Contro una direttiva ad hoc sull’encryption

di giovedì, settembre 15, 2016 0 , , Permalink

Il 13 settembre, nel corso della Plenaria a Strasburgo, il Parlamento europeo ha nominato Julian King Commissario europeo per l’Unione della Sicurezza con 394 voti a favore, 161 contrari e 83 astenuti. Riportiamo le due risposte del Commissario Julian King alle domande di Barbara Spinelli e di Péter Niedermüller sulla direttiva sull’encryption, rivolte nel corso dell’audizione del 12 settembre.in Commissione Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni (LIBE).

Domanda di Barbara Spinelli: Il 23 Agosto scorso, i ministri dell’Interno di Francia e Germania hanno annunciato che al vertice di Bratislava chiederanno alla Commissione, e dunque a lei, Sir Julian King, una direttiva sull’encryption. La direttiva obbligherebbe compagnie come WhatsApp o Telegram a indebolire gli standard di cifratura e/o a istituire “back door” per l’accesso delle forze di polizia ai dati personali.

Tale proposta è stata criticata dai sostenitori della privacy e dal CNIL, l’autorità francese di protezione dati. La tesi da essi sostenuta è che togliere la cifratura espone i cittadini a rischi di hacking e di altre forme di terrorismo, più di quanto minacci i terroristi.

Ecco, quindi, le domande che vorrei porle: che tipo di garanzie si intende fornire a salvaguardia della privacy e della sicurezza dei cittadini? Non crede  che il terrorista aggirerà l’ostacolo usando o creando app alternative?

Risposta di Julian King: Thank you, and thank you for raising such an important subject. The internet, as the last few questions make very clear, is absolutely central to our lives – the conduct of our lives and all aspects of our lives, including our private lives – and we should be entitled to privacy in the online world as we are in the offline world. Encryption, for secure communication, is part of that world and is part of the privacy that all citizens should be able to enjoy in that world. It is also the case that some very bad people use encryption, including terrorists. Indeed, in the attack that was recently foiled in France, a well-known encryption device had been used to help its planning. Not just terrorists, however, but also paedophiles and other criminals are using encryption. So there is no easy answer.

I am not convinced that there is a sort of silver bullet. Personally speaking, I am not convinced that some kind of systematic process of introducing ‘backdoors’ would make us all safer. I think, as you say, that it risks introducing systemic weaknesses, which could be used against us, as well as by all sorts of third parties – so this is not a simple subject. I am very glad that we have the Internet Forum as a group of experts, including both Member State representatives and practitioners, who can look at this subject. I will certainly be encouraging them to do so and to offer us some recommendations which I would be happy to discuss further with you.

Risposta di Julian King alla domanda di Péter Niedermüller (S&D – Ungheria): I think encryption is a key part of the online world: it serves very good purposes, preserving our privacy. It’s also misused by terrorists, criminals and paedophiles. There’s no easy answer or silver bullet about what to do to stop that, and I want to have an expert dialogue with the internet service providers and others, to come forward with some ideas for discussion – I don’t think we’ll be able to move anywhere near straight to any recommendations.

Foreign fighters, burkini e Consiglio di Stato francese

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 31 agosto 2016

Punto in agenda:

Lotta al terrorismo e recenti attacchi negli Stati membri

  • Scambio di opinioni con la Commissione europea, la presidenza del Consiglio e Gilles de Kerchove, coordinatore antiterrorismo dell’UE

Ringrazio la Commissione e il Consiglio per aver messo in evidenza il fatto che ci troviamo di fronte ad un mutamento dei modelli di radicalizzazione, riscontrabile negli attacchi terroristici che hanno colpito recentemente l’Europa.

Su questo punto vorrei porre alcune domande. Vivendo in Francia, ho avuto modo di leggere alcuni dati che ritengo estremamente interessanti, e che vorrei sottoporre alla vostra attenzione.

