve, che esprimerò negli emendamenti. Cercherò di spiegarne alcuni, facendone una sintesi.

In prima linea non concordo sulle premesse, cioè sui recital che giustificano vari articoli della risoluzione. Quello di cui sento più la mancanza è un’analisi critica e autocritica della crisi dell’Unione, che a mio avviso ha toccato l’acme durante il negoziato greco ed è sfociata per forza di cose nel Brexit – i due eventi sono a mio parere legati. Se siamo giunti a questo punto, non è perché le istituzioni funzionino male, o non si coordinino, o non siano abbastanza “federali”. Il federalismo ha senso se esiste una comunità solidale, se vengono adottate politiche che non dividono le nostre società e non generano, sempre più, disgusto verso il progetto stesso di unione. Il federalismo non è una tecnica, e non basta quest’ultima a ridare ai cittadini la fiducia e il senso di appartenenza che hanno perso. Non basta nemmeno citare Eurobarometro, che non rispecchia il loro vero stato d’animo essendo un istituto di sondaggio troppo dipendente dalla Commissione, dunque con forti conflitti d’interesse.

Non mi convince nemmeno l’analisi delle crisi – la “‘polycrisis” descritta nel rapporto: il più delle volte la crisi è dell’Europa. Non è dei modi formali in cui essa risponde alle sfide, ma della natura stessa della risposta. Ad esempio: non c’è “crisi della migrazione”, ma crisi dell’Unione davanti a flussi di profughi e migranti che al momento rappresentano lo 0,2 per cento delle popolazioni europee. Non c’è solo crisi del debito, ma crisi di Paesi che essendo in surplus non espandono la propria economia. Più generalmente, c’è crisi della solidarietà e della democrazia all’interno dell’Unione. La mia impressione è che il rapporto avalli e sostenga politiche che hanno fatto fallimento. Non basta dire che siamo di fronte a un euroscetticismo senza precedenti e un ritorno dei nazionalismi, senza indicare l’insieme di politiche sbagliate che hanno causato e causano diffusa sfiducia.

Vengo ora agli emendamenti sull’articolato, e ne cito solo alcuni che mi sembrano importanti.

Fin dal primo articolo, si chiede una modernizzazione della governance dell’Unione: cioè più efficienza, più rapidità. Non si va alla sostanza della crisi: la spettacolare mancanza di giustizia sociale, il venir meno di diritti (e di precisi articoli del Trattato come il 2, il 3, il 6, l’11); il riemergere in Europa di una politica di balance of powers, di potenze nazionali più o meno forti che si guardano in cagnesco l’un l’altra. La tecnica ancora una volta prende il sopravvento. Dovremmo sapere, da Heidegger, che “l’essenza della tecnica non è mai tecnica”.

Passo all’articolo 13, in cui si denuncia la mancanza di convergenza e di competitività. Anche qui, nessun accenno alle diseguaglianze sociali e al senso di dis-empowerment dei cittadini, e di impoverimento generalizzato delle classi medie: che sono poi le vere ragioni dell’ondata di sfiducia verso l’Europa.

Nell’ articolo 14, si dice giustamente che né il Patto di Stabilità e crescita né la clausola “no bail-out” hanno fornito le soluzioni volute, ma non si fanno proprie le critiche sempre più diffuse che vengono espresse verso le ricette di austerità non solo da parte di accademici, ma dello stesso Fondo Monetario internazionale. Il malfunzionamento, secondo la relazione Verhofstadt, viene fatto risalire alle troppe infrazioni del Patto. Constato un ritardo diagnostico di almeno dieci anni nell’analisi delle politiche economiche europee.

In questo ambito, mi dispiace che non vi sia neppure un accenno alle proposte di un New Deal europeo. In un emendamento aggiuntivo all’articolo 13, ne propongo uno – ma le idee sono moltefinanziato dalla Banca europea degli Investimenti e da nuove risorse proprie alimentate da una tassa patrimoniale comune, dalla tassa sulle transazioni finanziarie e da una carbon tax.

Altra proposta che va in questa direzione: l’adesione dell’Unione alla Carta Sociale, e comunque l’inclusione dei criteri della Carta nella definizione della politica economica.

A proposito del Rapporto dei cinque Presidenti (articolo 16): il Rapporto Verhofstadt lo condivide in pieno. Io non lo condivido. Nel mio emendamento esprimo una forte critica del rapporto, e delle cosiddette riforme strutturali: basate su codici di competitività che hanno come principale fondamento la ristrutturazione del mercato del lavoro e livellamenti verso il basso dei salari. Non mi sembra la ricetta per uscire dalla recessione.

Per tutte queste ragioni non accolgo la proposta – che in altri tempi e con altre politiche sarebbe stata positiva – di istituire un comune Ministro dell’Economia (e un Ministro degli Esteri). Il rischio è di ripetere l’errore fatto con l’euro. Parlo dell’illusione gradualista secondo cui creando istituzioni comuni parziali si arriverà necessariamente e provvidenzialmente all’unità politica dell’Europa.

Mi si obietterà che non è questo lo scopo di questo rapporto, né di quello dei colleghi Mercedes Bresso e Elmar Brok su quello che si può fare senza cambiare i Trattati. Che è in gioco il quadro costituzionale, non le politiche immesse in tale quadro. Ma ambedue i rapporti fanno proprie precise linee politiche, e questo spiega come mai – non essendo per appunto tecnica, la natura della tecnica – parlo di sostanza politica anch’io.

