Dichiarazione sul non paper di Alfano

Questo testo è stato pubblicato, con il titolo Alfano e la politica di Ponzio Pilato, anche su «il manifesto» del 21 marzo

Lo scorso 12 marzo, a Bruxelles, il ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano ha incontrato il commissario europeo all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos e i ministri suoi omologhi di Spagna, Francia e Germania. La proposta di Alfano, rigorosamente riservata, è riassunta in un non paper, un documento confidenziale con il quale il ministro prospetta una cooperazione dell’UE con i Paesi terzi ritenuti “affidabili” (Egitto e Tunisia in prima linea), al fine di garantire la “sorveglianza marittima” del Mediterraneo, le future operazioni di search and rescue, e l’auspicato rimpatrio nei paesi di origine. Quel che chiede, in sostanza, è l’esternalizzazione della politica di asilo dell’Unione europea, e delle responsabilità che le spettano. Si tratta di una legalizzazione concordata, e surrettizia, di respingimenti collettivi proibiti sia dalla Carta europea dei diritti fondamentali, sia dalla Convenzione di Ginevra. Il non paper conferma l’assenza di qualsivoglia strategia politica verso la Libia, e vanta improbabili strategie di deterrenza verso l’aumento dei flussi migratori in Europa.

Sono anni che accordi bilaterali e confidenziali di cooperazione di polizia cercano di delegare la gestione dei flussi migratori a paesi terzi dalle dubbie credenziali democratiche (Egitto, Eritrea, Sudan), eludendo il diritto internazionale del mare e la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. L’Italia ha già ricevuto due condanne dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione delle norme che vincolano gli Stati membri a rispettare il divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti (art. 3), il diritto a un ricorso effettivo (art.13), e il divieto di respingimenti collettivi (art. 4-IV Protocollo CEDU).

Il governo italiano ha riattivato tale politica tramite il cosiddetto “processo di Khartoum”, inaugurato nel semestre di presidenza del Consiglio dei ministri europeo. Lo scopo ricercato, oltre che potenzialmente lesivo di diritti fondamentali, è un totale controsenso: nel tentativo di impedire che persone in fuga da guerre e dittature arrivino in Europa, si negozia con Stati che portano la maggior responsabilità dell’incremento dei flussi migratori, e addirittura vien loro domandato di istituire campi profughi sul loro territorio. Le recenti dichiarazioni del commissario Avramopoulos, esplicitamente favorevole alla “cooperazione con le dittature”, vanno in questa direzione.

Finora l’esperienza di campi di raccolta per profughi in Africa si è rivelata fallimentare: abbandoni nel deserto, carcerazioni, trasferimenti estremamente ridotti verso l’Europa.

Nel suo non paper, il ministro Alfano non si limita a elogiare la fallimentare operazione Triton. Adombra anche una collaborazione inesistente con l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR) e con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM). In una lettera ad Avramopoulos, l’UNHCR ha fatto sapere  di non aver mai approvato la proposta italiana. L’Alto Commissario dell’Onu per i rifugiati, Antonio Guterres propone ben altre politiche: la restaurazione dell’operazione Mare nostrum e la sua europeizzazione (da me chiesta nell’ultima Plenaria del Parlamento europeo), un riequilibrio tra Stati membri dell’Unione delle politiche di reinsediamento dei richiedenti asilo, un progetto pilota per il trasferimento in diversi paesi europei dei rifugiati siriani soccorsi in mare in Grecia e in Italia.

barbara spinelli


 

Allegato:

Il non paper di Alfano:
“Possibile Involvement of Third Countries in Maritime Surveillance and Search and Rescue” (file .pdf)

Si veda anche:

EU considering plan to outsource Mediterranean migrant patrols to Africa

New plans to stem the flow of migration unacceptable

Commissione UE, il vicepresidente Timmermans dia seguito alla promessa di passare da Mare nostrum a Europa nostra

Bruxelles, 4 marzo 2015

Dopo il ritrovamento nelle acque del Canale di Sicilia dei corpi senza vita di dieci migranti, il vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, ha affermato che «l’immigrazione è un problema che riguarda tutti gli Stati membri». Non si tratta più «di Mare nostrum, ma di Europa nostra», ha precisato, annunciando la decisione della Commissione di anticipare a metà maggio l’approvazione dell’Agenda europea sulle migrazioni, già fissata per metà luglio.

«Ne prendiamo atto», commenta l’eurodeputata Barbara Spinelli, «anche se è sconcertante che, prima di questa ennesima tragedia, la Commissione avesse fissato una data tanto lontana, quasi che l’emergenza nel Mediterraneo non fosse già drammatica da troppo tempo. Ora è essenziale far succedere alle parole i fatti: fatti univoci e concreti».

«In Italia», ha detto Barbara Spinelli, «la Cild (Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili) ha promosso una petizione per chiedere al presidente del consiglio Matteo Renzi di riattivare l’operazione Mare nostrum e, parallelamente, premere sull’Unione europea per la condivisione di questa responsabilità, che riguarda le frontiere comuni dell’Unione. È una richiesta che faccio mia e che rivolgo alla Commissione, unitamente alla preoccupazione per le parole del commissario Dimitris Avramopoulos, il quale – nella conferenza stampa congiunta – ha sostenuto che l’Ue deve cooperare anche con i regimi dittatoriali per fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione, opporre un contrasto “aggressivo” ai trafficanti di esseri umani e “proteggere meglio” i propri confini».

«L’organizzazione Habeshia, guidata dal candidato al premio Nobel per la pace don Mussie Zerai», ha continuato la parlamentare europea del Gue-Ngl, «denuncia da giorni la partenza di migliaia di uomini e donne africani con barconi malridotti e rapimenti di massa in Sudan, e chiede che venga fatto rispettare il processo di Khartoum per la liberazione delle persone sequestrate. Facendo mie le parole di don Zerai, mi rivolgo alla Commissione perché l’Unione “chieda e pretenda da questo Stato una seria lotta contro il traffico di esseri umani, e l’immediata liberazione dei profughi che si trovano in condizione di schiavitù”».