Prima di tutto vorrei chiedere quale sia stato il peso dei foreign fighters negli ultimi attentati terroristici, avendo riscontrato che il loro ruolo sta diminuendo, mentre va intensificandosi l’uso, da parte dell’ISIS, di cellule più o meno dormienti presenti nei Paesi europei, nonché di persone che possono genericamente esser definite “disturbate” ma le cui azioni non hanno legami evidenti e continuativi con la religione musulmana, anche se l’Isis tende a mettere il suo cappello sugli attentati, una volta compiuti, e ad appropriarsene. In Francia, l’ISIS ritiene ad esempio di non aver bisogno dell’intervento di foreign fighters provenienti dall’estero, nella convinzione che vi sia un numero sufficiente di terroristi già presenti sul territorio. (http://www.nytimes.com/2016/08/04/world/middleeast/isis-german-recruit-interview.html?_r=0)

La seconda domanda è legata alla difesa dello stato di diritto, una volta appurato che la radicalizzazione avviene dentro i Paesi dell’Unione. Citando ancora una volta la Francia, vorrei chiedere alla Commissione come intenda rispondere alla tendenza sempre più diffusa a stigmatizzare in simultanea migranti e Islam, e a mescolare le questioni di sicurezza con i principi dello Stato francese legati alla laicità. Mi riferisco in particolare al caso del “burkini”, definito dal capo di governo francese come un’offensiva ideologica dell’Islam radicale. Mi chiedo se la Commissione non abbia interesse valutare meglio la situazione in questo campo, coordinando le proprie azioni non solo con i governi e i responsabili dei Ministeri degli Interni, ma anche con i giudici delle corti nazionali. La recente sentenza del Consiglio di Stato francese sulla questione “burkini” è sicuramente di grande interesse perché mette in questione il divieto del “burkini” separando nettamente le questioni concrete legate alla sicurezza dai principi fissati nella legge francese sulla laicità del 1905.

Infine, pongo un’ultima domanda che, sebbene sia già stata fatta, considero di grande importanza. Come intende rispondere la Commissione alla richiesta, avanzata dai Governi di Francia e Germania, di abolire le modalità di cifratura (encryption) utilizzate da alcune applicazioni, quali ad esempio whatsapp e telegram, considerando che si tratta di tecniche volte a proteggere la privacy e, più in generale, le libertà individuali e di impresa? In particolare, vorrei sapere se la Commissione intenda dare un seguito positivo alla domanda franco-tedesca di un regolamento o di una direttiva europei in tal senso.

Sentenza del Consiglio di Stato francese sul divieto del burkini

 

Regolamento su un elenco comune dei Paesi di origine sicuri

Il 13 maggio 2015 la Commissione europea ha presentato l’agenda europea sulla migrazione, un documento contenente le misure per far fronte alla situazione di crisi nel Mediterraneo e ulteriori iniziative da intraprendere per giungere a soluzioni strutturali che permettessero di gestire meglio la l’afflusso di rifugiati e migranti in tutti i suoi aspetti.

Nell’ambito delle iniziative strutturali, la Commissione ha sottolineato la necessità di affrontare gli “abusi” in modo più efficace e ha indicato l’intenzione di rafforzare le disposizioni sui Paesi di origine sicuri.

La direttiva 2013/32/UE sulle procedure d’asilo consente agli Stati membri di applicare specifiche norme procedurali, in particolare procedure accelerate e svolte alla frontiera, se il richiedente è cittadino di un Paese che è stato designato come paese di origine sicuro dal diritto nazionale.

Il 9 settembre 2015 la Commissione ha presentato una Proposta di Regolamento del Parlamento e del Consiglio che istituisce un elenco comune dell’UE di paesi di origine sicuri ai fini della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale, e che modifica la direttiva 2013/32/UE

Barbara Spinelli ha fatto notare che numerosi esperti e ONG hanno espresso serie preoccupazioni per la proposta della Commissione europea di istituire un elenco comune dell’UE di “Paesi d’origine sicuri” dei richiedenti asilo.

