Gravi violazioni dei diritti umani nell’hotspot di Lesbos

di giovedì, luglio 27, 2017 0 , , Permalink

Barbara Spinelli ed Elly Schlein: Le gravi violazioni dei diritti umani nell’hotspot di Lesbos mostrano che le politiche dell’Unione stanno affossando la Convenzione di Ginevra

Bruxelles, 27 luglio 2017

Le eurodeputate Barbara Spinelli (GUE/NGL) ed Elly Schlein (S&D) hanno indirizzato una lettera al Commissario europeo per la migrazione Dimitris Avrampoulos, all’Alto rappresentante Federica Mogherini, ai ministri greci Nikos Toskas e Yiannis Mouzalas  per esprimere grave preoccupazione per la violazione dei diritti umani che si sta verificando nell’hotspot di Moria, sull’isola greca di Lesbos.

La lettera, sottoscritta dai colleghi Sergio Cofferati, Tanja Fajon, Eleonora Forenza, Ana Gomes, Cécile Kyenge e Marie-Christine Vergiat, si basa sulla testimonianza di attivisti e di associazioni per i diritti umani presenti sull’isola che denunciano l’arresto – avvenuto lo scorso 24 luglio – di decine di richiedenti asilo, tra cui profughi siriani e curdo-siriani, sottoposti a violenze e abusi da parte della polizia e a rischio di essere rimpatriati in Turchia, contravvenendo così al principio di non-refoulement che è alla base della Convenzione di Ginevra.

Di seguito il testo della lettera:

Bruxelles, 25 luglio 2017

A:
Dimitris Avramopoulos
Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza

Federica Mogherini
Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Vicepresidente della Commissione

Nikos Toskas
Ministro greco per la Protezione dei cittadini

Yiannis Mouzalas
Ministro greco per le Migrazioni

E per conoscenza a:

Filippo Grandi
Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR)

William Lacy Swing
Direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM)

 

Gentile Alto rappresentante, gentile Commissario, gentili Ministri,

abbiamo appreso dalle dichiarazioni dell’attivista per i diritti umani Nawal Soufi (Premio Cittadinanza Europea 2016), che lo scorso 24 luglio, alle sei del mattino,  numerosi agenti di polizia e militari hanno fatto irruzione nell’hotspot di Moria, sull’isola greca di Lesbos, svegliando i migranti con violenza e sottoponendoli ad abusi. «La polizia aveva una lista di persone da prendere. Decine di migranti sono stati arrestati, per il novanta per cento sono richiedenti asilo. Tra questi numerosi siriani e anche curdo-siriani.  Alcuni hanno ricevuto solamente il primo diniego e sono in attesa di definizione del ricorso. Uno dei richiedenti asilo arrestati è un giovane curdo-siriano che ha già subito violenze in Turchia». [1]

Già il 23 luglio, come mostrato da un video, [2] la polizia greca ha fatto irruzione nell’hotspot di Moria sedando con violenza una rivolta dei richiedenti asilo imprigionati sull’isola da mesi – alcuni addirittura da un anno – sotto costante minaccia di essere deportati o rimpatriati. Sull’isola si era svolto un flash mob organizzato da Amnesty International e da Lesbos Solidarity, per protestare contro l’accordo UE-Turchia e la trappola in cui sono trattenuti migranti e richiedenti asilo. [3]

Secondo l’attivista iraniano Arash Hampay, anch’esso sull’isola, due profughi curdo-iracheni detenuti a Moria sono in sciopero della fame da 27 giorni e versano in condizioni fisiche precarie, senza ricevere cure adeguate e privati della possibilità di comunicare con l’esterno. [4]

La situazione dell’hospot di Moria è descritta con chiarezza nel rapporto appena pubblicata da Medici Senza Frontiere.[5] Sono stati testimoniati anche casi di violenza da parte della polizia e gravi maltrattamenti.[6]

Il ricorso alla detenzione dei richiedenti asilo dovrebbe costituire, secondo la normativa nazionale ed europea, solo una extrema ratio, proporzionata e adeguatamente motivata su base individuale. Ci sembra invece che sulle isole greche, come osservato dalla missione di eurodeputati della Commissione LIBE nel maggio 2017, si faccia un ricorso sistematico alla detenzione dei richiedenti asilo nei cosiddetti pre-removal centers, in attesa di rimpatriare le persone in Turchia in base alla dichiarazione UE-Turchia, o verso i rispettivi Paesi di origine.

Nei pre-removal centers vengono detenute diverse categorie di migranti e richiedenti asilo: persone in attesa di rimpatrio in Turchia dopo aver ricevuto un secondo diniego al ricorso; persone che hanno ricevuto un solo diniego e sono in attesa di definizione del ricorso; persone che hanno optato per una procedura di rimpatrio volontario assistito coordinato dall’OIM; persone che affermano di trovarsi in stato di detenzione per il solo fatto di non aver ancora potuto presentare richiesta d’asilo; infine, persone catalogate come “piantagrane”, senza che via sia alcuna accusa a loro carico.

In questi centri, l’accesso all’assistenza sanitaria e legale è inadeguato, come mostrato in dettaglio da un rapporto di Refugee Support Aegean, che rimarca le condizioni di sovraffollamento e di carenza di assistenza medica, psicologica e psichiatrica.[7] La possibilità per le persone in stato di detenzione di vedere un avvocato non è assicurata.