Rapporto Bresso-Brok: il fiscal compact inserito nei Trattati

Bruxelles, 8 novembre 2016. Intervento (non pronunciato) di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Migliorare il funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona” (Relatori Mercedes Bresso, S&D – Italia, Elmar Brok, PPE – Germania) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO).

Punto in agenda:

  • Esame degli emendamenti

Ringrazio i relatori di questo rapporto, anche se purtroppo ho constatato l’impossibilità di un confronto che sia serio e rispettoso con i relatori ombra.

Come già sottolineato nel corso della precedente discussione sulla Relazione Verhofstadt, quello che mi lascia più perplessa è la visione di fondo dei due documenti, ossia la scelta di cambiare la struttura, la tecnica – la “capacità di agire” a più livelli, rapidamente ed efficacemente, come è scritto nel rapporto – per lasciare essenzialmente invariata la sostanza. Un esempio tra tutti è il Fiscal Compact. Uno strumento figlio di politiche dell’austerità i cui contenuti ed effetti sono stati ampiamente criticati da noti economisti e, ultimamente, persino dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Piuttosto che modificarlo o scegliere soluzioni alternative, la strada percorsa è quella di legittimarlo completamente, incorporandone le parti più rilevanti all’interno del Trattato e rendendolo di conseguenza elemento strutturale della politica economica europea.  È quello che più ci viene contestato dai cittadini: la miopia, la sordità di fronte ad una richiesta di cambiamento che riguarda esattamente il fondo delle nostre scelte e non l’involucro tecnico all’interno del quale le presentiamo.

Penso anch’io, come i relatori, che i Trattati hanno limiti evidenti ma ci offrano già chiare indicazioni su una possibile via alternativa, ed è alla luce di tali indicazioni che dovremmo procedere per “sfruttarne le potenzialità”. È la direzione che ho tentato di seguire con gli emendamenti che ho presentato. Mi riferisco in particolare agli articoli iniziali del Trattato sull’Unione Europea: l’articolo 2 sui cosiddetti “valori” dell’Unione (mi piacerebbe che in una futura Costituzione si parlasse di norme e di diritti – i valori per definizione sono opinabili); l’articolo 3 sugli obiettivi dell’Unione – tra cui la creazione di un’economia sociale di mercato non solo competitiva, ma che miri – cito – alla piena occupazione e al progresso sociale, e a un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente; l’articolo 6 sui diritti fondamentali o l’articolo 11 sulla partecipazione dei cittadini al processo decisionale – solo per citarne alcuni. A rinforzo dei trattati abbiamo anche creato uno strumento unico, la Carta dei diritti fondamentali, che chiede solo di essere innalzata a reale parametro di azione. Si tratta ovviamente di standard generali che necessitano di norme che ne diano concreta attuazione, ma sono anche quei parametri che abbiamo scelto e deciso di inserire nei Trattati quali disposizioni comuni e presupposti del progetto di integrazione europea. Ritengo sia giunto il momento di darne concreta attuazione con politiche che non ne infrangano, come accade oggi quasi quotidianamente, l’essenza.

Un’ultima osservazione sulla politica di immigrazione e di asilo. Considerata l’involuzione sempre più autoritaria in Turchia, considerata la natura dittatoriale di regimi come quello eritreo e sudanese, e il caos che regna in Afghanistan e in Libia, considero impossibile – e indifendibile sul piano legale – la strategia dei cosiddetti “Paesi sicuri”, e ritengo che non vadano firmati accordi con Paesi terzi che sono tutt’altro che sicuri,  al solo fine di rimpatriare migranti e profughi, e di ridurre i flussi migratori prima che i migranti arrivino alle nostre frontiere.

Meccanismo dell’UE in materia di democrazia: è necessario mostrare vigilanza autentica nei confronti delle istituzioni europee

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “recante raccomandazioni alla Commissione sull’istituzione di un meccanismo dell’UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali” (Relatore Sophie in ‘t Veld – ALDE), nel corso della Sessione Plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 25 ottobre 2016.

La risoluzione di cui discutiamo è importante perché per la prima volta non ci occupiamo dei diritti fuori dall’Unione, ma ci domandiamo se noi stessi rispettiamo la rule of law che pretendiamo incarnare. Il nuovo meccanismo ha tale scopo, e per questo il mio giudizio è positivo. Dall’inizio della grande crisi non si parla d’altro che di “fare i compiti a casa”. Ma i compiti sono solo economici, quasi mai tra i doveri primari figura la democrazia costituzionale. Spero che il meccanismo sposti un po’ gli accenti: che aiuti a riconoscere gli effetti dell’austerità su diritti come quello alla salute, al lavoro, a istituzioni trasparenti e incolpabili. Un meccanismo simile mancava. L’articolo 7 del Trattato è inutilizzabile perché in mano ai governi, dunque non imparziale.

Nel negoziato ho chiesto che le Istituzioni europee siano vagliate come gli Stati. Il risultato mi soddisfa solo in parte, perché tale vigilanza è promessa, ma per nulla garantita. Presenteremo emendamenti che diano questa garanzia.

Le istituzioni europee sono viste dai cittadini con sfiducia crescente perché opache, e molto intrusive. Se mostrassimo vigilanza autentica nei loro confronti, il meccanismo che sta nascendo sarebbe meno sospettabile di interferenza nelle politiche degli Stati.