Le critiche riguardano la possibile violazione del diritto al non respingimento, il divieto di espulsioni, la possibile violazione del diritto alla non discriminazione e del diritto a un ricorso effettivo. Diritti sanciti rispettivamente dagli articoli 18, 19, 21, 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea.

Alla luce di tali osservazioni, la deputata ha presentato una serie di emendamenti al Progetto di relazione sulla proposta della Commissione.

Gli emendamenti sono stati votati dalla Commissione Parlamentare Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) lo scorso 7 Luglio e alcuni emendamenti presentati o inglobati in emendamenti di compromesso sono stati adottati.

Essendo contraria alla proposta della Commissione, l’eurodeputata ha proposto in molti emendamenti di ritirare la proposta stessa. In altri ha chiesto che il concetto di Paese sicuro non pregiudichi l’analisi individuale delle richieste di asilo e non comporti la violazione del principio del non refoulement. Inoltre si è cercato di inserire nel testo il diritto al ricorso effettivo, la tutela di persone appartenenti a gruppi minoritari, la possibilità di rivalutare periodicamente i Paesi considerati sicuri.

A seguire riportiamo gli emendamenti votati positivamente in Commissione LIBE e inclusi nel rapporto del Parlamento.

A breve inizieranno i negoziati con il Consiglio. La relatrice per il rapporto, Sylvie Guillaume (S&D) porterà avanti gli elementi inclusi nel suo rapporto e ci si augura che il testo che ne scaturirà conterrà le modifiche e le aggiunte apportate dagli emendamenti votati in sede di Commissione Parlamentare.

Allegati, gli emendamenti di Barbara Spinelli (file .pdf) che sono stati inglobati interamente o solo in parte nei cosiddetti “emendamenti di compromesso” presentati al Progetto di relazione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un elenco comune dell’UE di paesi di origine sicuri ai fini della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale, e che modifica la direttiva 2013/32/UE.

Voto contrario al parere della Commissione LIBE sul Budget dell’Unione per il 2017

di mercoledì, agosto 31, 2016 0 , , Permalink

Bruxelles, 31 Agosto 2016

 Il 31 agosto, la Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) del Parlamento Europeo riunita a Bruxelles ha adottato il parere sul progetto di bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017. La Commissione Bilancio (BUDG) del Parlamento Europeo negozierà nelle prossime settimane col Consiglio dei ministri il bilancio dell’Unione basandosi sulle raccomandazioni dell’opinione della Commissione LIBE.

Relatore ombra per il gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli.

Dopo il voto, Barbara Spinelli ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Oggi la Commissione LIBE ha adottato il parere sul progetto di bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017.

Il rapporto presenta numerose debolezze a mio parere gravi. Sono infatti passati, malgrado il voto negativo del mio gruppo, paragrafi a favore dell’ulteriore rafforzamento delle politiche securitarie dell’Unione e dei controlli delle frontiere esterne. È stato proposto anche l’aumento del budget di Frontex (chiamato ora “Guardia Costiera Europea”) ed Europol.

Accolgo invece con piacere l’adozione di una serie di miei emendamenti riguardanti in particolare la necessità di equità, trasparenza e pubblicità dei fondi Europei. Un emendamento invita la Commissione a separare, in tutti i futuri progetti di bilancio, le spese per il rafforzamento di strategie di rimpatrio eque ed efficaci dalle spese per la migrazione legale e la promozione di un’effettiva integrazione dei cittadini di paesi terzi; un altro sottolinea la necessità di aumentare il bilancio destinato alle politiche contro la discriminazione e a favore dell’uguaglianza e chiede che sia destinato un finanziamento specifico per contrastare la crescita di antisemitismo, islamofobia, afrofobia e antiziganismo negli Stati membri e che l’Unione sostenga i progetti volti all’emancipazione delle donne delle comunità interessate. Una serie di emendamenti evidenziano che i fondi dell’Unione non devono essere usati in progetti che possono ledere i diritti  delle persone, ragion per cui ho chiesto e ottenuto che gli aiuti allo sviluppo non siano condizionati ad accordi di riammissione dei migranti e che i fondi europei non vengano distribuiti a regimi dittatoriali.»