L’elemento principale del diritto d’asilo e dello status di rifugiato consiste nel proteggere la persona dal rimpatrio verso un Paese in cui abbia motivo di temere di essere perseguitata. Tale protezione è sancita dal principio di non respingimento (non-refoulement) di cui all’articolo 33 (1) della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati (Convenzione di Ginevra) come segue: «Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche».

Tale elemento è presente anche nella Direttiva 2013/32/UE del 26 giugno 2013 recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale. La Grecia è parte contraente della Convenzione di Ginevra ed è vincolata a detta Direttiva.

Ci appelliamo alle Autorità greche perché venga messo fine all’uso sistematico della detenzione, perché venga pienamente investigato ogni caso riportato di violenza da parte della polizia, e venga assicurato il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ciascun richiedente asilo.

Chiediamo che i richiedenti asilo non siano rimandati in Paesi dove la loro incolumità è a rischio, come è evidente nel caso del ragazzo curdo-siriano arrestato lo scorso 24 luglio.

Chiediamo alla Commissione europea di smettere di esercitare pressione sulle Autorità greche al fine di incrementare il numero dei rimpatri, che riguardano anche persone vulnerabili e mettono a rischio l’unità familiare.

Il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ciascuna persona non è negoziabile e costituisce l’essenza dei principi su cui è fondata l’Unione europea.

 

Elly Schlein, eurodeputata gruppo S&D, Italia

Barbara Spinelli, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Italia

Sergio Cofferati, eurodeputato gruppo S&D, Italia

Tanja Fajon, eurodeputata gruppo S&D, Slovenia

Eleonora Forenza, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Italia

Ana Gomes, eurodeputata gruppo S&D, Portogallo

Cécile Kyenge, eurodeputata gruppo S&D, Italia

Marie-Christine Vergiat, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Francia

 

[1] http://video.sky.it/news/mondo/lesbo-migranti-portati-via-a-forza-dal-centro-di-moria/v357130.vid

[2] https://vimeo.com/226277179.

[3] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/07/lesvos-symbolic-protest-from-refugees-caught-in-the-net-of-the-eu-turkey-deal/.

[4]https://www.facebook.com/arashampay.

[5] http://www.msf.org/en/article/greece-dramatic-deterioration-asylum-seekers-lesbos.

[6] http://www.efsyn.gr/arthro/minyseis-kata-astynomikon-gia-orgio-xylodarmon

[7] http://rsaegean.org/serious-gaps-in-the-care-of-refugees-in-greek-hotspots-vulnerability-assessment-system-is-breaking-down/.

Rapporto sulla missione LIBE in Italia

Bruxelles, 8 giugno 2017

Barbara Spinelli è intervenuta sul punto in agenda della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) riguardo a due specifici punti in agenda, in qualità di partecipante alla missione LIBE in Italia del 18-21 aprile 2017:

– Questione dei profughi/migranti in Italia: situazione e futuri scenari.Scambio di opinioni con Domenico Manzione, sottosegretario di Stato, ministero dell’Interno.

– Missione della commissione LIBE in Italia su migrazione e asilo, 18-21 aprile 2017. Presentazione di un progetto di resoconto di missione

“Ringrazio il dottor Manzione per la presentazione e soprattutto per le considerazioni critiche che ha fatto a conclusione del suo intervento sulla “solidarietà flessibile” – un vero ossimoro – sulle procedure spesso complicate di accoglienza e sul sistema Dublino. Ringrazio anche il segretariato Libe per l’eccellente rapporto sulla nostra missione in Italia.

Affronterò alcuni punti specifici:

Della questione delle Ong si è parlato molto, durante la missione in Italia, non solo con il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro ma con le Ong stesse. Vorrei evitare che si guardasse all’operato delle Ong alla stregua di attività che possono creare un “canale umanitario improprio”, come ha appena detto il dottor Manzione, perché in tal modo si finisce con l’introdurre, in modo a mio avviso pericoloso, l’idea che esita un nuovo concetto lecito, in Italia e nell’Unione, che potrebbe chiamarsi “search and rescue illegale”: una contraddizione in termini, perché il search and rescue è legale in sé, per definizione. Come accade per il concetto di “solidarietà flessibile”, i due termini non vanno bene insieme. In realtà non ci sono al momento che insinuazioni sulle Ong, vedremo i risultati delle inchieste, ma finora non esiste alcuna prova, come dichiarato dalla stessa Guardia di finanza. Chiedo un po’ di chiarezza in proposito: non vorrei che si parlasse di mafia in assenza di prove, anche se i procuratori in questione hanno una grande esperienza nell’antimafia.

Un altro punto importante di cui si è discusso nel corso della missione è la nuova legge italiana sul contrasto all’immigrazione irregolare e l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, la cosiddetta legge Minniti. La collega Barbara Kudrycka (PPE, Polonia, co-leader della missione) ha detto cose giustissime su questo. In effetti ci sono molti dubbi sulla correttezza costituzionale di questa legge, sia per l’esclusione del contatto diretto tra il ricorrente e il giudice, sostituito dalle videoregistrazioni dei colloqui, sia per l’abolizione del secondo grado di giudizio, che compromette gravemente, stando al parere di molti costituzionalisti, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Si è invece discusso in maniera molto positiva, anche con le Ong italiane, della legge Zampa, che riguarda i minori non accompagnati. Significativamente, la legge è stata elaborata con una grande cooperazione delle Ong, giungendo a un ottimo testo.