Mos Maiorum, in carcere 19mila migranti innocenti

Damiano Aliprandi, «Il Garantista», 13 febbraio 2015

Ora abbiamo i numeri. L’operazione Mos Maiorum è stata una terribile, e senza precedenti, maxi retata nei confronti degli immigrati. La vasta operazione poliziesca europea capitanata dall’Italia, avvenuta nelle due settimane dell’ottobre scorso, ha provocato ben 19000 arresti.

La maggior parte degli arrestati sono immigrati clandestini che non hanno commesso nessun reato. A denunciarlo è stata l’associazione umanitaria londinese Statewatch. Secondo l’associazione, che ha messo a confronto i report finali delle ultime operazioni, il numero dei fermati è raddoppiato rispetto alla precedente operazione Perkunas (10.459 fermi in due settimane), e addirittura quadruplicato in confronto all’operazione del 2012, Aphrodite (5.298 fermi in due settimane).

Proprio nel report finale dell’operazione Mos Maiorum, redatto dal Consiglio d’Europa, si evidenzia che «i cittadini siriani sono stati quelli maggiormente identificati (5088 persone), seguiti da afghani (1466 persone), serbi (in particolare kosovari, 1196) ed eritrei».

Poco più di 11mila le richieste di protezione internazionale presentate dopo l’intercettazione dagli stranieri controllati. Il report non esplicita invece, esattamente come i documenti relativi alle precedenti operazioni, il numero degli agenti coinvolti. Piuttosto, sottolinea che «per motivi sconosciuti Mos Maiorum ha catturato l’attenzione dei mass media, che hanno etichettato l’operazione come un’azione finalizzata all’arresto dei migranti, nonostante gli obiettivi fossero l’individuazione di reti criminali coinvolte nel favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e il monitoraggio dei percorsi usati dai trafficanti.  Un obiettivo raggiunto, visto che sono stati fermati 257 trafficanti», si legge sempre nel report.

Il dato parla da solo: sui 19000 arrestati, chi ha commesso reati sono solo 257. Del resto, lo stessoStatewatch sottolinea che nel documento di avvio dell’operazione di polizia uno degli obiettivi dichiarati era proprio «arrestare i migranti irregolari». Inoltre, un’altra critica mossa dai media all’avvio di Mos Maiorum  riguardava il rischio di incorrere in quello che in inglese viene definito racial profiling, di fatto una schedatura su base etnica.

Un rischio che almeno sulla carta si era cercato di evitare: con l’avvio dell’operazione si raccomandava agli Stati partecipanti – tutti i membri dell’Unione Europea, ad eccezione di Croazia, Grecia e Irlanda – di «portare avanti le attività nel pieno rispetto della dignità umana, mantenendo i più alti standard di professionalità e rispetto dei diritti umani, evitando ogni trattamento discriminatorio e avendo cura dei bisogni speciali dei gruppi vulnerabili».

Raccomandazioni che, stando a quanto riportato da Statewatch, non sembrano essere particolarmente servite: riprendendo alcune delle segnalazioni raccolte tramite la campagna Map Mos Maiorum, l’associazione evidenzia che nelle operazioni di controllo e fermo ci sarebbe stata una forte presenza, da parte delle forze dell’ordine, di comportamenti discriminatori e stigmatizzanti.

Un gruppo di europarlamentari, tra cui l’italiana Barbara Spinelli, ha scritto una lettera aperta criticando«lo scaricamento di responsabilità messo in atto dal Consiglio d’Europa»: alle richieste di chiarimento su Mos Maiorum, il Consiglio avrebbe risposto che l’operazione è stata condotta sotto la responsabilità del governo italiano. In realtà, come ricordato dagli europarlamentari, l’operazione di polizia europea fu lanciata a ottobre dalla presidenza italiana, allora a capo del semestre di presidenza del Consiglio d’Europa, e l’operazione Mos Maiorum fu concordata durante la definizione del programma di lavoro del Consiglio.

Infine, come sottolineato anche da Asgi – che definì l’operazione «un’azione miope e disumana» – secondo quanto contenuto nella proposta trapelata lo scorso 10 luglio gli Stati membri dovevano confermare la propria partecipazione anche al Segretariato generale del Consiglio: un aspetto che conferma il coinvolgimento dell’istituzione europea in questa operazione.

Ricordiamo che sempre la Spinelli della Sinistra unitaria europea, aveva denunciato in particolare che Mos Maiorum si trattava di un’operazione in cui vengono “profilati” gli immigrati irregolari procedendo alla loro identificazione «con l’autorizzazione anche a usare la violenza se necessario», secondo documenti della polizia di cui l’europarlamentare ha detto di essere in possesso. «È difficile non chiamarla per quello che è, una retata». E la denuncia dell’associazione Statewatch lo ha confermato: si è trattato di una vera e propria retata.

Ricordiamo che dopo questa operazione, a novembre si è dato il via ad una nuova missione europea, sempre sotto la guida italiana, con effetti disastrosi. Si chiama ”Triton”, altro nome calssicheggiante per dare vita al controllo delle frontiere e la lotta all’immigrazione irregolare. L’operazione Triton, attualmente operativa, è ben spiegata da un documento visionabile dove delinea ”Triton” come un rinforzo di Hermes,dispositivo lanciato il 1 marzo 2014 finalizzato a controllare e combattere l’immigrazione irregolare proveniente da Algeria, Egitto,Grecia, Libia e Tunisia. Nel concreto, il “rinforzo” è costituito da due aerei, un elicottero, due motonavi, due imbarcazioni leggere, sette team di esperti dell’agenzia europea, per un totale di 2.300.000 euro al mese. A

La preoccupazione espressa da vari organismi umanitari, compresa Amnesty International, è quella della sostituzione di Mare Nostrum con l’operazione Triton. L’Europa non sembra dunque intenzionata a portare avanti «l’immenso lavoro fatto dall’Italia con l’operazione Mare Nostrum salvando migliaia di persone», come dichiarava la commissaria Ue Cecilia Malmstrom. Anzi: il documento dell’operazione Triton sottolinea come le navi dell’operazione Mare Nostrum abbiano potuto incoraggiare l’arrivo di migranti.