Far rispettare lo stato di diritto e i diritti sociali

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Istituzione di un meccanismo UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali” (Relatore: Sophie in ‘t Veld – ALDE) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 12 luglio 2016

Punto in agenda:

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Ringrazio nuovamente la Relatrice per il lavoro fatto in tutti questi mesi e anche per quello che si appresta a compiere con gli emendamenti di compromesso, nel tentativo di integrare i suggerimenti provenienti dai vari gruppi. La capacità di ascolto di Sophie in’t Veld è stata veramente grande, anche negli incontri, numerosi, che ha saputo organizzare con vari rapresentanti della società civile. È il motivo per cui guardo con fiducia al futuro lavoro sui compromessi. Avremo sicuramente modo di discutere tale lavoro in futuri incontri e scambi tra relatori ombra.

Per l’occasione, vorrei indicare fin da ora quattro priorità che sono alla base degli emendamenti che ho presentato in nome del mio gruppo.

  1. Auspico in primo luogo che gli emendamenti di compromesso non conducano a uno svuotamento dell’idea di fondo di tale strumento, inteso come tentativo concreto di dare centralità ai diritti fondamentali, e di avere al contempo un meccanismo efficace di valutazione del loro rispetto. Efficace e politicamente del tutto imparziale, come sicuramente è nell’intenzione della Relatrice. L’imparzialità dovrebbe, secondo me, impedire la frammentazione e l’atteggiamento selettivo paventato dal collega polacco che mi ha preceduto nella discussione. In fin dei conti la creazione di un tale strumento punta a dare concretezza agli obblighi derivanti dai Trattati e dalla Carta dei diritti fondamentali, e parte dall’idea che l’attuale articolo 7 – non a caso battezzato “opzione nucleare” – non sia in grado di avere la credibilità necessaria per condurre a tale concretezza e garantire l’effettiva imparzialità. Ribadisco quel che ho già detto in altre discussioni: sono pienamente d’accordo con la relatrice sulla necessità di abolire l’articolo 51 della Carta dei diritti fondamentali (che limita il suo campo di applicazione al diritto comunitario), perché solo in tal modo la Carta può diventare un vero e proprio Bill of Rights dell’Unione intera.
  2. L’estensione del meccanismo in esame alle Istituzioni e agli organi dell’Unione. La promozione e protezione dei diritti fondamentali rappresenta un vincolo essenziale che trova la propria ragion d’essere non solo nei Trattati e nella Carta, ma in molteplici strumenti internazionali. Si tratta di un obbligo di carattere orizzontale che prescinde, in un certo senso, dal destinatario. Non può quindi prevedere destinatari di serie A, intoccabili, e destinatari di serie B, che sono invece più esposti alle critiche. Il pieno rispetto di tale carattere non può che condurre alla nascita di uno strumento che contempli sia gli Stati Membri, sia gli altri soggetti che operano nell’ambito dell’Unione. Visto che quel che conta è riconquistare la fiducia nel progetto europeo, ritengo che l’Unione, nell’invocare il rispetto del diritto, debba essa stessa e in primis dimostrare la propria ottemperanza, altrimenti ci troveremmo di fronte a parole al vento e a un crescente distacco del cittadino da quella che ritiene essere una lontana burocrazia europea.
  3. La partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini e della società civile. Come dicevo, sono convinta che la collega in ‘t Veld tenga a questo concetto e negli emendamenti che ho presentato chiedo quindi espressamente che i cittadini abbiano reale voce in capitolo nella creazione del nuovo meccanismo. Che la società civile attraverso i suoi intermediari sia considerata parte integrante della funzione di promozione e protezione dei diritti fondamentali. Mi auguro anche che vengano prese in considerazione le nostre proposte relative al rafforzamento degli strumenti già esistenti di partecipazione – mi riferisco, in particolare, all’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) – ma anche a nuovi strumenti cui i cittadini possano ricorrere a tutela dei propri diritti, come i ricorsi alla Corte di giustizia, le azioni dei consumatori, ecc.
    Il Brexit in primis, il precedente dibattito sul Grexit, ma anche il referendum olandese e le elezioni austriache, stanno dimostrando il profondo distacco che sta creandosi tra istituzioni dell’Unione e cittadini. Si tratta quindi di ricucire la fiducia tradita e muovere i primi passi per ridare una legittimità all’unificazione europea.
  4. I diritti sociali. Chiediamo che essi divengano effettivo parametro di valutazione delle prestazioni, al pari dei diritti civili. Che si proceda finalmente a una loro equiparazione. La crisi economica e finanziaria, unita alle misure adottate per fronteggiarla, ha resuscitato in Europa una vera e propria questione sociale e accresciuto la distanza dei popoli dall’Unione. Il riemergere di tale questione non può prescindere da una piena considerazione e affermazione dei diritti anche in campo sociale.