Il terzo punto che vorrei affrontare sono gli accordi bilaterali tra Italia e Libia, spesso lodati anche in questo Parlamento. Vorrei farmi portavoce di quanto ho ascoltato in Italia dalle Ong e dai rappresentanti dell’Unhcr, che hanno sottolineato la natura di push factor ormai assunta dalla Libia. Parliamo di un Paese non più soltanto di transito per migranti e profughi, ma di un Paese dal quale la gente fugge perché non esiste più come Stato, e che non tiene in alcun conto i diritti umani, al punto da creare campi che da più parti sono stati definiti “campi di concentramento”.

Ricordo al dottor Manzione che quella degli accordi con la Libia è una vecchia storia, e che la Corte di Strasburgo ha già condannato una volta l’Italia, nel caso Hirsi, per il respingimento di migranti e rifugiati verso la Libia, nel 2009. Erano respingimenti collettivi vietati dalla Convenzione di Ginevra, e attuati dopo l’accordo tra Berlusconi e Gheddafi: una politica italiana che rischia di ripetersi.

Il quarto punto riguarda gli hotspot, dove l’identificazione di migranti e profughi è effettivamente arrivata quasi al cento per cento. Tuttavia, secondo un rapporto di Amnesty International, il prelievo delle impronte digitali avviene spesso con l’uso della violenza. Le autorità italiane lo hanno negato, ma le accuse contenute nel rapporto di Amnesty non possono essere ignorate.

Vorrei concludere parlando della ricollocazione, sulla cui effettività si devono dire tutte le cose negative che ben conosciamo, ma a mio parere essa è in se stessa ingannevole se non si riforma il regolamento di Dublino. Riporto solo un dato: nel 2015-2016, in Italia ci sono stati 5.049 “trasferimenti Dublino”, ovvero migranti arrivati in Italia, andati in altri Paesi dell’Unione e ritrasferiti in Italia, e 3.936 ricollocamenti dall’Italia verso altri Stati membri. Questo significa che il numero delle persone rimandate in Italia è più alto di quello delle persone trasferite dall’Italia. Per questo affermo che, se non si riforma Dublino, la stessa ricollocazione rischia di essere un inganno. Vorrei sapere cosa il governo italiano si proponga di fare a riguardo, e se intenda veramente porre la questione Dublino, fino a giungere al veto nel Consiglio. Grazie”.

Post scriptum:
Lo stesso giorno l’avvocato generale della Corte europea di giustizia, Eleanor Sharpston,  esprimeva un parere che potrebbe costringere  l’Unione a riscrivere l’intera sua politica dell’asilo, se il parere sarà fatto proprio da una sentenza della Corte. In tempi di crisi – sostiene l’avvocato generale –  i richiedenti asilo devono poter transitare dal Paese di primo arrivo verso altri Stati dell’Unione. Non possono e non devono essere più trattenuti nei due principali Paesi di frontiera che sono l’Italia e la Grecia.
https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2017-06/cp170057it.pdf

Rapporto di Amnesty International: la verità sui maltrattamenti negli hotspot italiani

Bruxelles, 7 novembre 2016

Barbara Spinelli ha appena inviato una lettera al Presidente del Consiglio Matteo Renzi – e per conoscenza al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e al ministro dell’Interno Angelino Alfano, chiedendo la verità sui maltrattamenti negli hotspot italiani denunciati nel rapporto di Amnesty International pubblicato lo scorso 3 novembre. La traduzione della lettera in inglese è disponibile sul sito Statewatch a questo indirizzo.

Alla cortese attenzione

del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana
Sig. Matteo Renzi

e per conoscenza:

al Ministro dell’Interno
On. Angelino Alfano

al Presidente della Commissione Europea
Sig. Jean-Claude Juncker


Bruxelles, 7 novembre 2016

Gentile Sig. Presidente del Consiglio,

mi rivolgo a Lei in merito al rapporto di Amnesty International [1], che raccoglie testimonianze coerenti e concordanti di arresti arbitrari, intimidazioni e uso eccessivo della forza su migranti e rifugiati negli hotspot e nei centri di accoglienza di Roma, Palermo, Agrigento, Catania, Lampedusa, Taranto, Bari, Agrigento, Genova, Ventimiglia e Como – al fine di costringere uomini, donne e persino bambini a rilasciare le impronte digitali. Il rapporto parla di pestaggi, scosse somministrate con bastoni elettrici, umiliazioni sessuali e dolore inflitto con pinze agli organi genitali.

Benché il rapporto certifichi che la maggior parte degli agenti di polizia conduce impeccabilmente il proprio lavoro, le testimonianze raccolte avvallano e situano in un quadro sistemico le ripetute denunce di trattamenti crudeli, disumani o degradanti, o addirittura tortura, praticati in centri di identificazione, hotspot e questure. Tali denunce cominciano a essere raccolte anche da ong di altri Stati membri, nei quali giungono migranti e rifugiati che sono riusciti a lasciare l’Italia.