La soluzione? Secondo le linee guida del documento, consisterebbe nel limitare l’aria di intervento dell’Unione: i mezzi navali di Triton si fermeranno a 30 miglia dalle coste italiane, cioè oltre 100-140 miglia più a nord dell’attuale pattugliamento condotto da Mare Nostrum. Solo i mezzi aerei si spingeranno più a sud, potendo così fornire informazioni sulle barche eventualmente avvistate. A chi? Ai mezzi di Mare Nostrum che non ci sono più. Ed ecco spiegata la tragedia del mare che ha provocato oltre 300 morti. Non a caso numerose associazioni umanitarie evocano il ripristino dell’unica operazione europea positiva: quella del Mare Nostrum.

 

Restaurare Mare Nostrum

Strasburgo, 11 febbraio 2015. Intervento di Barbara Spinelli durante il dibattito il plenaria su “La via da seguire per Frontex e l’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo”

Le ultime notizie dal Mediterraneo sono tragiche: fra 300 e 400 morti, come nel 2013 a Lampedusa. Ormai i fatti parlano da sé: la fine di Mare Nostrum produce ancora una volta disastri umanitari, e la missione Frontex che era stata descritta come risolutiva – mi riferisco a Triton – si rivela quella che è: una falsa sostituzione, e un fallimento radicale.

È il motivo per cui non ritengo, nelle presenti circostanze, che Frontex debba ricevere ulteriori risorse: a dispetto di regolamenti troppo vaghi e non applicati, il suo compito è esclusivamente il pattugliamento delle frontiere, non la ricerca e il salvataggio di fuggitivi da guerre e caos che s’estendono anche per nostra responsabilità.

Frontex mette addirittura in guardia il governo italiano, ricordando che i soccorsi da lei coordinati sono vietati oltre le 30 miglia dalla costa. I naufragi di questi giorni sono tutti avvenuti in alto mare, presso le coste libiche. Dove appunto operava Mare Nostrum.

La verità è che Mare Nostrum, nonostante le dichiarazioni delle autorità europee e italiane, non è mai stato sostituito.

Due cose dovremmo a questo punto chiedere, come Parlamento. Primo: che Frontex non opponga ostacoli, quando è chiamata a soccorrere oltre le 30 miglia. Secondo: che l’Europa si decida a sostenere finanziariamente la restaurazione di missioni come Mare Nostrum.

Sia l’alto commissariato dell’Onu, sia il Consiglio d’Europa, hanno dichiarato oggi che Triton “non è all’altezza”. Cosa aspettiamo per dire la nostra?

Ha detto il presidente del Senato italiano, Pietro Grasso: “Agire ora è già troppo tardi”.

Frontex si lamenta: «Troppi salvataggi»

di Carlo Lania, «Il Manifesto», 9 dicembre 2014

Il mini­stro degli Interni Alfano dovrà far­sene una ragione. Se spe­rava che met­tere fine all’operazione Mare nostrum avrebbe com­por­tato una dimi­nu­zione degli sbar­chi di migranti, dovrà rifare i pro­pri cal­coli. Se si para­gona infatti il numero di arrivi regi­strati a novem­bre scorso, primo mese in cui uffi­cial­mente la mis­sione euro­pea Tri­ton ha sosti­tuito la navi della Marina mili­tare, con quelli avuti nel novem­bre del 2013 — primo mese di atti­vità di Mare nostrum dopo la strage di Lam­pe­dusa — si sco­pre che il numero di pro­fu­ghi arri­vati in Ita­lia è quasi quin­tu­pli­cato.
A rive­larlo, smen­tendo così la anche la pro­pa­ganda di quanti come la Lega con­ti­nuano ad accu­sare Mare nostrum di rap­pre­sen­tare un fat­tore di attra­zione per chi fugge dalle coste afri­cane, è stato l’ammiraglio Giu­seppe De Giorgi, capo di Stato mag­giore della Marina, ascol­tato ieri dalla com­mis­sione Diritti umani del Senato. E i dati for­niti dall’alto uffi­ciale lasciano poco spa­zio a inter­pre­ta­zioni. Nel novem­bre del 2013 gli immi­grati soc­corsi furono in tutto 1.883. Un anno dopo, cioè nel mese di novem­bre appena finito, gli arrivi sono stati invece 9.134, con un aumento del 485% rispetto all’anno pre­ce­dente. Di que­sti 3.810 sono stati soc­corsi sem­pre dalla nostra Marina mili­tare che li ha sot­to­po­sti a scree­ning sani­ta­rio prima dello sbarco, con­tra­ria­mente ai restanti 5.324 (1.534 dei quali inter­cet­tati dalla Capi­ta­ne­ria di porto impe­gnata nella mis­sione euro­pea e 2.273 dai mer­can­tili inter­ve­nuti in soc­corso) che hanno invece rice­vuto le prime visite medi­che solo una volta a terra. Per quanto riguarda Tri­ton invece, e soprat­tutto per capire quanto lo spi­rito della mis­sione euro­pea sia distante da quello che ha carat­te­riz­zato Mare nostrum, basta la let­tera inviata al dipar­ti­mento dell’Immigrazione della poli­zia di fron­tiera del Vimi­nale dal diret­tore di Fron­tex Klaus Rosler e in cui l’agenzia euro­pea si dice «pre­oc­cu­pata» per i troppi inter­venti di soc­corso avve­nuti «fuori area», ovvero oltre le 30 miglia marine fis­sate dall’Ue come con­fine euro­peo. A non pia­cere al diret­tore di Fron­tex sono state le indi­ca­zioni impar­tite nelle scorse set­ti­mane alle navi dal cen­tro di con­trollo di Roma, che dopo aver rice­vuto una serie di segna­la­zioni rela­tive a imbar­ca­zioni di migranti pre­su­mi­bil­mente in dif­fi­coltà, ha ordi­nato di veri­fi­care le richie­ste di soc­corso. Ope­ra­zioni che, secondo il diret­tore dell’agenzia Rosler, «non sono coe­renti con il piano ope­ra­tivo e pur­troppo non saranno prese in con­si­de­ra­zione in futuro».
A que­sto punto è legit­timo chie­dersi a cosa serva Tri­ton e se — al di là delle pro­messe fatte da Alfano — non sia solo un’operazione di imma­gine desti­nata tra l’altro a finire il 31 gen­naio 2015. Tanto più se si para­go­nano gli inter­venti messi a punto da Mare nostrum nel corso dell’anno con quelli della mis­sione euro­pea. Men­tre quest’ultima è impe­gnata infatti nel solo con­trollo delle fron­tiere marit­time, Mare nostrum ha garan­tito la sor­ve­glianza e la sicu­rezza in alto mare, i con­trolli e l’identificazione dei migranti, il con­trollo delle fron­tiere, la ricerca e il sal­va­tag­gio (Sar, Search and rescue) e l’assistenza sani­ta­ria e uma­ni­ta­ria ai migranti. Inol­tre le navi della marina hanno coperto un’area vasta 22.350 miglia qua­drate con­tro le sole 6.900 miglia qua­drate di Tri­ton. Che a quanto pare si lamenta anche.
«Sba­lor­dito» per il richiamo di Fron­tex si è detto Chri­sto­pher Hein, pre­si­dente del Con­si­glio ita­liano rifu­giati. «La stessa Fron­tex ha sot­to­li­neato all’operazione Tri­ton l’obbligo di sal­va­tag­gio di fronte a segna­la­zioni, e se ciò accade fuori dalle 30 miglia non c’è limi­ta­zione ter­ri­to­riale o di set­tore marino che possa essere presa in considerazione».