La riforma della Blue Card

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi ai fini di attività lavorative altamente qualificate” (Relatore: Claude Moraes – S&D, Gran Bretagna) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 12 luglio 2016.

Punto in agenda:

  • Esposizione della Commissione

Vorrei ringraziare il rappresentante della Commissione per l’esposizione del progetto di modifica della direttiva blue card. Ci sono vari cambiamenti proposti che ritengo senz’altro interessanti. La direttiva, come diceva in apertura Claude Moraes, sembra contemplare procedure più inclusive e flessibili. Penso, in particolare, alle semplificazioni per quanto riguarda l’accesso al permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo, alla possibilità, per chi già beneficia di protezione internazionale, di ottenere la Blue Card, e soprattutto alle facilitazioni riguardanti il ricongiungimento familiare. Ho letto tuttavia nell’explanatory memorandum della direttiva che la Commissione aveva inizialmente preso in esame la possibilità di rendere la Blue Card accessibile anche a migranti non altamente qualificati e ai richiedenti asilo. Ritengo che sarebbe stato estremamente positivo includere queste categorie nell’ambito di applicazione della direttiva. Cosa che non è stata fatta.

Ritengo inoltre che dovrebbe essere presa in considerazione l’idea di estendere, al contesto europeo, la normativa adottata in Svezia secondo cui le persone cui non è stata concessa protezione internazionale, ma che hanno ricevuto un’offerta di lavoro mentre la loro richiesta veniva esaminata, devono poter beneficiare di un permesso di soggiorno per cittadini di Paesi terzi.

Qualche settimana fa, in questa sede, è stato presentato un interessante studio della Direzione Generale delle politiche interne del Parlamento in cui si spiega come vi sia una forte carenza di manodopera in Europa, soprattutto nei settori che necessitano di lavoratori non altamente qualificati. Le cifre fornite a conferma di tale ipotesi sono davvero impressionanti. Questo d’altronde si collega strettamente alla crisi demografica dell’Unione. Ci sono mestieri – è riportato nello studio – che i vecchi in Europa non riescono più a fare e, allo stesso tempo, non ci sono abbastanza giovani per sostituirli.

Alla luce di ciò, chiedo alla Commissione come mai abbiate infine scelto di escludere i richiedenti asilo e i lavoratori non altamente qualificati dal campo di applicazione della direttiva.

Parere sul bilancio previsionale 2017

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL del parere “Bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017 – Tutte le sezioni” (Relatore per parere: Monica Macovei – ECR), nel corso della riunione straordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Strasburgo, 7 luglio 2016.

Punto in agenda:

  • Esame del progetto di parere

Ringrazio la relatrice per la bozza di parere e per la presentazione. Penso, per parte mia, che possa essere in più punti migliorata.