«Nel cercare di raggiungere “un tasso di identificazione del 100%”, l’approccio hotspot ha spinto le autorità italiane ai limiti, e oltre, di ciò che è ammissibile secondo il diritto internazionale dei diritti umani”, si legge nelle conclusioni del rapporto. Sono consapevole che tale approccio ha aumentato anziché diminuire la pressione sugli Stati di frontiera dell’Unione. Così come sono consapevole degli sforzi compiuti dalle Guardie costiere italiane nelle operazioni di ricerca e salvataggio di migranti e profughi che rischiano il naufragio. Resta il fatto che le centosettantaquattro testimonianze raccolte da Amnesty International non sono un insieme di «cretinaggini» e «falsità» costruite a Londra, come affermato dal capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Viminale. Sono un gravissimo segnale d’allarme che riguarda noi tutti in Italia. Benché l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento continui a essere inspiegabilmente rinviata, l’Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura nel 1988. Per questo ci attendiamo da Lei un sollecito accertamento delle responsabilità tramite indagini indipendenti.

In attesa di una gentile risposta e ringraziandoLa in anticipo, invio distinti saluti

Barbara Spinelli
Membro del Parlamento europeo

[1] Amnesty International, Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti, 3 novembre 2016.

Hotspot in Italia – galleggianti e non

di sabato, giugno 18, 2016 0 , , , , Permalink

Bruxelles, 16 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in agenda: Attuazione dell’approccio basato sui “punti di crisi” in Italia

  • Presentazione a cura di Olivier Onidi, vicedirettore generale per la migrazione e l’Asilo, DG HOME, Commissione europea

Nel corso della discussione è intervenuta anche Sophie Magennis, capo dell’unità di supporto politico e giuridico dell’ufficio UNHCR per l’Europea, Bruxelles

Ringrazio il dottor Onidi per la sua presentazione. Le domande che vorrei fare sono due:

Per prima cosa vorrei chiedere, sia a lui sia al rappresentante dell’UNHCR, se non esista il rischio che gli hotspot diventino in qualche modo centri di detenzione. Una denuncia molto chiara in questo senso è venuta dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), concernente la Grecia e gli accordi tra Unione europea e Turchia. Un rischio simile esiste anche Italia.

Il secondo punto su cui mi piacerebbe avere una risposta riguarda gli hotspot galleggianti in mare. Sono contenta delle indicazioni che vengono dalla Commissione, circa la forte limitazione dei compiti che avranno gli eventuali hotspot galleggianti, ma mi domando se anche i compiti che lei ha indicato, per esempio la pre-identificazione di migranti e rifugiati, non siano eccessivi e non vadano nella direzione, esclusiva, di accelerare i rimpatri.

Vorrei ricordare che esistono due sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro l’Italia, per l’uso che può essere fatto delle navi su cui vengono trattenuti i migranti (sentenza Hirsi Jamaa, 23 febbraio 2012, sentenza Khlaifia, 1 settembre 2015), e ricordare che solo sulla terraferma i migranti possono essere assistiti nelle loro lingue e fruire del diritto alla difesa. Tutte queste mansioni, anche se si tratta solo di pre-identificazione, sono difficili se non impossibili negli hotspot galleggianti.

Si veda anche:

Comunicato ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) del 19 maggio 2016: È illegittimo qualsiasi hotspot per identificare i migranti in mare

Versione inglese su Statewatch del 9 giugno 2016: Any hotspot to identify migrants at sea is illegal

Death by (Failure to) Rescue

Il 18 aprile 2016 è stato pubblicato lo studio Death by Rescue, The Lethal Effects Of The EU’s Policies Of Non-assistance At Sea (“Morte per soccorso: gli effetti letali delle politiche marittime di non assistenza dell’Ue”) realizzato dai ricercatori Charles Heller e Lorenzo Pezzani del Forensic Oceanography – Goldsmiths, University of London – in collaborazione con WatchTheMed all’interno del progetto sostenuto dall’Economic and social research Council ESRC “Precarious Trajectories”.

La prefazione è a cura di Barbara Spinelli. La versione inglese è apparsa anche su openDemogracy. Ne riportiamo qui la versione italiana.

Morti per mancato soccorso

Il 2016 sarà ricordato come l’anno in cui l’Unione europea avrà definitivamente rotto il patto di civiltà su cui fu fondata dopo la seconda guerra mondiale. Per anni, dopo il grande naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, ha consentito tacitamente alla morte in mare di migliaia di profughi in fuga verso le coste europee, non essendo stata capace di organizzare vie sicure e legali di accesso all’Unione. Quest’anno, nel 2016, ha compiuto un ulteriore passo verso la barbarie: non solo ha chiuso le frontiere interne, smantellando lo spazio Schengen, ma ha coscientemente deciso di rispedire i rifugiati nelle zone di guerra da cui erano precipitosamente fuggiti e da cui fuggono ancora. Non può essere interpretato in altro modo l’accordo stipulato con il governo turco il 20 marzo 2016, che consente il rimpatrio in massa di profughi che riescono a raggiungere la Grecia.  Migliaia di questi rimpatriati vengono rispediti dal regime Erdogan nelle zone di guerra siriane da cui erano inizialmente scappati: una deportazione che viola le leggi nazionali, europee e internazionali.  Il lavoro sporco viene affidato all’alleato turco, ma è l’Europa in prima persona che si rende responsabile del refoulement collettivo, dando vita alla mortifera triangolazione dei rimpatri.