Fonte

Francesco Piobbichi: oltre l’antirazzismo etico

Giornate di studio del GUE/NGL

Firenze, 18-20 novembre 2014

Intervento di Francesco Piobbichi durante la sessione del 19 novembre, dedicata al tema “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

Ho passato questi ultimi mesi in una zona di confine, e ho lavorato su vari elementi che in qualche modo possono essere utili al nostro dibattito sul tema delle migrazioni. L’elemento essenziale che ho capito stando a Lampedusa, è che quest’isola permette di cogliere direttamente alcuni significati che difficilmente emergono in altri contesti.Il primo è che Lampedusa è una terra di confine in perenne mutazione. Un confine che respinge o che accoglie, ma sempre un confine che marca le distanze tra “noi” e “loro”, tra ricchezza e povertà.

Raccontare Lampedusa dopo sei mesi di permanenza sull’isola significa anche, e soprattutto, raccontare come in questi anni sia cambiato il meccanismo e lo spettacolo della frontiera; significa raccontare di come il confine si sposti e si “delocalizzi” nel mare, e di come, una volta varcata la frontiera, i migranti se la portino addosso. Se nel 2011, a seguito delle Primavere arabe, l’isola è diventata un confine in “crisi”, dove l’emergenza è stata “messa in scena” dal governo Berlusconi,a dimostrare come si ferma l’invasione – dopo l’emergenza spettacolarizzata, ora Lampedusa muta nuovamente. Sarebbe impossibile raccontare questi mesi a Lampedusa senza considerare come l’operazione di “polizia umanitaria” Mare Nostrum abbia profondamente cambiato la vita dell’isola, “resa tranquilla” dalle navi militari che arrestano gli “scafisti” da un lato e “soccorrono” i profughi e richiedenti asilo dall’altro. Nel 2011 si sarebbe parlato di un’isola “invasa” dall’emergenza degli “sbarchi” dei “clandestini”, oggi si parla di “naufraghi soccorsi in mare”, un tema questo che però sta nuovamente cambiando a seguito dell’annunciata fine, di Mare Nostrum.

Se è innegabile che Mare Nostrum ha salvato migliaia di persone, e che la sua chiusura rischia di allungare la già lunghissima lista dei morti, è altrettanto vero che l’elemento costante in cui questa operazione si sviluppa riafferma la logica del confine che separa noi da loro, rinforzando nuove retoriche che depoliticizzano la questione migratoria, per poi inserirla in stancanti procedure burocratiche, rendendo ancora più debole, sul piano simbolico sociale, le persone che hanno avuto la fortuna di varcare il confine superando mari e deserti. Chi si salva insomma, subisce da subito un processo di svuotamento di un diritto soggettivo, che è quello di veder riconosciuto il diritto di asilo come accesso agli altri diritti esigibili. Si tratta di un processo che si manifesta immediatamente, nello stesso momento in cui queste persone entrano in contatto con il dispositivo della frontiera. Una volta accolto, il migrante incontra una serie di procedure che tendono a considerarlo un numero da inserire in una casella, in un sistema dell’accoglienza che prima etichetta e poi tende a degradare la dignità dell’accolto.

Non si potrebbe spiegare altrimenti il coincidere della fine di Mare nostrum con l’inizio di Mosmaiorum, che prevede l’identificazione forzata dei migranti. Questa contraddizione è secondo me dovuta a un elemento nuovo che compone le nuove migrazioni in Europa, che determinano una contraddizione insanabile in un continente che fin dalle origini le ha pensate come flussi di lavoro e non come questione legata al diritto dei rifugiati di richiedere asilo politico. Come ha ben descritto Alessandra Sciurba in un recente convegno tenutosi a Palermo, “il diritto di asilo è in contrasto con la logica politica del governo del,le migrazioni in Europa, che hanno sì un’impostazione economicista ma che al tempo stesso incorporano tale diritto”. Del resto è l’intero impianto giuridico occidentale ad essere costruito sulla carta dei diritti dell’uomo.