Facendo tesoro del lavoro svolto dai colleghi LIBE negli scorsi anni, ho lavorato su emendamenti che abbiano come obiettivo quello di mettere in risalto alcuni punti precisi:

– la separazione, in tutti i futuri progetti di bilancio, delle spese per il rafforzamento di strategie di rimpatrio dalle spese per la migrazione legale, e la promozione – per me essenziale – di un’effettiva integrazione nel mondo del lavoro;

– la creazione di un fondo Europeo per le operazioni di ricerca e salvataggio, al fine di potenziare e sostenere il search and rescue nei vari Stati membri, specie in quelli più esposti ai flussi migratori;

– lo stanziamento di fondi specifici destinati a iniziative di contrasto della crescita dell’antisemitismo, dell’islamofobia, dell’afrofobia e dell’antiziganismo negli Stati membri.

Evidenzierò inoltre come i fondi per lo sviluppo e gli aiuti umanitari a Stati Terzi non debbano essere condizionati alla capacità o volontà dei Paesi partner di collaborare al controllo della migrazione, ad esempio attraverso accordi di riammissione di migranti e rifugiati.

Allo stesso modo, ritengo che i progetti che potrebbero violare i diritti fondamentali dei migranti in Europa, o legittimare regimi dittatoriali, non dovrebbero essere sostenuti.

Evidenzierò anche la necessità, a livello nazionale ed europeo, di garantire meccanismi per la trasparenza, il controllo e la responsabilità dell’uso dei fondi. E’ a mio parere necessario introdurre meccanismi di monitoraggio e valutazione in itinere e non solo ex post, che possano valutare obbiettivamente se l’Unione europea stia raggiungendo i suoi obiettivi. Infine, dovrebbero essere definiti indicatori qualitativi e quantitativi, per misurare l’efficacia dei fondi UE e il raggiungimento dei loro obiettivi. Le relazioni e i documenti relativi a tali fondi dovrebbero essere resi pubblici.

Hotspot in Italia – galleggianti e non

di sabato, giugno 18, 2016 0 , , , , Permalink

Bruxelles, 16 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in agenda: Attuazione dell’approccio basato sui “punti di crisi” in Italia

  • Presentazione a cura di Olivier Onidi, vicedirettore generale per la migrazione e l’Asilo, DG HOME, Commissione europea

Nel corso della discussione è intervenuta anche Sophie Magennis, capo dell’unità di supporto politico e giuridico dell’ufficio UNHCR per l’Europea, Bruxelles

Ringrazio il dottor Onidi per la sua presentazione. Le domande che vorrei fare sono due:

Per prima cosa vorrei chiedere, sia a lui sia al rappresentante dell’UNHCR, se non esista il rischio che gli hotspot diventino in qualche modo centri di detenzione. Una denuncia molto chiara in questo senso è venuta dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), concernente la Grecia e gli accordi tra Unione europea e Turchia. Un rischio simile esiste anche Italia.

Il secondo punto su cui mi piacerebbe avere una risposta riguarda gli hotspot galleggianti in mare. Sono contenta delle indicazioni che vengono dalla Commissione, circa la forte limitazione dei compiti che avranno gli eventuali hotspot galleggianti, ma mi domando se anche i compiti che lei ha indicato, per esempio la pre-identificazione di migranti e rifugiati, non siano eccessivi e non vadano nella direzione, esclusiva, di accelerare i rimpatri.

Vorrei ricordare che esistono due sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro l’Italia, per l’uso che può essere fatto delle navi su cui vengono trattenuti i migranti (sentenza Hirsi Jamaa, 23 febbraio 2012, sentenza Khlaifia, 1 settembre 2015), e ricordare che solo sulla terraferma i migranti possono essere assistiti nelle loro lingue e fruire del diritto alla difesa. Tutte queste mansioni, anche se si tratta solo di pre-identificazione, sono difficili se non impossibili negli hotspot galleggianti.