Il modo di procedere dell’Unione sarà giudicato, un giorno, come crimine contro l’umanità. Sarà anche stato inutile, perché chi prende la via della fuga da guerre e dittature non smetterà di fuggire. Chiusa la rotta balcanica, per forza di cose si aprono o riaprono altre vie di fuga: a cominciare dalla rotta del Mediterraneo centrale, che porta alle coste siciliane e di Lampedusa. Le politiche europee sono al tempo stesso criminogene e del tutto dissennate: non sono i trafficanti a pagarne il prezzo, ma i profughi e l’Europa tutta intera.

L’Europa paga un prezzo alto in termini di prestigio politico e morale, e il progetto unitario nato nel dopoguerra viene spezzato. Gli incentivi a restare insieme e solidarizzare diminuiranno, le destre estreme e i razzismi profitteranno dello sconquasso.  Per l’occasione va ricordato che la Grecia, messa in ginocchio economicamente da sei anni di inane austerità, è stata lasciata sola e senza soldi anche sulla questione rifugiati. Il circolo vizioso è diabolico: se gli hotspot nelle isole greche non sono in grado di accogliere degnamente e registrare i fuggitivi, è perché l’Unione non assiste economicamente Atene, con la scusa che gli hotspot e i centri di accoglienza e registrazione non sono organizzati e funzionanti come dovrebbero essere. Ma se questi ultimi non lo sono, è perché i soldi non arrivano. È il cane che si morde la coda.  A ciò si aggiungano i muri eretti ai confini tra Grecia e Repubblica ex jugoslava di Macedonia (Idomeni) e il rifiuto di quasi tutti gli Stati Membri dell’Unione (Portogallo escluso) di ricollocare nei propri paesi i fuggitivi approdati vivi in Grecia.

Non va dimenticato in questo quadro la menzogna che circola nei paesi dell’Unione a proposito dei rifugiati. Si parla di invasione, di esodo biblico verso l’Europa, quando basta studiare le cifre per scoprire l’evidenza: su 60 milioni di rifugiati nel mondo, un milione è fin qui giunto nei paesi dell’Unione. È appena l’1,2 per cento della sua popolazione. La maggior parte dei rifugiati siriani vive oggi in Libano, Giordania e Turchia.

***

Riassumo a questo punto le principali linee della mia azione politica nel Parlamento europeo. Il 3 ottobre 2014, a un anno dal naufragio di Lampedusa, andai nell’isola con una delegazione del gruppo parlamentare Gue/Ngl. Denunciai la sostituzione dell’operazione italiana Mare Nostrum con l’operazione Frontex Plus, poi rinominata Triton, che avrebbe svolto controlli e pattugliamenti, più che ricerche e salvataggi, senza avventurarsi in acque internazionali. Triton aveva l’evidente scopo di circondare l’Europa con un muro, e di ignorare le morti in mare di profughi e migranti. Si macchiò, sin dal 2013, di quello che Hermann Broch chiamò, dopo la fine del nazismo tedesco, “crimine di indifferenza”. «Vittime della guerra non sono solo gli esseri umani», dissi allora, «ma anche la verità e la legalità. Più precisamente, una serie di articoli della Carta europea dei diritti fondamentali, a cominciare dall’articolo 2 (il diritto alla vita) e dall’articolo 19 (il divieto di respingimento). Così come è violato il Trattato di Lisbona (articolo 80), che prescrive la solidarietà anche finanziaria tra Stati membri “ogni qualvolta sia necessario”».

Tuttavia Mare Nostrum non sarebbe stato sostituito né da Frontex Plus né da operazioni aggiuntive come Triton, Poseidon o Hermes. Semplicemente, non ci sarebbero più state missioni di search and rescue oltre le 12 miglia dalla costa. «Ne traggo due conclusioni» scrissi il 4 settembre 2014 rivolgendomi al direttore esecutivo di Frontex, Sig. Gil Arias-Fernandez, invitato a presentare le attività di Frontex nel Mediterraneo davanti alla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo. «Primo: l’Italia è lasciata sola. Secondo: Mare Nostrum è finito, e ci saranno di nuovo morti nel Mediterraneo. Chiedo al dottor Fernandez se siete coscienti che queste sono le conclusioni cui tocca giungere, e che due articoli dei nostri Trattati sono violati: l’articolo 80 del Trattato di Lisbona, che prescrive la solidarietà e la distribuzione delle responsabilità anche finanziarie tra Stati Membri in caso di necessità, e l’articolo 19 della Carta dei Diritti fondamentali che vieta la politica di respingimenti».[1] Non ebbi risposta, e dopo l’Italia anche la Grecia, come abbiamo visto, è stata lasciata sola, con un’economia già frantumata dai memorandum economici della trojka.