Nell’epoca dei conflitti asimmetrici che determinano migrazioni la cui composizione è quasi completamente di persone che fuggono da guerre e persecuzioni,“ la trasformazione dei richiedenti di asilo in vittime e naufraghi si riflette nel sistema di accoglienza che nasce come emergenza e poi svuota l’elemento politico portato da queste persone. Chi aveva scritto la convenzione di Ginevra non immaginava che la formalizzazione del diritto di asilo fosse agibile da milioni di persone, le istituzioni europee ed occidentali cercano di svuotare questo diritto con sfibranti procedere burocratiche, passivizzando o respingendo a seconda dei casi chi lo esercita. L’Europa non ha un’assunzione di responsabilità rispetto a un diritto per un sistema comune per il diritto di asilo, ma considera questo un fardello sul quale si litiga tra stati, come si è visto per la questione del mutuo riconoscimento del diritto di asilo”. Questo svuotamento del diritto di asilo, che quindi si registra nel dispositivo della frontiera esterna, si aggiunge a una strategia di governo delle migrazioni nella frontiera interna della fortezza europea, dove da decenni l’espansione del modello penale neoliberista sembra ricalcare quello statunitense, che punisce la povertà etnicizzandola. Un processo, questo, che autori come LoïcWacquanthanno bene identificato, individuando negli elementi di punizione dei poveri e dei marginali la modalità con la quale il neoliberismo governa la miseria.

Se è quindi vero che la questione dei diritti umani, e in particolar modo il tema del riconoscimento del diritto di asilo, apre una possibilità inedita di lotta e rivendicazione per le soggettività che contestano il processo che arma le frontiere, e se è altrettanto vero che questa contraddizione si apre nei paesi che da decenni intervengono militarmente sotto le insegne delle guerre umanitarie, è pur vero che questa battaglia, se non collegata a uno sguardo politico più generale, rischia di portarci in uno schema di ragionamento troppo ristretto. I processi migratori che ci troveremo ad affrontare nei prossimi mesi sono l’evidente frutto delle politiche neocoloniali che da decenni l’Occidente tenta di affermare attraverso la guerra. Nelle fratture delle placche economiche che si scontrano, dall’Ucraina all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia, possiamo trovare la cornice che spiega oggi le nuove migrazioni, e questo nuovo modo di leggerle è un punto fondamentale. I dati dei flussi migratori ci dicono infatti che le migrazioni sono cambiate sia per effetto delle guerre che per effetto della crisi economica, che sta rallentando l’afflusso di chi si sposta per cercare lavoro.

Penso che la sinistra, in particolar modo quella del Mediterraneo, debba affrontare questa discussione evitando di utilizzare semplicemente uno schema di ragionamento classico che riflette sul fenomeno dell’immigrazione senza considerare il terreno della complessità in cui si esercita; occorre invece riposizionare i termini del problema all’interno della critica dei processi liberisti e della guerra, costruendo un nuovo spazio pubblico in cui far emergere una soggettività critica che di fatto oggi è assente. Sappiamo che oggi le guerre che stanno sconvolgendo la sponda sud del Mediterraneo sono diverse da quelle che abbiamo conosciuto, dovremmo forse analizzarle all’interno di nuove categorie, come quella del “caos ordinato”, o quella del “decisionismo occasionale”: resta comunque il fatto che oggi non possiamo eludere questo terreno di critica, che è anche e soprattutto terreno di ricerca e collegamento con le realtà che animano la sponda sud del Mediterraneo.

Ritengo che a partire da questi primi elementi vi sia una prospettiva comune da costruire, magari attraversando anche il Forum Sociale di Tunisi: una risposta che lega il terreno della giustizia sociale, della pace e della fratellanza come risposta al liberismo in crisi, che produce guerra e miseria. Non solo quindi proporre l’apertura di corridoi umanitari, criticare Dublino III e lavorare sul terreno dei diritti come elemento di rivendicazione, ma operare per una nuova visione geopolitica del Mediterraneo, nella quale mettere al centro il tema della giustizia sociale come fattore chiave per uscire dalla crisi, e criticareinsieme, dalla Grecia all’Egitto, i piani di aggiustamento del FMI e le dinamiche geopolitiche che producono le guerre, per affermare che una nuova internazionale dell’umanità contro il liberismo e la xenofobia ha ripreso il cammino. È chiaro che questo processo non dovrà avere uno sguardo eurocentrico ma dovrà invece essere pensato come spazio pubblico di confronto paritario con il versante sud.

Un altro elemento su cui riflettere è il modo in cui occorre operare nella nostra quotidianità. Recentemente abbiamo aperto un centro solidale di accoglienza in Sicilia;non sono mancate le contestazioni, sostenute da argomentazioni prive di fondamento ma in grado di diventare egemoniche tra la popolazione. La crisi è un luogo in cui la guerra tra poveri è un dato strutturale, e in questa dinamica le forze xenofobe hanno buon gioco per affermare i loro messaggi. Abbiamo lavorato togliendo ogni riferimento e categorizzazione, pensando alle persone innanzitutto, e aprendo la struttura anche ai bisogni del territorio. L’idea sulla quale ci siamo mossi è quella di lavorare su un elemento sinergico tra le azioni di solidarietà rivolte alle persone costrette a fuggire da paesi afflitti da guerre e persecuzioni, e persone che vivono in una situazione di crisi economica nel nostro paese. Molte delle attività del progetto, come la mensa interculturale, lo spaccio alimentare – che prevede sia una distribuzione di prodotti alimentari per le famiglie in difficoltà sia uno spazio dedicato ai gruppi di acquisto solidale – sono pensate per sostenere persone colpite dalla crisi tanto quanto le filiere corte di produzione agricola a chilometro zero, dando supporto agli agricoltori locali che si trovano in difficoltà.

Rivolti a tutti saranno anche gli sportelli sociali rispetto alla casa, alla cittadinanza e ai diritti, così come l’ambulatorio popolare, dove si pensa di avviare l’esperienza del dentista sociale per offrire cure odontoiatriche a quanti non possono permettersele. In tempi di crisi, il centro di accoglienza solidale di MediterraneanHope diventerà quindi un luogo in cui sarà possibile progettare e sperimentare nuove forme di solidarietà e di mutuo soccorso tra cittadini e nuove economie solidali, senza tralasciare l’elemento di arricchimento interculturale che strutture del genere possono avere. Su una modalità simile stanno lavorando alla Rimaflow, una fabbrica occupata dagli operai che ha inserito all’interno delle sue attività un centro autogestito per accogliere i migranti. Dello stesso segno, sono le occupazioni a scopo abitativo che si sono determinate in questi anni a Roma.