Si veda anche:

Comunicato ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) del 19 maggio 2016: È illegittimo qualsiasi hotspot per identificare i migranti in mare

Versione inglese su Statewatch del 9 giugno 2016: Any hotspot to identify migrants at sea is illegal

Integrazione dei migranti e mercato del lavoro

Bruxelles, 15 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in agenda: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni “Piano d’azione sull’integrazione di cittadini di paesi terzi”

  • Esposizione della Commissione

Vorrei chiedere alla Commissione quale sia il suo pensiero a proposito del rapporto sempre più complicato fra esigenze di integrazione di migranti e rifugiati, difesa del welfare, e leggi che nei vari Paesi dell’Unione regolamentano il mercato del lavoro. Chiedo questo perché molte delle paure che emergono negli Stati membri, e soprattutto nelle classi popolari, nascono dal timore di perdere diritti legati al Welfare state e di subire una sorta di competizione al ribasso tra forze lavoro, collegata all’aumento del fenomeno migratorio. Sono paure che possiamo non condividere, ma che riflettono una realtà con cui urge fare i conti.

Rivolgo questa domanda alla Commissione poiché ritengo che la regolamentazione del mercato del lavoro, e dunque le leggi sul lavoro, non siano più, di fatto, esclusiva competenza degli Stati Membri. Le riforme del mercato del lavoro, e la crescente precarizzazione che esse producono, sono richieste che provengono direttamente dalle istituzioni europee: sia nel corso del cosiddetto “semestre europeo”, sia attraverso le lettere inviate dalla Banca Centrale Europea agli Stati in difficoltà, come è avvenuto in Italia e in altri Paesi dell’Unione negli anni scorsi. Quello che nello specifico viene costantemente chiesto, in tali occasioni, sono appunto riforme del mercato del lavoro che generalmente vanno nella direzione di una precarizzazione crescente. Per questo mi rivolgo alla Commissione, sperando che la risposta non sia: “Queste scelte sono nelle mani degli Stati membri”. Perché non lo sono più.

Turchia: contro la liberalizzazione dei visti oggi

Strasburgo, 9 maggio 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione straordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in agenda: Terza relazione sui progressi compiuti dalla Turchia per soddisfare i requisiti della tabella di marcia per la liberalizzazione dei visti – Esposizione della Commissione

Grazie Presidente.

Vorrei innanzitutto ricordare che venerdì scorso il Presidente Erdoğan ha detto che non ha alcuna intenzione di cambiare le leggi antiterrorismo – come richiesto dalla Commissione UE –  in cambio di una liberalizzazione dei visti. I giornalisti dissidenti, i militanti curdi, gli accademici che criticano il governo continueranno perciò a essere considerati terroristi.

Sul tema in esame, vorrei chiedere alla Signora Marta Cygan, qui presente in rappresentanza della Commissione, se ci può indicare nello specifico cosa succederà se alcuni “benchmark” essenziali – cioè i requisiti più importanti della tabella di marcia per la liberalizzazione dei visti – non verranno soddisfatti, visto che al momento non lo sono . Chiedo inoltre alla Commissione, come forma di rispetto nei confronti di questo Parlamento, di mettere nero su bianco e illustrarci in modo chiaro e nella massima trasparenza, come sono rispettati, o non sono rispettati, tutti i 72 benchmark posti al governo turco, considerando che sino ad ora le parole pronunciate dalla Commissione a proposito della Turchia hanno lasciato molto a desiderare. Vorrei ricordare che, appena pochi giorni fa, il Commissario Timmermans ha affermato – e cito testualmente – che “i progressi fatti dalla Turchia sono impressionanti”. Quanto al trattamento dei rifugiati, vorrei richiamare qui una frase del Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, pronunciata il 23 aprile scorso. Cito: “La Turchia è al momento il migliore esempio, per il mondo intero, di come dovrebbero essere trattati i rifugiati” (Today Turkey is the best example for the whole world on how we should treat refugees. No one has the right to lecture Turkey what you should do. I am very proud that we are partners). Sottolineo il passaggio cruciale: “Il migliore esempio per il mondo intero”. Chiedo quindi nuovamente alla Commissione e alle istituzioni UE di spiegarci i criteri con cui vengono valutati i 72 “benchmark”, e soprattutto di immergersi finalmente nella realtà, con le loro dichiarazioni e prese di posizione: cioè di guardare in faccia quello che sta realmente accadendo in Turchia.