Nei primi giorni del dicembre 2014, Klaus Rosler, allora direttore della divisione operativa di Frontex, scrisse una lettera a Giovanni Pinto, direttore centrale del Dipartimento dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere del Viminale, di cui si venne a conoscenza da indiscrezioni giornalistiche.[2] Roesler si diceva preoccupato «per i ripetuti interventi “fuori area” nel Mediterraneo oltre le 30 miglia marine dalle coste italiane». La pietra dello scandalo era un fatto accaduto un mese prima, il 20 novembre, quando il Centro operativo di controllo di Roma, dopo aver ricevuto una serie di richieste di soccorso in mare, diede istruzioni a un’unità di Frontex di recarsi sul posto per verificare l’eventuale presenza di imbarcazioni in difficoltà.

«Frontex ritiene che una telefonata satellitare non possa considerarsi di per sé un evento di search and rescue – si leggeva nella lettera – e raccomanda dunque che siano intraprese azioni per investigare e verificare, e solo in seguito, in caso di difficoltà, attivare un altro assetto marittimo. Frontex, inoltre, non considera necessario e conveniente sotto il profilo dei costi l’utilizzo di pattugliatori (offshore patrol vessel) per queste attività di verifica iniziale al di fuori dell’area». Una vera e propria lettera di richiamo, in cui l’allora direttore di Frontex avvisava che «le istruzioni impartite alle navi di portarsi in zone poste fuori dall’area operativa di Triton per prestare soccorso a imbarcazioni in difficoltà non sono coerenti con il piano operativo, e purtroppo non saranno prese in considerazione in futuro».

Scrissi in proposito una lettera all’appena nominato direttore di Frontex Fabrice Leggeri, mentre l’UNHCR rendeva noto che nel 2014 non meno di 3.419 persone erano morte nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa. Chiedevo spiegazioni su quanto ammesso da Gil Arias Fernández, in un’intervista al giornale spagnolo “El Diario”: l’obiettivo di Frontex era «impedire gli ingressi clandestini […] dal momento che non ha un mandato per fare salvataggio in mare».[3] Anche in questo caso, non giunse risposta.

Nel primo fine settimana dell’aprile 2015, le autorità italiane comunicarono di aver salvato circa 2800 migranti e che le operazioni di salvataggio erano state condotte per lo più dall’Italia in acque internazionali, mentre l’operazione europea Triton aveva continuato a pattugliare l’area di trenta miglia dalle coste italiane, lontano dalla zona dove le barche in pericolo necessitavano aiuto.[4] Pochi giorni dopo, il 12 aprile, un barcone si capovolse causando 400 morti. Scrissi una lettera aperta ai Commissari Avramopoulos, Mogherini e Timmermans, cofirmata da 24 colleghi di diversi gruppi parlamentari (una cifra che sarebbe stata molto maggiore, se non avessimo avuto l’urgenza di inviare subito la lettera): chiedevamo un’assunzione di responsabilità europea nelle operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo. «L’attuale situazione di emergenza continuerà a peggiorare. Nel frattempo, non una delle quattro aree che la Commissione europea ha enucleato per la prossima Agenda per la migrazione (attesa per maggio) affronta la necessità di concrete operazioni di search and rescue nel Mediterraneo».[5]

Pochi giorni dopo avvenne il naufragio del 18 aprile: più di 800 morti. Lanciai un appello firmato da numerosi intellettuali e attivisti in cui chiedevamo che la parola “urgenza” sostituisse la parola “emergenza”, dando alla realtà il nome che meritava. «Siamo di fronte a crimini di guerra e sterminio in tempo di pace. Il crimine non è episodico ma sistemico, e va messo sullo stesso piano delle guerre e delle carestie prolungate»,[6] dicemmo allora.

Dall’inizio di luglio ripresero le morti in mare. A soccorrere i naufraghi, nel Canale di Sicilia, non c’era Frontex, non c’era l’Unione europea, ma le tre navi umanitarie private di Migrant Offshore Aid Station (Moas), Medici senza frontiere e Sea-Watch, assieme alle unità della Guardia costiera e della Marina militare italiana, e alle poche navi rimaste degli Stati membri, la cui appartenenza organica alla missione Triton era tutt’altro che chiara, poiché sui rispettivi siti governativi risultavano essere messe a disposizione dei singoli Stati, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana. Lo stesso valeva per la nave irlandese LÉ Niamh, per la cui opera di salvataggio non si faceva riferimento all’operazione Triton-Frontex ma a «operazioni congiunte con la Marina italiana».

Guardando indietro – come il rapporto di Oceanografia forense impone di fare – si ha la misura di come in soli due anni e mezzo si sia passati dalle dichiarazioni ipocrite su Lampedusa all’indifferenza di fronte ai 350 bambini affogati in mare dopo Aylan, quasi si trattasse di una catastrofe naturale che non tocca la sfera della politica. Quanto più le istituzioni europee hanno parlato di diritti e di umanità, tanto più hanno proceduto verso una sottrazione di mezzi, uomini, assistenza finanziaria per il soccorso in mare, impegnandosi invece in accordi con Paesi terzi non affidabili dal punto di vista del rispetto dei diritti fondamentali (processi di Rabat e Karthoum), e nell’esternalizzazione del respingimento culminata con l’accordo UE-Turchia.