Penso che politicamente, nella riflessione che facciamo oggi, ci sia un grande assente: i sindacati – che pensano ancora come se fossimo negli anni Settanta. “Integrare” i migranti con il lavoro nei tempi del Jobs Act, mi pare un ossimoro su cui riflettere. Negli scorsi anni, con degli attivisti organizzammo un campo di accoglienza per braccianti a Nardò; da lì si generò il primo sciopero bracciantile organizzato da parte di migranti che vivevano in condizione di schiavitù. Con pochi strumenti e mezzi, riuscimmo ad ottenere molto dal punto di vista istituzionale e si aprì un processo contro lo sfruttamento nelle campagne. Penso che oggi il sindacato in generale debba provare a guardare a esperienze come quella di Nardò, o come quella dei facchini della logistica in lotta,come elementi di “integrazione”, superando il terreno dell’antirazzismo etico, ricercando invece la mutualità sociale tra lavoro e territorio, tra conflitto e solidarietà: quella matrice che si è smarrita nel tempo e che funzionò come elemento d’integrazione per i subalterni in Europa. Il primo slogan della Camera del Lavoro di Reggio Emilia fu: “Uniti siamo tutto, divisi siam canaglia”. Una frase, questa, che oggi sembra più attuale che mai per costruire una soggettività meticcia e transnazionale.

L’inizio di un possibile crimine contro la civiltà europea

Lampedusa. Image credit:  Sara Prestianni; Noborder Network

Lampedusa. Image credit: Noborder Network

Strasburgo, 25 novembre 2014. Intervento in plenaria di Barbara Spinelli durante il dibattito sul tema “Situazione del Mediterraneo e bisogno di un approccio olistico dell’Unione Europea alla migrazione” (“Situation in the Mediterranean and the need for a holistic EU approach to migration”)*

Vorrei richiamare l’attenzione su due recenti dichiarazioni sull’immigrazione dal Mediterraneo. Quella del ministro dell’Interno italiano Alfano, secondo cui il primo novembre Mare Nostrum s’è chiuso, e dopo un intervallo, grazie a Frontex, “non si spenderà più un euro” per salvataggi in mare. La seconda dichiarazione è del ministro inglese dell’immigrazione, James Brokenshire. I salvataggi nel Mediterraneo – ha detto testualmente quest’ultimo – “vanno fermati al più presto”, dal momento che “incoraggiano” i fuggitivi e i richiedenti asilo.

Vi invito a meditare queste parole, perché segnano l’inizio di un possibile crimine contro la civiltà europea. La legge del mare, il diritto alla vita, all’asilo: sono lettera morta. Insostenibile non è provocare annegamenti in massa, nel nostro mare comune. Non è lasciare soli centinaia di siriani che in queste ore sono in sciopero della fame a Piazza Syntagma a Atene. Insostenibile è “spendere euro” per salvare i naufraghi. Gli applausi di stamattina a papa Bergoglio potevamo risparmiarceli. Sono ipocriti se questo Parlamento non cambia rotta, a cominciare dal regolamento di Dublino che ha portato a questa regressione formidabile.

 

* La mozione sarà votata a dicembre.

Enrico Calamai: giustizia per i nuovi desaparecidos

calamai

Giornate di studio del GUE/NGL

Firenze, 18-20 novembre 2014

Intervento di Enrico Calamai durante la sessione del 19 novembre, dedicata al tema “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

La logica di quello che nei fatti è un aberrante dumping di vite umane sembra essere: ne colpisci uno, ne educhi cento o mille. Ma il fatto sorprendente è che anche se ne colpisci cento, continuano a tentare di arrivare perché privi di alternative, in fuga come sono da dittature, terrorismo, catastrofi ecologiche e miseria estrema e crisi troppo spesso da noi stessi provocate. E allora, ecco che le frontiere vengono spinte sempre più in là, fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento, dispersi nell’ambiente, impensabili e inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo.

Sono, in una parola, i nuovi desaparecidos, e il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita nel cono d’ombra di un sistema mediatico ormai prevalentemente iconografico, in cui si dà per scontato che tutto ciò che esiste viene rappresentato e ciò che non viene rappresentato non esiste, in maniera che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere.

Vale la pena soffermarsi un momento sul rapporto visibità/invisibilità. La strage di Lampedusa dell’ottobre 2013, in cui persero la vita circa 350 persone, tra cui una giovane madre col figlioletto nato e morto tra le fiamme, fece un tale scalpore da costringere le autorità italiane e quelle di Bruxelles a recarsi sul posto, a vedere di persona quel mostruoso spiegamento di bare. Ne conseguì l’avviamento di Mare Nostrum, che pur con tutti limiti inerenti a un’operazione che agisce a valle delle scelte politiche che causano il problema, ha ridato dignità alla Marina militare italiana, permettendole di salvare 130mila vite umane in un anno, ma che, trascorso per l’appunto un anno, viene cancellato per asserite ragioni di bilancio, come se fosse possibile e lecito porre un prezzo alle vite umane.

Inutile illudersi, Frontex e Triton rappresentano il ritorno a misure di polizia, non di salvataggio, facendo affidamento sulla stanchezza dell’opinione pubblica di fronte al periodico riaffiorare della sinusoide delle stragi, che, in ogni caso, riflette soltanto per difetto il numero delle vittime. Pur senza addentrarsi troppo in una contabilità evidentemente approssimativa, sorge comunque un dubbio: se in un anno di attività di Mare Nostrum ne sono stati salvati 130mila e ne sono comunque morti 3000 circa, quanti ne saranno morti negli ultimi vent’anni di cui 19 senza Mare Nostrum? Quanti ne seguiranno?

C’è, in tutto questo, qualcosa che rientra nella categoria dell’intollerabilità del diritto ingiusto, secondo la formula elaborata dal giurista tedesco Radbruch al termine della II guerra mondiale.

A noi della Campagna “Giustizia per i nuovi desaparecidos” sembra sia il caso di parlare di crimini di lesa umanità e che occorra intervenire con ogni possibile urgenza per porre fine allo stillicidio di morti, presumibilmente destinato a subire una nuova impennata con la chiusura di Mare Nostrum.

In occasione del semestre di Presidenza italiana, abbiamo presentato un appello al nostro Governo chiedendo che vengano intrapresi i passi necessari a smantellare la situazione di fatto e di diritto che è causa di tali crimini. E ci proponiamo di attivare tutte le vie legali, a livello nazionale e internazionale, a partire da un tribunale internazionale d’opinione, per porre fine all’impunità di coloro che risultino coinvolti, sia in passato che attualmente, nella formulazione e nell’attuazione della politica di morte sopra tratteggiata.

Chiediamo l’aiuto delle forze politiche di sinistra presenti a livello europeo per abbattere il muro di gomma dell’inconsapevolezza dell’opinione pubblica e avviare fin da subito un percorso di verità e giustizia.

Dobbiamo interrompere questa catena infame, porre al più presto fine a un meccanismo che costantemente rimescola vittime e benessere, trasformandoci in collettività subalterna e silenziosa di una democrazia, che non può essere altro che forma vuota ove non accompagnata da autentico rispetto dei diritti umani.

Annamaria Rivera: militarizzazione delle frontiere, retoriche del rifiuto e incremento del razzismo

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Giornate di studio del GUE/NGL

Firenze, 18-20 novembre 2014

Intervento di Annamaria Rivera durante la sessione del 19 novembre, dedicata al tema “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

1. Il fatto che l’Unione Europea coltivi una sorta di sovranazionalismo armato, a difesa delle proprie frontiere, non solo è causa d’una strage di migranti e potenziali rifugiati di proporzioni mostruose, di cui dirò dopo, ma ha anche contribuito indirettamente, a mio avviso, a incoraggiare i nazionalismi “nazionalitari” o etnici, quindi al successo delle destre, anche estreme, in tutta Europa. Oltre che economica, la crisi europea è anche politico-ideologica, come ci ricorda da alcuni anni Slavoj Žižek.

Non per caso, nell’intero continente, a occupare il primo posto nella scala del rifiuto e del disprezzo sono rom, sinti e camminanti, le popolazioni che più di altre incarnano, almeno simbolicamente, il rifiuto di confini e frontiere.

Secondo un sondaggio recente (2014) sulle attitudini nei confronti di rom, musulmani ed ebrei, realizzato dal Pew Research Center, comparando l’Italia, la Francia, la Spagna, il Regno Unito, la Germania, la Grecia e la Polonia, per antiziganismo è l’Italia, seguita dalla Francia, a collocarsi in testa alla classifica. L’84% del campione intervistato esprime ostilità o paura per la presenza di appena 180mila fra rom e sinti (70mila dei quali cittadini italiani) corrispondenti a un magro 0,23% della popolazione totale [1].

In realtà, essi continuano a svolgere un ruolo vittimario assai simile a quello storicamente attribuito agli ebrei, a tal punto che sugli “zingari”, come un tempo sugli ebrei, tutt’oggi fioriscono e si propalano voci, leggende e “false notizie”, per dirle alla Marc Bloch: anche le più arcaiche, come quella della propensione al rapimento di bambini, pur smentita da dati e lavori scientifici (v. Tosi Cambini, 2008).

Insomma, fra le politiche di militarizzazione delle frontiere e il dilagare delle retoriche del rifiuto c’è un legame assai stretto, se non un circolo vizioso.

In gran parte dei paesi europei va diffondendosi sempre più l’uso politico e ideologico di tali retoriche: i cliché dell’“invasione”, dei migranti come fonte d’insicurezza e impoverimento dei “nazionali”, della “clandestinità” come sinonimo di criminalità sono ampiamente utilizzati perfino da istituzioni, talvolta anche da partiti di centrosinistra, soprattutto da formazioni populiste, di destra e di estrema destra, che in Europa conoscono oggi un’ascesa impressionante. In particolare, quella dell’”invasione” e della “marea montante” è una tipica falsa evidenza: come è ben noto, la quota preponderante dei flussi migratori parte dai paesi del Sud del mondo per dirigersi verso altri paesi del Sud.

Sul versante delle istituzioni, in una parte dei paesi dell’Unione Europea prevale un approccio di tipo emergenzialista, conseguenza, fra le altre cose, del fatto che, in realtà, migrazioni ed esodi non sono stati integrati –starei per dire “elaborati” come tendenze strutturali del nostro tempo.

Anche questo spiega perché il razzismo tenda a diventare “ideologia diffusa, senso comune, forma della politica” (Burgio, 2010). E non si tratta del ritorno in superficie dell’arcaico, bensì di una delle fasi del riemergere ricorrente del lato oscuro della modernità europea.

Le discriminazioni istituzionali, l’allarmismo dei media nonché la cattiva gestione dell’accoglienza, almeno in alcuni Statimembri, non fanno che produrre ondate ricorrenti di moral panic, alimentando anche violenza razzista ‘popolare’ nei confronti degli indesiderabili, spesso usati come capri espiatori, particolarmente in questa fase.

In non pochi paesi europei la crisi economica si coniuga con una crisi, altrettanto grave, della democrazia e della rappresentanza, talché la distanza fra i cittadini e il potere si fa siderale e la cittadinanza va trasformandosi sempre più in sudditanza (v. Balibar, 2012). Non sorprende affatto, quindi, che gli effetti sociali della crisi e delle politiche di austerità, coniugati con la condizione e il senso soggettivo di sudditanza, alimentino frustrazione, spaesamento, risentimento sociale, e conseguente ricerca del capro espiatorio. Una buona parte di cittadini penalizzati dalla crisi finisce così per identificare il proprio nemico negli immigrati “che rubano il lavoro” o nei rom che degraderebbero il loro già degradato quartiere di periferia. Sicché si potrebbe sostenere che il razzismo ‘popolare’ sia perlopiù rancore socializzato.