Vie alternative esistono, per affrontare la questione rifugiati e migranti. Occorre aprire corridoi umanitari sicuri e legali, capire che trafficanti e mafie proliferano in assenza di tali corridoi. Occorre mobilitare l’immaginazione politica per superare la gabbia imposta dal Regolamento di Dublino, assistere i paesi più esposti come Italia e Grecia, non criminalizzare i fuggitivi, i migranti, e le tante associazioni che cercano di garantire la loro incolumità e il loro diritto a fuggire da paesi resi invivibili da guerre e devastazioni di cui gli Europei, con l’amministrazione Usa, sono in buona parte responsabili, nell’ “arco del caos” che dall’Africa del Nord si estende sino all’Afghanistan. Occorre infine mettere in movimento il pensiero e le azioni, adottando una veduta lunga su quel che accade: l’Europa sotto i nostri occhi sta mutando, dobbiamo cominciare a vederla come un nuovo crogiuolo di popoli, sapendo che gran parte dei rifugiati sono destinati a restare con noi per lungo tempo e a divenire i nostri futuri con-cittadini. Si parla di crisi dei migranti, quando siamo alle prese con una crisi di rifugiati. Si parla di crisi, quando siamo di fronte a un’occasione – un kàiros – da non mancare.

[1] Interventi di barbara spinelli durante le riunioni della Commissione parlamentare libertà civili giustizia e affari interni

2] Triton: Frontex a Italia, troppi interventi fuori area

[3] Frontex reconoce que el salvamento de inmigrantes no es su objetivo tras otra tragedia en Lampedusa, «El Diario»17 febbraio 2015

[4] IOM Applauds Italy’s Weekend Rescue at Sea of 2,800 Migrants

[5] Per un Mare Nostrum europeo, 15 aprile 2015

[6] SOS Sterminio in mare, 22 aprile 2015


Si veda anche:

Statewatch.org

EU leaders ‘killing migrants by neglect’ after cutting Mediterranean rescue missions, «The Independent», 18 aprile 2016

Death by Rescue, rapporto sulle morti in mare, Vie di fuga, osservatorio permanente sui rifugiati

Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale in materia di immigrazione

Strasburgo, 18 gennaio 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra, nel corso della riunione straordinaria della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni.

Punto in agenda:

Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Co-Relatori: Roberta Metsola (PPE – Malta), Kashetu Kyenge (S&D – Italia)
Relatore per Gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli

Ringrazio innanzitutto le relatrici per l’importante lavoro che hanno svolto.

Tuttavia, avendo ricevuto il progetto di relazione abbastanza tardi, posso reagire solo con un’opinione parziale, per punti.

C’è sicuramente una base solida da cui partire ed elementi che trovo apprezzabili. Penso alla necessità, come avete sottolineato nella Relazione, di dotarsi di un sistema permanente e robusto di search and rescue; alle vie legali di accesso all’Unione, tra cui la possibilità di rivedere la direttiva del 2001 sulla protezione temporanea in modo da stabilire corridoi umanitari veri; e alla proposta di un meccanismo permanente e vincolante di resettlement. Ritengo giusto che abbiate evidenziato come le differenti forme di aiuto umanitario non debbano essere criminalizzate, anche se non sono molto d’accordo sul fatto che lo smuggling continui a essere giudicato secondo criteri troppo sommari, dunque negativi.

Per quel che riguarda la mancanza di solidarietà tra Stati membri, personalmente proporrei il rafforzamento delle sanzioni agli Stati che non applicano il diritto europeo o si rifiutano di collaborare sulla base dell’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

Ci sono invece alcuni punti su cui sono in totale disaccordo: sui rimpatri, sul rapporto con i Paesi terzi e soprattutto sulla questione Turchia e, di conseguenza, sulla lista dei “Stati d’origine sicuri”. Ancora, non condivido il ruolo attribuito a Frontex e il giudizio sugli “hotspot”. In quest’ultimo caso, il punto di vista della Commissione mi sembra sia stato accolto troppo acriticamente.

Interrogazione sull’hotspot di Lampedusa

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli presenta un’interrogazione sull’hotspot di Lampedusa con 22 eurodeputati di diversi gruppi politici 

Bruxelles, 9 dicembre 2015

L’eurodeputata Barbara Spinelli (Gue-Ngl) ha presentato un’interrogazione alla Commissione contestando le pratiche che le autorità Italiane stanno svolgendo nell’hotspot di Lampedusa, centro ufficialmente gestito dall’Unione Europea.

“Da settembre le autorità Italiane hanno adottato nuove pratiche illegali in violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo presso l’hotspot di Lampedusa”, ha dichiarato. “Arrivati nell’hotspot, i migranti sono frettolosamente intervistati e ricevono un formulario incompleto senza informazioni sul diritto all’asilo. Pertanto, molti migranti ricevono provvedimenti di respingimento senza avere avuto l’opportunità di chiedere asilo ai sensi delle direttive 2011/95/UE detta ‘Direttiva Qualifiche’ e 2013/32/UE detta ‘Direttiva Procedure’. Una volta ricevuti i provvedimenti di respingimento, i migranti sono cacciati dai centri con un documento che li obbliga a lasciare il paese entro sette giorni dall’aeroporto di Roma-Fiumicino”.