Illustra bene questa tendenza ciò che è accaduto di recente a Tor Sapienza, un sobborgo dell’hinterland romano. In questa “periferia composta da insediamenti casuali e frammentari, di enclave vissute nella cultura dell’emergenza e mai messe in condizione di poter comunicare o interagire, di crescere insieme per diventare società” (Goni Mazzitelli, 2014), una frazione di residenti ha compiuto ripetuti raid contro un centro di accoglienza che, oltre ad alcune famiglie di rifugiati, ospitava poche decine di minori non accompagnati, provenienti da Egitto, Bangladesh, Etiopia e altri paesi subsahariani. Dopo alcuni giorni di assalti violenti, istigati dall’estrema destra, i minori sono stati allontanati da quel centro – che ormai sta per chiudere e separati in diverse strutture provvisorie.

Etichettare questo caso, come altri simili, secondo la formula abusata di “guerra tra poveri” è, a mio avviso, un’espressione di quel “pensiero debole in un mondo complesso” di cui ha parlato qui Carlo Freccero. Infatti, ammesso sia opportuno usare la metafora della guerra, questa è tutt’altro che simmetrica: è, semmai, una guerra contro i più vulnerabili tra i poveri.

2. In assenza d’itinerari sicuri e legali per raggiungere l’Europa, i rifugiati in cerca di protezione e i migranti che aspirano a una vita migliore sono sottoposti dall’Unione Europea a un’autentica prova di sopravvivenza. Non tutti la superano.

Si tenga conto che nel corso del 2013 il 68% delle persone che hanno tentato di raggiungere l’Europa illegalmente per via marittima proveniva dalla Siria, Eritrea, Afghanistan e Somalia, paesi devastati da conflitti, persecuzioni e violenze (Amnesty International, Des vies à la dérive, 2014).

Secondo Fatal Journeys, il recente rapporto dell’OIM (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni), nonostante la missione Mare Nostrum della Marina Militare Italiana, che pure, dal 18 ottobre 2013, ha salvato 115.000 migranti, nei primi otto mesi di quest’anno sono morte nel Mediterraneo almeno 3.072 persone. Cioè il 75% di tutte le vittime di migrazioni illegali su scala mondiale, nello stesso periodo.

Basta scorrere i grafici del Rapporto per constatare che l’Europa è largamente in testa alla classifica delle aree migranticide, per usare un neologismo. E ciò non solo per ovvie ragioni geografiche e per l’aumento vertiginoso di migranti e potenziali rifugiati che cercano di raggiungerla, ma soprattutto perché le politiche proibizioniste europee rendono i viaggi sempre più pericolosi. Al punto che il tentativo di raggiungere il nostro continente è costato la vita a ben 22.400 migranti in soli 14 anni.

I cosiddetti “trafficanti di esseri umani” rappresentano soltanto gli “utilizzatori finali” del sistema di frontiere e muri che l’Europa ha eretto intorno alla sua fortezza. Sono le politiche proibizioniste ad avere creato le condizioni perché si sviluppasse l’offerta di attività irregolari e dunque un aumento spaventoso delle stragi in mare.

Queste sono destinate a un incremento ulteriore, dal momento che si è deciso di abbandonare Mare Nostrum in favore dell’operazione Triton, uno degli avatar di Frontex. Come insiste Amnesty International nel rapporto che ho citato, Triton non è affatto un’operazione di ricerca e salvataggio. Privarsi di un Mare nostrum, magari « riformato » e sostenuto concretamente da altri Statimembri, è da cinici o irresponsabili, in presenza –rimarca Amnesty Internationaldi una crisi concernente i rifugiati che si configura come la più grave dopo la Seconda guerra mondiale.

Ricordo che il nuovo regime delle frontiere affermatosi in Europa ha prodotto non solo un’autentica ecatombe, ma anche la proliferazione e perfino l’esternalizzazione dei centri di detenzione per migranti, nei quali, in certi casi, sono rinchiusi finanche richiedentiasilo e minori; e talvolta anche per responsabilità di Frontex. Le condizioni di tali lager spesso muniti di gabbie e filo spinato, e controllati da forze dell’ordine e militari armati sono state condannate dalla stessa Corte di Strasburgo. In alcuni paesi, come l’Italia, sono istituzioni del tutto abusive, in quanto violano la Costituzione e lo stato di diritto.

Questo sistema si è rafforzato anche grazie agli accordi bilaterali con paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, cui si delega una parte del “lavoro sporco”. L’Italia ha perpetuato fino a ieri gli accordi di cooperazione perfino con un paese devastato qual è la Libia, il quale, oltre tutto, non ha leggi sull’asilo, pratica gravissime violazioni dei diritti umani, non ha sottoscritto neppure la Convenzione di Ginevra del ’51. Come è ben noto, la Libia, tappa ineludibile soprattutto per i migranti e i profughi subsahariani, è un vero e proprio inferno. Come e peggio che al tempo di Gheddafi, pratiche tuttora correnti sono gli arresti arbitrari, il lavoro forzato e lo sfruttamento schiavile, le deportazioni, i taglieggiamenti, le torture, gli stupri: orrori la cui apoteosi è l’inferno della prigione di Kufra. L’unica differenza è che oggi sono le milizie armate a “dirigere” i centri di detenzione e a compiere le nefandezze cui ho fatto cenno.

È necessario, dunque, modificare radicalmente la legislazione europea (per non dire di quella italiana), nel senso indicato dai relatori/trici che mi hanno preceduta. Ma soprattutto occorre che tra le nostre stesse fila si affermi la consapevolezza che decisiva è la battaglia contro il razzismo e per i diritti dei migranti e dei rifugiati. Da essa non si può prescindere se si vuole scongiurare il lato oscuro della modernità europea, in favore della prospettiva di un’Europa della democrazia, della giustizia sociale, dell’uguaglianza dei diritti.

[1] Pew Reserch Center’s Global Attitudes Project: EU Views of Roma, Muslims, Jews, 12 maggio 2014.


Approfondimenti:

Annamaria Rivera: militarizzazione delle frontiere, retoriche del rifiuto e incremento del razzismo