“La direttiva 2013/32/UE stabilisce, qualora migranti detenuti in centri di trattenimento desiderino presentare una domanda di protezione internazionale, che tutte le informazioni sulla possibilità di farlo sia loro garantita (Articolo 8). Peraltro”, ha continuato l’eurodeputata “il §27 della stessa direttiva stabilisce che i cittadini di paesi terzi e gli apolidi che hanno espresso l’intenzione di chiedere protezione internazionale siano considerati richiedenti protezione internazionale: in quanto tali, devono poter godere dei diritti di cui alle direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE”.

L’interrogazione si conclude considerando che tali pratiche dimostrano gravi mancanze riguardo la tutela dei diritti umani dei migranti e richiedenti asilo. In particolare, non avendo tenuto conto delle circostanze specifiche di ciascun caso nel rilascio di provvedimenti di respingimento, contravvengono all’articolo 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e alla giurisprudenza consolidata della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. L’eurodeputata, insieme a 22 colleghi di diversi gruppi politici (Socialisti, Liberali, Verdi, Sinistra unitaria europea) chiede alla Commissione di indagare sulla compatibilità di tali pratiche di gestione degli hotspot con il diritto dell’Unione Europea.

Firmatari:

Barbara Spinelli, Philippe Lamberts, Michèle Rivasi, Yannick Jadot, Pascal Durand, Eva Joly, José Bové, Karima Delli, Igor Soltes, Eleonora Forenza, Merja Kyllönen, Dimitrios Papadimoulis, Malin Björk, Josu Juaristi Abaunz, Takis Hadjigeorgiou, Julie Ward, Liisa Jaakonsaari, José Inácio Faria, Nedzhmi Ali, Neoklis Sylikiotis, Sofia Sakorafa, Kostadinka Kuneva, Patrick Le Hyaric

Testo dell’interrogazione (file .pdf)


Si veda anche:

Barbara Spinelli presenta un’interrogazione sull’hot spot di Lampedusa con 22 eurodeputati di diversi gruppi politici

L’Ue accusa l’Italia: “Non prende le impronte ai migranti”

Interrogazione sull’hotspot di Lampedusa

 

Sulla gestione della crisi dei rifugiati

di mercoledì, novembre 11, 2015 0 , , , Permalink

Bruxelles, 10 novembre 2015

Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Riunione della Commissione Libertà civili, giustizia e gli affari interni.

Punto in Agenda:

COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO, AL CONSIGLIO EUROPEO E AL CONSIGLIO “Gestire la crisi dei rifugiati: stato di attuazione delle azioni prioritarie intraprese nel quadro dell’agenda europea sulla migrazione”

  • Presentazione a cura di Matthias Ruete, direttore generale, Commissione europea, DG Migrazione e affari interni (sostituito da Marta Cygan, direttrice della Direzione A – Strategia e Affari Generali, DG Migrazione e affari interni)

Desidero porre alla Signora Cygan una domanda in merito alla questione hotspot in Italia, di cui all’allegato 3 della Comunicazione in esame, ma prima di ciò, vorrei richiamare l’attenzione della Commissione su una situazione molto grave che riguarda l’assistenza alla Grecia.

La Commissione pretende di aver dato il via all’erogazione di aiuti – a un paese, ricordiamo, sotto una pressione di flussi migratori che tutti noi conosciamo – ma le condizioni previste per il loro stanziamento sono tali per cui l’uso effettivo del denaro diviene pressoché impossibile.

Le autorità greche, infatti, vengono invitate ad anticipare le spese dei servizi – spese per il cibo, la pulizia dei centri d’accoglienza, l’affitto dei centri stessi, ecc. – e solo successivamente queste saranno rimborsate.

Sembra quasi che la Commissione ignori totalmente la situazione di crisi economica in cui versa il paese dopo anni di austerità. La Grecia non è semplicemente in grado di anticipare tale denaro.

Naturalmente le soluzioni ci sarebbero e sono soluzioni molto realistiche. Basterebbe, infatti, che la Grecia potesse disporre delle somme in un conto bancario, ad uso immediato, quando si determina il bisogno di un servizio. È evidente che il governo greco dovrà rendere conto delle spese sostenute e che vi sarà un controllo continuo da parte della Commissione.

Si tratta evidentemente di una questione urgente e su questo vorrei avere una risposta precisa e altrettanto urgente.

Riguardo alla questione hotspot: la Commissione raccomanda agli Stati di garantire l’immediata disponibilità di esperti, se richiesti da Frontex e da EASO, e specifica che tali esperti – cito – “devono essere disponibili per distaccamenti di lungo periodo, per essere quanto più possibile operativi”.

Quel che chiedo alla rappresentante della Commissione è se il concetto di “lungo periodo” sia compatibile con il carattere di temporaneità che gli hotspot dovrebbero possedere in quanto misure d’emergenza adottate sulla base dell’articolo 78(3) del Trattato, o se tale inciso preluda invece a un processo di regolamentazione permanente di situazioni emergenziali. Chiaramente gli hotspot diverranno centri di detenzione, per l’appunto, permanenti, ma senza perdere formalmente la loro natura emergenziale. Questo significa che avendo formalmente tale natura, qualsiasi decisione che li riguarda verrà presa nell’inosservanza della procedura ordinaria di co-decisione con il Parlamento europeo. Qualunque proposta della Commissione verrà perciò adottata in assoluta solitudine dal Consiglio, al di fuori di ogni controllo democratico.